– Béta Giyorgis, chiesa di San Giorgio, la piú significativa e conosciuta di Lalibela
In Etiopia, se Aksum presume di conservare l’Arca dell’Alleanza1, Lalibela2 con le sue 11 chiese monoitiche scavate nella roccia al di sotto del livello del terreno e connesse fra di loro con tunnel sotterranei, è un luogo quasi unico al mondo, sia dal punto di vista religioso che architettonico.
Lalibela è una città monastica a 2.630 metri di altezza, circondata e protetta da una barriera naturale di montagne alte più di 4.000 metri nel cuore degli altipiani a nord dell’Etiopia, nella regione degli Amhara. Fino a poco tempo fa era praticamente inaccessibile e arrivarci era un’impresa: per raggiungere la città sacra erano necessari circa due giorni di viaggio a dorso di mulo. Fu questa la sfida che dovettero affrontare i viaggiatori portoghesi che nel XVI secolo fecero conoscere questo luogo agli europei.
La creazione di quest’eccezionale complesso prende il nome dal re Gebre Mesqel Lalibela, della dinastia Zaguè (XII-XIII secolo) ed è legata a una leggenda. Il giorno della sua nascita, il re fu circondato da uno sciame d’api. Questo fatto fu interpretato dalla mamma come un segno premonitore del suo futuro destino come imperatore dell’Etiopia. Infatti, il nome ‘Lalibela’ significa “ le api riconoscono la sua sovranità”. La città, che si chiamava Roha, passò a chiamarsi Lalibela.
Sulle orme di Ponzio Pilato puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui
– Retablo de la Majestad (detalle) 1308-1311. Duccio da Boninsegna. Museo dell’Opera del Duomo, Siena (Italia)
‘Y viendo Pilato que no conseguía nada, sino que más bien se estaba formando un tumulto, tomó agua y se lavó las manos delante de la multitud, diciendo: «Soy inocente de la sangre de este justo; ¡allá vosotros!» Y respondiendo todo el pueblo, dijo: «¡Caiga su sangre sobre nosotros y sobre nuestros hijos!» Entonces les soltó a Barrabás, pero a Jesús, después de hacerle azotar, le entregó para que fuera crucificado.’ (Mt 27:24-26)
Este gesto de Pilato, que todos conocemos y del cual deriva la expresión «me lavo las manos», usada habitualmente en nuestro lenguaje cotidiano, es quizá lo único —o poco más— que generalmente se sabe de Pilato, gobernador de Judea.
Sin embargo, su vida y su muerte han sido narradas tanto por fuentes históricas como por otras consideradas apócrifas o pertenecientes a la tradición. En algunas Iglesias cristianas es considerado santo y objeto de culto, en particular en la Iglesia etíope, donde goza de una liturgia propia celebrada el día 25 del mes de Sané, actualmente 25 de junio, y también en la Iglesia copta, en Egipto.
Para otras confesiones cristianas no solo es santo, sino también mártir de la fe, ejecutado en Roma. De hecho, una leyenda cuenta que, tras haber sido destituido de su cargo en Judea, regresó a Roma y se convirtió al cristianismo por influencia de su esposa Prócula. Este martirio suyo se narra en varios escritos, como ‘Los Hechos de Pilato’ o ‘La Paradosis de Pilato’, fechados aproximadamente tres siglos después de los hechos a los que aluden. Y aunque se trata de relatos inventados, fueron traducidos a muchas lenguas del Oriente mediterráneo, incluso al árabe, y su contenido llegó hasta el punto de santificarlo, al ser considerado un medio necesario que permite a Cristo cumplir su misión.
‘Urbs sanguinum’, così chiamò Napoli l’abate parigino Jean Jacques Bouchard che soggiornò in questa città dal 1631 al 1641. È vero che questo plurale ‘sangui’ pare un poco stridente all’orecchio, non siamo abituati a usare questo sostantivo al plurale. Ma a Napoli è proprio così. Non esiste al mondo una città che conservi gelosamente il sangue di tanti santi1, non solo quello di San Gennaro2, il piú famoso. Una vera e propira emoteca. E ‘i sangui’ di queste ampolle, in un modo o nell’altro, anche loro fanno o fecero ‘il prodigio’, ossia quello di liquefarsi, in tutto o in parte, passando per diversi stadi, colori e consistenze.
Citeremo i più famosi.
Il più famoso di tutti, dopo San Gennaro, è quello di Santa Patrizia, la seconda patrona di Napoli. Questo sangue si da molto da fare, perché non solo si scioglie ogni 25 agosto, giorno della morte della santa, ma anche ogni martedì alle 11, senza eccezioni, sempre che si preghi con fervore e si reciti il Credo, e viene mostrato ai fedeli che assistono. Molto di più di quello di San Gennaro, il cui prodigio avviene, se tutto va bene, solo tre volte l’anno.
– Reliquiario con il sangue di Santa Patrizia
Santa Patrizia (emula della sirena Parthenope3 o la sua versione cristiana) era di origini orientali, di Costantinopoli. La sua biografia è abbastanza incerta cominciando dalla sua datazione, perché alcune fonti indicano che nacque nel IV secolo ed altre nel VII. Le prime sostengono che visse ai tempi dell’imperatore Costantino il Grande, e addirittura che ne fosse parente, e le altre che ne fosse solo una discendente. La leggenda narra che per sfuggire all’imposizione di sposarsi fugge da Costantinopoli, raggiunge Roma e fa voto di mantenersi vergine. Successivamente sbarca a Napoli, dopo una terribile tempesta che la fa approdare sugli scogli di Castel dell’Ovo, dove fonda un ordine monastico e si occupa di ragazze bisognose. Muore giovane a causa di una malattia e immediatamente dopo viene esaltata dal popolo come santa. Il suo corpo venne portato prima nel monastero dei SS. Nicandro e Marciano e poi, dal 1864, a San Gregorio Armeno dove viene conservato con una ampolla del suo sangue e con un’altra ampolla che contiene una sotanza rossa polverizzata, che avrebbe proprietà taumaturgiche, chiamata la Manna di Santa Patrizia, che era in origine un liquido che colava dalla tomba della santa.
Il culto degli eroi greci e dei martiri cristiani a confronto– Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui
– Procesión de mártires. Mosaico. Basílica de Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna (Italia)
Desde tiempos inmemoriales, las comunidades humanas han sacralizado a sus personajes ejemplares. Hacerlos inmortales para mantener imperecedero su ejemplo, de modo que sirva de guía a la sociedad y a todas las generaciones futuras, es el propósito de estas comunidades. En este contexto, el papel de la sociedad es fundamental. No existe ni mártir ni héroe si la sociedad no lo recuerda.
Sin embargo, el primer requisito para salvar a estas personas de la muerte en la memoria colectiva es precisamente la muerte misma, porque tras la muerte comienza su vida eterna. La muerte convierte en inmortal a un ser mortal, que así será recordado y vivirá para siempre.
– L’espulsione di Adamo ed Eva dal Paradiso. Francesco Curradi (1570-1661) – Collezione Privata Alinari, Firenze
Per quanto assurdo possa sembrare, anche i nostri progenitori hanno un luogo dove possono essere ricordati e venerati. I luoghi dove furono sepolti Adamo ed Eva sono stati identificati nel corso dei secoli, visitati da molti pellegrini con devozione, fede o curiosità. Questo sí, nella maggior parte dei casi troviamo che Adamo ed Eva non sono sepolti nello stesso luogo, oltre al fatto che questi luoghi cambiano, a seconda delle tradizioni.
-Tomba dei Patriarchi. Hebron, Cisgiordania
Secondo la Bibbia, Genesi 5,5, Adamo morì all’età di 930 anni però non specifica dove si trova la sua tomba. Di Eva non se ne fa nemmeno menzione, ma la tradizione dice che morì dopo Adamo. Però questo non ha impedito lo sviluppo di varie congetture. Nella tradizione ebraica le sepolture di Adamo ed Eva sarebbero situate nella grotta di Machpelah a Hebron, la famosa ‘Tomba dei Patriarchi’, sepoltura di Abramo, Isacco e Giacobbe e delle loro mogli. Una tradizione islamica indicherebbe la sepoltura di Adamo vicino alla Mecca, sul Monte Abu Qubays, la ‘Montagna della Misericordia’ e in un’altra coincide con la tradizione ebraica. Quanto a Eva, secondo la tradizione islamica, sarebbe sepolta a Gedda, in Arabia Saudita, sulla via per la Mecca. Ma di questo ne parleremo dopo.
Le reliquie di San Luca. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui
– San Lucas evangelista – El Greco
Luca, probablemente la abreviatura de Lucano, era pagano y era médico. En la época de la predicación y muerte de Jesús él estaba lejos de Palestina. De hecho, Lucas era de Antioquía, capital de la provincia romana de Siria, la actual Antakya, en el sudeste de Turquía. Se convirtió al cristianismo hacia el año 40, gracias a la predicación de los primeros cristianos en esa ciudad. Por los Hechos de los Apóstoles, atribuidos a él mismo, y por las cartas de San Pablo, además de, como siempre, la tradición, tenemos mucha información sobre su vida junto a Pablo.
– San Lucas. Atribuido a Rafael. Roma, Accademia di San Luca
Lucas es considerado una persona de gran cultura, como consecuencia de haber recibido una sólida formación greco-helenista, acorde con el elevado estatus social correspondiente a su profesión. También cultivaba el arte y la literatura. Parece probable que conociera personalmente a la Virgen María, porque el Evangelio de Lucas es el único de los tres que da muchos detalles de la infancia y adolescencia de Jesús, que nos habla de la Virgen antes del nacimiento de Cristo, de la Anunciación, la visita a Isabel y el nacimiento de Juan el Bautista. San Lucas habría obtenido esta información directamente de María, único testigo todavía vivo. Siempre según la tradición, hizo varios retratos de ella, ya que la pintura era una de sus actividades preferidas. Sin embargo, no existen pruebas que demuestren esta habilidad suya. Son numerosos los retratos de la Virgen atribuidos a San Lucas presentes en varios lugares del mundo cristiano. Incluso muchos le atribuyen la primera imagen existente de la Virgen (siglos I–II), que puede verse en Roma, en las catacumbas de Santa Priscila. Todo esto ha hecho que sea considerado el iniciador de la iconografía cristiana. Esta tradición surge en el contexto de la controversia iconoclasta (726–843), y de la búsqueda de tradiciones que demostraran un origen apostólico del uso de las efigies sagradas, precisamente para contrarrestar la iconoclastia.
– Salus Populi Romani. Es la imagen más famosa de entre las atribuidas a San Lucas. Roma, Basílica de Santa María la Mayor
Sin embargo, sabemos muy poco de él después de la muerte de Pablo. Algunas fuentes indican que Lucas habría evangelizado Dalmacia, la Galia, Macedonia y Acaya. Luego Beocia, una antigua región de Grecia cerca de Corinto, sede de varios reinos importantes, como el de Tebas, ciudad donde habría muerto a los ochenta y cuatro años, célibe y sin haber tenido hijos. San Gregorio Nacianceno sostiene, en cambio, que fue martirizado en Patras junto con el apóstol Andrés.
– San Martino e il mendicante, 1597/1599, El Greco, National Gallery of Art, Washington D.C.
Il “responsabile” è San Martino di Tours. Martino era figlio di un veterano della guardia imperiale romana che, anche se non aveva ricevuto una formazione militare, nel 331 si dovette arruolare, per editto imperiale, dovuto alla condizione di suo padre. Era di origine della Pannonia (Ungheria), ma la sua famiglia fu trasferita a Pavia quando era ancora un fanciullo. Quando fu arruolato dovette trasferirsi da Pavia a Sabaria, l’attuale Amiens. Come possiamo apprendere dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, nel 335, all’età di circa 20 anni, un giorno d’inverno, durante una ronda, gli si fece incontro un povero seminudo. Martino prese la sua spada e divise in due parti la sua cappa: una parte la dette al povero e si coprì con l’altra1. La notte dopo gli apparve Cristo coperto dalla parte di cappa che era stata donata al povero. Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Martino si fece battezzare, si rifiutò a combattere e lasciò l’esercito.
– San Martino divide il suo mantello, Antoon Van Dyck, 1621, Royal Collection, Castello di Windsor, Regno Unito
Cominció una vita cristiana al fianco del suo maestro, il vescovo di Poitiers, dedicandosi al prossimo e diffondendo il cristianesimo. Dolpo un breve noviziato di vita eremitica nell’isola Gallinaria (Savona) Martino fondó due monasteri: Ligugé, il piu antico d’Europa, e Marmoutier, che diventerà, in seguito, un importante centro di vita religiosa. Fu quindi un pioniere nell’istituire quello che sarebbe diventato il monachesimo in Occidente. Fu poi nominato vescovo di Tours (371) e gli si attribuiscono molti miracoli. Martino s’impegnò nella lotta contro l’eresia ariana, condannata al I concilio di Nicea (325). Dopo la sua morte avvenuta nel 397 il culto per Martino venne diffuso, soprattutto per combattere disgrazie, molte delle quali venivano attrubuite all’eresia ariana. Il mantello miracoloso venne conservato come un cimelio ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi e successivamente dei Franchi. I re merovingi di Francia erano soliti portare la reliquia della cappa nelle battaglie. Tale reliquia accompagnava i combattenti in guerra e in tempo di pace. Sulla «cappa» di San Martino, si prestavano i giuramenti più solenni. Clodoveo, re dei franchi, ebbe la meglio sui visigoti (507), che seguivano la dottrina ariana, e questo successo venne attribuito a la protezione di San Martino. A questo punto il culto cominció a diffondersi sempre di piú e ben presto divenne il patrono dei Franchi. La cappa che usavano i militari era corta, come quella di San Martino, e per questo veniva chiamata ‘cappella’. La reliquia fu portata poi all’oratorio palatino di Aquisgrana, adiacente al palazzo di Carlo Magno2, città che da questa prese il nome, Aix-la-Chapelle. Quest’oratorio è conosciuto come la Cappella Palatina, che deve questo nome proprio perché alberga la reliquia della cappa di San Martino, e le persone preposte alla sua custodia sono chiamati ‘cappellani’. E così si diffuse il nome di ‘cappella’ con il significato di ‘oratorio’, che sará applicato agli oratori di tutto il mondo.
– Cappella Palatina, Interno. Aquisgrana
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Secondo una tradizione, successivamente incontrò un altro mendicante e gli regalò l’altra metà del mantello: subito dopo, il cielo si schiarì e la temperatura si fece più mite. Da qui nasce il detto “estate di San Martino”, che è un modo di dire popolare che indica un periodo di clima mite e soleggiato che si verifica intorno all’11 novembre, giorno in cui si celebra San Martino di Tours.
Del complesso del palazzo di Carlo Magno oggi resta sola la Cappella Palatina, che è integrata nella cattedrale di Aquisgrana (Aix-la-Chapelle in francese, Aachen, in tedesco).
Esiste il Purgatorio? Puoi leggere quet’articolo in italiano cliccando qui
Si no has sido un gran pecador, o si lo has sido y te has arrepentido, pero aún te queda algún que otro pecadillo, todavía tienes la posibilidad de ir al Paraíso pasando antes por el Purgatorio que, como su propio nombre indica, sirve para “purgar” el alma y dejarla pura y ligera, lista para presentarse ante la puerta de San Pedro y así vivir eternamente al lado de Nuestro Señor.
El concepto de Purgatorio, como tercer lugar del más allá donde se purifican los pecados menores, es el resultado de una lenta y progresiva transformación de las creencias medievales, que llega a su culminación hacia la segunda mitad del siglo XII, aunque de algún modo pretende basarse en algunos pasajes bíblicos (Mt. 12, 32; 1 Cor. 3, 11-15) y en la costumbre de orar por los muertos para aliviar su condición y reducir su tiempo de estancia (2 Mac. 12, 39-46). Pero fue ciertamente Dante Alighieri, en su Divina Comedia, quien lo hizo famoso, dándole además una forma concreta: una montaña que surge del mar, compuesta por cornisas concéntricas.
– Catacombe di Kom el-Shuqafa (Alessandria, Egitto). Il bassorilievo del pilastro di destra rappresenta il dio Anubis vestito da soldato romano
Le catacombe non sono un fenomeno esclusivo dell’Italia. Esistono importanti siti di sepoltura sotterranei in diversi paesi, soprattutto nelle aree influenzate dall’Impero Romano e dal cristianesimo primitivo. Molto sono di epoca paleocristiana, ma molte altre sono di epoche molto più recenti che rispondono a diverse esigenze socio-culturali o religiose. Altre non sono nemmeno cimiteri.
Europa
Numerose catacombe sono presenti in vari paesi europei come la Francia, la Spagna, Germania, Grecia, Malta o Ungheria, anche se non tutte rispondono al concetto ‘classico’ di ‘catacomba’, ossia ‘sotterranea’ e ‘cimitero’. Fra le più famose citeremo quelle di Parigi, quelle di di San Paolo (Rabat, Malta) e quelle di Odessa. Una menzione speciale merita il cimitero paleocristiano di Tarragona (Spagna), la necropoli paleocristiana più importante dell’Europa Occidentale (III – V secolo).
Catacombe di Parigi (Francia)
Risalgono al XVIII secolo, quando Parigi affrontava una grave crisi sanitaria a causa del sovraffollamento dei cimiteri. Si decise di trasferire le ossa nelle antiche gallerie sotterranee ricavate da cave di pietra di epoca romana, a venti metri di profondità. Contengono i resti di circa sei milioni di persone. Anche se vengono chiamate ‘catacombe’ si tratta sostanzialmente di un enorme ossario. Oggi, si estendono per circa 280 chilometri sotto la città, ma solo una piccola parte è accessibile al pubblico. All’interno, i teschi e le ossa sono disposti artisticamente lungo le pareti. Le ossa sono etichettate con le date e i nomi dei cimiteri di origine. Inoltre troviamo iscrizioni, monumenti e cappelle sotterranee, alcune delle quali decorate con antiche incisioni. Nonostante l’accesso regolamentato, visitatori clandestini si addentrano continuamente nei tunnel chiusi al pubblico, scoprendo spazi nascosti come sale di concerti, gallerie d’arte improvvisate e persino cantine di vini dimenticate, costituendo delle attuali sfide di conservazione. Furono utilizzate anche durante la Seconda Guerra Mondiale sia dalla Resistenza che dalle forze tedesche occupanti. Sono le seconde piú grandi del mondo dopo quelle di Odessa. Visitabili con accesso limitato, rappresentano una delle attrazioni piú popolari della città.
– Catacombe di Parigi
Catacombe di San Paolo (Rabat, Malta)
Il complesso delle Catacombe di San Paolo è uno dei primi insediamenti della cristianità in Occidente e costituisce una delle principali testimonianze del periodo paleocristiano a Malta. Sebbene siano associate all’epoca romana, le catacombe sono state usate sia prima, probabilmente sin dal periodo punico, che molto dopo. Furono usate da cristiani, pagani ed ebrei, e sono divise tra loro in tre aree. Costituiscono il più grande complesso di sepoltura sotterraneo di Malta e testimoniano l’importanza dell’isola nell’antichità. Diverse sono le tipologie di sepoltura, essendo le piú frequenti de cosiddette tombe a baldacchino. Contengono affreschi, iscrizioni e banchi in pietra per i banchetti funebri (refrigerium). Lungo i corridoi e nelle camere sono ancora visibili le decorazioni dell’epoca, tra cui illustrazioni realizzate con vernice rossa. Ci sono poi incisioni all’esterno di alcune camere che si ritiene fossero sepolture familiari. Ospitano un gran numero di cripte per i più dei 2000 m² della loro estensione. Nel 1200 circa, durante la ricristianizzazione dell’isola, parte del sito è stato adibito a santuario cristiano decorato con dei dipinti alle pareti. Nel 1894, le catacombe sono state oggetto di un intervento di ripulitura e di studio. Sono visitabili.
– Catacombe di San Paolo (Rabat, Malta)
Catacombe di Odessa (Ucraina)
Con un labirinto di gallerie di circa 2.500 kilometri, su tre livelli per un’altezza di circa 30 metri, sono le piú estese del mondo. Sono nate come cave di estrazione di pietra calcarea, non come cimitero, ma in alcuni momenti servirono come luoghi di sepoltura, per nascondere i cadaveri dei prigionieri partigiani sovietici uccisi dai tedeschi, come rifugi o basi partigiane durante la Seconda Guerra Mondiale e, piú recentemente, come rifugio antiatomico della recente guerra fredda. Durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i sovietici furono costretti ad abbandonare la città, lasciarono decine di gruppi armati nascosti sotto il suolo della stessa. Quest’esercito sotterraneo si dedicava al sabotaggio e allo spionaggio dei nazisti. Ed ancora, alcuni di questi spazi sono stati organizzati come dormitori, ospedale di guerra o angoli “ricreativi” per i guerriglieri dell’Asse. Ma furono usate anche da contrabbandisti, criminali, massoni e da eccentrici. Anche se la pietra si estraeva da tempi immemorabili, in un’epoca ancora non determinata, la loro maggiore espansione è del secolo XVII e ancora di più nel XIX, quando si estrassero i grandi blocchi per costruire la città. Non sono ancora state del tutto esplorate e continuamente si scoprono nuovi cunicoli o un deposito di armi. Anche se l’accesso è consentito solo con una guida, perché avventurarsi da solo è molto pericoloso, molti dilettanti ‘speleologi’ entrano in questo labirinto e si perdono, perché ci sono centinaia di ingressi conosciuti, alcuni dei quali non custoditi. Circolano molte storie di persone che non ne sono piú uscite.
– Catacombe di Odessa (Ucraina)
Resto del mondo
Quanto al resto del mondo, in Africa ne abbiamo in Egitto (El-Bagawat e Kom el-Shuqafa, Alessandria), Tunisia (Susa) o in Libia (Sirte); nel Medio Oriente in Crimea (Kerch), Israele (Bet Shearim), queste ultime dichiarate patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, o in Turchia (diversi luoghi). In America Latina, quelle di Lima (Perù, Monastero di San Francesco). Negli Stati Uniti a Washington, sotto il Monastero Francescano della Terra Santa in America, abbiamo delle catacombe, costruite in cemento nel XX secolo, fatte ad imitazione delle catacombe cristiane dei primi secoli con il fine di mostrare come erano a coloro che non possono viaggiare. Conservano lo scheletro di un bambino che una leggenda vuole fosse un martire del II secolo, giunto dalle catacombe di San Callisto di Roma. Tutte meritano speciale menzione, ma daremo alcuni cenni solo su alcune di queste: Kom el-Shuqafa (Egitto), Derinkuyu (Turchia) e Lima (Perù).
Catacombe di Kom el-Shuqafa (Alessandria, Egitto)
Un tesoro di arte egizia, greca e romana, con sculture e tombe ipogee del II secolo d.C., rappresenta una sintesi unica dei panteon grecoromani e di quello egizio, dimostrando un sincretismo culturale vissuto nella regione con le successive dominazioni culturali. Quindi troviamo una serie di tombe, statue e oggetti del culto funerario faraonico con influenza ellenistica e romana, come per esempio un straordinaria rappresentazione del dio Anubis, con la testa di sciacallo, vestito come un soldato romano, con lancia, scudo e corazza. Riscoperte accidentalmente a metà del ‘900 nella località chiamata ‘la collina dei cocci’ da cui prendono il nome, rappresentano uno dei più importanti siti archeologici egiziani di epoca romana e la necropoli greco-romana piú grande dell’Egitto. I suoi oltre 30 m di profondità si articolano in tre livelli. L’accesso è possibile grazie a una scala che scende a spirale intorno al pozzo centrale, nel quale venivano calati i corpi mummificati dei defunti, e che dava accesso alle tombe, scavate nella roccia, e a un triclinium dove si tenevano i banchetti per i funerali o commemorazione dei defunti. Le tombe piú lussuose avevano nicchie con i sarcofagi, decorate con bassorilievi e pitture di gusto sincretistico. È probabile que inizialmente fossero scavate per essere adibite a mausoleo di una sola famiglia, ma poi si espansero per ospitare tombe di numerosi altri individui. Visitabili.
– Catacombe di Kom el-Shuqafa (Alessandria, Egitto). Ingresso intermedio
Catacombe di Derinkuyu (Cappadocia, Turchia)
Più che di catacombe, si tratta di una vera e propria città sotterranea, la piú grande del mondo. Ma non è l’unica in Cappadocia. Ne esistevano circa 200, 36 scoperte, ed erano collegate fra di loro. Risale niente di meno che all’epoca degli hittiti (circa 1.400 a.C circa), amplilata posteriormente dai frigi (sec. VIII a.C.) e dai persiani (VI sec. a.C), ed era utlizzata come rifugio contro le incursioni di popoli nemici. Però la sua maggiore estensione avvenne durante l’impero bizantino fra l’VIII ed il XII sec. d.C., quando fu utlizzata come rifugio contro le invasioni arabe. Ha una profondità di 85 metri su 8 livelli. Le decine di gallerie non hanno nessuna luce naturale. Gli abitanti di questa città sotterranea furono capaci di costruire sotto terra tutto il necessario per sovravvivere per lunghi periodi senza bisogno di dover uscire. Potrebbe aver ospitato circa 20.000 persone, così come il bestiame e gli attrezzi per la sopravvivenza. In essa si possono trovare spazi destinati a chiese, stalle, refettori, scuole, negozi, cucine, impianti per la spremitura dell’uva e delle olive… Tutti i vani erano comunicati medianti gallerie, passaggi, scale… Ed esistono aperture di areazione che comunicano con la superficie, cosí come diversi pozzi di acqua potabile. Nonostante la grandissima estensione di questa città sotterranea, la sua scoperta fu relativamente recente (1963) e dovuta al caso. Gli accessi che comunicavano con la superficie potevano essere bloccati con pesanti ruote di pietra per impedirne l’entrata. La città non venne più usata dopo la Prima Guerra Mondiale e la nascita della Repubblica Turca. Attualmente sono visitabili solo i primi 4 livelli
– La città sotterranea di Derinkuyu (Cappadocia, Turchia). Illustrazione che mostra la vita nella città
– Cittá sotterranea di Derinkuyu (Cappadocia, Turchia)
Catacombe del Monastero di San Francesco (Lima, Perù)
Si trovano sotto le fondamenta del magnifico monastero di San Francesco. Sono di epoca coloniale XVI-XIX sec. e si tratta di un vasto reticolo di gallerie, camere funerarie e fosse comuni con resti di circa 25.000 persone. Costituiscono una delle maggiori attrazioni di Lima, testimonianza della sepoltura conventuale coloniale. Questo cimitero venne utilizzato fino all’inizio del XIX secolo come uno dei principali luoghi di sepoltura per i fedeli della capitale peruviana. In molte sale le ossa sono state disposte in forme geometriche, quasi decorative: cerchi, spirali e motivi simmetrici che colpiscono per la loro macabra armonia, probabilmente frutto di un restauro del XX secolo. Queste sepolture erano riservate in particolare ai membri della comunità religiosa e ai fedeli che desideravano essere sepolti in terra consacrata. Le catacombe furono progettate anche con funzione antisismica: le gallerie e le fosse contribuivano a stabilizzare l’edificio soprastante. Secondo la tradizione, esistevano cunicoli sotterranei che collegavano il monastero ad altri edifici del centro storico di Lima, come il Palazzo del Governo o il Tribunale. Sono visitabili
– Catacombe del Monastero di San Francesco (Lima, Perù)
Guru Granth Sahib: Il libro sacro dei Sikh – Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui
Tras la predicación de Guru Nanak, en el siglo XVI, nació el sijismo en la ciudad de Kartarpur Sahib, Punjab, al noroeste de la India, y actualmente está extendido por todo el mundo con unos 28 millones de fieles, aunque la mayoría reside en el Punjab y en los países anglófonos. Las enseñanzas de su fundador, así como las de los nueve gurús que le sucedieron, están recogidas en el Guru Granth Sahib1, el libro sagrado de la comunidad.
El décimo y último de estos gurús, Guru Gobind Singh Ji, antes de morir, en 1708, decidió que el Guru Granth Sahib debía ser su sucesor, el próximo gurú, y por lo tanto, desde ese momento, el libro sagrado de los sijs² se considera como una persona, un gurú viviente, el último e imperecedero.
Este texto sagrado consta de 1430 páginas que recogen no solo las enseñanzas de sus diez gurús, sino también las de varios santos de otras religiones, entre ellas el hinduismo y el islam. Contiene alrededor de 3.380 himnos y más de 15.000 estrofas. Está escrito en hindi arcaico y la escritura utilizada es un alfabeto especial, llamado Gurmukhi, instituido por el segundo gurú. La primera versión del Guru Granth Sahib fue compilada en 1604 por el quinto gurú, Arjan Dev, mientras que la segunda y última versión fue obra del gurú Gobind Singh Ji y data de 1705. Fue llevado a Amritsar, al Templo Dorado, en el Punjab, capital del sijismo y también principal centro de peregrinación.
En los templos sijistas (Gurdwara), en la parte más importante de la sala de oración (Darbar Sahib) hay una plataforma (manji), una especie de atril, cubierta por un dosel, decorada con materiales preciosos, donde se coloca el libro, envuelto en una tela preciosa, y por la noche se deposita ceremoniosamente en un repositorio cubierto con telas especiales decoradas. Cuando los fieles entran en la sala, se arrodillan o se inclinan ante el Guru Granth Sahib, se cubren la cabeza y se quitan los zapatos en su presencia. Mientras se lee el libro, se agita sobre él la pluma sagrada (Chauri), una especie de abanico hecho con pelo de caballo blanco o yak insertado en un mango de lana o plata.
– El Chauri se agita sobre el libro sagrado durante la lectura para evitar que se posen insectos o polvo sobre él.
La instalación y el transporte del Guru Granth Sahib están regulados por normas estrictas. En circunstancias ideales, se necesitan cinco sijs bautizados para trasladar el Guru Granth Sahib de un lugar a otro. En señal de respeto, se lleva sobre la cabeza y la persona camina descalza. Cada vez que un devoto lo ve pasar, se quita los zapatos y se inclina. La plataforma o trono en el que se sienta el libro sagrado es venerado como símbolo sagrado: ante él, los fieles depositan sus ofrendas en dinero o comida y nunca le dan la espalda.
– Guru Nanak Dev Ji, fundador del sijismo, con los nueve gurús que le sucedieron
El sijismo nace del deseo de su fundador de armonizar las dos religiones, el hinduismo y el islam, ya que la zona del Punyab era escenario de terribles enfrentamientos entre los hindúes locales y los musulmanes invasores del imperio mogol. Del hinduismo toma la creencia en la transmigración de las almas (Samsara) y los efectos de las acciones en las vidas sucesivas (karma). El objetivo final es romper el ciclo de renacimientos, excepto que la liberación no se ve como una anulación del yo, sino como una unión con Dios, que es Uno e indivisible, como el Dios de los musulmanes. Esta unión se consigue mediante la fe en Dios y el comportamiento recto. Y al igual que los musulmanes, los sijs creen que Dios creó el mundo y que Su voluntad lo gobierna todo. Un solo Dios, por lo tanto, llamado «Woheguru», que significa «Gran Maestro».
El código de conducta del sijismo prescribe que es necesario llevar una vida moral, controlar los cinco vicios3, prestar servicio a la comunidad y a los pobres, trabajar honestamente y compartir las ganancias, luchar con valentía cuando sea necesario, abstenerse de adorar ídolos y de prácticas supersticiosas, recordar al creador en todo momento4, seguir una dieta totalmente vegana y excluir el tabaco y el alcohol. El «Amrit Sanchar», una especie de bautismo, es el rito que permite entrar en la comunidad de creyentes (Khalsa) cuando una persona considera que ha alcanzado la madurez espiritual adecuada. No es indispensable para ser sij, pero se considera un signo de dedicación total a la fe. La ceremonia es oficiada por cinco sijs bautizados. Desde el nacimiento, la terminación «Singh» (león) para los hombres y el nombre «Kaur» (princesa) para las mujeres indican la pertenencia al pueblo sij.
Los signos físicos de la fe son las llamadas 5 «k»:
1) Kesh (cabello largo recogido en un turbante, obligatorio para los hombres y a veces también utilizado por las mujeres);
2) kangha (el peine, signo de cabello recogido de forma ordenada, a diferencia del crecimiento «libre» y desordenado de los ascetas hindúes);
3) kara (una pulsera de hierro, que representa el control moral en las acciones y el recuerdo constante de Dios);
4) kachera (calzoncillos o pantalones cortos);
5) kirpan (espada ceremonial, que hoy en día se destaca como símbolo religioso de fortaleza y lucha contra la injusticia, no como arma)
– El Harmandir Sahib, también conocido como el Templo Dorado, es el santuario más importante de la religión sij (Amritsar, Punjab, India).
Todos los seres humanos son iguales ante Dios, por lo que no existe el sistema de castas. Existe una igualdad absoluta entre mujeres y hombres; es más, la mujer es una figura muy respetada por su papel en la familia y en la sociedad. Puede participar, practicar y oficiar servicios religiosos. La inexistencia del clero y de cualquier forma de ascetismo y mortificación del cuerpo, del celibato y del culto a las imágenes son otras características de esta religión, así como el reparto de bienes y la justificación de la «guerra santa» entendida como instrumento para combatir las injusticias.
Los numerosos santuarios sij se denominan «Gurdwara», es decir, «Templo del Señor», y están abiertos a todos, independientemente de su origen o religión. La única restricción es que los visitantes no deben beber alcohol, comer carne, fumar cigarrillos ni consumir otras drogas mientras se encuentren en el santuario. En todos los templos sij hay una zona donde se preparan y distribuyen comidas para todos los que las necesitan. Es el «Langar», o comedor comunitario. Una de las ceremonias fundamentales es la de consumir una comida en común como signo de adhesión a una vida de caridad y servicio. Se sienta en el suelo como signo de igualdad. Cada uno participa según sus posibilidades y recibe según sus necesidades. Es gratuito para todos.
El templo por excelencia es el santuario Harmandir Sahib en Amritsar, en el Punjab, también conocido como el «Templo Dorado» y que data del siglo XVI. Sus cúpulas y su techo en forma de loto invertido están recubiertos de láminas de oro. En el «Langar» de este templo se cocinan comidas para unas 100.000 personas al día. Centro político y religioso, además de comercial, el templo siempre ha sido escenario de innumerables conflictos. Fue ocupado y profanado por los afganos en 1756 y destruido en 1764. La última profanación tuvo lugar en 1984, cuando el ejército indio lo dañó gravemente bombardeándolo e incendiándolo debido a las diferencias entre el movimiento separatista sij y el Gobierno de Nueva Delhi, que se originaron cuando en 1947 se estableció la frontera entre la India y Pakistán, que dividió el Punyab en dos. Se sucedieron repetidos episodios de violencia hasta mediados de los años 90 del siglo pasado.
El símbolo más importante del sijismo es el «Khanda», que representa el poder creativo universal y toma su nombre de la espada de doble filo que se encuentra en el centro, símbolo del Conocimiento Divino; el círculo simboliza el infinito; las dos espadas exteriores representan el equilibrio espiritual y temporal del universo.
En cada templo se coloca una bandera amarilla, la Nishan Sahib, con el diseño del «Khanda».
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1.- «Gurú» significa maestro, guía espiritual; «Granth», libro; «Sahib» es un título honorífico, señor.
2.- «Sij» significa discípulo.
3.- Los cinco vicios son: lujuria, ira, apego, soberbia y avaricia.
4.- Recitar diariamente y repetidamente el Nombre del Señor (Nam), también a través del canto de himnos, es un precepto de extrema importancia para que el creyente alcance la liberación.