Giuseppe Garibaldi ( 4.7.1807 – 2.6.1882) era mítico anche prima di morire. Era ‘l’uomo della Provvidenza’ destinato a compiere un’aspettativa che durava da venti generazioni: fare l’Italia. Il popolo lo adorava e in un certo senso egli ‘sacralizzava’ i luoghi dove passava. Transformava in reliquie quello che toccava attravaerso quello che chiamavano ‘il tocco’ di Garibaldi, a cui perfino gli si attribuivano proprietà taumaturgiche. Addirittura amministrava sacramenti. Insomma, si era creata una religione laica, basata sulla sua persona e sul suo anticlericalismo, che si sovrapponeva a quella ‘classica’ cattolica. L’eroe era quindi il centro di una religione politica garibaldina. Lui stesso alimentava questo culto distribuendo reliquie di sé: mantelli, camicie rosse, bende con gocce di sangue, ciocche di capelli, fotografie firmate, lettere manoscritte…. Aveva persino previsto, nei suoi testamenti, come continuare a distribuire queste sue reliquie, piú specificamente, le sue ceneri per creare luoghi di culto. Ma queste sue volontà non furono rispettate, come vedremo.
Quante raccolte di teschi e ossa abbiamo incontrato durante visite a catacombe, cripte, sotterranei e antiche chiese? Spesso questi resti vengono persino disposti secondo criteri artistici e vengono a ricordarci la fragilità e la brevità dell’esistenza umana. Alcuni luoghi, però, raccontano qualcosa di più inquietante: non solo la caducità della vita, ma anche la straordinaria capacità dell’uomo di essere crudele verso i propri simili.
Uno degli esempi più impressionanti è la Torre dei Teschi, o Ćele kula, di Niš, in Serbia.
Una famosa reliquia del sangue di Cristo rubata e restituita. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui
En la noche del 1 al 2 de junio de 2022, un relicario que contenía dos ampollas de plomo con la sangre de Cristo y otros catorce objetos sagrados fue sustraído de la abadía de Fécamp, en Normandía, y devuelto por los ladrones apenas algo más de un mes después.
El coleccionista de arte e historiador neerlandés Arthur Brand, conocido también como el «Indiana Jones del mundo del arte» y especialista en la recuperación de obras de arte robadas, recibió pocos días después del robo un correo electrónico de un remitente anónimo que afirmaba actuar en nombre de otra persona en cuya casa se encontraban los objetos sagrados robados. O bien los destruían o se los enviaban para que fueran restituidos. Aproximadamente una semana después, alguien llamó al timbre de su casa en los Países Bajos. Cuando el coleccionista abrió la puerta, no había nadie; únicamente una caja en el suelo.
Il cuore di Chopin. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui
Chopin, grandísimo compositor y pianista que no necesita presentación, siempre llevó a su Polonia en el corazón. En 1830, cuando estalló la revuelta de Varsovia contra la ocupación rusa, él se encontraba en París y se vio obligado a permanecer allí, eligiendo un exilio forzado para sustraerse al gobierno autocrático zarista.
Frédéric Chopin nació en 1810 cerca de Varsovia, de madre polaca y padre francés, y a la edad de siete años compuso su primera obra. Desde ese momento no dejó nunca de componer. Desde que abandonó Polonia visitó Praga, Viena y París, esta última ciudad donde pasó aproximadamente 17 años y donde murió en 1849. Frecuentando los ambientes culturales parisinos, en 1836, en casa de Franz Liszt, conoció a Aurora Dupin, baronesa de Dudevant, escritora y divorciada con dos hijos, que se hacía llamar George Sand. George Sand se convirtió en su amante y su relación duró alrededor de ocho años.
– Béta Giyorgis, chiesa di San Giorgio, la piú significativa e conosciuta di Lalibela
In Etiopia, se Aksum presume di conservare l’Arca dell’Alleanza1, Lalibela2 con le sue 11 chiese monolitiche scavate nella roccia al di sotto del livello del terreno e connesse fra di loro con tunnel sotterranei, è un luogo quasi unico al mondo, sia dal punto di vista religioso che architettonico.
Lalibela è una città monastica a 2.630 metri di altezza, circondata e protetta da una barriera naturale di montagne alte più di 4.000 metri nel cuore degli altipiani a nord dell’Etiopia, nella regione degli Amhara. Fino a poco tempo fa era praticamente inaccessibile e arrivarci era un’impresa: per raggiungere la città sacra erano necessari circa due giorni di viaggio a dorso di mulo. Fu questa la sfida che dovettero affrontare i viaggiatori portoghesi che nel XVI secolo fecero conoscere questo luogo agli europei.
La creazione di quest’eccezionale complesso prende il nome dal re Gebre Mesqel Lalibela, della dinastia Zaguè (XII-XIII secolo) ed è legata a una leggenda. Il giorno della sua nascita, il re fu circondato da uno sciame d’api. Questo fatto fu interpretato dalla mamma come un segno premonitore del suo futuro destino come imperatore dell’Etiopia. Infatti, il nome ‘Lalibela’ significa “ le api riconoscono la sua sovranità”. La città, che si chiamava Roha, passò a chiamarsi Lalibela.
‘Urbs sanguinum’, così chiamò Napoli l’abate parigino Jean Jacques Bouchard che soggiornò in questa città dal 1631 al 1641. È vero che questo plurale ‘sangui’ pare un poco stridente all’orecchio, non siamo abituati a usare questo sostantivo al plurale. Ma a Napoli è proprio così. Non esiste al mondo una città che conservi gelosamente il sangue di tanti santi1, non solo quello di San Gennaro2, il piú famoso. Una vera e propira emoteca. E ‘i sangui’ di queste ampolle, in un modo o nell’altro, anche loro fanno o fecero ‘il prodigio’, ossia quello di liquefarsi, in tutto o in parte, passando per diversi stadi, colori e consistenze.
Citeremo i più famosi.
Il più famoso di tutti, dopo San Gennaro, è quello di Santa Patrizia, la seconda patrona di Napoli. Questo sangue si da molto da fare, perché non solo si scioglie ogni 25 agosto, giorno della morte della santa, ma anche ogni martedì alle 11, senza eccezioni, sempre che si preghi con fervore e si reciti il Credo, e viene mostrato ai fedeli che assistono. Molto di più di quello di San Gennaro, il cui prodigio avviene, se tutto va bene, solo tre volte l’anno.
– Reliquiario con il sangue di Santa Patrizia
Santa Patrizia (emula della sirena Parthenope3 o la sua versione cristiana) era di origini orientali, di Costantinopoli. La sua biografia è abbastanza incerta cominciando dalla sua datazione, perché alcune fonti indicano che nacque nel IV secolo ed altre nel VII. Le prime sostengono che visse ai tempi dell’imperatore Costantino il Grande, e addirittura che ne fosse parente, e le altre che ne fosse solo una discendente. La leggenda narra che per sfuggire all’imposizione di sposarsi fugge da Costantinopoli, raggiunge Roma e fa voto di mantenersi vergine. Successivamente sbarca a Napoli, dopo una terribile tempesta che la fa approdare sugli scogli di Castel dell’Ovo, dove fonda un ordine monastico e si occupa di ragazze bisognose. Muore giovane a causa di una malattia e immediatamente dopo viene esaltata dal popolo come santa. Il suo corpo venne portato prima nel monastero dei SS. Nicandro e Marciano e poi, dal 1864, a San Gregorio Armeno dove viene conservato con una ampolla del suo sangue e con un’altra ampolla che contiene una sotanza rossa polverizzata, che avrebbe proprietà taumaturgiche, chiamata la Manna di Santa Patrizia, che era in origine un liquido che colava dalla tomba della santa.
Le reliquie di San Luca. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui
– San Lucas evangelista – El Greco
Luca, probablemente la abreviatura de Lucano, era pagano y era médico. En la época de la predicación y muerte de Jesús él estaba lejos de Palestina. De hecho, Lucas era de Antioquía, capital de la provincia romana de Siria, la actual Antakya, en el sudeste de Turquía. Se convirtió al cristianismo hacia el año 40, gracias a la predicación de los primeros cristianos en esa ciudad. Por los Hechos de los Apóstoles, atribuidos a él mismo, y por las cartas de San Pablo, además de, como siempre, la tradición, tenemos mucha información sobre su vida junto a Pablo.
– San Lucas. Atribuido a Rafael. Roma, Accademia di San Luca
Lucas es considerado una persona de gran cultura, como consecuencia de haber recibido una sólida formación greco-helenista, acorde con el elevado estatus social correspondiente a su profesión. También cultivaba el arte y la literatura. Parece probable que conociera personalmente a la Virgen María, porque el Evangelio de Lucas es el único de los tres que da muchos detalles de la infancia y adolescencia de Jesús, que nos habla de la Virgen antes del nacimiento de Cristo, de la Anunciación, la visita a Isabel y el nacimiento de Juan el Bautista. San Lucas habría obtenido esta información directamente de María, único testigo todavía vivo. Siempre según la tradición, hizo varios retratos de ella, ya que la pintura era una de sus actividades preferidas. Sin embargo, no existen pruebas que demuestren esta habilidad suya. Son numerosos los retratos de la Virgen atribuidos a San Lucas presentes en varios lugares del mundo cristiano. Incluso muchos le atribuyen la primera imagen existente de la Virgen (siglos I–II), que puede verse en Roma, en las catacumbas de Santa Priscila. Todo esto ha hecho que sea considerado el iniciador de la iconografía cristiana. Esta tradición surge en el contexto de la controversia iconoclasta (726–843), y de la búsqueda de tradiciones que demostraran un origen apostólico del uso de las efigies sagradas, precisamente para contrarrestar la iconoclastia.
– Salus Populi Romani. Es la imagen más famosa de entre las atribuidas a San Lucas. Roma, Basílica de Santa María la Mayor
Sin embargo, sabemos muy poco de él después de la muerte de Pablo. Algunas fuentes indican que Lucas habría evangelizado Dalmacia, la Galia, Macedonia y Acaya. Luego Beocia, una antigua región de Grecia cerca de Corinto, sede de varios reinos importantes, como el de Tebas, ciudad donde habría muerto a los ochenta y cuatro años, célibe y sin haber tenido hijos. San Gregorio Nacianceno sostiene, en cambio, que fue martirizado en Patras junto con el apóstol Andrés.
– San Martino e il mendicante, 1597/1599, El Greco, National Gallery of Art, Washington D.C.
Il “responsabile” è San Martino di Tours. Martino era figlio di un veterano della guardia imperiale romana che, anche se non aveva ricevuto una formazione militare, nel 331 si dovette arruolare, per editto imperiale, dovuto alla condizione di suo padre. Era di origine della Pannonia (Ungheria), ma la sua famiglia fu trasferita a Pavia quando era ancora un fanciullo. Quando fu arruolato dovette trasferirsi da Pavia a Sabaria, l’attuale Amiens. Come possiamo apprendere dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, nel 335, all’età di circa 20 anni, un giorno d’inverno, durante una ronda, gli si fece incontro un povero seminudo. Martino prese la sua spada e divise in due parti la sua cappa: una parte la dette al povero e si coprì con l’altra1. La notte dopo gli apparve Cristo coperto dalla parte di cappa che era stata donata al povero. Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Martino si fece battezzare, si rifiutò a combattere e lasciò l’esercito.
Guru Granth Sahib: Il libro sacro dei Sikh – Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui
Tras la predicación de Guru Nanak, en el siglo XVI, nació el sijismo en la ciudad de Kartarpur Sahib, Punjab, al noroeste de la India, y actualmente está extendido por todo el mundo con unos 28 millones de fieles, aunque la mayoría reside en el Punjab y en los países anglófonos. Las enseñanzas de su fundador, así como las de los nueve gurús que le sucedieron, están recogidas en el Guru Granth Sahib1, el libro sagrado de la comunidad.
El décimo y último de estos gurús, Guru Gobind Singh Ji, antes de morir, en 1708, decidió que el Guru Granth Sahib debía ser su sucesor, el próximo gurú, y por lo tanto, desde ese momento, el libro sagrado de los sijs² se considera como una persona, un gurú viviente, el último e imperecedero.
Este texto sagrado consta de 1430 páginas que recogen no solo las enseñanzas de sus diez gurús, sino también las de varios santos de otras religiones, entre ellas el hinduismo y el islam. Contiene alrededor de 3.380 himnos y más de 15.000 estrofas. Está escrito en hindi arcaico y la escritura utilizada es un alfabeto especial, llamado Gurmukhi, instituido por el segundo gurú. La primera versión del Guru Granth Sahib fue compilada en 1604 por el quinto gurú, Arjan Dev, mientras que la segunda y última versión fue obra del gurú Gobind Singh Ji y data de 1705. Fue llevado a Amritsar, al Templo Dorado, en el Punjab, capital del sijismo y también principal centro de peregrinación.
En los templos sijistas (Gurdwara), en la parte más importante de la sala de oración (Darbar Sahib) hay una plataforma (manji), una especie de atril, cubierta por un dosel, decorada con materiales preciosos, donde se coloca el libro, envuelto en una tela preciosa, y por la noche se deposita ceremoniosamente en un repositorio cubierto con telas especiales decoradas. Cuando los fieles entran en la sala, se arrodillan o se inclinan ante el Guru Granth Sahib, se cubren la cabeza y se quitan los zapatos en su presencia. Mientras se lee el libro, se agita sobre él la pluma sagrada (Chauri), una especie de abanico hecho con pelo de caballo blanco o yak insertado en un mango de lana o plata.
– El Chauri se agita sobre el libro sagrado durante la lectura para evitar que se posen insectos o polvo sobre él.
La instalación y el transporte del Guru Granth Sahib están regulados por normas estrictas. En circunstancias ideales, se necesitan cinco sijs bautizados para trasladar el Guru Granth Sahib de un lugar a otro. En señal de respeto, se lleva sobre la cabeza y la persona camina descalza. Cada vez que un devoto lo ve pasar, se quita los zapatos y se inclina. La plataforma o trono en el que se sienta el libro sagrado es venerado como símbolo sagrado: ante él, los fieles depositan sus ofrendas en dinero o comida y nunca le dan la espalda.
– Guru Nanak Dev Ji, fundador del sijismo, con los nueve gurús que le sucedieron
El sijismo nace del deseo de su fundador de armonizar las dos religiones, el hinduismo y el islam, ya que la zona del Punyab era escenario de terribles enfrentamientos entre los hindúes locales y los musulmanes invasores del imperio mogol. Del hinduismo toma la creencia en la transmigración de las almas (Samsara) y los efectos de las acciones en las vidas sucesivas (karma). El objetivo final es romper el ciclo de renacimientos, excepto que la liberación no se ve como una anulación del yo, sino como una unión con Dios, que es Uno e indivisible, como el Dios de los musulmanes. Esta unión se consigue mediante la fe en Dios y el comportamiento recto. Y al igual que los musulmanes, los sijs creen que Dios creó el mundo y que Su voluntad lo gobierna todo. Un solo Dios, por lo tanto, llamado «Woheguru», que significa «Gran Maestro».
El código de conducta del sijismo prescribe que es necesario llevar una vida moral, controlar los cinco vicios3, prestar servicio a la comunidad y a los pobres, trabajar honestamente y compartir las ganancias, luchar con valentía cuando sea necesario, abstenerse de adorar ídolos y de prácticas supersticiosas, recordar al creador en todo momento4, seguir una dieta totalmente vegana y excluir el tabaco y el alcohol. El «Amrit Sanchar», una especie de bautismo, es el rito que permite entrar en la comunidad de creyentes (Khalsa) cuando una persona considera que ha alcanzado la madurez espiritual adecuada. No es indispensable para ser sij, pero se considera un signo de dedicación total a la fe. La ceremonia es oficiada por cinco sijs bautizados. Desde el nacimiento, la terminación «Singh» (león) para los hombres y el nombre «Kaur» (princesa) para las mujeres indican la pertenencia al pueblo sij.
Los signos físicos de la fe son las llamadas 5 «k»:
1) Kesh (cabello largo recogido en un turbante, obligatorio para los hombres y a veces también utilizado por las mujeres);
2) kangha (el peine, signo de cabello recogido de forma ordenada, a diferencia del crecimiento «libre» y desordenado de los ascetas hindúes);
3) kara (una pulsera de hierro, que representa el control moral en las acciones y el recuerdo constante de Dios);
4) kachera (calzoncillos o pantalones cortos);
5) kirpan (espada ceremonial, que hoy en día se destaca como símbolo religioso de fortaleza y lucha contra la injusticia, no como arma)
– El Harmandir Sahib, también conocido como el Templo Dorado, es el santuario más importante de la religión sij (Amritsar, Punjab, India).
Todos los seres humanos son iguales ante Dios, por lo que no existe el sistema de castas. Existe una igualdad absoluta entre mujeres y hombres; es más, la mujer es una figura muy respetada por su papel en la familia y en la sociedad. Puede participar, practicar y oficiar servicios religiosos. La inexistencia del clero y de cualquier forma de ascetismo y mortificación del cuerpo, del celibato y del culto a las imágenes son otras características de esta religión, así como el reparto de bienes y la justificación de la «guerra santa» entendida como instrumento para combatir las injusticias.
Los numerosos santuarios sij se denominan «Gurdwara», es decir, «Templo del Señor», y están abiertos a todos, independientemente de su origen o religión. La única restricción es que los visitantes no deben beber alcohol, comer carne, fumar cigarrillos ni consumir otras drogas mientras se encuentren en el santuario. En todos los templos sij hay una zona donde se preparan y distribuyen comidas para todos los que las necesitan. Es el «Langar», o comedor comunitario. Una de las ceremonias fundamentales es la de consumir una comida en común como signo de adhesión a una vida de caridad y servicio. Se sienta en el suelo como signo de igualdad. Cada uno participa según sus posibilidades y recibe según sus necesidades. Es gratuito para todos.
El templo por excelencia es el santuario Harmandir Sahib en Amritsar, en el Punjab, también conocido como el «Templo Dorado» y que data del siglo XVI. Sus cúpulas y su techo en forma de loto invertido están recubiertos de láminas de oro. En el «Langar» de este templo se cocinan comidas para unas 100.000 personas al día. Centro político y religioso, además de comercial, el templo siempre ha sido escenario de innumerables conflictos. Fue ocupado y profanado por los afganos en 1756 y destruido en 1764. La última profanación tuvo lugar en 1984, cuando el ejército indio lo dañó gravemente bombardeándolo e incendiándolo debido a las diferencias entre el movimiento separatista sij y el Gobierno de Nueva Delhi, que se originaron cuando en 1947 se estableció la frontera entre la India y Pakistán, que dividió el Punyab en dos. Se sucedieron repetidos episodios de violencia hasta mediados de los años 90 del siglo pasado.
El símbolo más importante del sijismo es el «Khanda», que representa el poder creativo universal y toma su nombre de la espada de doble filo que se encuentra en el centro, símbolo del Conocimiento Divino; el círculo simboliza el infinito; las dos espadas exteriores representan el equilibrio espiritual y temporal del universo.
En cada templo se coloca una bandera amarilla, la Nishan Sahib, con el diseño del «Khanda».
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1.- «Gurú» significa maestro, guía espiritual; «Granth», libro; «Sahib» es un título honorífico, señor.
2.- «Sij» significa discípulo.
3.- Los cinco vicios son: lujuria, ira, apego, soberbia y avaricia.
4.- Recitar diariamente y repetidamente el Nombre del Señor (Nam), también a través del canto de himnos, es un precepto de extrema importancia para que el creyente alcance la liberación.
– L’apostolo Pietro accoglie il defunto Pascenzio e lo presenta a una terza persona. Affresco del V-VI secolo. Catacombe di San Gaudioso, Napoli
L’Italia, oltre a Roma, conserva numerose catacombe e complessi ipogei paleocristiani distribuiti soprattutto nelle regioni dell’Italia centro-meridionale, dove il cristianesimo si diffuse più rapidamente nei primi secoli. Nell’Italia settentrionale possiamo trovare diversi spazi ipogei, spesso assimilati a questi cimiteri, ma non catacombe vere e proprie, come per esempio a Ravenna (cripte sotterranee) o a Ivrea (cripte e necropoli paleocristiane) o addirittura ad Aosta (spazi sotterranei paleocristiani). In tutta l’Italia, escludendo Roma, si stima che ce ne siano almeno 70-100. Alcuni sono complessi estesi e documentati, altri piccoli ipogei locali o riutilizzi di necropoli preesistenti pagane, etrusche o romane. Ma la maggior parte sono cristiane. Alcune sono visitabili, altre chiuse o accessibili solo in giornate speciali.
Nei siti misti o sincretici possiamo trovare stratificazioni religiose. Anche se in alcuni casi non è facile distinguere tra uso pagano e cristiano, soprattutto nei secoli di transizione (II–IV sec. d.C.) dove si possono trovare simboli ambigui (es. pavoni, anfore, riti funerari romani), affreschi sincretici (es. scene pastorali, banchetti), nella maggior parte dei casi il contenuto iconografico e le iscrizioni aiutano a identificarne la religione prevalente. Poi ci sono le catacombe ebraiche, fra le quali forse le piú famose sono quelle di Venosa, in Basilicata, scoperte nel 1853.
Oltre a quelli di Roma e del suo suburbio, i più notevoli cimiteri cristiani d’Italia sono quelli di Napoli e di Siracusa. Questi differiscono da quelli di Roma per essere stati in origine cave di pietra; la durezza della roccia ha talora permesso che assumessero dimensioni più vaste e comode in confronto di quelle necessariamente anguste dei cimiteri di Roma. Tuttavia il modo di seppellimento è identico, e i loculi e gli arcosolî di poco differiscono dalle forme usuali. Ma in Italia ce ne sono molti altri, importanti e degni di essere visitati. Citeremo qui di seguito alcuni fra i piú famosi, cercando di diversificare per regione.
Catacombe di San Gennaro – Napoli (Campania)
– La piú antica immagine di San Gennaro. V secolo – Catacombe di San Gennaro, Napoli
Site sulla collina di Capodimonte sono il piú importante monumento del cristianesimo a Napoli e risalgono al II-III secolo. Sono tra le piú grandi del sud d’Italia e sono estese su due livelli, con circa 5.600 metri quadrati scavati nel tufo, 2.000 loculi e 500 arcosoli. Quanto a iconografia e dimensioni sono paragonabili alle catacombe romane. Costituiscono il nucleo di questo vasto cimitero una tomba di un’antica famiglia in cui, dopo successive modifiche, nel V sec. d.C. furono traslate le spoglie di San Gennaro e una cripta del II secolo dove fu sepolto il vescovo di Neapolis, Agrippino. Sono ricche di affeschi e di sepolture episcopali. Notevole è un vasto triclinium le cui pitture pagane furono coperte con soggetti cristiani. Le gallerie del piano superiore hanno pitture di vario soggetto, notevoli fra le altre le visioni del Pastore di Erma, Tre fanciulli che costruiscono una torre, ecc. con raffigurazioni pagane e dipinti bizantini, e custodiscono le prime pitture cristiane del sud Italia. Durante la Seconda Guerra Mondiale vennero utilizzate come rifugio antiaereo per la popolazione. Sono visitabili con percorso guidato.
Catacombe di San Giovanni – Siracusa (Sicilia)
– Basilica e catacombe di San Giovanni (esterno). Siracusa
Sono le più importanti catacombe cristiane della Sicilia e si trovano nel sottosuolo dell’antica Achradina, presso la Latomia dei Cappuccini, annessa alla chiesa di S. Giovanni, la cattedrale medievale siracusana. Risalgono al III–IV secolo e dispongono di una ampia rete ipogea, con pianta a croce latina, formando una vera città sotterranea con grandi e piccoli ambulacri scavati nella roccia calcarea. Nelle intersezioni delle gallerie si notano grandi stanze con volta a botte, illuminate da ampî lucernari. La pianta è quasi perfetta, con un ampio decumano (galleria principale) dal quale si dipartono lateralmente gallerie, a loro volta intersecate da altre gallerie parallele al decumano. Questo fu ricavato da un antico acquedotto greco, le cui tracce sono visibili sulla volta. Inoltre dalla galleria si può accedere alle cinque tombe dei santi o dei martiri, zone più grandi, di forma circolare o quadrata, chiamate di Eusebio, di Adelfia, di Antiochia, delle Sette Vergini e Anonima. Le pareti delle gallerie, nelle quali si aprono le tombe arcuate, sono in più punti rivestite di stucco e adorne d’affreschi con i consueti simboli cristiani. Queste catacombe contengono la cripta di San Marciano, primo vescovo di Siracusa e, secondo la tradizione, avrebbe ospitato l’apostolo Paolo. Sono visitabili con percorso guidato.
Catacombe di Santa Mustiola – Chiusi (Siena, Toscana)
– Catacombe di Santa Mustiola, Chiusi
Di un notevole valore storico e archeologico, sono le piú importanti, meglio conservate ed estese delle tre catacombe presenti nella Toscana. Risalgono al III secolo e furono scoperte accidentalmente del XVII secolo. Chiusi era un importante centro etrusco e nella zona oggi occupata dalle catacombe esistevano vari ipogei funerari scavati nel tufo, tipici estruschi. In età romana alcuni ambienti furono riadattati o ampliati. Poi, in epoca paleocristiana (III-V secolo), questi ipogei vennero, con nuove gallerie scavate, trasformati in catacombe cristiane. Anche se l’impianto visibile oggi è in gran parte frutto dell’epoca cristiana, in più punti si riconoscono riusi di spazi etruschi o romani preesistenti. Sono dedicate alla martire Mustiola, patrona di Chiusi, e probabilmente vi fu sepolta in origine. Si trovano a pochi kilometri da Chiusi, nel luogo dove sorgeva una basilica anch’essa dedicata alla martire. Si compongono di una serie di gallerie che si dipartono dall’ingresso. Due arterie principali presentano alle pareti una serie di simboli e incisioni: le tombe che vi si trovano sono in prevalenza loculi ed arcosoli tra cui un raro arcosolio polisomo destinato a più sepolture. L’intera area funeraria si sviluppa per oltre 200 metri. Il primo vescovo di Chiusi, Lucio Petronio Destro, fu sepolto nella cripta centrale dov’è presente un altare e numerose ed importanti iscrizioni. Con la definitiva distruzione della basilica nel XIX secolo, le spoglie della martire furono trasferite nella concattedrale di San Secondiano. Questo complesso catacombale fu utilizzato come luogo di sepoltura per circa centocinquant’anni, dal III secolo fino agli inizi del V secolo. Sono visitabili con prenotazione obbligatoria.
Catacombe di Santa Sofia – Canosa di Puglia (Barletta- Andria-Trani, Puglia)
– Cristogramma. Catacombe di Santa Sofia, Canosa di Puglia
Il complesso delle catacombe di Santa Sofia, anche conosciuto come il complesso di Lamapopoli, risale al III-V secolo ed è di grande interesse archeologico ricco di testimonianze artistiche, rituali e comunitarie. Si trova subito fuori Canosa di Puglia, lungo la strada statale verso Barletta. Queste catacombe rappresentano le uniche testimonianze di catacombe paleocristiane in Puglia, e sono tra le poche esistenti nell’Italia meridionale, oltre quelle di Napoli e Siracusa. Furono scoperte negli anni ’50 e si trovano su terrazzamenti di un costone roccioso sopra il torrente Lamapopoli. Il grande insediamento cimiteriale comprende ipogei autonomi, familiari e collettivi (almeno 15 identificati finora), scavati a diverse quote e ingressi, senza collegamenti interni. Sono differenziati per estensione, caratteristiche planimetriche e modalità di occupazione funeraria. È stato possibile finora approfondire l’indagine in cinque nuclei, mentre gli altri rimangono solo parzialmente visibili e percorribili. Vi si trovano decorazioni policrome e iscrizioni funerarie, alcune appena tracciate su intonaco fresco, tra cui monogrammi cristologici (come il Chi-Rho). L’area è collegata anche a una necropoli subdiale (sepolcri sopra terra) di età romana, attiva fino a età tardoantica. Diverse campagne di scavo sono state realizzate fra il 2016 ed il 2022 per la messa in sicurezza, restauro e futura apertura al pubblico. Attualmente non sono visitabili.
Catacombe di Sant’Antioco – Sant’Antioco (Cagliari, Sardegna)
– Tomba di Sant’Antioco. Catacombe di Sant’Antioco, Cagliari
Utilizzate fra il II ed il VI secolo, dedicate al martire Antioco e si trovano nella piccola isola di Sant’Antioco, sudest della Sardegna. Sono il risultado del riutilizzo di preesistenti ipogei punici (IV-VI sec. a.C.) collegati fra di loro per creare un cimitero comunitario cristiano. Si accede alle catacombe dalla Chiesa. Si compongono di vari ambienti o camere. Il primo presenta un’abside e una volta appoggiata su sei colonne, con un sarcofago nel centro, attualmente trasformato in altare, che risulterebbe essere la tomba di sant’Antioco, attualmente vuota poiché nel 1615 il corpo del martire fu rimosso su indicazione dell’arcivescovo di Cagliari Francisco de Esquivel e attualmente si trovano in parte nella basilica sovrastante, e in parte a Cagliari ed altri luoghi. La tomba originale fu quindi distrutta in quell’occasione e fu poi ricostruita secondo le dimensioni della precedente. Un secondo ambiente, retrosanctos, si apre dietro il primo, ed era il luogo dove venivano sepolti i personoggi più eminenti della comunità cristiana che desideravano essere sepolti vicino al martire. Altri ambienti comprendono tombe altomedievali, arcosoli decorati con iscrizioni cristiane, affreschi e una rara tomba a baldacchino, databile tra il V e il VI sec. d.C., tradizionalmente indicata come il luogo in cui Sant’Antioco morì prima che fosse arrestato dai soldati romani. Un’antica tradizione ritiene che fosse un medico originario della Mauritania, esiliato in Sardegna dall’Imperatore Adriano per la sua attività di evangelizzazione che nonostante ciò continuò nel suo esilio. Il cristianesimo in Sardegna si diffuse precocemente, anche grazie ai damnati ad metalla, individui che vennero condannati ai lavori forzati nelle miniere dell’isola e anche nella zona del Sulcis-Iglesiente, fin dal II secolo d.C. Nei secoli, intere generazioni hanno tramandato la devozione verso il Santo, rendendo questi luoghi il fulcro della cristianità in Sardegna. Oltre ai vari ambienti cristiani, nelle catacombe di Sant’Antioco esiste anche una parte pagana, dove sono presenti tombe intatte non utilizzate dai cristiani, con nicchie in cui erano posti anche gli effetti personali del defunto. I corpi erano solitamente seppelliti in una cassa di legno, avvolti da un lenzuolo. Le catacombe sono aperte al pubblico e sono l’unico complesso di questo tipo ancora visitabile in tutta la Sardegna.
Catacombe di Santa Vittoria – Monteleone Sabino (Rieti, Lazio)
– Affresco che rappresenta Santa Vittoria. Museo del Santuario di Santa Vittoria. Monteleone Sabino, Rieti.
Sono la parte storicamente ed archeologicamente più rilevante del santuario di Santa Vittoria, la chiesa patronale di Monteleone Sabino, e allo stesso tempo le più catacombe significative della Sabina. L’accesso è nella navata centrale della chiesa, attraverso una stretta porta. Sono databili tra il III e il V secolo. Questo ipogeo rurale, legato al culto della martire Sabina, è un esempio di cristianizzazione delle aree interne del Lazio. I numerosi loculi, arcosoli e cubiculi sono situati nelle diverse gallerie ricavate nel banco tufaceo e l’estensione complessiva dell’area è di circa 40 metri. L’architettura funeraria è particolare, essendo caratterizzata da ampie nicchie in mattoni e una serie di tombe costruite una sull’altra su vari piani paralleli. In alcuni ambienti si conservano ancora affreschi paleocristiani e iscrizioni latine. Secondo la tradizione Santa Vittoria, la patrona del paese, fu vittima delle persecuzioni di Decio (253 d.C.) e fu sepolta in questo luogo. Nella prima saletta all’interno si conserva un sarcofago marmoreo bianco, nel quale la tradizione vuole fossero deposte i resti della santa. Secondo una leggenda del V secolo (e quindi molto posteriore al martirio) Vittoria, col solo sostegno della sua fede, liberò la zona di Trebula Mutuesca1 da un drago che terrorizzava la popolazione, e a seguito di questo prodigio gli abitanti della città divennero cristiani. La notizia indusse un funzionario imperiale a tentare di convertire la giovane al culto di Diana e, di fronte al suo rifiuto, la condannò a morte. Le catacombe sono aperte al pubblico e visitabili solo con guida autorizzata e prenotazione.
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– Nome dell’antica città romana situata sul territorio occupato oggi da Monteleone Sabino