I Martiri dell’Uganda sono un gruppo di 45 cristiani uccisi tra il 1885 e il 1887 per la loro fede sotto il regno del re Mwanga II del Buganda, uno dei regni tradizionali situati nell’attuale Uganda. Questi martiri includono 22 cattolici e 23 anglicani. La loro storia rappresenta un momento cruciale nella storia religiosa dell’Africa subsahariana e ha avuto profonde ripercussioni nella vita spirituale, sociale e politica del Paese.
La fine del XIX secolo segnò una fase di transizione per il regno del Buganda, con l’arrivo di missionari cristiani, commercianti arabi musulmani e influenze coloniali europee. Questi fattori portarono a un rapido cambiamento culturale e religioso. I primi cristiani ad arrivare furono i missionari anglicani (1877) della Church Missionary Society, seguiti nel 1879 dai missionari cattolici della Società dei Padri Bianchi del cardinale Charles Lavigerie. Allo stesso tempo, l’Islam, introdotto da commercianti arabi, aveva già una presenza consolidata. L’opera dei missionari venne ben accolta dal re Mutesa e inizialmente anche del suo successore Mwanga II, salito al trono nel 1884. Pero questi ben presto cambiò atteggiamento, influenzato dalla sua cerchia di consiglieri, soprattutto dal cancelliere del regno, che vedevano che i posti chiave della corte sarebbero stati occupati da persone convertite al cristianesimo. Convinsero il re che la diffusione di questa religione costituiva una minaccia alla sua autorità in parte anche per il loro rifiuto di partecipare a pratiche tradizionali incompatibili con la fede cristiana. Questo rifiuto fu interpretato come insubordinazione, portando alle persecuzioni, che iniziarono nel 1885 quando il re ordinò la morte di missionari anglicani, tra cui il vescovo James Hannington che era il lider della comunità anglicana, seguite da altre numerose uccisioni di giovani convertiti. Joseph Mukasa, maggiordomo di corte e convertito cattolico, rimproverò il re per gli omicidi e così fu fatto decapitare, il 15 novembre 1885. Fu il primo martire cattolico.
Ma la maggior parte delle vittime, cattolici e anglicani, tra cui molti giovani servitori della corte reale, dovettero percorrere 27 miglia a piedi, distanza fra il palazzo reale di Munyonyo e Namugongo, luogo dell’esecuzione situato nella periferia di Kampala. Durante il cammino furono oggetto di ogni tipo violenza e alcuni furono uccisi nel tragitto. I sopravvissuti, al meno 26, vennero arrotolati dentro a una sorta stuoie fatte di canne e arsi vivi, il 3 giugno 1886. Fra questi ricordiamo Carlo Lwanga, il capo dei paggi della corte e leader dei neoconvertiti, che tentò di salvare il resto dei paggi, quasi bambini, dai desideri di sodomia del re. Il più giovane fra questi era Kizito, con soli 13 anni. Ma non solo: negli scontri tra le differenti fazioni collegate alle influenze dei missionari cattolici o protestanti e quelle dei commercianti swahili o egiziani perirono altre 150 persone.
– Santuario cattolico a Namugongo
– Pellegrinaggio al santuario cattolico di Namugongo il 3 giugno
I 22 martiri cattolici furono beatificati da Papa Benedetto XV nel 1920 e Papa Paolo VI li canonizzò nel 1964 durante il Concilio Vaticano II. La canonizzazione fu un evento storico, poiché rappresentò un riconoscimento del ruolo cruciale del cristianesimo africano nella Chiesa universale.
Anche la Chiesa anglicana onorò i suoi martiri, sebbene non attraverso un processo di canonizzazione formale. Questi vengono ricordati tutti gli anni con celebrazioni che sottolineano il loro ruolo nella diffusione del cristianesimo in Africa.
– Namugongo. Santuario, museo e anfiteatro che ricorda i dei martiri protestanti
Il sacrificio dei martiri non solo ha contribuito significativamente alla diffusione del cristianesimo in Uganda ma ha anche lasciato un’eredità spirituale e culturale che continua a influenzare un Paese dove oggi il cristianesimo è la religione predominante, con una maggioranza cattolica e una consistente presenza anglicana. Il ricordo dei martiri è diventato un simbolo di unità per una nazione diversificata.
Il martirio ebbe anche implicazioni politiche. La resistenza dei martiri all’autoritarismo di Mwanga II ispirò movimenti successivi di resistenza contro l’oppressione, gettando le basi per un senso di identità nazionale e di autonomia spirituale e politica.
– Visita di papa Francesco a Namugongo
Le reliquie dei martiri cattolici sono custodite nel Santuario di Namugongo, costruito sul luogo del martirio e ultimato nel 1968. Consacrato da Papa Paolo Vi durante il suo viaggio nel 1969, è oggi uno dei principali luoghi di pellegrinaggio cristiano in Africa. In esso alcuni raccapriccianti gruppi scultorei riproducono le ultime ore dei martiri. Ogni anno, il 3 giugno migliaia di persone da tutto il mondo si riuniscono per commemorare i martiri, rendendo questo evento un’importante occasione di fede e di turismo religioso. San Carlo Lwanga è tutt’oggi Patrono ufficiale dell’Uganda. Sempre a Namugongo, possiamo visitare un altro complesso che ricorda i cristiani anglicani martirizzati, e comprende un santuario, un museo e un anfiteatro,.
Questi santuari hanno anche ricevuto la vista di Giovanni Paolo II nel 1993 e più recentemente di papa Francesco, nel novembre 2015.
– Le storie dell’Arca di Noè. Affresco di A. Luini, 1556. Chiesa di San Maurizio, Milano
“Allora Dio disse a Noè: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori.[ …..] Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita; quanto è sulla terra perirà. Ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. [….] Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e raccoglilo presso di te: sarà di nutrimento per te e per loro». Noè eseguì tutto; come Dio gli aveva comandato, così egli fece.” (Gen 6, 13-22)
“Nel settimo mese, il diciassette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat.” (Gen 8,4)
Per secoli si sono succedute spedizioni al Monte Ararat alla ricerca del suo tesoro nascosto: l’Arca di Noè. Questo monte, in realtà un vulcano, alto più di 5.000 metri, si trova ai confini tra l’Armenia e la Turchia. Oggi appartiene a quest’ultima ma aveva sempre fatto parte dell’Armenia storica, che si estendeva dal Sud del Caucaso fino ai monti del Tauro. Però la Bibbia dice che l’arca si posò sui monti dell’Ararat, al plurale. E in realtà sono due, il grande e piccolo Ararat (in armeno il Masi e il Sis), ma la Bibbia potrebbe solo indicare la zona.
– Il Grande e il Piccolo Ararat
Esploratori di ogni epoca sono andati alla ricerca del relitto e di alcuni di loro ne sono giunte le testimonianze. Beroso il Caldeo sacerdote, astronomo e storico babilonese, nel 275 a.C. ha scritto circa le abitudini dei pellegrini che scalavano l’Ararat per ‘grattare via la pece dalle pareti dell’Arca per farne amuleti,’ e descrive l’Arca visibile sul Monte Ararat. Lo stesso racconta Flavio Giuseppe, storico ebreo del primo secolo, nel suo libro “La storia dei giudei”. La tradizione vuole che l’imperatore bizantino Eraclio abbia tentato il viaggio nel VII secolo. Tra le testimonianze più celebri c’è quella di Marco Polo riportata nel suo racconto “Il Milione” del 1299, dove narra che all’epoca c’erano moltissime visite all’arca. Molti di questi pellegrinaggi sono stati più recentemente sostituiti da viaggi di esploratori e da spedizioni scientifiche.
– Il Diluvio Universale. Michelangelo Buonarroti. Cappella Sistina
Ma è esistito davvero il Diluvio Universale? Quello che in passato veniva accettato come un fatto storico poi, per mancanza di evidenze scientifiche, passò ad essere considerato un racconto o un mito. Ma adesso entra di nuovo in gioco la storicità del fatto: forse non fu esattamente un diluvio, ma potrebbe essere stato un disastro naturale, a livello locale o mondiale.
Ecco le teorie principali: lo scioglimento del ghiacciaio Laurentide nel nono millennio a.C. con aumento del livello del Mar Nero con conseguente grande inondazione; una grande esondazione del Tigri e dell’Eufrate che annegò tutto il mondo conosciuto; grandi caverne sotterranee collegate e piene d’acqua fortemente compresse sotto uno spessore di 10 miglia dalla crosta terrestre che eruppero improvvisamente provocando una reazione a catena ed eruzioni similari in molti altri punti del mondo, inondando la terra dal basso verso l’alto (teoria delle idroplacche); scioglimento di una glaciazione intorno al 9.500 che provocò un maremoto a scala mondiale, che tutte le culture avrebbero chiamato ‘diluvio’.
Non a caso il Diluvio Universale ha dei parallelismi in altre culture. Più di 200 miti ci parlano di un diluvio o di grandi catastrofi, alcuni anteriori e altri posteriori al nostro diluvio, provocati da divinità per punire l’iniquità degli uomini. Ma fu nell’epopea di Gilgamesh (secondo-terzo millennio a.C.) dove si parla per la prima volta di un diluvio.
– Tavoletta di argilla con scrittura cuneiforme dove viene descritto il Diluvio Universale, trovata nella bibliteca del palazzo di Ninive. British Museum, Londra
La scoperta nel 1844 dei ruderi del palazzo di Ninive, capitale dell’Assiria, porta con sé il ritrovamento di migliaia di tavolette d’argilla scritte con scrittura cuneiforme. Nel 1872 vengono decifrate e una di queste narra la storia del Diluvio. L’arca descritta era di forma circolare, come un coracle molto grande, della quale vengono riportate anche le misure. A poco a poco tutte le tavolette sono decifrate e così è stato possibile ricostruire l’epopea di Gilgamesh, il poema più antico del mondo, di mille anni anteriore all’Iliade, contenuta in dodici di queste tavolette.
Gilgamesh era re della città sumera di Uruk, in Mesopotamia, intorno al 2.750 a.C., il quale, dopo aver perso il suo grande amico Enkidu va in cerca di un rimedio contro la morte. Ricorre al saggio Utpanishtim, che gli racconta che gli dei lo salvarono dal diluvio universale, insieme a sua moglie, e gli concessero l’immortalità. E per questo motivo non poteva essere concessa di nuovo.
– Utpanishtim sull’Arca. Una delle tavolette dell’Epopea di Gilgamesh
Il Diluvio è presente, in un modo o nell’altro, nella storia di tutte le civilizzazioni. Questo è il motivo principale che porta a dedurre che non si tratta solo di un racconto letterario ma anche di un resoconto di un qualche fenomeno naturale. Citeremo solo alcuni di questi racconti.
Vaivasvata Manu è per gli indiani il progenitore della razza umana. È avvisato da un pesce che l’umanità sarà distrutta da un diluvio e quindi deve costruire un’arca per salvare sé stesso e la sua famiglia. Nella letteratura greco-romana Deucalione e sua moglie Pirra emulano Noè e si salvano dal diluvio. Ricevono poi l’ordine da Zeus di ripopolare la terra lanciando pietre indietro che diventano uomini e donne. Nella mitologia incaica si racconta che il dio Huiracocha inonda la Terra per distruggere una razza di giganti. Nel continente americano una leggenda degli indios Mapuche racconta di come un uomo, la moglie e i figli sopravvivono a un diluvio mentre il resto degli uomini si trasformano in pesci.
– Vaisvasvata Manu e Saptarishi. Miniatura del 1890
E adesso veniamo ai punti salienti degli ultimi due secoli che riguardano la possibile scoperta dell’Arca.
Nel 1840, l’ultima eruzione dell’Ararat causa un gigantesco terremoto creando una grande crepa in un burrone che provoca lo spostamento di un ghiacciaio facendo sì che la ‘possibile’ arca scompaia nel ghiaccio.
Nel 1876 l’avvocato e politico britannico James Bryce sale sul monte Ararat e afferma di aver trovato un pezzo di legno lavorato, lungo circa 1,20 m. dello spessore di 20 cm, che aveva tutti i requisiti per essere una parte dell’arca.
Nel 1916, Vladimir Rosskowizky, un esploratore russo, assicura di aver trovato, a 4.000 m di altitudine sul Monte Ararat, un’imbarcazione seminterrata sotto il ghiaccio. Lo zar Nicola II invia quindi una spedizione che conferma che la scoperta corrisponde all’Arca. Si prendono campioni e foto che furono considerati prove definitive. La Rivoluzione Sovietica pone fine al regime zarista e le prove scompaiono per sempre.
Nonostante la salita sul Monte Ararat abbia bisogno di un permesso speciale, dovuto soprattutto al fatto che la maggior parte del tempo è ghiacciato (ma anche, in alcuni periodi, per la situazione geopolitica), questo non ha scoraggiato, dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti esploratori e spedizioni.
– Prima foto aerea del l’Anomalia dell’Ararat’
Nel 1949 un aereo spia della Forza Aerea degli Stati Uniti, mentre fa una mappatura della zona dell’Ararat, fotografa una struttura a 4.650 m, nel sito archeologico di Durupinar, a 29 Km dal Monte Ararat, quella che poi sarà chiamata “l’Anomalia dell’Ararat”. Ma la foto non fu divulgata perché ritenuta segreta, come molte altre prese posteriormente in altre occasioni, nei decenni successivi, sia da un aereo che da un satellite.
Nel 1955, Fernand Navarra, un alpinista francese, tira fuori dal fondo di un crepaccio profondo ventiquattro metri un pezzo di legno lavorato. Cosciente che le autorità non gli avrebbero permesso di portarselo via lo fa a pezzi e lo porta via di nascosto. I pezzi sono esaminati da varie università ma non si è potuto stabilire che appartenessero all’arca, nonostante la loro antichità.
– Formazione geologica a forma di barca. Sito archeologico di Durupinar
Nel 1965 un aviatore turco fotografa quello che si credeva fosse l’impronta di un’imbarcazione fra due campi di ghiaccio sull’Ararat. Quest’ ‘impronta’, è uguale a quella già fotografata dal satellite, chiamata ‘l’Anomalia dell’Ararat’, che ancora non era stata pubblicata. Si tratta di una formazione geologica inusuale a forma di foglia o barca, le cui misure son abbastanza simili a quelle descritte nella Bibbia1.
del 1974, due gruppi vanno sul monte Ararat per filmare dei documentari sulle ricerche dell’arca. Entrambi i gruppi asseriscono di avere visitato il luogo dove Fernand Navarra trovò il legno, ma non trovano nulla che possa provare in modo conclusivo la presenza dell’arca di Noè.
A questo riguardo è interessante sottolineare la notevole mancanza di fiducia e cooperazione tra i gruppi partecipanti alle ricerche. Navarra racconta che, quando il suo gruppo tornava dall’Ararat con il legno reputato di provenienza dell’arca, incontrarono altri due gruppi diretti al monte. Navarra racconta che il suo gruppo non rese gli altri partecipi della propria scoperta. Era evidente lo spirito di rivalità.
– Ron Wyatt a Durupinar
Nel 1977 Ron Wyatt2, vede una foto del sito di Durupinar e decide di fare una spedizione che sarà ripetuta nel 1985 insieme a David Fasold(ex ufficiale della Marina Mercantile americana) e al geofisico Baumgardne. Con l’aiuto di un radar rilevano una grande struttura sotterranea a forma di barca e credono di aver trovato l’arca pietrificata oltre ad una trave di legno coperta di resina e bitume, anch’essa pietrificata. Trovano dei peli di color rosso ed escrementi di animali. E anche delle grosse pietre, che poi chiamò ‘ancore’3 , che sarebbero servite a mantenere ferma l’arca. Le misure della struttura coincidono con quelle dell’arca della Bibbia.
– Teoria delle ancore di David Fasold
– David Fasold con una pietra-ancora
Nel 1995 vengono finalmente pubblicate le foto de “l’Anomalia dell’Ararat” e questo ravviva la febbre dell’arca.
Nel 2010, dei ricercatori evangelici cinesi e turchi assicurano di aver trovato una parte importante dell’imbarcazione, a cui l’esame del carbonio 14 le avrebbe assegnato un’antichità di 4.800 anni. Però presto venne dimostrato che se trattava di un montaggio fraudolento.
Nel 2022-23 una spedizione di scienziati di università turche e americane assicurarono di aver trovato i resti dell’Arca di Noè a Durupinar. Analizzano circa 30 campioni di roccia e terreno trovati in una concrezione della grande struttura a forma di nave, e i risultati rivelano che hanno circa 5.000 anni di antichità. Trovano anche segni di attività umana fra il 5.500 ed il 3.000 a.C. Però mancano ulteriori studi per avallare quest’ipotesi.
Non solo, ma è stato ultimamente accertato che la formazione di Durupinar è una roccia del tutto naturale, e che la sua forma, che fa pensare ad un’imbarcazione, è del tutto casuale. Questo non toglie che è evidente che una sorta di diluvio o catastrofe naturale deve essere avvenuta, ma gli scienziati non sono ancora d’accordo su quale esattamente, e come. Mentre alcuni sostengono la possibilità di un’inondazione su larga scala, altri puntano a eventi più localizzati.
Quindi, fino a quando non ci saranno evidenze inconfutabili, le supposte prove che ‘dimostrano’ il ritrovamento dell’Arca di Noè non hanno per il momento valore scientifico.
Nonostante ciò, la passione e la curiosità degli studiosi non si sono affievolite, spinti dalla speranza di scoprire il gran tesoro nascosto.
– Centro visitatori nel Parco Nazionale dell’ Arca di Noè, che include il sito di Durupinar. Si trova sulle colline a est della città di Dogubabyazit
A questo punto sembra chiara l’unica verità emersa finora: nel villaggio di Dogubabyazit, ai piedi del monte Ararat, una generazione di pastori, guide montane, lavoratori e politici si sta arricchendo con gruppi di scienziati, scalatori o pellegrini alla ricerca di una prova tangibile della famosa imbarcazione.
—
1.- La Bibbia indica quale erano se misure dell’Arca: 300 cubiti di Lunghezza = 150 metri, 50 cubiti di larghezza = 25 metri e 30 cubiti di altezza = 15 metri.
2.- Wyatt, di religione avventista, lasciò la sua professione di infermiere-anestesista per dedicarsi all’archeologia biblica. Fu un “archeologo dilettante” che dedicò gran parte della sua vita a questa sua passione. Si dice che fra le decine di oggetti o siti da lui scoperti, ci sia anche l’Arca dell’Alleanza.
3.- Sono pietre a forma oblunga che Wyatt mise in piedi, come se fossero monoliti. Fasold ipotizzò che fossero ancore o pesi usati per stabilizzare l’arca mentre galleggiava, fra l’altro perché presentano dei fori nella parte superiore che potrebbero essere serviti per far passare una corda, essendo tipiche nelle imbarcazioni antiche.
Si tratta di un incredibile reperto archeologico del I secolo a.C. trovato nella zona di Pozzuoli nel 1940. La Tabula Puteolana è attualmente conservata nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei di Baia (Napoli). E’ un graffito di 157 x 80 cm (della quale ne rimangono tre grandi frammenti combacianti) che riporta su tre colonne (delle probabili cinque originarie) la Lex Libitinaria o Lex Locationis, riguardante il modus operandi nei diversi servizi relativi a funerali e a supplizi pubblici e privati. La legge prende il nome da Libitina, divinità della morte e della sepoltura e gli addetti all’esecuzione di queste operazioni erano chiamati libitinarii. Il titolo che possiamo leggere sulla lapide, ricostruito, è [DE MUNERE PUBLI]CO LIBITINA[RIO], ossia ‘Riguardo al Servizio Funebre Pubblico’. Questa legge potrebbe essere datata fra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero (metà del I secolo a.C.), un periodo relativamente prossimo alla crocifissione di Cristo.
Il testo della legge non solo specifica le modalità di un funerale e i dettagli tecnici di un castigo, ma riconosce anche il diritto di vita e di morte del padrone sullo schiavo, perfino sulla scelta dei supplizi da inferire. Uno di questi è soprattutto quello della crocifissione.
Tutti questi servizi dovevano essere forniti da una ‘impresa’ specializzata e diretta da un impresario o appaltatore, il manceps. E la legge specifica tutte le regole e ogni piccolo dettaglio tecnico da tener presente. Il manceps o appaltatore, si incaricava sia delle esecuzioni come dei riti funerari, questi ultimi dovevano essere forniti gratuitamente. A questo fine impiegava operae (operai) con funzioni specifiche, normalmente schiavi, con età fra i 20 e i 50 anni e con buona salute. Questi, come i carnefici, dovevano abitare fuori città, in zone specifiche, e potevano entrarvi solo per assolvere i compiti assegnati e sempre indossando un berretto rosso in modo da essere riconosciuti. Era compito degli operae scavare il buco dove veniva inserita la croce, alzare la vittima e fissarla allo stipes (palo). Poi, quando tutto era terminato, si occupavano di togliere i chiodi e portar via il corpo. Trentadue era il numero minimo di addetti che il manceps era obbligato ad avere. L’appaltatore, inoltre, aveva l’obbligo di esporre il testo della legge presso i locali della sua ‘sede’, in modo da poter essere letta dagli interessati, e di rispettare l’ordine di entrata delle richieste di prestazione, salvo le eccezioni previste. Erano previste delle sanzioni per gli appaltatori che non rispettavano gli accordi presi o che ne ritardavano l’adempimento, regolandone anche l’esercizio abusivo. I vari compiti erano espletati da diversi categorie professionali di individui: ustores (addetti alla cremazione), verberatores (flagellatori), carnifices (boia, carnefici), mercenarii e operae, queste ultime due categorie erano lavoratori salariati, impiegati occasionalmente o a servizio permanente. La Tabula offre anche molte altre informazioni, come le tariffe applicabili ai differenti servizi disponibili.
Un paragrafo interessante di questo documento è quello che riguarda la richiesta di crocifissione (o altro supplizio) di uno schiavo o schiava da parte di un privato. Il privato doveva attenersi alle regole stabilite. Nel caso della crocifissione, la ‘ditta’ specializzata, si occupava di fornire la traversa della croce, legacci, le corde per i flagellatori, i flagellatori stessi e qualsiasi altro accessorio e materiale necessario per la costruzione della croce e per fissarla al terreno. Il cliente doveva pagare la somma di quattro sesterzi ciascuno agli operai che portavano la croce, ai flagellatori e al carnefice. In pratica, lo schiavo veniva consegnato all’appaltatore e questi si occupava di infliggergli il tipo supplizio richiesto, anche che lo portava alla morte.
Per quanto riguarda le pene pubbliche, imposte da un magistrato, l’appaltatore non solo doveva prestare il servizio gratuitamente, ma anche fornire tutto il necessario per il supplizio. Inoltre, se il corpo del condannato non era reclamato dai familiari, al suono di un campanello gli operae dell’appaltatore dovevano provvedere a trascinarlo via con un uncino che veniva conficcato nella gola, perché non poteva essere toccato, e a deporlo su di una pira per essere cremato o in una fossa dove probabilmente veniva sotterrato insieme alla croce.
C’erano due principali varianti di crocifissione: la crux, un palo semplice, condanna che probabilmente terminava con la cremazione della vittima viva; e il patibulum, la croce come noi la intendiamo che, con l’aiuto di un sedile o di una pedana, prolungava l’agonia del crocifisso per diversi giorni il quale terminava per morire per asfissia. Questi erano i due più terribili tipi di esecuzioni, ragion per cui, nel caso di condanne pubbliche, erano affidate ad un appaltatore. Per altri tipi di esecuzioni meno cruente, come strangolamento, annegamento o decapitazione, se ne occupavano le stesse autorità. Il patibulum era considerata la peggiore delle condanne. Inizialmente riservata agli schiavi, fu applicata in seguito anche a persone libere, volendo significare il maggior disonore perché così venivano annoverate nella categoria più spregevole del genere umano.
Le regole della Tabula Puteolana vengono riprese più tardi, e aggiornate, nella Tabula Cumana, posteriore di circa un secolo a quella Puteolana e trovata nel 1965, anch’essa conservata nello stesso museo.
La maggior parte delle teorie e studi sull’origine della pratica della crocifissione la fanno risalire all’ambito fenicio-punico e sarebbe stata adottata da Roma intorno al II secolo a.C. dove ci sarebbe rimasta fino al III secolo d.C. Anche se la Lex Libitinaria era di applicazione a Pozzuoli non sarebbe inverosimile dedurre che in altre città dell’Impero o controllate da Roma ce ne fossero di simili. Forse anche a Gerusalemme?
—–
Per saperne di più: G. Zaninotto: The penalty.of the cross – According to the Tabula Puteolana, Shroud Spectrum International No. 25 Part 3. L. Bove, in Rend. Acc. Arch. Napoli, 41, 1967, pp. 207 ss.
Tras las huellas de Poncio Pilato. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace
– Pilato si lava le mani. Pala della Maestà (particolare) 1308-1311. Duccio da Boninsegna. Museo dell’Opera del Duomo, Siena
‘Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.’(Mt 27:24-26)
Questo gesto di Pilato che tutti conosciamo e che dal quale deriva la frase ‘me ne lavo le mani’ usata normalmente nel nostro linguaggio quotidiano è forse l’unica cosa, o poco più, che generalmente si conosce su Pilato, governatore della Giudea.
Ma la sua vita e la sua morte sono state narrate sia da fonti storiche che da altre considerate apocrife o appartenenti alla tradizione. In alcune Chiese cristiane è considerato santo ed è oggetto di culto. In particolare in quella etiope, dove gode di una liturgia propria celebrata il 25 del mese di Sané, attualmente 25 giugno. O anche in quella copta, in Egitto. Per altre confessioni cristiane non solo è santo, ma anche martire della fede, che fu giustiziato a Roma. Infatti, una leggenda narra che dopo essere stato destituito dalla sua carica in Giudea tornò a Roma e si fece cristiano per influenza della moglie Procula. E questo suo martirio è narrato in vari scritti come ‘Gli atti di Pilato’ o ‘La Paradosis di Pilato’, datati circa tre secoli dopo i fatti a cui alludono. E anche se si tratta di storie inventate, furono tradotte in molte lingue dell’oriente mediterraneo, perfino in arabo, e il loro contenuto calò fino al punto di santificarlo perché considerato come un mezzo necessario che permette al Cristo di compiere la sua missione.
Pilato, con la aureola di santo, si lava le mani. Codice etiope, XV secolo
Le vicende di Ponzio Pilato ci sono note fondamentalmente anche dai resoconti degli storici Flavio Giuseppe, Filone di Alessandria e Tacito. Pilato, mentre era governatore della Giudea, prese delle decisioni che lo resero molto impopolare e che provocarono la sua destituzione intorno al 36-37. Ma prima che Pilato potesse raggiungere Roma Tiberio morì. Da questo momento in poi le sue vicende non sono più presenti nelle fonti, se non in quelle leggendarie o apocrife. La morte di Pilato avvenne intorno all’anno 39. Ci sarebbero varie versioni: Caligola lo avrebbe mandato in Gallia (37-41 d.C.) dove si sarebbe suicidato nella città di Vienne; o che sarebbe stato giustiziato per ordine dell’imperatore Tito Vespasiano1, proprio per non aver impedito la crocefissione di Gesù, e che il suo corpo fu caricato su un carro trainato da due bufali che da Roma lo trasportarono fino ai Monti Sibillini, alle pendici del monte Vettore, nelle attuali Marche, gettandolo infine nel lago che oggi ha proprio il nome del prefetto romano: il Lago di Pilato; semplicemente si sarebbe suicidato durante il primo anno del regno di Caligola; o sarebbe stato giustiziato per ordine di questi. Ci sono altre versioni ancora più fantasiose. Nel caso che fosse morto a Roma non è possibile localizzare il luogo dove fu deposto il suo corpo perché sarebbe stato gettato nel Tevere. Da lì avrebbe viaggiato misteriosamente fino al Rodano dove le acque lo avrebbero depositato a Vienne, Francia. O addirittura sarebbe arrivato in Svizzera o a Vienna e in molti altri posti ancora.
– Viennes, Francia. Piramide romana che la tradizione designava come la tomba di Pilato
La famiglia di Pilato era di origine sannita. Si dice che un suo avo avesse partecipato alle Idi di Marzo, la congiura contro Giulio Cesare dell’anno 44 a.C. I Cesaricidi e le loro famiglie furono mandati in esilio nelle colonie romane. La famiglia di Pilato fu esiliata a Berethra, l’attuale Bisenti (Teramo), nella Vallata del Fino. Per cui Pilato sarebbe nato e cresciuto in questa località abruzzese dove avrebbe anche imparato l’aramaico. E questo era possibile perché in quell’area (Centro-adriatica) si era insediata intorno al 580 a.C. (dopo la distruzione del primo tempio di Gerusalemme) una comunità di ebrei e filistei proveniente dalla terra di Canaan, e per questo motivo era conosciuta come ‘Palestina Piceni’ dove, all’epoca di Pilato, ancora si parlava l’aramaico. Ancora oggi a Bisenti si può visitare ciò che resta della casa attribuita a Pilato.
– Portico della casa di Pilato. Bisenti (Teramo)
-Fonte vecchia, Bisenti
Anche se ristrutturato nel corso dei secoli, l’edificio conserva ancora le caratteristiche di una domus romana: un lato dello stabile presenta un porticato con un cortiletto o “vestibolo”. Sul lastrico di tale corte si notano dei resti di un’antica pavimentazione e a ridosso di tale cortiletto si trova un locale, l’atrium. Al di sotto di tale area dell’edificio sono presenti due enormi cisterne che, per le loro caratteristiche tecniche costruttive, possono essere fatte risalire all’epoca romana. Una delle ragioni a sostegno della teoria che questa sia stata effettivamente la casa di Ponzio Pilato è perché sotto l’impluvium, è ancora perfettamente conservato un ‘qanat’, un sistema di distribuzione idrico molto diffuso nei territori mediorientali. Si tratta di un sistema per captare le acque da una falda freatica e incanalarle mediante una galleria sotterranea. L’acqua di uso domestico poteva essere prelevata da un pozzo situato all’interno della sua casa; ma la canalizzazione arrivava anche fino a una fonte pubblica, oggi denominata “Fonte vecchia”, della quale si possono ancora ammirare i cunicoli di adduzione e le vasche di decantazione. Lo storico Flavio Giuseppe narra che Pilato costruì un canale simile a Gerusalemme, con il denaro del tempio di Jahvè (quindi in modo sacrilego!). Pertanto era perfettamente a conoscenza di questo sistema che avrebbe riprodotto al suo ritorno dalla Giudea.
Ma Bisenti non è l’unica località che reclama alcun legame con Pilato. A San Pio di Fontecchio (l’Aquila), dove vi è una ‘Montagna di Pilato’ ci sarebbe stata la sua ultima villa, dove si ritirò prima di morire. Un’altra leggenda sostiene invece che la casa fosse a Tussio (Aq), nei pressi dell’antica Peltuinum, dove sono stati scoperti due leoni del I secolo, che potrebbero indicarne la tomba. Anche Isernia si rivendica come città natale di Pilato dovuto ad un’iscrizione romana di dedica sulla storica Fontana Fraterna. Molti altri toponimi, palazzi o altro della più svariata geografia europea portano il nome di Pilato
-Uno dei leoni scoperti a Tussio (l’Aquila)
– Fonte fraterna, Isernia
Pilato, a seconda dell’epoca è passato per diverse fasi: morto cristianamente, giustiziato, suicidato, detestato, santificato, martirizzato… Il primitivo cristianesimo tendeva a diminuire le responsabilità del governatore nella morte di Gesù. Ancora nel III secolo viene presentato come un buon cristiano. Però dal secolo IV in poi, da quando il Cristianesimo diviene la religione ufficiale dell’Impero, Pilato è considerato l’infame governatore pagano.
—
Tito governò dal 79 all’81 d.C. (!!!)
Per saperne di più:
G. Paolone, A. Panzone. Io, Ponzio Pilato di Bisenti” , Teramo 2015. Gli autori di questo libro sostengono che la casa di Bisenti sia effettivamente appartenuta alla famiglia di Pilato, dove questi sarebbe nato e vissuto.
Comparación entre el culto a los héroes griegos y a los mártires cristianos. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace
– Processione di martiri. Mosaico. Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna
Fin da tempi immemorabili le comunità umane hanno sacralizzato i loro personaggi esemplari. Renderli immortali per mantenere imperituro il loro esempio che serva da guida alla società e a tutte le generazioni future è il proposito di queste comunità. In questo contesto il ruolo della società è fondamentale. Non esiste né martire né eroe se la società non lo ricorda.
Però il primo requisito per salvare queste persone dalla morte nella memoria collettiva è proprio la morte stessa, perché dopo la morte inizia la loro vita eterna. La morte fa diventare immortale un essere mortale, che così sarà ricordato e vivrà per sempre.
E per mantenere vivo il ricordo è necessario creare il culto, la cui evoluzione determinerà un’identità comunitaria, e un luogo di culto. Un luogo specifico preparato ad hoc che, nel caso dell’eroe greco era chiamato heroon e per il martire cristiano martyrium. Per i molti punti in comune, esiste un consenso quasi unanime nel considerare il culto dei martiri cristiani l’erede del culto degli eroi greci, nonostante le differenze nella loro evoluzione e motivazione.
– Alessandro Magno visita il sepolcro di Achille. J.H. Schonfeld 1672
Quello che distingue sia l’eroe greco che il martire cristiano dal resto dei coetanei è il loro modo di affrontare la morte, anche se non è uguale nei due casi: per il primo era intesa come una forma di proiezione sociale mentre per il secondo il mezzo di ottenere la vita eterna.
Dobbiamo in gran parte all’archeologia l’avanzamento che c’è stato nello studio di ambedue i casi: la archeologia del mondo classico e quella del mondo cristiano. Per lo studio del fenomeno eroico sono stati fondamentali i testi di Omero. Proprio per questo viene anche chiamata ‘archeologia omerica’ che comprende basicamente le scoperte dei grandi archeologi H. Schliemann1 e C. Blegen2, coadiuvate dagli studi di M. Parry e M. Ventris. Nell’archeologia cristiana una fonte inesauribile sono state le catacombe3, il cui studio ricevette un ulteriore impulso con la creazione nel 1852 della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e dell’lstituto Pontificio di Archeologia Cristiana nel 1952, riprendendo gli sudi realizzati da Antonio Bosio e Giovan Battista De Rossi.
Anche le reliquie hanno un particolare protagonismo sia nel culto degli eroi che in quello dei martiri. Racconta Omero come Achille dispone di raccogliere le ossa calcinate del suo caro amico Patroclo, ucciso dal troiano Ettore, per poterle conservare in un’urna che accoglierà, come richiesto dallo spirito di Patroclo, anche le sue quando verrà il momento e di far costruire un tumulo dove sarà depositata l’urna. Il potere dell’eroe risiedeva nelle sue ossa e per questo era importante che fossero messe al sicuro per evitare furti. E se la presenza dei resti era la situazione ottimale, il potere evocatore dell’eroe era così grande che poteva funzionare anche in caso di assenza di questi, come nel caso di un cenotafio. Però anche gli oggetti appartenuti all’eroe erano oggetto di culto: la lancia, lo scudo, strumenti musicali, vestiti … e qualsiasi altra cosa, una prassi questa che ritroviamo identica nel culto dei martiri e dei santi cristiani.
– Martyrium di Cristo. Basilica del Santo Sepolcro, Gerusalemme
L’opera il ‘Martirio di Policarpo’ dell’anno 156, racconta dettagliatamente il martirio del vescovo di Smirne, Policarpo, ed è la prima di questo genere letterario. In essa si legge che i suoi discepoli raccolsero le sue ossa e le depositarono in un luogo adeguato dove potersi riunire per celebrare l’anniversario della sua ‘nascita’, il ‘Dies natalis’, che è così come viene chiamata la data del martirio che equivale alla nascita alla vita eterna. Con l’andare del tempo le reliquie acquisirono un maggior protagonismo perché si credeva che potevano trasmettere l’essenza del santo o addirittura fare miracoli.
Nel caso degli eroi greci non si concepiva lo smembramento dei corpi come nel caso dei martiri e santi cristiani, i cui corpi vennero smembrati in molti pezzi, esibiti e venerati come reliquie in diversi luoghi del mondo cristiano.
Il termine héros designa una persona straordinaria, nobile guerriero difensore della patria, al di sopra dei comuni mortali, un semidio, ma che muore come gli umani. L’ideale eroico passa di generazione in generazione gettando le basi dell’educazione greca. L’eroe personificava gli ideali e la condotta di vita dei cittadini. Assumeva una funzione vitale per il benessere della comunità grazie al culto che gli è reso nel luogo dove erano sepolte le sue reliquie e da cui egli protegge la città contro i nemici, i saccheggi, le carestie, le epidemie e i conflitti di ogni sorta.
-Heroon di Paestum. Costruito intorno al 600 a.C. e scoperto nel 1954 questo cenotafio fu eretto all’eroe fondatore della città
– Ricostruzione dell’heroon di Paestum
L’archeologia, mediante la scoperta dei luoghi di culti di alcuni famosi eroi greci, ha permesso di datare l’origine di questo culto intorno all’VIII secolo a.C., che corrisponde più o meno alla nascita delle polis, le città-stato, e si protrasse fino all’epoca ellenistica e la conquista romana (I secolo a.C.). Questi luoghi, oltre alla tomba, potevano avere una statua, una stele o altro che ricordasse l’eroe. Da semplici monumenti iniziali divennero poco a poco dei grandi spazi, veri e propri edifici porticati e circondati da un recinto, dove venivano offerti dei tributi e dei sacrifici, generalmente di animali e la posteriore celebrazione di un banchetto. Alcuni ricevevano tributi straordinari e in loro onore venivano celebrate feste pubbliche, con processioni, attività agonistiche, equestri e ginniche, simili a quelle destinate agli dèi.
Il termine ‘martire’ cominciò ad essere utilizzato nella Grecia classica con il significato di ‘testimone’: così erano chiamati coloro che testificavano in un tribunale. Nella primitiva letteratura cristiana e nel Nuovo Testamento ‘martiri’ erano coloro che avevano assistito alla morte e resurrezione di Gesù Cristo, quindi dando al termine un significato di ‘osservatore’. Però a partire dal II secolo, il termine ‘martire’ designerà una persona disposta a dar la vita per la fede cristiana che, così facendo partecipava delle sofferenze di Gesù nella sua passione e morte. Le spoglie del martire venivano poi traslate a un ‘martyrium’ che inizialmente era una tomba semplice. Queste tombe poco a poco divennero degli edifici religiosi nei quali era possibile venerare il martire attraverso la celebrazione di riti da parte di tutta la comunità, che generalmente terminavano con l’eucarestia.
– Banchetto eucaristico dei primitivi cristiani. Affresco, Catacombe di San Callisto, Roma. Sec. II
Quindi, potremmo dire che i martiri cristiani sarebbero stati gli ‘eroi’ della fede del nuovo nascente ‘popolo cristiano’. Anche loro diventarono ben presto gli esempi da seguire. Però all’aura divina che pervade l’eroe greco il martire cristiano contrappone quella della santità, e non sarà mai considerato un dio o di natura divina. Inoltre, il martire non ha una morte eroica, nel senso che soffre la persecuzione e una morte aggressiva, però dimostrando un comportamento eroico nel sopportare i peggiori tormenti. L’eroe cerca una morte spettacolare per lasciare un ricordo perpetuo del suo comportamento esemplare nella memoria collettiva e non cerca un’altra vita oltre quella terrena, perché l’Olimpo è riservato soli agli dei. Il martire affronta la morte per convinzione religiosa, sapendo che se muore per la sua fede otterrà la vita eterna e la resurrezione promessa dal suo Messia.
Sia il culto dei martiri che degli eroi furono influenzati dal contesto storico sociale e politico. Con l’andare del tempo la società man mano ha creato altri eroi ed altri martiri. Tutti rispondono a una stessa necessità, che è quella di offrire esempi a cui ispirarsi, che trasmettano valori compatibili con il nostro stile di vita e con i nostri problemi. E non è difficile trovarli: basta guardarsi intorno.
———-
1.- Conosciuto soprattutto per la scoperta della città di Troia nel 1864 – 2.- E’ famoso per la scoperta del sito di Pilo e gli scavi presso Troia negli anni 30 del secolo scorso. 3.- Consulta la serie di articoli sulle catacombe pubblicati in questo blog.
Per saperne di più:
P. Brown. The cult of the saints. Chicago 1981; M.T. Fumagalli Beonio Brocchieri, G. Guidorizzi. Corpi gloriosi. Eroi greci e santi cristiani. Bari 2012; P. Santyves. I santi successori degli dei. L’origine pagana del culto dei santi (I testimoni della fede), Roma 2016
Guru Granth Sahib: El libro sagrado de los Sijs. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace
In seguito alla predicazione di Guru Nanak, nel XVI secolo, nacque il Sikhismo nella città di Kartarpur Sahib, Punjab, India nord occidentale, e attualmente è diffuso in tutto il mondo con circa 28 milioni di fedeli, anche se la maggior parte risiede nel Punjab e nei paesi anglofoni. Gli insegnamenti del suo fondatore, come anche quelli dei nove Guru che successero al primo, sono contenuti nel Guru Granth Sahib1, il libro sacro della comunità.
Il decimo e ultimo di questi Guru, Guru Gobind Singh Ji prima di morire, nel 1708, decise che il Guru Granth Sahib doveva essere il suo successore, il prossimo Guru, e perciò da quel momento in poi il libro sacro dei Sikhs2 è considerato come una persona, un guru vivente, l’ultimo e imperituro.
Questo testo sacro si compone di 1.430 pagine che raccolgono non solo gli insegnamenti dei suoi dieci Guru, ma anche quelle di diversi santi di altre religioni, tra cui l’Induismo e l’Islam. Contiene circa 3.380 inni e più di 15.000 strofe. E’ scritto in hindi arcaico e la scrittura usata è un alfabeto speciale, detto Gurmukhi, istituito dal secondo Guru. La prima stesura del Guru Granth Sahib fu compilata nel 1604 dal quinto Guru, Arjan Dev, mentre la seconda e ultima versione fu opera di Guru Gobind Singh Ji e risale al 1705. Fu portato ad Amritsar nel Tempio d’Oro, nel Punjab, la capitale del Sikhismo e anche il principale centro di pellegrinaggio.
Nei templi sikhisti (Gurdwara), nella parte più importante della sala di preghiera (Darbar Sahib) c’è una piattaforma (manji), una sorta di leggio, coperta da un baldacchino, decorato con materiali preziosi, dove viene adagiato il libro, avvolto da un tessuto prezioso, e di notte viene deposto cerimoniosamente in un repositorio ricoperto di speciali tessuti decorati. I fedeli quando entrano nella sala si inginocchiano o si inchinano davanti al Guru Granth Sahib, coprono le loro teste e tolgono le scarpe in sua presenza. Mentre si legge il libro si ondeggia su di esso la sacra piuma (Chauri), una sorta di ventaglio fatto di peli di cavallo bianco o yak inseriti in un manico di lana o argento.
Il Chauri viene agitato sul libro sacro durante la lettura per evitare che sul libro si posino insetti o polvere
L’installazione e il trasporto di Guru Granth Sahib sono regolati da rigorose norme. In circostanze ideali, sono necessari cinque Sikh battezzati per trasferire il Guru Granth Sahib da un luogo all’altro. In segno di rispetto, viene portato sulla testa e la persona cammina a piedi nudi. Ogni volta che un devoto lo vede passare si toglie le scarpe e si inchina. La piattaforma, o trono su cui siede il libro sacro viene venerato come simbolo sacro: davanti ad esso i fedeli depositano le loro offerte in denaro o cibo e ad esso non voltano mai le spalle.
Guru Nanak Dev Ji, fondatore del Sikhismo con i 9 guru suoi successori
Il Sikhismo nasce dal desiderio del suo fondatore di armonizzare le due religioni, l’Induismo e l’Islam, perché la zona del Punjab era teatro di terribili scontri fra gli indù locali e i musulmani invasori, dell’impero Moghul. Dall’Induismo trae la credenza della trasmigrazione delle anime (Samsara) e degli effetti delle azioni sulle vite successive (Karma). L’obiettivo ultimo è di interrompere il ciclo delle rinascite, tranne che la liberazione non è vista come un annullamento del sé, bensì come una congiunzione con Dio, che è Uno e indivisibile, come il Dio dei musulmani. Tale congiunzione si ottiene tramite la fede in Dio e il retto comportamento. E come i musulmani, i sikh credono che Dio abbia creato il mondo e che la Sua volontà governi ogni cosa. Un solo Dio, quindi, chiamato ‘Woheguru’, che significa “Gran Maestro”.
Il codice di condotta del sikhismo prescrive che è necessario vivere una vita morale, controllare i cinque vizi3, rendere servizio alla comunità e ai poveri, lavorare onestamente e condividere il guadagno, combattere quando è necessario con coraggio, astenersi dall’adorazione degli idoli e dalle pratiche superstiziose, ricordare il creatore in ogni momento4, seguire un regime alimentare totalmente vegano ed escludere il tabacco e l’alcol. L’ “Amrit Sanchar”, una sorta di battesimo, è il rito che permette di entrare nella comunità dei credenti (Khalsa) quando una persona ritiene di aver raggiunto un’adeguata maturità spirituale. Non è indispensabile per essere Sikh, ma è considerato un segno di dedizione totale alla fede. La cerimonia è condotta da cinque Sikh battezzati. Fin dalla nascita, la desinenza “Singh” (leone) per gli uomini e il nominativo “Kaur” (principessa) per le donne indica l’appartenenza al popolo Sikh.
I segni fisici della fede son le chiamate 5 ‘k’.:
1) Kesh (capelli lunghi raccolti in un turbante, obbligatorio per gli uomini e talora usato anche dalle donne);
2 ) kangha (il pettine, segno di capelli raccolti in modo ordinato, a differenza della crescita «libera» e disordinata degli asceti induisti);
3) kara (un braccialetto di ferro, che rappresenta il controllo morale nelle azioni e il ricordo costante di Dio);
4) kachera (mutande o pantaloncini corti);
5) kirpan (spada cerimoniale, di cui oggi si sottolinea che è un simbolo religioso di fortezza e lotta contro l’ingiustizia, non un’arma)
L’Harmandir Sahib, conosciuto anche come Tempio d’Oro, è il santuario più importante della religione Sikh (Amritsar, Punjab, India)
Tutti gli esseri umani sono uguali davanti a Dio, quindi non esiste il sistema delle caste. Esiste la parità assoluta fra donne ed uomini, anzi la donna è una figura fortemente rispettata per il suo ruolo nella famiglia e nella società. Essa può partecipare, praticare e officiare servizi religiosi. L’inesistenza del clero e ogni forma di ascetismo e mortificazione del corpo, del celibato e del culto delle immagini sono altre caratteristiche di questa religione così come la condivisione dei beni e giustificazione della ‘guerra santa’ intesa come strumento per combattere ingiustizie.
I numerosi santuari dei sikh sono chiamati ‘Gurdwara’, ossia ‘Tempio del Signore’, e sono aperti a tutti, indipendentemente dall’origine o religione. L’unica restrizione riguarda il fatto che il visitatore non deve bere alcol, mangiare carne, fumare sigarette o assumere altre droghe mentre si trova nel santuario. In tutti i templi sikh esiste una zona dove vengono preparati e distribuiti i pasti per tutti quelli che ne hanno bisogno. E` il ‘Langar’, o mensa comunitaria. Una delle cerimonie fondamentali è quella della consumazione di un pasto comune come segno dell’adesione ad una vita di carità e di servizio. Ci si siede per terra come segno di uguaglianza. Ciascuno vi partecipa secondo le proprie capacità e riceve secondo i propri bisogni. E’ gratuito per tutti.
Il tempio per eccellenza è il santuario Harmandir Sahib ad Amritsar, nel Punjab, conosciuto anche come il ‘Tempio d’oro’ e risale al XVI secolo. Le sue cupole ed il soffitto a forma di loto rovesciato sono ricoperti di lamine d’oro. Nel ‘Langar’ di questo tempio si cucinano pasti per circa 100.000 persone al giorno. Centro politico e religioso, oltre che commerciale, il tempio fu da sempre teatro di innumerevoli conflitti. Fu occupato e profanato dagli Afgani nel 1756 e fu distrutto nel 1764. L’ultima profanazione è del 1984 quando l’esercito indiano lo ha danneggiato gravemente bombardandolo ed incendiandolo dovuto alle differenze fra il movimento separatista dei Sikh e il governo di New Dehli, che ebbe origine da quando nel 1947 si stabilì il confine fra India e Pakistan che tagliò il Punjab in due. Ripetuti episodi di violenza si successero fino alla metà degli anni 90 del secolo scorso.
Il simbolo più importante del Sikhismo è il ‘Khanda’, che rappresenta il potere creativo universale e prende il nome dalla spada a due tagli che è al centro, simbolo della Divina Conoscenza; il cerchio simboleggia l’infinito; le due spade all’esterno stanno per l’equilibrio spirituale e temporale dell’universo.
Su ogni tempio viene posta una bandiera gialla, la Nishan Sahib, con il disegno del ‘Khanda’.
—
1.- ‘Guru’ significa maestro, guida spirituale, ‘Granth’ libro, ‘Sahib’ è un titolo onorifico, signore
2.- ‘Sikh’ significa discepolo
3.- I cinque vizi sono: lussuria, rabbia, attaccamento, superbia e avidità
4.- Recitare quotidianamente e ripetutamente il Nome del Signore (Nam), anche attraverso il canto di inni, è un precetto di estrema importanza per il credente per raggiungere la liberazione.
La columna de Simeón Estilita Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace
-Resto della colonna di Simeone Stilita. Complesso monumentale di Qal’at Sim’an (Siria)
A circa 30 Km da Aleppo, Siria, in una località anticamente chiamata Telanisso ed oggi Deir Sim’an (Monastero di Simeone) o anche Qal’at Sim’an (Rocca di Simeone), si trovano i ruderi di un gran complesso monastico paleocristiano che nel 2001 è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Si tratta della chiesa di San Simeone Stilita, il Vecchio (per distinguerlo da San Simeone il Giovane). Al centro del complesso si trova una gran pietra bianca di circa due metri che in realtà è ciò che resta di una grande colonna, la colonna sulla quale visse San Simeone gli ultimi 37 anni della sua vita, che per questo motivo ricevette l’attributo di Stilita (dal greco stylos, colonna) e che diede iniziò a un particolare tipo di ascetismo denominato, per l’appunto, stilismo e stiliti coloro che lo praticavano.
Ma chi era Simeone Stilita?
Grazie a quanto ci ha lasciato scritto Teodoreto1, vescovo di Ciro, compatriota e contemporaneo di Simeone, sappiamo che Simeone nacque in Cilicia verso il 390 da una famiglia di pastori. Già da ragazzo sentì il desiderio di portare avanti una vita religiosa ed entrò in un convento dove per ben 10 anni visse una vita di preghiera e mortificazione, mangiando una volta alla settimana, con lo sconcerto degli altri monaci del convento. Quando arrivò al punto di legarsi intorno al corpo un cilicio fatto di foglie di palma che lo riempì di piaghe negandosi a farsi curare, Simeone fu incoraggiato a lasciare quella comunità per evitare che fosse imitato da altri monaci. Quindi Simeone si trovò una capanna sul pendìo di un monte dove rimase rinchiuso per tre anni mangiando solo pane e acqua che gli venivano lasciati fuori la porta e dove passava le intere quaresime senza mangiare. Successivamente, Simeone si isolò su quella stessa montagna legato ad un sasso per non muoversi a più di 20 metri. Simeone intanto era diventato famoso e molta gente si avvicinava a lui per chiedere consiglio o preghiere di guarigione. Era soprattutto celebre nel curare con le sue preghiere problemi di sterilità che venivano a lui trasmessi per iscritto o non direttamente dalle interessate, perché non voleva essere avvicinato dalle donne, neanche da sua madre. Poco a poco comició ad essere ritenuto un santo, non solo per i miracoli che faceva, ma anche per la sua resistenza non naturale alle intemperie e ad ogni genere di fatica. Pregava in posizione eretta, con le braccia aperte a forma di croce e la sua posizione più frequente era quella di curvarsi dalla fronte ai piedi, flessione che poteva fare anche più di mille volte di seguito. Quanto ai miracoli, oltre alle guarigioni, c’era il dominio dei fenomeni naturali (siccità, tempeste…) o quelli che addirittura potevano risolvere problemi di tipo sociale.
Siccome la gente continuava ad aumentare, Simeone si fece costruire una piattaforma protetta da una balaustra su una colonna di circa quattro metri che trovò nelle vicinanze, sulla quale si trasferì. E più la folla aumentava, più alta diventava la colonna, che poco a poco raggiunse i sedici metri. Le persone quindi, dovevano usare una scala per parlare con Simeone. Questi veniva alimentato da coloro che gli portavano acqua o qualche dattero.
La fama di Simeone si diffuse in tutto l’impero bizantino e fu visitato da molti personaggi illustri, addirittura da Teodosio II e sua moglie Aelia Eudocia. Anche l’imperatore Leone I tenne molto presente il contenuto di una sua lettera. Addirittura ebbe una sorta di corrispondenza con Genoveffa di Parigi2, per mezzo dei pellegrini che lo visitavano e che portarono la sua fama in molte parti d’Europa, dove era rappresentata la sua immagine e quella del suo successore Simeone il Giovane anche su certe ampolle portate dall’Oriente, che contenevano olio benedetto o polvere dei luoghi santi, chiamate ‘eulogie’.
Simeone morì nel 459 a circa 70 anni. Le sue spoglie subito furono disputate fra Antiochia e Costantinopoli. La spuntò Antiochia perché la maggior parte di queste rimasero in questa città. Alcune reliquie furono trasferite a Costantinopoli e altre viaggiarono per il Mediterraneo.
Questo modello si ascesi nato e sviluppatosi in Siria, si estenderà anche nel resto della Chiesa cristiana orientale. E si mantenne anche dopo il grande scisma della Chiesa, Oriente-Occidente, ed in Russia addirittura si protrasse fino al secolo XV. Gli stiliti spesso alzavano le loro colonne nei pressi dei centri abitati e delle strade commerciali. Predicavano a davano consigli ai viandanti e guidavano la gente nella preghiera. Teodoreto li denominò ‘candelabri della fede’.
-Complesso monastico di Qal’at Sim’an. La colonna è nella parte centrale che unisce le quattro basiliche e che era sormontata da una cupola ottagonale
-Complesso monastico di Qal’at Sim’an. Al fondo si intravede l’abside di una delle basiliche
-Complesso monastico di Qal’at Sim’an. Facciata principale della basilica
Ma non era l’unico modello. Le manifestazioni ascetiche in questa zona si manifestavano in diversi modi, frutto di un’esplosione monastica avvenuta in Siria e zone limitrofe tra il IV ed il VI secolo, con migliaia di comunità e molte iniziative individuali, come quella di Simeone, che non si sottomettevano ad alcuna regola comune. C’erano quindi i dendriti, che vivevano in cima agli alberi, quelli che si rinchiudevano in una grotta o in una torre, o coloro che stazionavano sempre in piedi nel medesimo luogo o che si coprivano di catene, o quelli che semplicemente vivevano una vita selvaggia, rifiutando il cibo cotto e la carne, di vestirsi e di lavarsi.
In quell’epoca, nel Cristianesimo primitivo c’erano diverse dottrine relative alla natura di Cristo, che non erano in linea con la posizione ufficiale (presenza in Cristo delle due nature, umana e divina) e per questo considerate eresie. Erano principalmente il nestorianesimo3, l’arianesimo4 e il monofismo5. A quest’ultima appartenevano i cristiani della Siria.
E torniamo alla nostra colonna. Come dicevamo si trova al centro di un enorme complesso costruito per ordine dell’imperatore bizantino Zenone e completato nell’anno 490 in un tentativo di pacificare l’ambiente abbastanza irritato ed agitato a causa della disputa contro il monofisismo sollevata dal Concilio di Caledonia. Quattro edifici disposti in forma di croce in direzione dei quattro punti cardinali, erano uniti al centro da una cupola ottagonale che copriva la colonna. I quattro edifici erano quattro basiliche, una delle quali coronata all’estremità delle navate da tre absidi semicircolari, che in parte ancora si conservano. Al lato della basilica venne costruito un convento di grandi dimensioni collegato alla chiesa da un chiostro. Intorno al X secolo il santuario venne fortificato per difenderlo dai musulmani. Nonostante ciò la zona fu conquistata dai Selgiuchidi nel 1164.
Già dalla morte di Simeone la colonna era meta di molti pellegrinaggi, e con la costruzione della chiesa i pellegrinaggi aumentarono, favoriti anche dall’imperatore Zenone, diventando questo un grande luogo di culto.
La dichiarazione di questo monumento come patrimonio dell’Umanità non è stato sufficiente a difenderlo dalla guerra che ha devastato la Siria. Curdi, turchi e gli aerei russi hanno combattuto in questa zona.
—-
1.- Teodoreto di Cirro, Historia Religiosa, cap. XXVI, ca. 440. Altre fonti: una vita del santo scritta in siriaco dai monaci del monastero sorto nei pressi della colonna; la vita scritta in greco dal monaco Antonio, autodefinito discepolo del santo, ma del quale non ne è chiara l’identità; un breve capitolo della Storia Ecclesiastica di Evagrio Pontico della fine del VI secolo.
2.- Genoveffa, posteriormente santa, Sainte Geneviève de Paris, patrona di questa città
3.- Prende il nome dal patriarca di Costantinopoli Nestorio. Dottrina che difendeva che le due nature di Cristo, divina e umana, sono completamente indipendenti tra di loro. E’ chiamata anche difisismo. Fu condannata dal Concilio di Efeso (431).
4.- Prende il nome dal monaco e teologo alessandrino Ario. L’arianesimo era la dottrina che nega la natura divina di Cristo. Solo il padre può considerarsi veramente Dio. Fu condannata dal Concilio di Nicea del 325, al quale partecipò l’imperatore Costantino il Grande.
5.- Monofisismo. Dottrina secondo la quale Cristo ha solo la natura divina. Fu creata e promossa da Cirillo, patriarca di Alessandria. Questa dottrina fu molto controbattuta dal Concilio di Calcedonia del 451 e condannata dal Secondo Concilio di Costantinopoli del 553. Il monofisismo esiste ancora fra i cristiani Copti d’Egitto e nella Chiesa Armena.
San Luis de los Franceses: ¡Más allá del desmembramiento! Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace
Luigi IX (1214-1270) fu un re molto religioso, probabilmente il più pio e devoto di tutti i re di Francia. È noto, fra l’altro, per essersi portato a casa la Corona di Spine ed altre preziose reliquie e per aver fatto costruire un tempio degno di conservarle, La Sainte Chapelle, un’opera sublime dell’arte gotica1.
Ma fu anche protagonista della Settima e dell’Ottava Crociata. La Settima Crociata fu il risultato di un voto che fece il re se fosse guarito da una grave malattia avuta nel 1244, perché proprio in quell’anno ci fu una nuova caduta di Gerusalemme. Partì nel 1248 arrivando per mare in Egitto. Però nel 1250 fu fatto prigioniero dai musulmani che lo trattennero per un mese e fu liberato grazie a che la sua consorte, la regina Margherita di Provenza, pagò un forte riscatto, e dovette tornarsene a casa senza aver ottenuto i risultati previsti. Non soddisfatto, qualche anno più tardi ci riprovò: nel 1269 partì per l’Ottava Crociata. Questa volta decise di cambiare strategia: consigliato anche da suo fratello Carlo d’Angiò, in quel momento re di Napoli e Sicilia, sarebbero sbarcati in Tunisia dove avrebbero riunito le truppe e i fondi necessari, potendo così muoversi alla volta dell’Egitto in modo più sicuro. Quello che non sapevano è che in Tunisia c’era un’epidemia di dissenteria e lo stesso re Luigi IX ne fu contagiato, morendo in pochi giorni. Fu a Cartagine, il 25 agosto 1270.
– San Luigi sul letto di morte. Les Chroniques de France ou de Saint-Denis, fra il 1332 e il 1350. Mahiet, Maître du Missel de Cambrai – Royal 16 G VI – f. 444v. British Library
Adesso il problema era come rimpatriare il corpo del re che, per tradizione, doveva trovare la sua sepoltura nella Chiesa di Saint Denis di Parigi, luogo destinato al riposo eterno dei re di Francia, come del resto era volontà di suo figlio e successore, Filippo III l’Ardito. Non era un problema da poco, tenendo presente che il viaggio era lunghissimo. Carlo d’Angiò, da parte sua, desiderava che fosse sepolto nel duomo di Monreale, Sicilia (fra l’altro molto vicino alla Tunisia), e così avrebbe accresciuto il suo prestigio, vantando di tenere un santo in più nel suo regno, che oltretutto era del suo stesso sangue. Eh già, tutti ormai da tempo davano per scontato che Luigi IX sarebbe stato santificato.
– Cappella dedicata a San Luigi eretta sulla collina di Byrsa, Cartagine, dove morì il re. Fu demolita nel 1950
Vista la differenza di opinioni e le difficoltà materiali per portare via il corpo così com’era, arrivarono a un accordo di compromesso: per la Francia le ossa e per Monreale le viscere e la carne. In quanto al cuore, ne riparleremo più avanti. Dovettero quindi ricorrere al ‘Mos teutonicus’, letteralmente il ‘Costume Germanico’, che veniva utilizzato in Europa nel Medioevo per trasportare igienicamente i corpi di persone di alto rango quando morivano in terre lontane dalla loro patria, mentre gli inglesi ed i francesi preferivano l’imbalsamazione. Il processo consiste nello smembrare il corpo, separare le viscere ed il cuore, e far bollire i pezzi con acqua e vino per diverse ore fino a che la carne non si separa facilmente dalla ossa. Sia la carne che gli organi interni potevano essere seppelliti immediatamente o conservati sotto sale allo stesso modo della carne animale, nel caso volessero essere anch’essi trasportati2.
– Ex cattedrale di Cartagine, Tunisia, ora centro culturale, conosciuta con il nome di Acropolium
Quindi le ossa del nostro devoto re, ben lustre, cominciarono il viaggio verso Parigi, scortate da un gran corteo reale. Il 14 novembre 1270 sbarcarono a Trapani per continuare il lungo viaggio che, attraversando lo stretto di Messina, doveva percorrere tutta l’Italia e parte della Francia. Il corteo funebre arrivò a Parigi il 21 maggio 1271, le spoglie di Luigi IX furono esposte nella cattedrale di Notre Dame e il 23 maggio si celebrò il funerale a Saint Denis.
– Statua del re Luigi IX. Museo Nazionale di Cartagine (Tunisia)
Se già prima di morire era ‘vox populi‘ che il sovrano sarebbe stato santificato, i miracoli avvenuti durante il lungo viaggio di ritorno in Francia non fecero altro che rafforzare l’idea generalizzata che fosse davvero un santo. Infatti questi cominciarono già dall’arrivo delle spoglie in Sicilia -dei quali la Santa Sede ne riconobbe due-, poi ce ne furono altri tre nel nord Italia e poi cominciarono a moltiplicarsi a Saint Denis. Ma nonostante le forti pressioni esercitate sia dalla corona di Francia che da diversi ordini religiosi e dal popolo, la desiderata canonizzazione tardò 27 anni, e fu annunciata solennemente da Bonifacio VIII il 4 agosto 1297, sancita definitivamente il 25 agosto, anniversario della sua morte. Un anno dopo, il 25 agosto 1298, in Saint Denis, in una cerimonia presieduta dal re Filippo IV , (Filippo il Bello, figlio di Filippo III) le ossa del santo furono depositate in un cofanetto reliquiario e sistemate dietro l’altare.
– Cenotafio del re Luigi IX. Museo Nazionale di Cartagine, Tunisia
Nel Medioevo le reliquie erano considerate dei grandi tesori, e molto spesso venivano utilizzate per farne dei doni e addirittura per sancire alleanze. Filippo il Bello mandò molte reliquie di suo nonno, grandi o piccole, a diverse chiese di Francia, soprattutto alla Sainte Chapelle, dove nel 1305 mandò quasi tutto quello che restava delle stesse, incluso il cranio (importantissimo), nonostante l’opposizione dei monaci di Saint Denis che però non poterono far niente contro l’imposizione del papa che avallava la decisione del re. I monaci si dovettero accontentare dei denti e della mandibola e, per dare un po’ più di importanza alle reliquie che erano rimaste loro, fecero costruire un bel reliquiario inaugurato solennemente nel 1307. Con il passare degli anni molte parti delle ossa furono donate a piccoli pezzi, anche dai successivi sovrani, a vari regnanti europei, come per esempio a Carlo IV (grande collezionista di reliquie3), o a monasteri di diverse congregazioni religiose. E così andò avanti fino alla Rivoluzione Francese e le poca ossa rimaste furono disperse o distrutte. Si salvarono solo quelle conservate a Saint Denis e, naturalmente, le reliquie di Monreale.
-Altare dedicato a Luigi IX, dove furono risposte le viscere del re. Duomo di Monreale, transetto sinistro
In quanto al cuore, c’era chi sosteneva che fosse stato portato a Parigi insieme alle ossa e poi a Notre Dame insieme al cranio, e chi invece che fosse rimasto nel duomo di Monreale insieme alle viscere, nell’ altare dedicato al santo, situato nel transetto sinistro. Poi nel 1803 fu ritrovata nella Sainte Chapelle una scatola di piombo al cui interno si trovava un’altra scatola, a forma di cuore, contenente un cuore umano avvolto in una tela di lino che fu subito attribuito al santo: ma il fatto non fu reso pubblico. Si fece fare un’altra scatola di stagno e il cuore fu riposto dove era stato trovato perché la situazione politica non era ancora ‘favorevole’. Qualche decennio più tardi, nel 1843, nel corso di alcuni lavori la scatola venne di nuovo rinvenuta. E questa volta vennero fatte delle minuziose indagini che però dimostrarono che il cuore trovato non poteva essere attribuito al re.
– Reliquiario che conteneva le viscere del re Luigi IX. Tesoro della cattedrale di San Vincenzo di Paola e Sant’Olivia, Tunisi. Il reliquiario, alto 2,20 m., è di bronzo dorato. I due angeli sostengono una miniatura della Sainte Chapelle, nella quale erano riposte del reliquie del re.
Le viscere (e quindi anche il cuore), come accennato prima, che vennero portate a Monreale da Carlo d’Angiò vi rimasero fino al 1860, quando Garibaldi con i suoi Mille sbarcarono in Sicilia e cacciarono l’ultimo re Borbone, Francesco II delle Due Sicilie. Questi portò via con sé le preziose viscere nel suo esilio attraverso l’Europa: Roma, Monaco, Belgio, Francia, Austria… Morì nel Tirolo austriaco nel 1894. Però lasciò le reliquie al cardinale Lavigerie, fondatore dei Padri Bianchi, con il desiderio che fossero portate alla loro cattedrale di Cartagine in modo che ritornassero nel luogo dove il re partì per la sua ultima dimora. Le viscere del re, alle quali il cardinale aggiunse una piccola parte del cranio, furono depositate in un magnifico reliquiario (due angeli che sostengono una miniatura della Sainte Chapelle) fatto da un orafo di Lione e riportate in Tunisia dallo stesso Lavigerie.
– Reliquiario contenente le viscere e un pezzo del cranio del re Luigi IX. Cattedrale di Versailles
Questa cattedrale, dedicata a San Luigi e costruita tra il 1884 e il 1890, dal 1964 non è più dedicata al culto e viene attualmente utilizzata come sala per concerti ed altre attività culturali; è anche conosciuta con il nome di Acropolium. Non lontano dalla cattedrale già esisteva una cappella dedicata al re santo, costruita nel 1845 sulla collina di Byrsa, sul luogo dove morì. La cappella fu costruita con il proposito di celebrare la memoria del re ogni 25 agosto, data della sua morte, e anche come luogo di preghiera per i marinai francesi. La cappella fu definitivamente chiusa nel 1943 e demolita nel 1950. Ma il ricordo di questo re è sempre molto presente in Tunisia. Infatti, nel giardino del Museo Nazionale di Cartagine, che si trova presso la cattedrale, sul luogo occupato in precedenza dal seminario dei Padri Bianchi, è visibile il cenotafio di San Luigi e anche una statua a lui dedicata.
– Duomo di Monreale. Altare argenteo di Luigi Valadier (1771). San Luigi IX è il primo a sinistra, seguito da San Castrense, San Paolo, San Pietro, San Benedetto da Norcia e Santa Rosalia.
Nel 1964 le reliquie del re furono portate nella chiesa di Santa Giovanna d’Arco di Tunisi dove rimasero fino al 1985, data in cui l’arcivescovo della città ne fece dono al vescovo di Saint Denis che le depositò nell’oratorio episcopale. Nel 1999 le reliquie fecero un altro viaggio: furono portate a Saint Louis, Missouri, per essere esposte alla venerazione dei fedeli americani. Nel 2011 furono portate alla cattedrale di Saint Louis di Versailles, parrocchia originaria del re, dove si trovano attualmente.
Il prezioso reliquiario portato dal cardinale Lavigerie, rimasto a Tunisi, vuoto, dal 1996, è esposto nel tesoro della cattedrale di San Vincenzo di Paola e Sant’Oliva, l’attuale cattedrale cattolica di Tunisi.
Nel duomo di Monreale, il ricordo del re santo è sempre presente, non solo con il già citato altare del transetto sinistro a lui dedicato e con una delle statue dell’altare maggiore, opera di Valadier, che rappresenta questo re, ma anche perché Il 25 agosto di ogni anno si svolgono le celebrazioni in suffragio di S. Luigi IX Re di Francia, nella ricorrenza della sua morte4.
Secondo il sito ufficiale del Duomo di Monreale, le reliquie del re (viscere e cuore) si troverebbero in una cassetta reliquiario all’interno dell’altare della cappella a lui dedicata.
Per saperne di più:
J. Le Goff, “Nous irons à Jérusalem!” Saint Louis sur son lit de mort à Tunis, 1270 , in : P. Gueniffey, Les derniers jours des rois, Perrin, Paris 2014
V. Lucherini, Smembrare il corpo del re e moltiplicare le reliquie del santo: il caso di Luigi IX di Francia, in: CONVIVIUM. – ISSN 2336-3452. – I:1(2014), pp. 88-101.
¿Dónde está la tumba de Moisés? Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace
Valle del Giordano, la ‘Terra promessa’ vista dalla cima del Monte Nebo
“Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e di Manàsse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Zoar. Il Signore gli disse: «Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!». Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l’ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. Gli Israeliti lo piansero nelle steppe di Moab per trenta giorni; dopo, furono compiuti i giorni di pianto per il lutto di Mosè. Giosuè, figlio di Nun, era pieno dello spirito di saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui; gli Israeliti gli obbedirono e fecero quello che il Signore aveva comandato a Mosè.” (Deuteronomio 34,1-9)
Secondo il Deuteronomio e la tradizione ebreo-cristiana, Mosè dal Monte Nebo vide la Terra che Dio aveva promesso al suo popolo ma nella quale lui non ci sarebbe mai entrato. Morì subito dopo e fu sepolto nelle vicinanze, nella valle del Moab, dove si trova il monte Nebo, ma nessuno sa dove sia la sua tomba. Addirittura, secondo la tradizione ebraica, sarebbe stato sepolto dallo stesso Dio, in modo che il luogo della sua sepoltura fosse sconosciuto da tutti e quindi evitare i pericoli dell’idolatria, e che la sua figura potesse offuscare l’immagine di Dio.
¿Qué fue de la Menorá? Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace
Bassorilievo all’interno dell’Arco di Tito in cui si vede come i tesori del Tempio di Gerusalemme, fra cui la Menorah, vengono portati a Roma
Il Signore parlò a Mosè dicendo: “Farai anche un candelabro d’oro puro. Il candelabro sarà lavorato a martello, il suo fusto e i suoi bracci; i suoi calici, i suoi bulbi e le sue corolle saranno tutti di un pezzo. Sei bracci usciranno dai suoi lati: tre bracci del candelabro da un lato e tre bracci del candelabro dall’altro lato. Vi saranno su di un braccio tre calici in forma di fiore di mandorlo, con bulbo e corolla e così anche sull’altro braccio tre calici in forma di fiore di mandorlo, con bulbo e corolla. Così sarà per i sei bracci che usciranno dal candelabro. Il fusto del candelabro avrà quattro calici in forma di fiore di mandorlo, con i loro bulbi e le loro corolle: un bulbo sotto i due bracci che si dipartano da esso e un bulbo sotto gli altri due bracci e un bulbo sotto i due altri bracci che si dipartano da esso; così per tutti i sei bracci che escono dal candelabro. I bulbi e i relativi bracci saranno tutti di un pezzo: il tutto sarà formato da una sola massa d’oro puro lavorata a martello. Farai le sue sette lampade: vi si collocheranno sopra in modo da illuminare lo spazio davanti ad esso. I suoi smoccolatoi e i suoi portacenere saranno d’oro puro. Lo si farà con un talento di oro puro, esso con tutti i suoi accessori. Guarda ed eseguisci secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte”. (Esodo 25, 31-40)
La Menorah (pron. Menorà), il candelabro a setti bracci, è il simbolo più importante del giudaismo. Però non stiamo parlando di una qualsiasi menorah, ma ‘La Menorah’, con maiuscola, il famoso candelabro d’oro che era nel Tempio di Gerusalemme e che fu portato a Roma dalle truppe di Tito, insieme ad altri trofei, come conseguenza della distruzione del secondo Tempio, nell’anno 70 d.C.