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Si trova nella Sala del Tesoro della cattedrale di Treviri1, monumento dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1986.

Questo ‘cofanetto’è un meraviglioso esempio dell’oreficeria ottoniana, commissionato dall’arcivescovo di Treviri Egberto (977-993) alle soglie dell’anno 1000.

L’oreficeria ottoniana aveva sedi soprattutto a Treviri, Essen, Hildesheim, Reichnau, Colonia e Ratisbona, e la sua produzione era intesa soprattutto come una propaganda del culto imperiale attraverso la sacralizzazione del lusso.

Questo ‘scrigno’ conteneva alcune reliquie, fra cui una parte della suola del sandalo di S. Andrea, ragione per cui è anche conosciuto come ‘Il reliquiario del sandalo di Sant’Andrea’ a cui fanno riferimento le gemme che decorano un piede dorato situato al centro del ‘coperchio’ del reliquiario. Anche se di ridotte dimensioni (31x44x22), è stato utilizzato anche come altare portatile.

Il reliquiario poggia su quattro leoni seduti dalle cui bocche pendono altrettanti anelli che servivano per appenderlo. I due lati maggiori sono rivestiti di placche d’avorio e tra smalti su fondo dorato con i simboli degli evangelisti vi sono due leoni reimpiegati, di origine anglosassone. Sugli altri due lati, decorati con smalti, gemme e oro, ci sono due dischi di epoca merovingia, uno per lato. In uno di questi possiamo vedere, incastonato nel centro, un ‘solidus’ aureo con il ritratto dell’imperatore Giustiniano (coniato prima del 538) circondato da alcuni cerchi di smalto cloisonné e da uno d’oro punzonato entro cui si delinea la sagoma della croce. L’uso in origine di questo tipo di dischi potrebbe essere stato quello di un reliquiario in sé stesso (esiste uno spazio vuoto fra la moneta e la lastra), o essere stato un pendente indossato come pettorale da un sacerdote. Il ‘piede’ che corona il reliquiario è intagliato in legno di rovere coperto da una lamina d’oro e ornato con fasce di pietre preziose che simulano i lacci del sandalo

Disco merovingio con al centro un ‘Solidus’ con l’effigie di Giustiniano. Lato minore del reliquiario

Questi tipi di reliquiari vengono anche denominati ‘parlanti’, perché raffigurano il contenuto della reliquia che contengono, categoria molto simile a quella di ‘antropomorfici’ nei quali il reliquiario è fatto a forma della parte del corpo a cui appartiene la reliquia che contiene2. Forse questo è l’esempio più antico di ‘reliquiario parlante’ fra quelli giunti fino a noi.

Un’iscrizione lungo il bordo del coperchio rivela che Egberto fu il committente e descrive, allo stesso tempo, quali erano le reliquie ivi contenute. Oltre alla reliquia principale, l’altare conteneva parti della barba e della catena di S. Pietro e un chiodo della croce di Cristo. Quest’ultimo, a sua volta, inserito in una preziosa custodia a forma di chiodo.

E’ molto possibile che una delle fonti d’ispirazione per la realizzazione di quest’oggetto sia stato l’altare d’oro di Sant’Ambrogio di Milano, di epoca carolingia, trattato da Reliquiosamente in quest’articolo.

Egberto era un grande mecenate e grazie al suo impulso Treviri diventò un importante centro di produzione artistica. Riutilizzando manufatti merovingi Treviri voleva proclamare con orgoglio la sua antichità rispetto alle diocesi di Magonza e Colonia, con le quali Egberto competeva nel far rivalere l’importanza della provincia ecclesiastica ed ottener la supremazia della zona del Reno-Mosella. Treviri era già stata sin dal VI secolo un importante centro di oreficeria, epoca in cui vennero realizzati questi dischi. E il reliquiario si prestò come un elemento perfetto per evidenziare le sue antiche tradizioni apostoliche e imperiali. Nel 997 Benedetto VII concesse alla diocesi di Treviri il primato della Gallia Belgica.

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1.- Nella cattedrale di Treviri è conservata anche la Sacra Tunica di Cristo, un’importante reliquia della passione, alla quale Reliquiosamente ha dedicato un articolo alla cui lettura invito. 2.- Consulta anche l’articolo ‘Reliquiari antropomorfici’ pubblicato su Reliquiosamente