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Giuseppe Garibaldi ( 4.7.1807 – 2.6.1882) era mítico anche prima di morire. Era ‘l’uomo della Provvidenza’ destinato a compiere un’aspettativa che durava da venti generazioni: fare l’Italia. Il popolo lo adorava e in un certo senso egli ‘sacralizzava’ i luoghi dove passava. Transformava in reliquie quello che toccava attravaerso quello che chiamavano ‘il tocco’ di Garibaldi, a cui perfino gli si attribuivano proprietà taumaturgiche. Addirittura amministrava sacramenti. Insomma, si era creata una religione laica, basata sulla sua persona e sul suo anticlericalismo, che si sovrapponeva a quella ‘classica’ cattolica. L’eroe era quindi il centro di una religione politica garibaldina. Lui stesso alimentava questo culto distribuendo reliquie di sé: mantelli, camicie rosse, bende con gocce di sangue, ciocche di capelli, fotografie firmate, lettere manoscritte…. Aveva persino previsto, nei suoi testamenti, come continuare a distribuire queste sue reliquie, piú specificamente, le sue ceneri per creare luoghi di culto. Ma queste sue volontà non furono rispettate, come vedremo.

L’epoca del Risorgimento, quella di papa Pio IX, assiteva quindi a una sorta di ‘guerra delle reliquie’. Quelle sacre e quelle profane, Pio IX contro Garibaldi. La Chiesa, vedendo il suo tradizionale monopolio del sacro minacciato, reagí riorganizzando e riaffermando i contenuti miracolistici e denunciando ogni mimesi ‘sacrilega’. Capitalizzó, inoltre, la recente riscoperta delle catacombe1, che poterono fornire reliquie di martiri per contrastare quelli del movimento liberale, la figura, vivente, di Garibaldi e le sue nomerosissime reliquie.

E fra le reliquie, quelle del corpo sono quelle più preziose, come del resto quelle dei santi. Alla sua morte, ben 10 cicatrici sul suo corpo confermavano il suo eroismo; le maggiori quelle di Aspromonte. Le bende bagnate di sangue di queste gravi ferite (alla coscia e ad un piede) furono trasformate in reliquie. Altre preziosissime reliquie furono la barella, la coperta di lana che lo avvolse, il lenzuolo, la camicia rossa che indossava, il proiettile stesso. Aspromonte: la ferita e l’arresto, da parte dei soldati savoia, i bersaglieri, ossia il tradimento e l’ingratitudine di uno stato che era appena nato.

– Garibaldi è ferito a Aspromonte, 29-8.1862. Fondazione Spadolini, Firenze

Garibaldi si rifugió nella piccola isola di Caprera, della quale riuscì ad averne la proprietà. Lui stesso trasformò in una fiorente fattoria, grazie all’aiuto di volontari garibaldini, quello che prima era solo un arido scoglio. Ma non solo una fattoria, anche la sua ultima dimora. Caprera divenne il suo ‘tempio’, un luogo di pellegrinaggio che racchiudeva le sue più importanti reliquie… e il suo corpo.

Nei suoi testamenti Garibaldi dichiarava esplicitamente di non far partecipare la Chiesa ed i sacerdoti nel trattamento del suo corpo. Niente sacerdoti, sacramenti, funerali religiosi o ufficiali… Rivendicava anche la proprietà del proprio corpo e la libertá di disporne. Quindi voleva essere libero da possibili intromissioni della Chiesa o dello Stato, per compiere un gesto esemplare: essere arso sul rogo. Quindi bruciato, non cremato. Un rogo, una pira di tronchi resinosi e balsami profumati, non una volgare cremazione. Il luogo dove doveva essere allestito il rogo, a 150 m dalla sua casa, e la pira in se stessa, collocata su un lettino di ferro di un metro e mezzo di altezza, vennero descritti in ogni minimo dettaglio. Inoltre il tipo di legna, la bara, che doveva essere scoperta, e lui vestito con una camicia rossa. Si dovevano raccogliere due pizzichi di cenere per essere depositati nelle urne della tomba delle sue piccole figlie2. Ma prevedendo possibili resistenze a questa sua decisione, chiese a parenti ed amici di tener segreta la notizia della sua morte alle autorità locali fino a combustione avvenuta, ossia quando non sarebbe stato più possibile estrarlo.

E il resto delle ceneri? Garibaldi nei suoi testamenti non fu molto esplicito: una parte sarebbe stata depositata in una piccola urna vicino alle sue bambine, come già accennato, nella tomba ‘sepolcreto’ di Caprera, ed un’altra parte deposta sotto il suo ginepro favorito, in una bottiglia. Ma una pira di quelle caratteristiche produce una gran quantità di cenere.

Garibaldi voleva evitare qualsiasi ostentazione ribadendo il criterio di semplicità del suo sepolcro: un semplice sasso con il suo nome.  

Alla morte di Garibaldi, il 2 giugno 1882, riguardo alle sue spoglie fra i suoi seguaci si crearono due correnti. Una voleva rispettare le volontà dell’eroe e l’altra invece, ci teneva a preservare il corpo, quindi imbalsamato, per trasformarlo in reliquia. Francesco Crispi, statista, e Alberto Mario, politico e giornalista, ambedue amici di Garibaldi, insieme a due medici, si radunarono con la moglie e i figli a Caprera e li convinsero di imbalsamare il corpo e di seppellirlo provvisoriamente a Caprera, lasciando al Parlmento la decisione di quale sarebbe stata la sua ultima dimora. Poi da provvisoria, la sepoltura di Caprera di venne definitiva, confermata dal Parlamento nel 1905. Fu particolarmente Crispi, che aveva un forte ascendente sulla famiglia, che apportò argomenti di peso, oltre che di ordine pratico, come quello che sarebbe stato allestito un degno sepolcro a Roma sul Gianicolo, o che il suo corpo apparteneva ormai alla nazione, non più a se stesso.

– Sepolcreto di Caprera. Al centro la tomba di Garibaldi con intorno le tombe delle sue bambine, Anna Maria e Rosa, dei suoi figli Manlio, Teresita e Clelia e di sua moglie Francesca.

Sul sarcofago venne posto un masso di granito rosso di 4 tonnellate e il corpo fu affidato in custodia dal Governo all’esercito che lo vigilò per più di cento anni, per prevenire possibili attacchi di gruppi estremisti che avrebbero voluto che le ultime volontà di Garibaldi fossero state rispettate, e quindi possibilmente per impossessarsi del corpo e bruciarlo. Anche il luogo designato da Garibaldi per collocare la pira venne falsificato, quindi quello che veniva mostrato ai pellegrini e al mondo intero non era l’autentico, in connivenza con la famiglia, ma un altro più facilmente controllabile, come controllabile era ormai il suo corpo. Non così sarebbero state le ceneri.

Lo stato era riuscito finalmente a ‘controllare’ Garibaldi. Diversamente, le sue ceneri sarebbero state depositate, in piccole dosi, in migliaia di monumenti e luoghi dove veniva ricordato l’eroe, facendo diventare ciascuno di questi luoghi una sorta di ‘sacrario’, di reliquiario, e di conseguenza la sua presenza ‘reale’ sarebbe stata ovunque, in tutto il territorio nazionale. E proprio questo pare che fosse l’ultimo desiderio di Garibaldi, rimasto ambiguo nei suoi testamenti. D’altronde, anche da vivo si diceva che avesse il dono dell’ubiquitá.

– Casa di Garibaldi – Caprera

Altra cosa è invece l’eredità di Garibaldi e la divisione dei suoi beni fra gli eredi; la conservazione della casa, degli oggetti personali, delle sue reliquie e del sepolcreto dopo che lo stato espropriasse e dichiarasse monumento nazionale Caprera nel 1907, affidandola al Ministero della Marina, comprese la casa, il giardino e le tombe, che però furono affidate in custodia alla vedova Francesca fino al 1923 e poi alla sua morte, alla figlia Clelia, fino al 1959. Nessuna sistemazione monumentale venne realizzata, nonostante promessa. E poi lo stato di abbandono del luogo. E il conflitto fra i due rami della famiglia: i discendenti di Anita, soprattutto Ricciotti, e la vedova Francesca riguardo al trattamento della memoria e delle reliquie dell’eroe e delle sepolture della discendenza. Ma tutte queste sono altre storie che non tratteremo in quest’articolo.

– Il mulino e busto di Garibaldi. Caprera

Attualmente, la tomba di Garibaldi può essere visitata, nello stesso luogo originale, con accanto le tombe delle sue bambine, della moglie Francesca, quella dei figli Manlio, Teresita e Clelia. Invece i resti di Anita, la prima moglie, che morì nel 1849 nei pressi di Ravenna, a Mota della Pastorara, dopo essere stati spostati a Mandriole e successivamente a Nizza personalmente da Garibaldi, furono definitivamente portati a Roma e deposti nel basamento del monumento equestre a lei dedicato sul Gianicolo, inaugurato nel 1932, dove si trovano tuttora.

Attualmente la conservazione, la tutela e la gestione del ‘Compendio Garibaldino3, sono affidate al Ministero della Cultura, attraverso la Direzione regionale Musei Nazionali Sardegna. Il sito è un museo statale e viene gestito direttamente dall’amministrazione del Ministero.

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1.- Invito alla lettura della serie di articoli sulle catacombe iniziando da “Le catacombe (1) – Origine, sviluppo e declino

2.- Anna Maria (1859-75), con la servente Battistina Ravello, e Rosa (1873-75) con Francesca Armosino, la sua seconda moglie. Ambedue erano sepolte a Caprera.

Garibaldi ebbe in totale 8 otto figli:

. Con Anita Garibaldi: 1) Domenico Menotti Garibaldi (1840–1903) – Militare e deputato, prese parte a diverse campagne garibaldine; 2) Rosa Garibaldi (1843–1845) – Chiamata anche Rosita, morì di vaiolo a soli due anni. 3) Teresa Garibaldi (1845–1903) – Sposò il generale garibaldino Stefano Canzio. 4) Ricciotti Garibaldi (1847–1924) – Generale e patriota, fu il più noto dei figli dopo Menotti e lasciò una numerosa discendenza.

. Con Battistina Ravello: 5) Anna Maria Imeni Garibaldi (1859–1875) – Figlia naturale, chiamata Anita in memoria di Anita Garibaldi; morì a soli 16 anni.

. Con Francesca Armosino: 6) Clelia Garibaldi (1867–1959) – L’ultima dei figli a sopravvivere; scrisse memorie sul padre. 7) Rosa Garibaldi (1873–1875) – Morì in tenerissima età. 8) Manlio Garibaldi (1873–1900) – Morì giovane, a 27 anni.

3.- Formano parte del ‘Compendio Garibaldino’ di Caprera: il Sepolcreto, la Casa Bianca, la Casa di Ferro, la Casa di Legno, il mulino, il frantoio e gli altri edifici storici della fattoria.

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Per saperne di più:

Dino Mengozzi: Il corpo di Garibaldi: Reliquie laiche e taumaturgia politica nell’Italia dell’Ottocento. Milano 2021