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Sebastiano del Piombo. Chiesa di San Pietro in Montorio, Roma

Pilato allora, volendo dare soddisfazione al popolo rimise loro in libertà Barabba e consegnò Gesù, dopo averlo fatto flagellare, affinché fosse crocifisso”. (Mc 15,15)

Nel pretorio di Pilato Gesù ricevette 39 frustate, più precisamente 40 meno una, per evitare errori, perché 40 era il massimo consentito dalla legge mosaica e che i romani probabilmente rispettarono. La flagellazione, riservata alle classi più umili e agli schiavi, normalmente precedeva la crocifissione.

Oltre che nel Vangelo di Marco, anche in quelli degli altri tre evangelisti esiste l’episodio della flagellazione di Cristo (Mt 27,26; Lc 23,16; Gv 19,21) ma non esiste nessun riferimento alla colonna: forse era ovvio? E tanto meno non ci consente di sapere quali potessero essere le caratteristiche della colonna.

Una pratica abbastanza comune a Roma, a sostegno dell’ipotesi della colonna conservata a Roma, era che la persona fosse legata ad una piccola colonna o a un piccolo palo di legno, per obbligare il condannato a stare piegato, con il dorso curvo. In questo modo il flagello colpiva sia il petto che la schiena. Altri studiosi sostengono1, invece, che la colonna doveva essere più alta della persona che veniva flagellata in modo che questa poteva essere fissata alla colonna con le braccia in alto e stese, e le mani legate. La colonna avrebbe avuto un braccio sporgente all’estremità del quale ci sarebbe stato un anello. In ogni caso, questo era un castigo molto duro perché il flagello non era un semplice frusta, ma era formato da tre cinghie di cuoio alle cui estremità vi erano nodi, sfere metalliche, pietre o addirittura uncini (flagellum taxellatum) che laceravano la pelle, a volte fino a farla cadere a brandelli.

Colonne che vengono associate alla flagellazione di Cristo e considerate autentiche ce ne sono per lo meno tre: una a Roma, un’altra a Gerusalemme e la terza a Istanbul.

Colonna della flagellazione. Basilica di Santa Prassede, Roma

Nella chiesa di Santa Prassede (forse la più antica di Roma, con splendidi mosaici di tipo bizantino), adiacente al sacello di San Zenone, viene conservata una colonna di quarzo-diorite, bianca e nera. E’ a forma di colonnetta ornamentale, rastremata, con collarino e capitello. E’ alta 63 cm ed il suo diametro è di 40 cm alla base e di 13 nel punto più stretto. Ne mancano alcune parti, che furono asportate poco a poco per farne dei doni, soprattutto una parte più consistente fu donata da Sisto V nel 1585 ai fedeli di Padova. Secondo la teoria della ‘colonna piccola’ questa tipologia aveva un anello nella parte superiore al quale veniva legata la corda. In questa colonna è visibile il punto in cui era fissato. Fu donato al re Luigi IX di Francia a cambio di tre spine della corona che aveva appena comprato.

Sono presenti altri piccoli frammenti di questa colonna in varie chiese di Roma e altri luoghi.

Una targa recita chiaramente che fu portata da Gerusalemme, nel 1223, dal Cardinale Giovanni Colonna (strana coincidenza del cognome), in quel momento legato apostolico in Oriente durante la V Crociata (1217-1221), che aveva anche ordini dal papa Onorio III (1216-1227) di portare a Roma tutte le reliquie possibili per salvarle dagli infedeli. Al ritorno a Roma la fece custodire nella basilica di Santa Prassede, della quale era titolare.

La colonna venne vista dalla pellegrina Egeria nel 383 e da Antonino da Piacenza, nel 570, nella chiesa dei Santi Apostoli sul Monte Sion di Gerusalemme, dove probabilmente fu portata dai cristiani dopo la distruzione della città dell’anno 70. La chiesa venne distrutta dai musulmani nel 1009 e successivamente ricostruita nel XII secolo con il nome di Santa Maria in Monte Sion. Difficile se non impossibile sapere dove andarono a finire le reliquie contenute nella primitiva chiesa e dove esattamente stava la colonna che portò a Roma il cardinale e chi gliela diede. Il tipo di marmo usato per questa colonna proviene dall’Egitto, vicino a Bir Kattar, unico luogo dove è possibile reperire questo minerale.

Questa colonna è servita come modello a Bernini per la realizzazione, da parte di uno dei suoi discepoli, di uno degli angeli del Ponte Sant’Angelo che sorreggono ciascuno uno strumento della passione di Cristo2. E’ anche rappresentata in due opere presenti a Santa Prassede, ovviamente, e in molte altre.

Angelo che sorregge la colonna della flagellazione, uno degli strumenti della passione di Cristo. Ponte Sant’Angelo, Roma

Agostino Ciampelli. Basilica di Santa Prassede, Roma

Rubens. Chiesa di San Paolo, Anversa

Nel 1835 il poeta romano Gioacchino Belli gli dedica la poesia ‘Cristo a la colonna’. Il poeta, con il suo solito tono satirico, esprime i suoi dubbi sull’autenticità del reperto, soprattutto ridicolizza il fatto che sia così piccola.

Nel 333 a un pellegrino anonimo di Bordeaux gli fu mostrata una colonna della flagellazione, nel Cenacolo, nei pressi del quale, secondo la tradizione, era localizzato il palazzo di Caifa dove, fra le cui rovine, sarebbe stata trovata. Questo diede adito a pensare che Gesù potesse essere stato flagellato, non solo nel Pretorio per ordine di Ponzio Pilato, ma anche nel palazzo di Caifa, quando fu insultato e beffeggiato dai soldati. Ma è pura speculazione.

Parte della colonna della flagellazione. Cappella dell’Apparizione. Basilica del Santo Sepolcro, Gerusalemme

Bonifacio da Ragusa, che era custode in Terra Santa a metà XVI secolo la portò, o ciò che rimaneva della stessa, nella chiesa del Santo Sepolcro, dov’è ancora oggi.  E’ un tronco di colonna di porfido rosso, non più alto di un metro. Si può vedere nella cappella dell’Apparizione, di proprietà dei francescani, e si venera in modo particolare il mercoledì santo, quando viene baciata dai fedeli.

 

Anche su questo tipo di colonna esiste molta iconografia.

Luca Signorelli. Accademia di Brera

Jacopo Tintoretto. Collezione d’arte del Castello di Praga

La terza colonna, molto meno famosa, si trova nella Cattedrale di San Giorgio, sede del Patriarcato di Costantinopoli a Istanbul. Sarebbe stata Sant’Elena a portarla a Costantinopoli, o per lo meno è quello che sempre si dice quando non si hanno altri dati. Neanche questa è completa. E’ di pietra scura, a sezione più stretta di quella di Gerusalemme, e non ha niente a che vedere con quella di Roma.

Colonna della flagellazione. Cattedrale di San Giorgio. Istanbul

Quindi, siccome non esiste evidenza circa l’autenticità di nessuna delle tre (anche se quella di Roma è considerata la più verosimile) e neanche che la flagellazione fosse stata fatta legando Cristo ad una colonna (anche se è probabile), possiamo dire che questo è un reperto importante che rappresenta e ricorda l’episodio narrato dai vangeli, al di là di qualsiasi altra dimostrazione.

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1.- C. Testore, E. Lavagnino, Colonna della flagellazionein Enciclopedia Cattolicavol. V, Città del Vaticano, 1950, col. 1441-1443.          2.- Leggi anche il mio articolo “Gli strumenti della passione di Cristo sono a Ponte Sant’Angelo