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L’Acheropita del Salvatore

Si tratta dell’immagine più venerata di Roma e una delle più miracolose che presiede il luogo più santo della capitale, il famoso ‘Sancta Sanctorum’, ossia la cappella di San Lorenzo nel Patriarchio Lateranense. Il ‘Sancta Sanctorum’ fu così chiamato per il gran numero di reliquie che vi erano custodite. Per la loro custodia Leone III fece costruire una cassa di legno di cipresso, al centro della quale fece scrivere: SCA SCO RVM, (Sancta Sanctorum). Si intravede sotto l’altare, però la maggior parte di quelle reliquie è stata trasferita in Vaticano.

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Questo luogo era la cappella privata dei papi, l’oratorio di San Lorenzo in Palatio ed anche l’archivio segreto pontificio. Nell’architrave della cappella possiamo leggere l’iscrizione “Non est in toto sanctior orbe locus” (non esiste al mondo luogo più santo) sotto la quale c’è l’immagine acheropita del Salvatore. In questo luogo si venerano anche tre portali di marmo provenienti dal Praetorium, il palazzo di Pilato.

Questa cappella, alla quale si arriva salendo la famosa ‘Scala Santa’ è, artisticamente parlando, un gioiello. Gli affreschi delle pareti e della volta e il pavimento cosmatesco accompagnano il mosaico che è al di sopra dell’altare. Quest’ultimo è preceduto e incorniciato da due splendide colonne di porfido e su di esso è appoggiata l’immagine del Salvatore, un volto dai grandi occhi che immediatamente attrae gli sguardi dei visitatori.

Cappella di San Lorenzo in Palatio (Sancta_Sanctorum)

Cappella di San Lorenzo in Palatio (Sancta Sanctorum)

Quest’immagine è anche chiamata ‘Uronica’, che significa ‘l’essenziale’, e a nessuno sfugge la somiglianza dei termini Uronica e Veronica. Per questo motivo alcuni sostengono che quest’immagine sia lo stesso velo di Camulia.

Una delle leggende nate intorno all’Acheropita* del Salvatore e alla sua origine misteriosa ne attribuisce a San Luca la paternità e sarebbe poi stata perfezionata ‘per virtù angelica’. Un’altra leggenda riguarda il suo arrivo a Roma. Per metterla in salvo dalle persecuzioni iconoclastiche dell’VIII secolo, iniziate dall’imperatore bizantino Leone III Isaurico, il patriarca di Costantinopoli, Germano I, nel 730 avrebbe scritto una lettera al papa Gregorio II spiegando qual era la situazione delle icone in quel momento. Appose anche la data e inserì il messaggio, sigillandolo, dentro la tavola. Poi la gettò in mare affidandola alle onde e arrivò a Roma in 24 ore, in riva al Tevere, dove fu trovata dal papa grazie ad un sogno premonitore.

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La Scala Santa

Non sappiamo dove fu custodita quest’immagine subito dopo il suo arrivo a Roma, però la sua presenza nel Sancta Sanctorum risale per lo meno all’epoca del papa Stefano II (752-757). Infatti, nell’anno 753 fu portata in processione per chiedere protezione contro le minacce dei longobardi guidati da Astolfo. Lo stesso papa Stefano la portò in spalla: a piedi nudi e con il capo coperto di cenere dal Laterano l’immagine fu portata fino a Santa Maria Maggiore. I longobardi erano venuti a riprendersi i territori che i loro predecessori Liutprando e Rachis avevano donato al papa. In quel momento il papato si trovava da solo ad affrontare questo problema dato l’aspro conflitto generato dal fenomeno dell’iconoclastia e dalla mancanza di protezione dei Franchi, della quale goderà in seguito. Quindi si chiese un’intervento divino che non mancò. Astolfo, infatti, rinunciò a reclamare i famosi territori, rispettando così il patto di non aggressione e questo fu interpretato come un miracolo dell’acheropita.

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Ingresso Scala Santa

Durante i secoli VIII e IX l’immagine veniva portata in processione per le strade di Roma in occasione delle principali festività mariane. Poi, dalla metà del secolo IX in poi e a partire dal pontificato di Leone IV (847-855) ci fu solo un’unica e solenne processione, che si svolgeva in occasione della festività dell’Assunzione, ossia la notte fra il 14 e il 15 agosto. La processione, alla luce delle fiaccole, uscendo dal ‘Sancta Sanctorum’ percorreva i luoghi più famosi della capitale attraversando il Foro Romano ed arrivava fino a Santa Maria Maggiore dove la attendeva il papa. Infatti il papa già dai tempi di Innocenzo III (1198-1216) non andava più in processione. In questo luogo avveniva la parte più importante della processione: l’incontro con la Vergine, in questo caso con la ‘Salus Populi Romani’ che in questo tempio aveva (ed ha) la sua dimora. Il figlio entra nella basilica per incontrare e rendere omaggio alla madre. Quest’immagine della madre di Gesù, considerata il suo vero ritratto, è probabilmente la più importante e miracolosa di Roma, ed è attribuita a San Luca. Questa processione ebbe luogo tutti gli anni fino a che fu definitivamente proibita sotto il pontificato di Pio V (1566-1572) a causa di  problemi di ordine pubblico causati in alcune occasioni da persone violente.

Salus populi romani

Salus Populi Romani

L’Acheropita del Salvatore è un dipinto a cera su tela di lino incollata su tavola di legno di cm 143,5 x 56,8 che rappresenta Gesù Cristo in trono. A causa del suo deterioro, infatti dell’immagine originale restano solo delle piccole parti, ha subito diversi restauri attraverso i secoli: nel secolo X fu posto un nimbo d’oro intorno al volto del Signore; sotto Alessandro III (1159-1181) il volto fu coperto con un panno di seta dipinto riproducente l’originale; Innocenzo III (1198-1216) la fece ricoprire, salvo il volto, con una lamina d’argento. Ci furono poi successivi restauri fra il XIV ed il XVII secolo, fra i quali la apertura di fori o sportellini per ungere la mano, il costato ed i piedi del Salvatore durante le cerimonie solenni. Ci furono ulteriori interventi negli anni ’90 del secolo scorso. La copertura d’argento sbalzato è una magnifica opera di oreficeria del secolo XIII con aggiunte posteriori. E’ cosparsa di gemme, smalti, temi ornamentali ed immagini relative ai santi le cui reliquie erano conservate in questo luogo, oltre a personaggi del Nuovo Testamento. Il volto è protetto da un vetro ed appare sotto un’apertura ottagonale incorniciato da un nimbo dorato tempestato di pietre dure. Questo nimbo risale al XV-XVI secolo e sostituisce quello originale che fu rubato sotto Martino V (1417-1431).

Una delle cose che richiama l’attenzione è la porticina che c’è all’altezza dei piedi. Per esempio, nella processione di Ferragosto, per prima cosa, prima di uscire il papa apriva lo sportellino per baciare i piedi del Salvatore. Nella sosta a S. Maria la Nova (oggi Santa Francesca Romana), veniva celebrato il rito del lavaggio dei piedi di Gesù con acqua balsamica che veniva ripetuto di fronte al Senato presso l’arco di Settimio Severo. Questo rito della lavanda dei piedi iniziò ad essere fatto per due volte nel secolo XII ed arrivò a sei volte nei secolo XIV e XV.

Anche se inizialmente la vista dell’immagine nella cappella era solo riservata ai pontefici, nel secolo VI con Sisto V (1585-1590) i fedeli potevano avvicinarsi ad essa salendo in ginocchio la Scala Santa, visto che l’immagine non era più portata in processione. L’ultima volta che quest’immagine fu portata fuori dalla sua sede fu in occasione del Giubileo dell’anno 2000, quando fu esposta in Piazza San Pietro il giorno di Pasqua.

Oltre al suo valore artistico e devozionale quest’immagine ha influito molto sull’icongrafia dei secoli XII e XIII. Infatti molte immagini di Cristo di quest’epoca hanno una gran somiglianza con questa. Addirittura ne esistono diverse repliche, soprattutto nel Nord del Lazio dove venivano portate in processione in modo analogo all’originale.

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*- Dal greco ‘acheiropoietos’ e significa ‘non dipinta da mano umana’.

Per saperne di più: 1.- M. Cempanari: Sancta Sanctorum Lateranense. Roma 2003 – 2.- S. Gaeta, L’enigma del volto di Gesù, Milano 2010 – 3.- https://veronicaroute.com

**Consulta anche i miei altri articoli sulle altre acheropite:la Veronica, il Mandylion di Edessa,  La Santa Faz ed il Santo Rostro, i Volti Santi di Lucca e SansepolcroNostra Signora di Guadalupe e Maria Santissima Achiropita di Rossano