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SAN ISIDORO ABRE AL PÚBLICO UNA CÁMARA SELLADA CON EL SANTO GRIAL, EL CALIZ DE DOÑA URRACA, PROTEGIDO CON UN CRISTAL ANTIBALAS EN UNA HABITACIÓN UBICADA EN LA TORRE DEL GALLO

Se fino a non molto tempo fa l’ultimo ’candidato’ ad essere il ‘vero’, o per lo meno ‘molto probabile’ Santo Graal, o la coppa dell’Ultima Cena, era il Santo Calice di Valencia, come spiegato in un mio articolo su questo blog, adesso ce n’è un altro, sempre in terra ispana, che reclama questo privilegio, e viene anche carico di buone ragioni. Mi riferisco al Calice di Doña Urraca, custodito nella collegiata di San Isidoro di León.

Questa è la conclusione a cui sono arrivati Margarita Torres Sevilla (professoressa di Storia Medievale dell’Università di León) e José Miguel Ortega del Río (dottore di Storia dell’Arte, Università di Valladolid), e autori del libro ‘Los Reyes del Grial’.

Cercando quale potesse essere la ragione della presenza a León di alcuni oggetti provenienti dall’Egitto di epoca Fatimide, con l’aiuto dello storico Gustavo Turienzo Veiga trovarono, nella prestigiosa biblioteca dell’Università Al-Azhar del Cairo (fondata nel 975 dalla dinastia Fatimide), alcune pergamene che indicavano in quale luogo era stato conservato il calice di Cristo fino al secolo XI ed anche che successivamente venne trasferito in Spagna. Questi documenti dimostrano che il calice nel secolo XI si trovava a Gerusalemme, prima di essere sottratto dalla dinastia Fatimide (che governava l’Egitto, l’Africa orientale e settentrionale e una parte dell’Asia minore), per essere poi mandato in Spagna.

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Zona di espansione del Califfato Fatimide (909-1171)

Esistono anche altri documenti, che vanno dal IV all’XI secolo, che parlano della presenza di un certo calice a Gerusalemme, ma nessuno anteriore a questa data che accenni a questo reperto. Si pensi, però, che fino a che l’editto di Milano dell’anno 313 non decretò la libertà di culto, il cristianesimo, che poi diventò la religione ufficiale dell’impero grazie all’editto di Tessalonica dell’anno 391, era perseguitato.

Dovuto a questo silenzio delle fonti dei primi quattro secoli, non è quindi possibile affermare senza ombra di dubbio che il calice di León possa essere identificato come il Santo Graal, però sì che questo era quello che dal IV secolo in poi veniva venerato come il Santo Calice dell’Ultima Cena.

Con la scoperta da parte dell’imperatrice Elena della Vera Croce, di altre importanti reliquie e del Santo Sepolcro, un nuovo impulso venne dato ai pellegrinaggi. Però il calice non era fra gli oggetti trovati dall’imperatrice. E poiché la chiesa del Santo Sepolcro venne costruita nel secolo IV, ci si chiede dove potesse essere il calice fino a quel momento. E’ probabile che fosse conservato nella chiesa di San Giacomo il minore, costruita a fianco al tempio, sul luogo del suo martirio. E pare che lì si trovasse quando fu preso dai Fatimidi, rifugio alternativo a quello del Santo Sepolcro, dove molti pellegrini hanno testimoniato di vederlo, per sottrarlo alle furie dei Crociati. Non dimentichiamo che il capo della comunità cristiana a Gerusalemme era San Giacomo il minore apostolo, chiamato anche il fratello di Gesù, colui che rimase a capo di questa nuova comunità di fede quando gli altri erano partiti per portare la buona novella per il mondo. Quindi, la sede della primitiva Chiesa era Gerusalemme, sede anche del primo concilio, che si tenne nell’anno 49. La capitalità del cristianesimo a Roma sotto la guida di Pietro avverrà qualche anno piú tardi. Pare allora più che verosimile che la coppa restasse nella cittá santa di Gerusalemme, dove si trovava la comunità più numerosa e organizzata. Però nel 62 Giacomo viene fatto uccidere dal sommo sacerdote Ananìa, facendolo prima precipitare dal pinnacolo del tempio e poi lapidare. Ai piedi del tempio, dove cadde, si eresse la sua tomba, diventando così un luogo di venerazione, e posteriormente una chiesa.

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Mappa politico della penisola iberica nel secolo XI. Al di sopra della linea rossa i regni cristiani e al di sotto tutti i regni di Taifa, formatisi dalla dissoluzione del Califfato di Cordoba.

Con riferimento al calice di León, è quindi possibile seguirne la traccia, con vari documenti a supporto, fino al risalire al IV secolo, come già accennato. Infatti, notizie sulla presenza del calice a Gerusalemme cominciano ad esserci intorno a quella data. La prima allusione è dell’anno 400 e si trova nel Breviarius A, una specie di piccola guida di Gerusalemme. In esso si indica che nella basilica del Santo Sepolcro, nel sacrario (probabilmente una cappella), in una camera sono custodite la canna, la spugna e la coppa del Signore, quella che benedisse e diede ai suoi discepoli per bere. Viene anche segnalato da Antonino da Picenza verso l’anno 570, pellegrino che scrisse l’Itinerarium Antonini Placentini, dove parla di una stanza, nella basilica del Santo Sepolcro, nella quale vengono custoditi il legno della Vera Croce, la canna, la spugna e la coppa di onice con il quale Cristo benedisse l’ultima Cena. Un’altra testimonianza è quella di un monaco irlandese, Adomnan, che scrisse De locis sanctis (683) un trattato sui luoghi della Terra Santa basato su informazioni date dal vescovo franco Arnulfo, che fece un pellegrinaggio in Terra Santa. In quest’opera si ribadisce che fra la chiesa del Calvario e la Basilica Costantiniana vi era una cappella con la Coppa del Signore. Quindi fra il Golgota ed il Martiryum. Lo stesso Arculfo la vide e la toccò con la mano attraverso un’apertura nella porta del reliquiario dove era conservata. Inoltre indica che tutta la città venerava questa reliquia. Nel periodo immediatamente precedente a quello Fatimide troviamo l’ultimo riferimento al calice: il Commemoratorium, dove c’è una lista precisa del numero delle persone che servivano in ognuna della chiese di Gerusalemme, specificando che gli addetti al calice nella chiesa del Santo Sepolcro erano due.

Durante il governo del califfo fatimide Al-Mustansir ci furono grandi problemi di carestia nei suoi territori, in parte paliati grazie all’aiuto inviato dalla taifa1 di Denia (Alicante, Spagna). L’emiro di questa taifa, Ali Iqbal al-Dawla, manteneva un commercio regolare con l’Egitto ed i paesi del Mediterraneo.

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Calice di Doña Urraca senza la montatura. E’ chiaramente visibile la parte in cui è stata asportata una scheggia.

Il testo scoperto nella biblioteca de El Cairo fa riferimento ad uno scritto di Abu-l-Hsan Ali ibn Yusuf ibn al Qifti (1172-1248 d.C.) scrittore mussulmano. Dice che la coppa usata dal messia dei cristiani si trovava in una piccola chiesa di Gerusalemme, nella quale erano custodite le reliquie di uno dei suoi discepoli, vescovo Yacun. Quindi fa riferimento a Giacomo. Nell’anno della carestia, l’emiro di Denia invió viveri in Egitto e siccome aveva già ricevuto alcune informazioni sulla coppa ed i suoi poteri miracolosi e taumaturgici, gliela chiese a Al-Munstansir a cambio di qualsiasi cosa perché era sua intenzione di inviarla al re Fernando I di León per rinforzare la sua amicizia con lui. Fu così che i cristiani furono obbligati a dare il loro permesso a questo trasferimento forzoso del calice, che avvenne nel 1054-55. Però, temendo che durante il tragitto cadesse in mano agli infedeli, lo fecero accompagnare da un vescovo franco che si trovava in pellegrinaggio a Gerusalemme. Oltre a questi, c’era anche un membro della famiglia Bani-l-Aswad a capo della spedizione che ne ruppe un pezzetto, con una daga curva, per darla al Saldino che l’aveva richiesto per sanare una figlia. Questo pezzetto venne conservato nel tesoro pubblico del Cairo. Il viaggio termina con la consegna del calice a Fernando I re di León (1037-1065). In quel momento era il monarca più potente della cristianità ispana e con questo gesto l’emiro della taifa di Denia si assicurava l’appoggio del re cristiano nella penisola iberica.

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Collegiata di San Isidoro, León

Fernando I fece costruire la collegiata di San Isidoro per albergare la reliquia, da allora in poi conosciuta come Calice di Doña Urraca, figlia di Fernando I e infanta di Castiglia. E’ anche conservato un piccolo scrigno d’argento di provenienza fatimide ed altri oggetti, tutti datati nello stesso periodo, metá del s. XI, epoca del trasferimento della coppa.

Il calice è di agata-onice, e l’infanta lo fece montare con l’oro dei suoi gioelli. E’ formato da due parti. La parte superiore, a forma di coppa, è ricoperta da una ciotola d’oro, semisferica, unita a una guarnizione a mo’ di corona aurea decorata con pietre preziose e semipreziose, perle di fiume e un cammeo nel quale appare un volto. Le misure sono: 18,5 di altezza, diametro della parte superiore 11,5 cm e del piede 12. La base, una coppa, anch’essa di agata-onice, meno profonda e capovolta è adornata da una fascia d’oro che si sorregge con un sistema di 4 tiranti, gli stessi che appaiono nella parte superiore del calice, e che uniscono il tutto con un nodo centrale alla base del quale si può leggere: IN NOMINE D(OMINI) VRRACA FREDINA(N)DI.

Nella stessa epoca dell’arrivo del calice a León è quando nacque e cominció ad espandersi la letteratura sul Santo Graal. E’molto probabile che l’ambientazione storica situasse gli eventi al nord-est della penisola iberica, non lontano dalla Francia, terra natale di Guiot de Provins e di Chretien de Troyes, fonte d’ispirazione di Von Eschenbach ed altri autori medievali che trattarono il tema del Santo Calice. Nell’opera Titurel, precedente a Parzival, Von Eschenbach situa la coppa del Signore nelle mani di una dinastia reale, la stessa a cui appartengono coloro che sono ‘re di Spagna’. Un’idea simile appare in Chretien de Troyes a proposito dei monarchi custodi dello stesso. La trama di queste opere in molti casi segue di pari passo eventi ed episodi dell’epoca di Fernando I e della sua stirpe.

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Pantheon di San Isidoro di León. Vista parziale

Il pantheon di San Isidoro di León, fatto costruire da Doña Urraca, ha la volta completamente affrescata ed è conosciuto come la ‘Cappella Sistina del Romanico’. In essa e rappresentato un completo programma iconografico che presenta vari momenti della vita di Cristo, alcuni riferimenti all’Apocalisse ed altri soggetti. Nella scena dell’Ultima Cena possiamo vedere un personaggio, probabilmente il vescovo franco che scortò la coppa, e che nell’iconografia è identificato come San Marziale di Limoges, o un suo rappresentante, come portatore di una coppa di colore scuro, simile a quella conservata in questo luogo e che è differente da quelle sostenute dagli altri protagonisti dell’Ultima Cena. Quindi pare che fin da allora ci fosse la convinzione che quello fosse il vero calice di Cristo.

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Pantheon di San Isidoro, León. Particolare dell’Ultima Cena

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Pantheon di San Isidoro, León. Vista parziale. Nella parte sinistra è visibile un personaggio, identificato come ‘Marcialis Pincerna’, che porta una coppa simile a quella di Doña Urraca.

La coppa è stata studiata piú recentemente da esperti, e la datazione delle parti principali, coppa e piede, risulta essere di epoca ellenistico-romana, datazione simile a quella del Santo Calice di Valencia. La tipologia specifica e l’uso del materiale utilizzato (agata, come anche quelli di sardonice, onice o vetro) restringono il periodo fra il II secolo a.C. ed il I d.C. Le coppe realizzate in pietre semipreziose diventarono una moda fra le classi abbienti dal secolo I a.C. fino al I d.C. Esistono coppe simili a questa in alcuni musei del mondo. Per esempio, nel J.Paul Getty Museum (Malibù) possiamo ammirare alcune coppe romane di agata datate fra il I el il II sec. d.C., molto simili a quella di León.

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Pantheon di San Isidor, León. Vista parziale

Nel 2010 la coppa venne smontata per farne una copia y si poté verificare che manca una scheggia sul bordo, fatto coincidente con le fonti che indicano che una scheggia era stata inviata al Saladino.

Se non fosse per il silenzio delle fonti prima del IV-V secolo, pare quindi che questo calice abbia delle basi abbastanza solide per essere considerato il vero Santo Graal. E ciò gli da dei vantaggi rispetto al Santo Calice di Valencia. Il fatto che questo fosse stato portato a Roma da San Pietro è solo un’ipotesi senza nessuna base documentale, come pure il fatto che fosse stato mandato in Spagna a Huesca da San Lorenzo. In ogni caso, se si volesse dare per buona questa versione, allora potremmo accettarlo come il calice di San Pietro, non quello di Cristo. Inoltre non si hanno notizie concrete sullo stesso fino a che non ne apparse uno a San Juan de la Peña nell’XI secolo. Ma anche in questo caso non esiste un riferimento concreto che indichi che questo fosse quello di Cristo, dato che ne esistevano anche degli altri. La professoressa Margarita Torres, inoltre, sostiene che la leggenda del calice di Valencia fu creata nel secolo XV quando il calice già si trovava in quella città.

Nonostante ciò, pare che il Vaticano, senza esprimere un chiaro giudizio sull’autenticità dell’uno o dell’altro, sembri essere più propenso a favorire quello di Valencia. Infatti nel 2015 concesse a questa città la possibilità di celebrare un giubileo ogni cinque anni in commemorazione del Santo Calice dell’Ultima Cena.

La decisione papale di concedere un anno Santo Giubilare simile a quello di Santiago de Compostela, suppone, in parole della Santa Sede un “tempo speciale di grazia, durante il quale è possibile ottenere un’indulgenza plenaria per la remissione dei peccati”. Grazie a questa decisone, accolta con enorme entustiasmo in tutta Valencia, “i fedeli ed i pellegrini possono guadagnare il Giubileo, una volta compiute le condizioni abituali: confessione, comunione eucaristica e preghiera per le intenzioni del papa”.

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Per saperne di più:

Torres Sevilla, J.M. Ortega del Río. Los Reyes del Grial, A Coruña 2004

1) Le taife erano piccoli stati musulmani che sorsero nella penisola iberica dopo la dissoluzione del califfato di Cordoba (sec. XI)