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Reliquiosamente

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Le tombe di Adamo ed Eva

16 venerdì Gen 2026

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità

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Cripta di Adamo, Geddah, Idrisi, Montagna della Misericordia, Origene, Tomba dei Patriarchi, Tomba di Adamo ed Eva, Tomba di Eva

– L’espulsione di Adamo ed Eva dal Paradiso. Francesco Curradi (1570-1661) – Collezione Privata Alinari, Firenze

Per quanto assurdo possa sembrare, anche i nostri progenitori hanno un luogo dove possono essere ricordati e venerati. I luoghi dove furono sepolti Adamo ed Eva sono stati identificati nel corso dei secoli, visitati da molti pellegrini con devozione, fede o curiosità. Questo sí, nella maggior parte dei casi troviamo che Adamo ed Eva non sono sepolti nello stesso luogo, oltre al fatto che questi luoghi cambiano, a seconda delle tradizioni.

-Tomba dei Patriarchi. Hebron, Cisgiordania

Secondo la Bibbia, Genesi 5,5, Adamo morì all’età di 930 anni però non specifica dove si trova la sua tomba. Di Eva non se ne fa nemmeno menzione, ma la tradizione dice che morì dopo Adamo. Però questo non ha impedito lo sviluppo di varie congetture. Nella tradizione ebraica le sepolture di Adamo ed Eva sarebbero situate nella grotta di Machpelah a Hebron, la famosa ‘Tomba dei Patriarchi’, sepoltura di Abramo, Isacco e Giacobbe e delle loro mogli. Una tradizione islamica indicherebbe la sepoltura di Adamo vicino alla Mecca, sul Monte Abu Qubays, la ‘Montagna della Misericordia’ e in un’altra coincide con la tradizione ebraica. Quanto a Eva, secondo la tradizione islamica, sarebbe sepolta a Gedda, in Arabia Saudita, sulla via per la Mecca. Ma di questo ne parleremo dopo.

Alcune tradizioni cristiane orientali, soprattutto delle Chiese armena e greco-ortodossa, collocano la tomba di Adamo su monte Moriah, dove fu costruito il tempio di Gerusalemme.

Crocifissione. G. A, d’Antonio da Bolognola, 1456-58. Pinacoteca comunale, Sarnano (Macerata). Si vede chiaramente come il sangue di Cristo bagna il teschio di Adamo
– Cripta di Adamo. Basilica del Santo Sepolcro, Gerusalemme

Ma la tradizione cristiana, soprattutto occidentale, che si è perpetuata nei secoli, e che si riflette negli scritti di Origene1  è quella che identifica la tomba di Adamo nel Golgota, dove fu crocifisso Gesù Cristo. Golgota significa ‘teschio’ perché la montagnola ha questa forma. Infatti nella maggior parte dei dipinti della crocifissione possiamo vedere un teschio ai piedi della croce. Ma è anche il teschio di Adamo che è sepolto sotto la croce. Il sangue di Cristo, che cola per terra, bagna il teschio, penetra nella terra e, raggiungendo il corpo di Adamo va a redimere l’umanità, simboleggiata dal primo uomo. Cristo è il “Nuovo Adamo”. Cristo salva il mondo attraverso la sua morte. Inoltre, la croce di Cristo sarebbe stata ricavata da un albero cresciuto sulla tomba di Adamo piantato da suo figlio Seth2. Seguendo questa tradizione, sotto la roccia del Calvario, nella basilica del Santo Sepolcro, possiamo visitare la Cripta di Adamo, con resti di costruzioni del V-VI secolo di epoca bizantina ed il resto del secolo XII, del periodo crociato, e successivi restauri. Qui ci sarebbe stata la tomba di Adamo. Eva viene ignorata. Così come gli altri figli e figlie oltre a Caino, Abele e Seth3.

– Antiche foto della Tomba di Eva, Gedda, prima della distruzione

E ora veniamo ad Eva. Secondo la tradizione islamica, Eva è considerata la gran madre dell’umanità, chiamata dai musulmani Hawwa. A Gedda, in Arabia Saudita, c’era la sua tomba, costruita probabilmente nel VI secolo. Addirittura, il nome Jeddah, in arabo, significa appunto ‘nonna’, e avrebbe dato il nome alla città. Questo luogo archeologico fu distrutto nel 1928  basandosi sul fatto che generava superstizione religiosa e, soprattutto per evitare idolatrie e distrazioni nella stagione dell’Hajj (pellegrinaggio alla Mecca), nel 1975 venne sigillato con cemento dalle autorità.

– Aspetto attuale della Tomba di Eva, dopo la sua cementazione (esterno)
– Interno del cimitero dove era la ‘Tomba di Eva’, aspetto attuale

Fu Idrisi4, nel XII secolo, il primo a menzionare la tomba di Eva a Gedda. Poi storici e ricercatori, profeti e sacerdoti di diversi secoli hanno menzionato la tomba. Abbiamo delle descrizioni più recenti, secoli XIX e XX, della struttura di questo sepolcro da parte di Emile-Félix Gautier5, del Console britannico Jordan o piú recentemente dl Direttore Generale della Cultura e Turismo di Gedda, Mr. Nawar. Il sepolcro aveva una lunghezza di circa 120 metri per 3 di larghezza e 6 di profondità, tre cupole e al centro una piccola moschea. In questo ‘cimitero’ c’erano anche altre tombe. Quella di Eva sarebbe stata la piú grande. Con una mancia di poche piastre, il custode dell’edificio sollevava una lastra di pietra dal centro del pavimento per offrire ai cristiani scettici e ai musulmani pii l’occasione di ammirare l’ombellico della signora. Questa tomba, fino a quando non furono emanati ordini contrari, e poi fu definitivamente chiuso, era il luogo prediletto dalle mogli senza figli e dalle fanciulle languenti.

Ovviamente tutte queste tradizione non hanno nessun riscontro storico e neanche biblico. Però riflettono il bisogno di connettersi con i nostri antenati, con le nostre origini. Una luogo ‘fisico’ rende più concreto, più tangibile, un concetto spirituale.

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  1. Origene, o Origene di Alessandria, teologo e filosofo greco vissuto tra il II e il III secolo d.C.
  2. Per saperne di piú invito alla lettura dell’articolo “Di che legno era la Vera Croce?
  3. “Adamo generò figli e figlie” Gen. 5:4
  4. Muhammad al-Idrīsī, detto anche Idrīsī, Edrisi, El Edrisi, Ibn Idris o Hedrisi, Ceuta 1099 circa – Sicilia, 1165), è stato un geografo e viaggiatore arabo.
  5. Émile-Félix Gautier (Clermont-Ferrand, 19 ottobre 1864 – Pontivy, 16 gennaio 1940) è stato un geografo ed etnografo francese.

Perché un oratorio è chiamato anche cappella?

14 domenica Dic 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Reliquie

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Aachen, Aix-la-Chapelle, Amiens, Aquisgrana, Cappella Palatina, Carlo Magno, San Martino di Tours, Tours

– San Martino e il mendicante, 1597/1599, El Greco, National Gallery of Art, Washington D.C.

Il “responsabile” è San Martino di Tours. Martino era figlio di un veterano della guardia imperiale romana che, anche se non aveva ricevuto una formazione militare, nel 331 si dovette arruolare, per editto imperiale, dovuto alla condizione di suo padre. Era di origine della Pannonia (Ungheria), ma la sua famiglia fu trasferita a Pavia quando era ancora un fanciullo. Quando fu arruolato dovette trasferirsi da Pavia a Sabaria, l’attuale Amiens. Come possiamo apprendere dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, nel 335, all’età di circa 20 anni, un giorno d’inverno, durante una ronda, gli si fece incontro un povero seminudo. Martino prese la sua spada e divise in due parti la sua cappa: una parte la dette al povero e si coprì con l’altra1. La notte dopo gli apparve Cristo coperto dalla parte di cappa che era stata donata al povero. Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Martino si fece battezzare, si rifiutò a combattere e lasciò l’esercito.

– San Martino divide il suo mantello, Antoon Van Dyck, 1621, Royal Collection, Castello di Windsor, Regno Unito

Cominció una vita cristiana al fianco del suo maestro, il vescovo di Poitiers, dedicandosi al prossimo e diffondendo il cristianesimo. Dolpo un breve noviziato di vita eremitica nell’isola Gallinaria (Savona) Martino fondó due monasteri: Ligugé, il piu antico d’Europa, e Marmoutier, che diventerà, in seguito, un importante centro di vita religiosa. Fu quindi un pioniere nell’istituire quello che sarebbe diventato il monachesimo in Occidente. Fu poi nominato vescovo di Tours (371) e gli si attribuiscono molti miracoli. Martino s’impegnò nella lotta contro l’eresia ariana, condannata al I concilio di Nicea (325). Dopo la sua morte avvenuta nel 397 il culto per Martino venne diffuso, soprattutto per combattere disgrazie, molte delle quali venivano attrubuite all’eresia ariana. Il mantello miracoloso venne conservato come un cimelio ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi e successivamente dei Franchi. I re merovingi di Francia erano soliti portare la reliquia della cappa nelle battaglie. Tale reliquia accompagnava i combattenti in guerra e in tempo di pace. Sulla «cappa» di San Martino, si prestavano i giuramenti più solenni. Clodoveo, re dei franchi, ebbe la meglio sui visigoti (507), che seguivano la dottrina ariana, e questo successo venne attribuito a la protezione di San Martino. A questo punto il culto cominció a diffondersi sempre di piú e ben presto divenne il patrono dei Franchi. La cappa che usavano i militari era corta, come quella di San Martino, e per questo veniva chiamata ‘cappella’. La reliquia fu portata poi all’oratorio palatino di Aquisgrana, adiacente al palazzo di Carlo Magno2, città che da questa prese il nome, Aix-la-Chapelle. Quest’oratorio è conosciuto come la Cappella Palatina, che deve questo nome proprio perché alberga la reliquia della cappa di San Martino, e le persone preposte alla sua custodia sono chiamati ‘cappellani’. E così si diffuse il nome di ‘cappella’ con il significato di ‘oratorio’, che sará applicato agli oratori di tutto il mondo.

– Cappella Palatina, Interno. Aquisgrana

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  1. Secondo una tradizione, successivamente incontrò un altro mendicante e gli regalò l’altra metà del mantello: subito dopo, il cielo si schiarì e la temperatura si fece più mite. Da qui nasce il detto “estate di San Martino”, che è un modo di dire popolare che indica un periodo di clima mite e soleggiato che si verifica intorno all’11 novembre, giorno in cui si celebra San Martino di Tours.
  2. Del complesso del palazzo di Carlo Magno oggi resta sola la Cappella Palatina, che è integrata nella cattedrale di Aquisgrana (Aix-la-Chapelle in francese, Aachen, in tedesco).

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Per saperne di piú sulla Cappella Palatina: Carlo Magno: un santo?

¿Existe el Purgatorio?

30 domenica Nov 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Curiosità

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Almas del Purgatorio, Ánimas Pezzentelle, Iglesia del Sagrado Corazón del Sufragio, Iglesia Santa María de las Almas del Purgatorio ad Arco, Museo de las Almas del Purgatorio, Purgatorio, Victor Jouët

Esiste il Purgatorio? Puoi leggere quet’articolo in italiano cliccando qui

Si no has sido un gran pecador, o si lo has sido y te has arrepentido, pero aún te queda algún que otro pecadillo, todavía tienes la posibilidad de ir al Paraíso pasando antes por el Purgatorio que, como su propio nombre indica, sirve para “purgar” el alma y dejarla pura y ligera, lista para presentarse ante la puerta de San Pedro y así vivir eternamente al lado de Nuestro Señor.

El concepto de Purgatorio, como tercer lugar del más allá donde se purifican los pecados menores, es el resultado de una lenta y progresiva transformación de las creencias medievales, que llega a su culminación hacia la segunda mitad del siglo XII, aunque de algún modo pretende basarse en algunos pasajes bíblicos (Mt. 12, 32; 1 Cor. 3, 11-15) y en la costumbre de orar por los muertos para aliviar su condición y reducir su tiempo de estancia (2 Mac. 12, 39-46). Pero fue ciertamente Dante Alighieri, en su Divina Comedia, quien lo hizo famoso, dándole además una forma concreta: una montaña que surge del mar, compuesta por cornisas concéntricas.

La Iglesia Católica lo incluye en su Catecismo, formulando la doctrina de la fe relativa al Purgatorio, establecida sobre todo en los Concilios de Florencia y de Trento.

– Iglesia del Sagrado Corazón del Sufragio, Roma

Pero si eres escéptico y necesitas ver para creer, entonces el Museo de las Almas del Purgatorio es el lugar ideal para ti. Se encuentra en Roma, en el Lungotevere Prati, en un local adyacente a la iglesia del Sagrado Corazón del Sufragio, la única iglesia neogótica de la capital. Más visitado por curiosos que por personas en busca de respuestas, este pequeño museo nació por iniciativa del padre Victor Jouët, misionero francés, quien en 1894 mandó construir una iglesia/oratorio en un terreno de su propiedad, con el fin de convertirla en la sede de la Asociación del Sagrado Corazón del Sufragio de las Almas del Purgatorio.

Un día del año 1897, en la capilla del Rosario se desató un incendio que misteriosamente no solo perdonó el cuadro del altar, sino que entre las llamas habría aparecido un rostro sufriente que quedó impreso en la pared. La fotografía de esta imagen puede verse en el museo.

Creyendo que se trataba de un alma del purgatorio que suplicaba ayuda y sufragio, el padre Jouët decidió buscar más testimonios de difuntos y de sus contactos con los familiares vivos. Así emprendió un largo viaje por Europa y reunió mucho material: huellas extraordinarias, fotografías, telas, hábitos, breviarios, testimonios de apariciones y manifestaciones de todo tipo.

El material recopilado fue expuesto en la sacristía de la iglesia para demostrar que las almas del Purgatorio intentan atraer la atención de los vivos para pedirles oraciones y misas con el fin de aliviar sus sufrimientos. Sin embargo, la colección sufrió una drástica reducción en 1921, algunos años después de la muerte del padre Jouët, ocurrida en 1912. Se eliminaron todos los objetos que no se consideraron absolutamente auténticos.

La colección expuesta actualmente está compuesta por una veintena de objetos distintos, entre los cuales se encuentran: un libro de oraciones con la huella de una mano en una página; la funda de una almohada impreso a fuego por el alma de una monja muerta de tisis en 1894; un camisón de noche con la quemadura de una mano impresa en la manga; un gorro de un viudo marcado por el alma de su esposa; y la fotocopia de un billete de diez liras parcialmente quemado, que el espíritu de un sacerdote fallecido habría dejado junto con otros billetes para exhortar a sus hermanos a ofrecerle una misa. También hay huellas marcadas a fuego en las vestiduras talares y en la camisa de Isabella Fornari, abadesa de las Clarisas de Todi en 1731, quien se habría aparecido a una hermana de su convento para convencerla de rezar por la salvación de su alma.

No investigaremos si este museo demuestra realmente la existencia del Purgatorio a los “escépticos e incrédulos”, pero hay que reconocer que es, cuando menos, singular.

– Iglesia de Santa Maria de las Almas del Purgatorio ad Arco, Nápoles

Quienes, en cambio, no tienen ninguna duda sobre la existencia del Purgatorio son los fieles de la iglesia de Santa María de las Almas del Purgatorio ad Arco, en Nápoles, también conocida como la Iglesia de las Almas “Pezzentelle” (mendigas), porque en este lugar se depositaban los cuerpos de numerosos difuntos sin nombre, indigentes o víctimas de la peste que no podían disponer de una sepultura digna.

Es una bellísima iglesia del siglo XVII que conserva diversas obras de arte que recuerdan el Purgatorio, pero que es sobre todo famosa por su hipogeo, al que se accede a través de una trampilla, y que alberga numerosos restos humanos como los mencionados, utilizados por los fieles como intermediarios para pedir la intercesión de las almas del purgatorio —especialmente los cráneos—. Podríamos decir que este espacio podría considerarse como “un pedazo” de Purgatorio.

El culto de las ánimas pezzentelle (del latín petere, “pedir”) era en aquellos tiempos muy fuerte, y aún hoy sigue siendo muy sentido. Consiste en adoptar un cráneo cualquiera —testimonio tangible de la presencia de un alma— entre los muchos sepultados en este lugar, limpiarlo y colocarlo en un pequeño altar, que se adorna con velas, rosarios, flores artificiales y otros objetos. Allí se reza por su alma para facilitarle el camino del Purgatorio al Paraíso.

Luego se espera que esa alma se aparezca en sueños y revele su nombre. A partir de ese momento se la considera “adoptada”, y se intensifican los cuidados y las oraciones, creando así una relación especial entre la persona que la cuida y esa alma.

Pero todo esto, ¿por qué? Porque cuando finalmente el alma logra liberarse del castigo del Purgatorio, una vez en el Paraíso cumplirá los deseos de la persona que la ha ayudado —normalmente relacionados con problemas de la vida cotidiana, pero también con matrimonios o descendencia—: do ut des (“te doy para que me des”).

¿Y qué ocurre si el alma no se revela en sueños a pesar de las atenciones recibidas y no concede las oraciones? El cráneo se devuelve al osario común de donde fue tomado, colocándolo con el rostro vuelto hacia la pared, y se adopta otro. Se recurre a las almas de los muertos desconocidos, llamadas precisamente pezzentelle (“mendigas”), para asegurarse mejor del buen resultado de la intercesión. Porque las almas abandonadas, pobres y desamparadas tienen una mayor necesidad de ser recordadas y de que alguien haga algo por ellas, y justamente por eso son las que mejor pueden comprender los sufrimientos de quienes las invocan, demostrando su gratitud al corresponder.

Cuando descendemos al hipogeo —a este pequeño Purgatorio— vemos a lo largo de las paredes nichos, pequeños altares y vitrinas dedicadas a estas ánimas pezzentelle. Cada cráneo tiene su nombre y su historia, nacidos de la imaginación de quien lo cuida. Entre todos, el más famoso es el cráneo de Lucía, con una preciosa corona y un velo de novia.

– Altar de Lucía
– Lucía

La pobre Lucía, quizá hija de un príncipe, fue obligada a casarse contra su voluntad y, después de la boda, se suicidó o, según otras versiones, murió de dolor o se ahogó. Las leyendas en torno a Lucía son muchas y variadas, pero ciertamente no era una persona sin nombre.

Entonces, ¿cómo podía encontrarse su cráneo entre las ánimas pezzentelle? ¿Será realmente el suyo? ¡Pero qué importancia tiene!

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1.- La construcción de la actual iglesia neogótica comenzó en 1910 según el proyecto del arquitecto Giuseppe Gualandi, y terminó en 1917, después de la muerte del padre Jouët.

La columna de Simeón Estilita

27 sabato Set 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Curiosità, Storia

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Concilio de Calcedonia, Deir Sim’an, Estilitas, eulogias, Monofisismo, Qal'at Sim'an, reliquias, Simeón Estilita, Telanisso, Teodoreto de Ciro, Zenón

La colonna di Simeone Stilita. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

– Resto de la columna de Simeón Estilita. Complejo monumental de Qal’at Sim’an (Siria)

A unos 30 km de Alepo, Siria, en un lugar antiguamente llamado Telanisso y hoy conocido como Deir Sim’an (Monasterio de Simeón) o también Qal’at Sim’an (Fortaleza de Simeón), se encuentran las ruinas de un gran complejo monástico paleocristiano que en 2001 fue declarado Patrimonio de la Humanidad por la Unesco. Se trata de la iglesia de San Simeón Estilita el Viejo (para distinguirlo de San Simeón el Joven). En el centro del complejo se halla una gran piedra blanca de unos dos metros que en realidad es lo que queda de una gran columna, la columna sobre la cual vivió San Simeón los últimos 37 años de su vida. Por este motivo recibió el apelativo de Estilita (del griego stylos, columna) y dio inicio a un tipo particular de ascetismo denominado precisamente estilismo, llamándose estilitas a quienes lo practicaban.

Pero ¿quién era Simeón Estilita?

Gracias a los escritos de Teodoreto1, obispo de Ciro, compatriota y contemporáneo de Simeón, sabemos que Simeón nació en Cilicia hacia el año 390, en el seno de una familia de pastores. Ya de joven sintió el deseo de llevar una vida religiosa y entró en un convento, donde durante 10 años vivió en oración y mortificación, comiendo solo una vez por semana, lo cual sorprendía a los demás monjes. Cuando llegó al extremo de ceñirse un cilicio de hojas de palma que le llenó el cuerpo de llagas, negándose a recibir cuidados, fue animado a abandonar aquella comunidad para evitar que otros monjes lo imitaran.

Después, Simeón se instaló en una cabaña en la ladera de un monte, donde permaneció encerrado tres años, alimentándose solo de pan y agua que le dejaban en la puerta, pasando las Cuaresmas enteras sin comer. Posteriormente, se aisló en esa misma montaña, atado a una piedra para no alejarse más de 20 metros. Su fama crecía y la gente acudía a él para pedir consejo o curaciones. Era especialmente conocido por ayudar en problemas de esterilidad, que le comunicaban por escrito o mediante terceros, pues no permitía que se le acercaran mujeres, ni siquiera su madre. Poco a poco fue considerado santo, no solo por los milagros que se le atribuían, sino también por su resistencia sobrehumana a las inclemencias del tiempo y a todo tipo de fatiga. Oraba de pie, con los brazos abiertos en forma de cruz, y solía inclinarse desde la frente hasta los pies más de mil veces seguidas.

En cuanto a los milagros, además de curaciones, se decía que dominaba fenómenos naturales (sequías, tormentas…) o incluso resolvía problemas sociales. Como la multitud no cesaba de crecer, Simeón hizo construir una plataforma con barandilla sobre una columna de unos cuatro metros hallada en las cercanías, y allí se trasladó. Cuanto más aumentaba la gente, más alta se hacía la columna, hasta alcanzar unos 16 metros. Quienes querían hablar con él debían subir por una escalera. Era alimentado por quienes le llevaban agua o dátiles.

La fama de Simeón se difundió por todo el Imperio bizantino y fue visitado por muchos personajes ilustres, incluso el emperador Teodosio II y su esposa Aelia Eudocia. También el emperador León I tuvo muy en cuenta el contenido de una de sus cartas. Llegó incluso a mantener una suerte de correspondencia con Genoveva de París2, a través de peregrinos que lo visitaban y que llevaron su fama a muchas partes de Europa, donde su imagen y la de su sucesor, Simeón el Joven, aparecían hasta en pequeñas ampollas procedentes de Oriente, llamadas ‘eulogias’, que contenían aceite bendito o polvo de lugares santos.

Simeón murió en 459, a los 70 años aproximadamente. Sus restos fueron disputados entre Antioquía y Constantinopla; finalmente, la mayor parte quedó en Antioquía, aunque algunas reliquias llegaron a Constantinopla y otras circularon por el Mediterráneo.

Este modelo de ascetismo, nacido y desarrollado en Siria, se extendió al resto de la Iglesia cristiana oriental y sobrevivió incluso después del gran cisma entre Oriente y Occidente, y en Rusia permaneció hasta el siglo XV. Los estilitas solían levantar sus columnas cerca de poblados y caminos comerciales; predicaban, daban consejo a los viajeros y guiaban a la gente en la oración. Teodoreto los llamó “candelabros de la fe”.

– Complejo monástico de Qal’at Sim’an. La columna está en la parte central que une las cuatro basílicas y que estaba coronada por una cúpula octogonal
– Complejo monástico de Qal’at Sim’an. Al fondo se entrevé el ábside de una de las basíliicas
Complejo monástico de Qal’at Sim’an. Fachada principal de la basílica

Pero no era el único modelo: las manifestaciones ascéticas de esta zona tomaron diversas formas, fruto de una auténtica explosión monástica entre los siglos IV y VI, con miles de comunidades e innumerables iniciativas individuales, como la de Simeón, que no seguían regla común alguna. Existían también los dendritas (que vivían en la copa de los árboles), los que se encerraban en cuevas o torres, los que permanecían siempre de pie en el mismo lugar, los que se cubrían con cadenas, o quienes simplemente vivían de modo salvaje, rechazando la comida cocida, la carne, las ropas y hasta el aseo.

En aquella época, dentro del cristianismo primitivo existían diversas doctrinas sobre la naturaleza de Cristo que no coincidían con la postura oficial (la unión en Cristo de las dos naturalezas, humana y divina) y que por ello fueron consideradas herejías. Las principales eran el nestorianismo3, el arianismo4 y el monofisismo5. A este último pertenecían los cristianos de Siria.

Y aquí volvemos a la columna: como se decía, se encuentra en el centro de un gran complejo mandado construir por el emperador bizantino Zenón y terminado en el año 490, como intento de apaciguar los ánimos exaltados por la disputa sobre el monofisismo, avivada tras el Concilio de Calcedonia. Cuatro edificios dispuestos en forma de cruz, orientados a los cuatro puntos cardinales, se unían en el centro mediante una cúpula octogonal que cubría la columna. Eran cuatro basílicas, una de ellas con tres ábsides semicirculares al final de sus naves, que en parte todavía se conservan. Junto a la basílica se construyó un gran convento, conectado a la iglesia por un claustro. En torno al siglo X el santuario fue fortificado para defenderlo de los musulmanes, pero en 1164 la zona cayó en manos de los selyúcidas.

Desde la muerte de Simeón, la columna se convirtió en meta de peregrinaciones, y con la construcción de la iglesia, estas aumentaron, favorecidas además por el emperador Zenón, convirtiéndose el lugar en un gran centro de culto.

La declaración de este monumento como Patrimonio de la Humanidad no fue suficiente para protegerlo de la guerra que ha devastado Siria. En esta zona han combatido kurdos, turcos y aviones rusos.

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1.- Teodoreto de Ciro, Historia Religiosa, cap. XXVI, ca. 440. Otras fuentes: una vida del santo escrita en siríaco por los monjes del monasterio surgido cerca de la columna; la vida escrita en griego por el monje Antonio, que se autodefinía discípulo del santo, aunque su identidad no está clara; un breve capítulo de la Historia Eclesiástica de Evagrio Póntico de finales del siglo VI.

2.- Genoveva, posteriormente santa, Sainte Geneviève de Paris, patrona de esta ciudad.

3.- Toma su nombre del patriarca de Constantinopla Nestorio. Doctrina que defendía que las dos naturalezas de Cristo, divina y humana, son completamente independientes entre sí. También se la llama difisismo. Fue condenada por el Concilio de Éfeso (431).

4.- Toma su nombre del monje y teólogo alejandrino Arrio. El arrianismo era la doctrina que negaba la naturaleza divina de Cristo. Solo el Padre podía considerarse verdaderamente Dios. Fue condenada por el Concilio de Nicea del 325, en el que participó el emperador Constantino el Grande.

5.- Monofisismo. Doctrina según la cual Cristo posee únicamente la naturaleza divina. Fue creada y promovida por Cirilo, patriarca de Alejandría. Esta doctrina fue muy combatida por el Concilio de Calcedonia del 451 y condenada por el Segundo Concilio de Constantinopla del 553. El monofisismo existe todavía entre los cristianos coptos de Egipto y en la Iglesia Armenia.

El culto de Carlomagno en Girona

26 martedì Ago 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Curiosità

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Arnau de Montrodón, Carlomagno, Catedral de Girona, Girona, Jaume Cascalls, Silla de Carlomagno

Il culto di Carlo Magno a Girona. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

–  Clave de bóveda de la catedral de Girona con la efigie d Carlomagno

En el siglo XIV, en el norte y centro de Europa, núcleo de los territorios del Sacro Imperio Romano Germánico, comenzó a cristalizarse una especie de culto a Carlomagno, oficializado a partir de 1330, cuando se definieron las prácticas litúrgicas necesarias para la celebración de dicho culto. Este hecho no pasó desapercibido para el obispo de Girona (Cataluña, España), Arnau de Montrodon (1333-1348), quien también tuvo la oportunidad de realizar varios viajes por Europa, incluso antes de ser nombrado obispo, cuando era un simple canónigo de la catedral. Pero para llevar este culto a Girona era necesario encontrar un vínculo entre Carlomagno y la ciudad. Así, en el año 1345, se elaboró el documento Officium infesto Sancti Carli Magni imperatoris et confessionis, basado en material extraído de leyendas locales que hablaban del papel del emperador en la construcción de varios templos en la provincia y de la ocurrencia de eventos extraordinarios cuando el emperador entró en la ciudad tras haber expulsado a los musulmanes. Este documento era indispensable, para nuestro obispo, para llevar a cabo su propósito.

– Catedral de Girona

Y así, el 29 de enero de 1345 instituyó una fiesta en honor a San Carlomagno, con celebración litúrgica, lectura de un sermón y solemne procesión. Se introdujo así un culto, basado en el hecho —claramente una leyenda— de que el emperador había fundado la catedral de la ciudad tras haber expulsado a los sarracenos en el siglo VIII, además de haber sido un paladín y defensor de la ortodoxia cristiana. Carlomagno fue canonizado por el antipapa Pascual III en 11651, aunque esta canonización nunca fue reconocida por la Iglesia oficial. El obispo Arnau, además, estableció un vínculo entre el culto y la veneración del emperador con las reliquias de la Pasión presentes en la catedral: una Espina de la Corona y un fragmento de la Vera Cruz. La fiesta en su honor, que se celebraba cada 29 de enero, fue oficialmente suprimida en 1483 por decreto papal. Pero en la catedral, de una manera u otra, se continuó celebrando la memoria del emperador mediante la lectura del sermón en recuerdo de sus gestas. Cuando incluso este acto fue prohibido (en 1884), en 1916 se le hizo representar en una de las nuevas vidrieras junto a otros santos.

A comienzos del siglo VIII, la península ibérica fue invadida por los musulmanes y los principales lugares de culto fueron transformados en mezquitas. En ese mismo siglo, los francos comenzaron la conquista de los territorios situados en la franja inmediatamente al sur de los Pirineos, incorporándolos al reino franco. Girona, en particular, fue conquistada por los francos en el año 785. Pero si, según la leyenda, fue el propio Carlomagno quien conquistó estos territorios arrebatándolos a los sarracenos, en realidad él nunca participó personalmente en esa conquista, ni mucho menos puso un pie en esa ciudad.

Sin embargo, Girona es una ciudad que durante siglos ha estado vinculada al emperador desde que se instituyó la fiesta anual en su honor, como se mencionó anteriormente. Y los testimonios que hablan del paso y breve estancia del emperador en esta ciudad siguen muy vivos en la memoria colectiva y presentes en varias obras de arte dentro de la catedral.

– Torre de Carlomagno. Catedral de Girona

El templo primitivo, que los musulmanes transformaron en mezquita, fue nuevamente destinado al culto cristiano. La catedral, iniciada en el siglo XI en estilo románico, es actualmente el resultado de diversas intervenciones, por lo que en ella se encuentran presentes varios estilos arquitectónicos. El campanario románico del siglo XI es también conocido como la Torre de Carlomagno. Cuenta la leyenda que, en un frío día de invierno, el emperador decidió subir a la torre para contemplar el paisaje nevado. Pero al asomarse, Joyeuse (la Joyosa), su famosa espada, cayó desde la torre y se clavó en la tierra en el centro del claustro. La espada no pudo ser recuperada porque empezó a hundirse hacia el centro de la tierra… y aún sigue descendiendo, y cuando llegue al otro lado del globo, ¡la tierra se dividirá en dos provocando el fin del mundo!

– Silla de Carlomagno. Catedral de Girona

Otro vestigio importantísimo que pretende demostrar el paso de Carlomagno por la ciudad es la famosa “Silla de Carlomagno”. Es lo suficientemente ancha como para que puedan sentarse dos personas. Según la leyenda, era la silla o trono utilizado por el emperador en la catedral y posee poderes especiales. Si se sienta una pareja, ésta se casará en el plazo de un año. En cambio, si se sienta una sola persona, nunca se casará. Por ello, en esta silla se hacía sentar a los seminaristas antes de su ordenación, garantizando así que mantendrían el celibato. En realidad, se trata de una cátedra episcopal del siglo XI. Está situada detrás del altar mayor de la catedral, en un lugar elevado al que se accede subiendo por una de las dos rampas de escaleras que se encuentran a ambos lados del altar. Es de mármol y está decorada con varios bajorrelieves de motivos vegetales y con cuatro medallones que simbolizan a los cuatro evangelistas. En los laterales están esculpidos unos arcos sostenidos por columnas, y en la parte trasera del respaldo se puede ver un obispo y dos acólitos, añadidos posteriormente.

A Carlomagno también lo encontramos representado en una clave de bóveda de la catedral: un personaje barbudo, coronado y rodeado de flores de lis, símbolo de la monarquía francesa.

– Estatua de Carlomagno, obra de Jaume Cascalls, s. XIV. Museo-tesoro de la catedral de Girona

En el museo-tesoro de la catedral, el emperador está representado en una estatua de alabastro policromado, realizada por Jaume Cascalls en el siglo XIV y encargada por el obispo Arnau de Montrodon. La figura pisa animales grotescos que simbolizan el mal. Esta escultura, hasta finales del siglo XIX, se encontraba en una de las capillas del templo, la capilla de los Cuatro Santos Mártires, en un altar dedicado a San Carolus Magnus, donde permaneció hasta 1884 (fecha también de la suspensión de la lectura del sermón), cuando fue retirada por orden episcopal y trasladada al museo. Le falta la mano derecha, que probablemente sostenía una miniatura de la catedral.

La capilla de los Cuatro Santos Mártires fue construida con los propios fondos del obispo Arnau de Montrodon. Los cuatro santos mártires, patronos de la ciudad, fueron martirizados durante las persecuciones de Diocleciano y, según la tradición, sus reliquias fueron llevadas por Carlomagno desde la iglesia de Santa María hasta la catedral. Sin embargo, la capilla que hoy les está dedicada fue construida por iniciativa del obispo Arnau y financiada por él mismo. Este la dedicó a San Carlomagno, consagrándole un altar y una estatua. Así logró hacer que el culto a los patronos de la ciudad conviviera con el del emperador. También el relicario donde se conservan las reliquias de estos mártires es de la misma época. En esta capilla se encuentra también el sepulcro del obispo y de su sobrino Bertran, quien también fue obispo.

-Teca que contiene las reliquias de los Cuatro Mártires de Girona. Capilla de los Santos Cuatro Mártires. Catedral de Girona

¿Pero por qué tanto interés por parte de este obispo en instaurar y promover este culto? Porque era la plataforma ideal para construir un programa de exaltación ideológica y simbólica de esta sede episcopal. Una especie de herramienta propagandística para consolidar su prestigio frente a otros centros religiosos. Especialmente frente al intento de la vecina Ampurias de erigirse en sede episcopal, lo que habría supuesto una disminución del prestigio y poder de la sede de Girona. Esto fue algo que nuestro obispo logró evitar, precisamente porque supo demostrar un vínculo especial con una figura que en ese tiempo no solo había sido canonizada, sino que además había demostrado ser un protector especial de la ciudad, liberándola del yugo musulmán y fundando su catedral, además de haber traído a la ciudad importantísimas reliquias cristológicas. Y cuanto más importante es la sede, tanto más grande e importante es la imagen proyectada de quien la impulsó. También la capilla de los Cuatro Mártires fue construida para mayor gloria suya.

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1.- El antipapa Pascual III fue obligado por Federico Barbarroja, pero esta canonización nunca fue ratificada por la Iglesia Oficial. Lee también el artículo: Carlomagno: ¿un santo?

Il pastorale di San Canio, una reliquia con carattere

06 domenica Apr 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Reliquie

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Acerenza, Acheruntia, Bastone di San Canio, Francesco Saluzzi, Reliquie, San Canio

La cattedrale di Acerenza, un bellissimo borgo medievale in provincia di Potenza, conserva una reliquia molto particolare: il pastorale, ossia il bastone, o il baculum, del vescovo San Canio, che in alcune occasioni ‘reagisce’ a seconda di chi gli sta di fronte, sfidando le leggi della fisica.

Prima di ritornare su questo, vediamo prima per sommi capi che era San Canio. San Canio era un vescovo di Cartagine vissuto nel III secolo d.C. Durante la persecuzione di Diocleziano fu torturato e condannato alla decapitazione, ma riuscì a salvarsi grazie ad un forte nubifragio che mise in fuga i carnefici, cosa che approfittarono i suoi seguaci per farlo fuggire, riuscendo a raggiungere la costa campana. In questa zona, soprattutto Atella (attuale S. Arpino, Caserta), compì numerosi miracoli. Morì di morte naturale e le sue spoglie furono traslate nel 799 ad Acerenza, nella chiesa metropolitana, dove furono molto ben nascoste per evitarne la profanazione durante l’invasione dei saraceni e solo nel 1080 furono ritrovate e traslate alla nuova cattedrale che da quel momento fu posta sotto la protezione del santo, così come la diocesi.

– Altare di San Canio nella cattedrale di Acerenza. Nella parte sinistra dell’altare è situata l’apertura da cui è visibile il bastone di San Canio

Ma il vero protagonista del luogo, che attrae a tanti fedeli è il pastorale. Si trova all’interno di un sarcofago di pietra incorporato nell’altare della cappella centrale del deambulatorio della cattedrale, e fin dal primo momento la sua presenza farà diventare il luogo un punto di riferimento importante per la storia civile e religiosa del sud d’Italia.

– Pastorale visibile attraverso l’apertura dell’altare

Il baculum di San Canio ha una lunghezza di circa 150 cm., un diametro di 5, è grezzo e nodoso, senza il classico ‘riccio’ (non come è rappresentato nel simulacro del santo, vedi figura). Poggia su una superficie accidentata e ruvida ed è visibile attraverso una piccola apertura circolare praticata nell’altare, a mo’ di oblò, e chiusa da uno sportellino. Come dicevamo, la reliquia ha il potere di reagire, a seconda della persona che gli sta di fronte. Si avvicina o si allontana dall’apertura, in modo che può essere toccata quando si avvicina o quasi scomparire alla vista quando si allontana, o rimanere a metà strada. Alcuni sostengono che questo dipende dalla purezza d’anima di chi lo osserva, manifestando la sua benevolenza o disapprovazione.

– Cattedrale di Acerenza
-Acerenza. La cattedrale domina il paese e il paesaggio

Nel corso dei secoli sono stati attribuiti a questa reliquia eventi straordinari, e in alcune occasioni, ‘lievita’, come si può leggere nel registro dei visitatori che hanno assistito al fenomeno. Uno di questi accadde il 30 maggio 1779 e i giorni seguenti, ed è meticolosamente dettagliato e documentato da atto notarile, dal notaio di Acerenza Francesco Saluzzi, insieme ad un altro prodigio, un po’ meno famoso, che è quello della fuoriuscita dai marmi del sarcofago della cosiddetta ‘manna’, liquido di proprietà terapeutiche. La notte fra il 30 e il 31 maggio, dopo aver aperto lo sportellino, al lume di candela si poté osservare come la reliquia ‘lievitava’. La notizia si diffuse immediatamente in tutta la città, facendo riversare in chiesa una gran folla di gente che poterono osservare come il bastone rimanesse a mezz’aria. Dopo circa tre ore il sacro bastone venne visto, altrettanto miracolosamente, calare verso il basso, e ciò alla presenza di un prelato materano, che proprio in quei giorni si trovava al seguito di mons. Francesco Zunica, arcivescovo di Acerenza e Matera. Il prelato “tramortì a terra” dallo spavento. Era nota la competizione e gelosia fra le due sedi arcivescovili e il notaio (guarda caso!) non si fece scappare neanche una virgola del turbamento e la meraviglia del prelato materano. La fede e la costanza dei devoti di San Canio, in quella circostanza, sembrarono esser premiate attraverso altre due manifestazioni soprannaturali: la fuoriuscita dal sarcofago del santo e dal volto del suo simulacro della “santa manna” e la caduta di una inaspettata dolce pioggia “che fu di grande utilità alla raccolta” al posto della temuta tempesta precedentemente preannunciata.

– Acerenza

Acerenza, l’antica Acheruntia descritta da Orazio, sorge su di una collina che gode di un panorama fantastico e la cattedrale occupa una posizione imponente al centro di questo bellissimo borgo. Merita senza dubbio una visita. E chi lo sa, forse facendo una visita a San Canio potremmo essere gratamente sorpresi ….

La barca di San Pietro è in Vaticano

10 lunedì Feb 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità

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Barca di San Pietro, famiglia Aponte, famiglia Aprea, Istituto Diplomatico Internazionale, Lago Tiberiade, Musei Vaticani, Paolo Giordani, Via del Mare, Yigal Allon

Dallo scorso ottobre 2023 una fedele ‘riproduzione’ di quella che potrebbe essere stata la barca di San Pietro ha avuto la sua definitiva collocazione alla base della rampa elicoidale all’ingresso dei Musei Vaticani, chiamata anche “Via del Mare”.

È stato un prezioso regalo fatto a papa Francesco, alcuni mesi prima, dalla storica famiglia Aponte, armatori di NLG-Navigazione Libera del Golfo. L’imbarcazione a vela, de circa 9 metri per 2,5 con un albero di 8 metri, è stata realizzata a mano dagli Aprea, maestri d’ascia della penisola sorrentina, in collaborazione con l’Istituto Diplomatico Internazionale.

– Relitto di un’antica imbarcazione da pesca del I secolo a.C. rinvenuta nel 1986 nel lago di Tiberiade. Museo Allon, Ginosar (Galilea, Israele)

Nel 1986 sul fondo del lago di Tiberiade venne rivenuto un relitto di un’antica imbarcazione, abbastanza ben conservato grazie al fango che ricopriva le strutture lignee dello scafo. È probabilmente appartenente allo stesso tipo di imbarcazione di cui parlano i racconti evangelici della pesca miracolosa (Luca 5,1-11, Mt. 4,18-22  Mr. 1,16-20) e della tempesta placata (Marco 4,35-41, Matteo 8,23-27 e Luca (8,22.25). Era utilizzata per la pesca e capace di ospitare quattro rematori e una dozzina di persone. Dall’esame del carbonio 14, in base alle evidenze fornite dal materiale ceramico rinvenuto a bordo, è stata datata alla seconda metà del I secolo a.C.. Attualmente si trova nel museo Yigal Allon di Ginosar, in Galilea.

– La pesca miracolosa. 1515-1516. Raffaello, Victoria and Albert Museum, Londra

La realizzazione dell’imbarcazione da parte degli armatori Aprea è stata possibile non solo attraverso l’approfondito studio del reperto originale, ma anche dall’osservazione dell’iconografia navale antica fornita da rilievi, graffiti e mosaici di Ostia e Pompei.

Complesse sono state le operazioni di movimentazione e installazione possibili grazie al sofisticato intervento di edilizia acrobatica e il supporto di ditte specializzate.

– Cristo nella tempesta 1633. Rembrandt. Ubicazione sconosciuta dopo il suo furto dall’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston nel 1990

In un’intervista pubblicata sul quotidiano La Repubblica, 10 ottobre 2023, l’avvocato Paolo Giordani, presidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale, racconta che sua è stata l’idea dei realizzare la replica:

“Fin da ragazzo – racconta l’avv. Giordani – mi erano rimasti nella memoria i brani evangelici che parlano dell’incontro di Gesù con Pietro e i primi apostoli, umili pescatori del lago di Tiberiade. Per me, e non solo per me, la barca di Pietro era il simbolo di un’esperienza straordinaria, l’inizio di qualcosa che avrebbe cambiato il mondo per sempre. Alcuni anni fa, non ricordo esattamente dove, lessi dei resti della barca databile all’epoca di Gesù, ritrovata nel 1986 sulla sponda nord-ovest del lago e oggi esposta nel museo Yigal Allon di Ginosar. Mi sono subito chiesto se, servendosi di quel modello, con la tecnologia e i mezzi a disposizione nel XXI secolo, sarebbe stato possibile costruire una copia perfetta di quella che tutti ormai, a cominciare dagli stessi archeologi, chiamavano “la barca di Pietro”. Per finanziare il progetto – prosegue il presidente dell’Istituto diplomatico internazionale – mi è sembrato naturale interpellare una grande famiglia di armatori, gli Aponte: chi meglio di loro avrebbe potuto dare corpo a quest’idea? L’intuizione è stata giusta. Mi hanno detto subito di sì, con entusiasmo, e hanno affidato il non facile compito di costruire la barca agli Aprea, maestri d’ascia attivi nella penisola sorrentina fin dal XVIII secolo. Alla loro perizia, alla loro precisione dobbiamo il risultato che tutti potranno ammirare nei musei vaticani, ottenuto, lo ripeto, con tecniche e materiali disponibili all’epoca: una barca in grado di trasportare fino a quindici persone di scafo di 8,8 metri x 2,5, albero di 8 metri con pennone di 6, due piccole coperte a pruavia e a poppa, vela quadra e cavi in fibra di canapa, due timoni. Per le parti andate perdute, gli artigiani si sono ispirati ai mosaici del piazzale delle Corporazioni di Ostia, al graffito della nave “Europa” di Pompei, al bassorilievo con veduta del Portus Augusti nella collezione Torlonia.” “Sono felice – conclude l’avvocato Giordani – di aver dato il mio contributo alla realizzazione di un oggetto di straordinario pregio che è anche un messaggio per tutti: nessuna nave, nella storia, ha navigato quanto l’umile barca di Pietro il pescatore, dal lago di Tiberiade fino a Roma e da Roma fino ad ogni angolo del mondo, per pescare uomini. Un semplice strumento di lavoro è diventato metafora della Salvezza”.

La “Tabula Puteolana”, ovvero la crocifissione e altri supplizi fatti per bene

06 domenica Ott 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Storia

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crocifissione, Lex Libitinaria, Lex Locationis, Pozzuoli, Tabula Cumana, Tabula Puteolana

Si tratta di un incredibile reperto archeologico del I secolo a.C. trovato nella zona di Pozzuoli nel 1940. La Tabula Puteolana è attualmente conservata nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei di Baia (Napoli). E’ un graffito di 157 x 80 cm (della quale ne rimangono tre grandi frammenti combacianti) che riporta su tre colonne (delle probabili cinque originarie) la Lex Libitinaria o Lex Locationis, riguardante il modus operandi nei diversi servizi relativi a funerali e a supplizi pubblici e privati. La legge prende il nome da Libitina, divinità della morte e della sepoltura e gli addetti all’esecuzione di queste operazioni erano chiamati libitinarii. Il titolo che possiamo leggere sulla lapide, ricostruito, è [DE MUNERE PUBLI]CO LIBITINA[RIO], ossia ‘Riguardo al Servizio Funebre Pubblico’. Questa legge potrebbe essere datata fra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero (metà del I secolo a.C.), un periodo relativamente prossimo alla crocifissione di Cristo.

Il testo della legge non solo specifica le modalità di un funerale e i dettagli tecnici di un castigo, ma riconosce anche il diritto di vita e di morte del padrone sullo schiavo, perfino sulla scelta dei supplizi da inferire. Uno di questi è soprattutto quello della crocifissione.

Tutti questi servizi dovevano essere forniti da una ‘impresa’ specializzata e diretta da un impresario o appaltatore, il manceps. E la legge specifica tutte le regole e ogni piccolo dettaglio tecnico da tener presente. Il manceps o appaltatore, si incaricava sia delle esecuzioni come dei riti funerari, questi ultimi dovevano essere forniti gratuitamente. A questo fine impiegava operae (operai) con funzioni specifiche, normalmente schiavi, con età fra i 20 e i 50 anni e con buona salute. Questi, come i carnefici, dovevano abitare fuori città, in zone specifiche, e potevano entrarvi solo per assolvere i compiti assegnati e sempre indossando un berretto rosso in modo da essere riconosciuti. Era compito degli operae scavare il buco dove veniva inserita la croce, alzare la vittima e fissarla allo stipes (palo). Poi, quando tutto era terminato, si occupavano di togliere i chiodi e portar via il corpo. Trentadue era il numero minimo di addetti che il manceps era obbligato ad avere. L’appaltatore, inoltre, aveva l’obbligo di esporre il testo della legge presso i locali della sua ‘sede’, in modo da poter essere letta dagli interessati, e di rispettare l’ordine di entrata delle richieste di prestazione, salvo le eccezioni previste. Erano previste delle sanzioni per gli appaltatori che non rispettavano gli accordi presi o che ne ritardavano l’adempimento, regolandone anche l’esercizio abusivo. I vari compiti erano espletati da diversi categorie professionali di individui: ustores (addetti alla cremazione), verberatores (flagellatori), carnifices (boia, carnefici), mercenarii e operae, queste ultime due categorie erano lavoratori salariati, impiegati occasionalmente o a servizio permanente. La Tabula offre anche molte altre informazioni, come le tariffe applicabili ai differenti servizi disponibili.

Un paragrafo interessante di questo documento è quello che riguarda la richiesta di crocifissione (o altro supplizio) di uno schiavo o schiava da parte di un privato. Il privato doveva attenersi alle regole stabilite. Nel caso della crocifissione, la ‘ditta’ specializzata, si occupava di fornire la traversa della croce, legacci, le corde per i flagellatori, i flagellatori stessi e qualsiasi altro accessorio e materiale necessario per la costruzione della croce e per fissarla al terreno. Il cliente doveva pagare la somma di quattro sesterzi ciascuno agli operai che portavano la croce, ai flagellatori e al carnefice. In pratica, lo schiavo veniva consegnato all’appaltatore e questi si occupava di infliggergli il tipo supplizio richiesto, anche che lo portava alla morte.

Per quanto riguarda le pene pubbliche, imposte da un magistrato, l’appaltatore non solo doveva prestare il servizio gratuitamente, ma anche fornire tutto il necessario per il supplizio. Inoltre, se il corpo del condannato non era reclamato dai familiari, al suono di un campanello gli operae dell’appaltatore dovevano provvedere a trascinarlo via con un uncino che veniva conficcato nella gola, perché non poteva essere toccato, e a deporlo su di una pira per essere cremato o in una fossa dove probabilmente veniva sotterrato insieme alla croce.

C’erano due principali varianti di crocifissione: la crux, un palo semplice, condanna che probabilmente terminava con la cremazione della vittima viva; e il patibulum, la croce come noi la intendiamo che, con l’aiuto di un sedile o di una pedana, prolungava l’agonia del crocifisso per diversi giorni il quale terminava per morire per asfissia. Questi erano i due più terribili tipi di esecuzioni, ragion per cui, nel caso di condanne pubbliche, erano affidate ad un appaltatore. Per altri tipi di esecuzioni meno cruente, come strangolamento, annegamento o decapitazione, se ne occupavano le stesse autorità. Il patibulum era considerata la peggiore delle condanne. Inizialmente riservata agli schiavi, fu applicata in seguito anche a persone libere, volendo significare il maggior disonore perché così venivano annoverate nella categoria più spregevole del genere umano.

Le regole della Tabula Puteolana vengono riprese più tardi, e aggiornate, nella Tabula Cumana, posteriore di circa un secolo a quella Puteolana e trovata nel 1965, anch’essa conservata nello stesso museo.

La maggior parte delle teorie e studi sull’origine della pratica della crocifissione la fanno risalire all’ambito fenicio-punico e sarebbe stata adottata da Roma intorno al II secolo a.C. dove ci sarebbe rimasta fino al III secolo d.C. Anche se la Lex Libitinaria era di applicazione a Pozzuoli non sarebbe  inverosimile dedurre che in altre città dell’Impero o controllate da Roma ce ne fossero di simili. Forse anche a Gerusalemme? 

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Per saperne di più:  G. Zaninotto: The penalty.of the cross – According to the Tabula Puteolana, Shroud Spectrum International No. 25 Part 3.   L. Bove, in Rend. Acc. Arch. Napoli, 41, 1967, pp. 207 ss.

La ‘Mensa Christi’

22 domenica Set 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Curiosità

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Lago Tiberíades, Mensa Christi, Mesa de Cristo, Nazareth, Pesca milagrosa, Primado de San Pedro, San Pedro, Tabgha

La Mensa Christi.   Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

La Mensa Christi, o Mesa de Cristo, es un bloque de piedra calcárea sobre la cual, según la tradición, cenó Cristo con los apóstoles después de su resurrección, después del episodio de Emaús. Se encuentra en una iglesia de nombre homónimo en el barrio árabe de Nazareth, muy cercana a la iglesia de la Anunciación.

– Iglesia de la ‘Mensa Christi’ en Nazareth

En la segunda mitad del siglo XVIII los franciscanos construyeron una capilla que posteriormente se convertiría en la actual iglesia en 1861, que fue restaurada en ocasión de las celebraciones del segundo milenio. Sobre la roca, que actualmente se utiliza como altar, pueden observarse numerosos grafitos dejados por los peregrinos. Un letrero en latín explica de lo que se trata y una pintura en la pared posterior representa la escena.

– Interior de la iglesia de la ‘Mensa Christi’ en Nazareth
– Inscripción situada en el interior de la iglesia de la “Mensa Christi” en Nazareth1
– Iglesia de la “Mensa Christi”, Nazareth (interior). Cuadro que reproduce la escena

Para visitar esta iglesia hay que pedir la llave al guarda que suele estar por los alrededores.

– Iglesia del Primado de San Pedro a orillas del lago Tiberíades

Pero ésta no es la única ‘Mensa Christi’. De hecho, en Tabgha, a orillas del lago Tiberíades, a 3 Km de Cafarnaúm, encontramos otra, en la Iglesia del Primado de Pedro. Esta pequeña iglesia custodia una gran roca que sería, según la tradición, el lugar donde los discípulos comieron con Jesús después de su resurrección, siendo ésta la tercera vez que Jesús se manifestaba a los discípulos tras su muerte. La iglesia fue construida por los franciscanos en 1993. También esta roca es llamada la ‘Mensa Christi’, como reza un letrero apoyado sobre la misma. Pero este lugar es más recordado porque aquí fue donde Jesús propició la segunda pesca milagrosa y otorgó el Primado a Pedro confirmándolo como cabeza de la Iglesia, con la expresión «Apacienta mis corderos» «Pastorea mis ovejas», como se describe en el evangelio de Juan (Jn 21, 1-23), aunque ésta no era la primera vez que dio el encargo al apóstol, que por este motivo cambió su nombre de Simón a Pedro2. 

– Interior de la iglesia del Primado de San Pedro con la ‘Mensa Christi’

Excavaciones arqueológicas realizadas en 1969 confirmaron que bajo la iglesia del Primado se encuentran las ruinas de dos santuarios, uno del siglo IV y otro del siglo V, destruidos en el siglo XIII. Ambos tenían en el centro una roca llamada por los peregrinos ‘Mensa Christi’, que hoy sigue siendo venerada como la mesa utilizada por Cristo y los apóstoles para la comida después de la pesca milagrosa.

A mi juicio, los dos lugares, más que ofrecer una evidencia histórica, pretender recordar momentos clave de la vida de Cristo o, mejor dicho, de su vida después de la muerte, según describen los evangelios.

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1.- Sacellum hoc in quo lapis asservatur super quem christum cum discipulis comedisse continua tenet traditio temporum injuria et vetustate collapsum (Esta capilla, en la que se conserva la piedra sobre la que Cristo comió con sus discípulos, mantiene una tradición continuada, deteriorada por los tiempos y derrumbada por la edad).

2.- “Yo te digo que tú eres Pedro. Sobre esta piedra edificaré mi iglesia y las puertas de los dominios de la muerte no prevalecerán contra ella. Te daré las llaves del reino de los cielos; todo lo que ates en la tierra quedará atado en el cielo y todo lo que desates en la tierra quedará desatado en el cielo”. (Mt 16, 18-20)

San Pietro in Puglia

08 domenica Set 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Pellegrinaggi

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Ara di Minerva, Canale dei Samari, Columna Sancti Petri, Cripta del Redentore, Galatina, La Via Petrina, Manduria, San Pietro, San Pietro in Bevagna, San Pietro Mandurino, Santa Maria ‘de Finibus Terrae’

– Chiesa di San Pietro Mandurino, Manduria. Cripta. Immagine di San Pietro

È facile immaginare la presenza di Pietro a Roma, città dove passò gli ultimi anni della sua vita e dove molteplici luoghi ricordano l’apostolo, aiutati anche dall’abbondante filmografia: la casa di Pudente e quella di Priscilla e Aquila, dove fu ospite; il carcere Mamertino, dove fu imprigionato; la chiesa di San Pietro in Vincoli, dove si conservano le sue catene; l’ager Vaticanus, dove fu crocifisso e dove sorge la basilica a lui dedicata, sede del papato, dove si conservano le sue reliquie, e molti altri posti ancora. Molti dati sulla vita di Pietro a Roma ce li forniscono gli apocrifi gli  “Atti di Pietro” e gli “Atti dei beati apostoli Pietro e Paolo”, scritti nel II secolo, oltre che la tradizione1.

Secondo gli Atti di Pietro il viaggio dell’apostolo a Roma fu motivato dalla preoccupazione da parte della comunità cristiana per lo scompiglio che aveva creato Simon Mago fra i credenti in quella città. Simon Mago, una sorta di falso capo religioso, era già da tempo conosciuto per ammaliare la gente con trucchi di magia e con il quale Pietro si era già scontrato in altre occasioni, perché pretendeva di comprare dagli apostoli il potere di amministrare lo Spirito Santo con la semplice imposizione delle mani2.

E così Pietro, dopo aver fondato la chiesa di Antiochia e aver visitato anche la Cappadocia, l’Asia minore e la Grecia, s’imbarcò a Cesarea con destinazione a Roma. Gli Atti di Pietro dicono che sbarcò a Pozzuoli, ma non vi è alcuna indicazione sulle sue possibili tappe intermedie.

– Cripta del Redentore, Taranto

Però in Puglia esiste da secoli una tradizione secondo la quale Pietro, nel suo viaggio verso Roma, sarebbe sbarcato in questa regione dove avrebbe convertito, battezzato, fondato comunità cristiane, predicato o nominato vescovi. Si basa fondamentalmente sul gran numero di toponimi e luoghi sacri che fanno riferimento a San Pietro così come leggende create su ciascuno di essi e tradizioni popolari legate alle stesse. Questa tradizione è anche rafforzata dal fatto che le antiche rotte marittime che facevano arrivare a Roma persone e merci avevano approdi in molti luoghi della penisola salentina. Tanto è così che intorno al 2010 nacque il progetto denominato ‘La Via Petrina’, per iniziativa della Soc. Coop. Polisviluppo, che ottenne in seguito il sostegno della Regione Puglia. Sostanzialmente si tratta di una mappatura di tutti i luoghi pugliesi che rivendicano il presunto passaggio di Pietro. Non si tratta di dimostrare la storicità delle tradizioni ma di farle conoscere, mettendo anche in valore il patrimonio culturale e naturalistico collegato a questi luoghi. Quindi non è un unico percorso inteso come un pellegrinaggio classico, ma diversi itinerari, ciascuno con le loro particolarità.

– Cripta del Redentore. Fonte d’acqua. Taranto

Molte città vantano lo sbarco dell’apostolo, o il passaggio, il soggiorno o il semplice pernottamento. Citeremo solo i luoghi più importanti essendo coscienti che la lista completa è molto più esaustiva che comprende la quasi totalità della regione.

Cominciamo da Taranto. Secondo la Historia Sancti Petri, testo del IX-X secolo (che attinge anche dalla tradizione e dalla leggenda) Pietro, nel suo viaggio verso la città eterna ai tempi dell’imperatore Claudio (41-54 d.C.), si fermò in questa città, anzi, prima ancora sull’isola antistante, oggi chiamata isola di San Pietro. Pietro, si sarebbe inginocchiato per ringraziare il Signore dopo l’approdo e avrebbe lasciato un’impronta sulla pietra toccata dalle sue ginocchia che successivamente sarebbe stata portata via dai veneziani. In quest’isola Pietro avrebbe evangelizzato e battezzato gli abitanti e nominato vescovi. Successivamente, una volta sbarcato nel porto di Taranto l’apostolo si sarebbe imbattuto in una fonte d’acqua dedicata al dio Sole, Helios, dominata da una colossale statua dello stesso. Pietro con il segno della croce avrebbe fatto crollare la statua. Poi dedicò la fonte a San Giovanni Battista e la utilizzò per battezzare i tarantini. Il luogo è oggi conosciuto come ‘Cripta del Redentore’ un’antica tomba romana trasformata in chiesa durante il medioevo. I marmi dell’antica acropoli greca di Taranto, probabilmente ubicata dove oggi si trova il canale navigabile, sarebbero stati rimpiegati per costruire una chiesa dedicata all’apostolo, San Pietro alla Porta, abbattuta nel XVI secolo dagli spagnoli per ampliare le fortificazioni cittadine. Solo si è salvato il cippo d’altare su cui, secondo la tradizione, Pietro avrebbe celebrato la prima messa tarantina. È conosciuto come la ‘Columna Sancti Petri’ ed è oggi conservato pressa la Chiesa del Carmine. Nel complesso di San Domenico, costruito sui resti un di un tempio greco nell’area dell’acropoli, troviamo la chiesa di San Pietro Imperiale, costruita intorno al X secolo, con le statue di San Pietro e Paolo. Molte altre testimonianze ancora sono presenti in questa città.

– Chiesa di San Pietro Mandurino, Manduria

San Pietro di Bevagna (Marina di Manduria), è a metà strada tra Taranto e Gallipoli. Qui sorge l’antichissima chiesetta di San Pietro Mandurino, che un’antica iscrizione dedica all’apostolo, con colonne scavate nel tufo e affreschi paleocristiani. Da Manduria a San Pietro in Bevagna si svolge da tempi antichissimi una processione che intende ricordare lo sbarco dell’apostolo dovuto, secondo la tradizione, ad un naufragio. Di fatto, a pochi metri dalla costa sul fondo marino, nei pressi della foce del fiume Chidro, sono visibili ventitré sarcofagi di marmo, di fattura romana risalenti, secondo una recente datazione, al III secolo della nostra era. Il carico sarebbe stato molto probabilmente destinato al mercato di Roma. La tradizione voleva che si trattasse dell’imbarcazione su cui arrivava Pietro, alimentata dal fatto che il luogo era spesso tappa obbligata per gli antichi naviganti per fare rifornimento.

– San Pietro di Bevagna, Sarcofagi del III secolo d.C.
– Chiesa di San Pietro in Bevagna
– Fonte battesimale. Chiesa di San Pietro in Bevagna

Nella chiesetta costiera di San Pietro in Bevagna, un santuario dedicato a San Pietro (addossato ad una torre di avvistamento cinquecentesca) sono conservati nella cripta il ‘Fonte battesimale’ di San Pietro e la ‘Pietra dell’altare’ su cui avrebbe celebrato le messe. Inoltre, in una nicchia, sono visibili simboli petrini in argento (barca del pescatore, la croce papale, la mitra e le chiavi). Tra la chiesa di San Pietro Mandurino e la necropoli preromana, è stata rinvenuta una lapide che è stata datata di circa duemila anni, con incisa la scritta “PETRO VI.SI.ET.” (“A Pietro sia la vita eterna”) con accanto l’ancora, simbolo cristiano.

Nei pressi del fosso Canale dei Samari, a poca distanza da Gallipoli, troviamo la chiesa di San Pietro dei Samari costruita nel secolo XII. Qui Pietro celebrò messa, battezzò e nominò il discepolo San Pancrazio, primo vescovo di Gallipoli. Questo tempio, molto importante nel XVI secolo, fu meta di pellegrinaggi. Oggi purtroppo è ridotto a un rudere.

Anche la comunità cristiana di Otranto sarebbe stata fondata da Pietro, dove avrebbe eretto la prima chiesa, come attestava un’antica iscrizione in greco, oggi perduta, all’esterno della chiesa bizantina di San Pietro di Otranto.

– Masso di San Pietro. Chiesa Madre dei SS. Pietro e Paolo, Galatina

San Pietro in Galatina: qui avrebbe transitato Pietro nel suo viaggio verso Roma, dove si sarebbe riposato su un masso che attualmente si conserva in una cappella della Chiesa Madre dedicata ai SS. Pietro e Paolo. La chiesa è barocca con rifacimenti posteriori, dove un ciclo di affreschi rappresenta la vita dell’apostolo. Il culto do San Pietro era molto forte di questo luogo, come dimostra il nome del toponimo, che solo dopo l’Unità d’Italia passò a chiamarsi semplicemente Galatina. Ma le chiavi del vicario di Cristo continuano ad essere presenti nello stemma del paese.

– Ara di Minerva. Santuario Santa Maria de Finibus Taerre, Castrignano del Capo
– Pozzo di San Pietro. Giuliano di Lecce

Anche a Castrignano del Capo, presso Santa María di Leuca, la tradizione vuole che approdasse Pietro. Qui trovò un tempio pagano dedicato a Minerva che avrebbe convertito al cristianesimo dedicandolo alla madre di Cristo, il santuario Santa Maria ‘de Finibus Terrae’. Nel suo interno è ancora conservata ‘l’ara di Minerva’ un blocco di pietra con incavo per le offerte alla dea, testimonianza del precedente culto pagano. La prima costruzione del santuario risale al IV secolo con numerosi rifacimenti posteriori, avendo subito numerose distruzioni. Nella vicina frazione di Giuliano di Lecce, la chiesa di San Pietro a Giuliano ricorda che Pietro, nel suo passaggio, avrebbe riportato in vita un defunto. La chiesa sarebbe sorta vicino a un pozzo dove l’apostolo si sarebbe dissetato. E’ il pozzo di San Pietro, attualmente coperto da una grata e protetto da un recinto di ferro. Poco distante, a Salignano, si trova la grotta di San Pietro, una grotta rupestre dove Pietro avrebbe trovato rifugio dalle persecuzioni romane.

A questi luoghi potremmo aggiungerne molti altri, nonché molte tradizioni popolari, eventi e cerimonie religiose legate al culto del santo che affondano le loro radici nei secoli e che continuano ad essere più vive che mai.

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1.- Per saperne di più sulla presenza di San Pietro a Roma, invito alla lettura dei seguenti articoli: ‘Le reliquie di San Pietro’, ‘Quando Pietro incontrò Simon Mago a Roma’, ‘Le catene di San Pietro’, ‘Dove fu martirizzato San Pietro?’, ‘Dov’è la cattedra di San Pietro?’. E per l’episodio di ‘Quo Vadis’: ‘Sapevi che esistono le impronte dei piedi di Cristo?.

2.- Per questo motivo il commercio di cose sacre prende di nome di ‘simonia’.

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Per saperne di più consulta il sito ‘La via petrina’

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