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Reliquiosamente

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Archivi della categoria: Curiosità

La “Tabula Puteolana”, ovvero la crocifissione e altri supplizi fatti per bene

06 domenica Ott 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Storia

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crocifissione, Lex Libitinaria, Lex Locationis, Pozzuoli, Tabula Cumana, Tabula Puteolana

Si tratta di un incredibile reperto archeologico del I secolo a.C. trovato nella zona di Pozzuoli nel 1940. La Tabula Puteolana è attualmente conservata nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei di Baia (Napoli). E’ un graffito di 157 x 80 cm (della quale ne rimangono tre grandi frammenti combacianti) che riporta su tre colonne (delle probabili cinque originarie) la Lex Libitinaria o Lex Locationis, riguardante il modus operandi nei diversi servizi relativi a funerali e a supplizi pubblici e privati. La legge prende il nome da Libitina, divinità della morte e della sepoltura e gli addetti all’esecuzione di queste operazioni erano chiamati libitinarii. Il titolo che possiamo leggere sulla lapide, ricostruito, è [DE MUNERE PUBLI]CO LIBITINA[RIO], ossia ‘Riguardo al Servizio Funebre Pubblico’. Questa legge potrebbe essere datata fra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero (metà del I secolo a.C.), un periodo relativamente prossimo alla crocifissione di Cristo.

Il testo della legge non solo specifica le modalità di un funerale e i dettagli tecnici di un castigo, ma riconosce anche il diritto di vita e di morte del padrone sullo schiavo, perfino sulla scelta dei supplizi da inferire. Uno di questi è soprattutto quello della crocifissione.

Tutti questi servizi dovevano essere forniti da una ‘impresa’ specializzata e diretta da un impresario o appaltatore, il manceps. E la legge specifica tutte le regole e ogni piccolo dettaglio tecnico da tener presente. Il manceps o appaltatore, si incaricava sia delle esecuzioni come dei riti funerari, questi ultimi dovevano essere forniti gratuitamente. A questo fine impiegava operae (operai) con funzioni specifiche, normalmente schiavi, con età fra i 20 e i 50 anni e con buona salute. Questi, come i carnefici, dovevano abitare fuori città, in zone specifiche, e potevano entrarvi solo per assolvere i compiti assegnati e sempre indossando un berretto rosso in modo da essere riconosciuti. Era compito degli operae scavare il buco dove veniva inserita la croce, alzare la vittima e fissarla allo stipes (palo). Poi, quando tutto era terminato, si occupavano di togliere i chiodi e portar via il corpo. Trentadue era il numero minimo di addetti che il manceps era obbligato ad avere. L’appaltatore, inoltre, aveva l’obbligo di esporre il testo della legge presso i locali della sua ‘sede’, in modo da poter essere letta dagli interessati, e di rispettare l’ordine di entrata delle richieste di prestazione, salvo le eccezioni previste. Erano previste delle sanzioni per gli appaltatori che non rispettavano gli accordi presi o che ne ritardavano l’adempimento, regolandone anche l’esercizio abusivo. I vari compiti erano espletati da diversi categorie professionali di individui: ustores (addetti alla cremazione), verberatores (flagellatori), carnifices (boia, carnefici), mercenarii e operae, queste ultime due categorie erano lavoratori salariati, impiegati occasionalmente o a servizio permanente. La Tabula offre anche molte altre informazioni, come le tariffe applicabili ai differenti servizi disponibili.

Un paragrafo interessante di questo documento è quello che riguarda la richiesta di crocifissione (o altro supplizio) di uno schiavo o schiava da parte di un privato. Il privato doveva attenersi alle regole stabilite. Nel caso della crocifissione, la ‘ditta’ specializzata, si occupava di fornire la traversa della croce, legacci, le corde per i flagellatori, i flagellatori stessi e qualsiasi altro accessorio e materiale necessario per la costruzione della croce e per fissarla al terreno. Il cliente doveva pagare la somma di quattro sesterzi ciascuno agli operai che portavano la croce, ai flagellatori e al carnefice. In pratica, lo schiavo veniva consegnato all’appaltatore e questi si occupava di infliggergli il tipo supplizio richiesto, anche che lo portava alla morte.

Per quanto riguarda le pene pubbliche, imposte da un magistrato, l’appaltatore non solo doveva prestare il servizio gratuitamente, ma anche fornire tutto il necessario per il supplizio. Inoltre, se il corpo del condannato non era reclamato dai familiari, al suono di un campanello gli operae dell’appaltatore dovevano provvedere a trascinarlo via con un uncino che veniva conficcato nella gola, perché non poteva essere toccato, e a deporlo su di una pira per essere cremato o in una fossa dove probabilmente veniva sotterrato insieme alla croce.

C’erano due principali varianti di crocifissione: la crux, un palo semplice, condanna che probabilmente terminava con la cremazione della vittima viva; e il patibulum, la croce come noi la intendiamo che, con l’aiuto di un sedile o di una pedana, prolungava l’agonia del crocifisso per diversi giorni il quale terminava per morire per asfissia. Questi erano i due più terribili tipi di esecuzioni, ragion per cui, nel caso di condanne pubbliche, erano affidate ad un appaltatore. Per altri tipi di esecuzioni meno cruente, come strangolamento, annegamento o decapitazione, se ne occupavano le stesse autorità. Il patibulum era considerata la peggiore delle condanne. Inizialmente riservata agli schiavi, fu applicata in seguito anche a persone libere, volendo significare il maggior disonore perché così venivano annoverate nella categoria più spregevole del genere umano.

Le regole della Tabula Puteolana vengono riprese più tardi, e aggiornate, nella Tabula Cumana, posteriore di circa un secolo a quella Puteolana e trovata nel 1965, anch’essa conservata nello stesso museo.

La maggior parte delle teorie e studi sull’origine della pratica della crocifissione la fanno risalire all’ambito fenicio-punico e sarebbe stata adottata da Roma intorno al II secolo a.C. dove ci sarebbe rimasta fino al III secolo d.C. Anche se la Lex Libitinaria era di applicazione a Pozzuoli non sarebbe  inverosimile dedurre che in altre città dell’Impero o controllate da Roma ce ne fossero di simili. Forse anche a Gerusalemme? 

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Per saperne di più:  G. Zaninotto: The penalty.of the cross – According to the Tabula Puteolana, Shroud Spectrum International No. 25 Part 3.   L. Bove, in Rend. Acc. Arch. Napoli, 41, 1967, pp. 207 ss.

La ‘Mensa Christi’

22 domenica Set 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Curiosità

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Lago Tiberíades, Mensa Christi, Mesa de Cristo, Nazareth, Pesca milagrosa, Primado de San Pedro, San Pedro, Tabgha

La Mensa Christi.   Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

La Mensa Christi, o Mesa de Cristo, es un bloque de piedra calcárea sobre la cual, según la tradición, cenó Cristo con los apóstoles después de su resurrección, después del episodio de Emaús. Se encuentra en una iglesia de nombre homónimo en el barrio árabe de Nazareth, muy cercana a la iglesia de la Anunciación.

– Iglesia de la ‘Mensa Christi’ en Nazareth

En la segunda mitad del siglo XVIII los franciscanos construyeron una capilla que posteriormente se convertiría en la actual iglesia en 1861, que fue restaurada en ocasión de las celebraciones del segundo milenio. Sobre la roca, que actualmente se utiliza como altar, pueden observarse numerosos grafitos dejados por los peregrinos. Un letrero en latín explica de lo que se trata y una pintura en la pared posterior representa la escena.

– Interior de la iglesia de la ‘Mensa Christi’ en Nazareth
– Inscripción situada en el interior de la iglesia de la “Mensa Christi” en Nazareth1
– Iglesia de la “Mensa Christi”, Nazareth (interior). Cuadro que reproduce la escena

Para visitar esta iglesia hay que pedir la llave al guarda que suele estar por los alrededores.

– Iglesia del Primado de San Pedro a orillas del lago Tiberíades

Pero ésta no es la única ‘Mensa Christi’. De hecho, en Tabgha, a orillas del lago Tiberíades, a 3 Km de Cafarnaúm, encontramos otra, en la Iglesia del Primado de Pedro. Esta pequeña iglesia custodia una gran roca que sería, según la tradición, el lugar donde los discípulos comieron con Jesús después de su resurrección, siendo ésta la tercera vez que Jesús se manifestaba a los discípulos tras su muerte. La iglesia fue construida por los franciscanos en 1993. También esta roca es llamada la ‘Mensa Christi’, como reza un letrero apoyado sobre la misma. Pero este lugar es más recordado porque aquí fue donde Jesús propició la segunda pesca milagrosa y otorgó el Primado a Pedro confirmándolo como cabeza de la Iglesia, con la expresión «Apacienta mis corderos» «Pastorea mis ovejas», como se describe en el evangelio de Juan (Jn 21, 1-23), aunque ésta no era la primera vez que dio el encargo al apóstol, que por este motivo cambió su nombre de Simón a Pedro2. 

– Interior de la iglesia del Primado de San Pedro con la ‘Mensa Christi’

Excavaciones arqueológicas realizadas en 1969 confirmaron que bajo la iglesia del Primado se encuentran las ruinas de dos santuarios, uno del siglo IV y otro del siglo V, destruidos en el siglo XIII. Ambos tenían en el centro una roca llamada por los peregrinos ‘Mensa Christi’, que hoy sigue siendo venerada como la mesa utilizada por Cristo y los apóstoles para la comida después de la pesca milagrosa.

A mi juicio, los dos lugares, más que ofrecer una evidencia histórica, pretender recordar momentos clave de la vida de Cristo o, mejor dicho, de su vida después de la muerte, según describen los evangelios.

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1.- Sacellum hoc in quo lapis asservatur super quem christum cum discipulis comedisse continua tenet traditio temporum injuria et vetustate collapsum (Esta capilla, en la que se conserva la piedra sobre la que Cristo comió con sus discípulos, mantiene una tradición continuada, deteriorada por los tiempos y derrumbada por la edad).

2.- “Yo te digo que tú eres Pedro. Sobre esta piedra edificaré mi iglesia y las puertas de los dominios de la muerte no prevalecerán contra ella. Te daré las llaves del reino de los cielos; todo lo que ates en la tierra quedará atado en el cielo y todo lo que desates en la tierra quedará desatado en el cielo”. (Mt 16, 18-20)

San Pietro in Puglia

08 domenica Set 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Pellegrinaggi

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Ara di Minerva, Canale dei Samari, Columna Sancti Petri, Cripta del Redentore, Galatina, La Via Petrina, Manduria, San Pietro, San Pietro in Bevagna, San Pietro Mandurino, Santa Maria ‘de Finibus Terrae’

– Chiesa di San Pietro Mandurino, Manduria. Cripta. Immagine di San Pietro

È facile immaginare la presenza di Pietro a Roma, città dove passò gli ultimi anni della sua vita e dove molteplici luoghi ricordano l’apostolo, aiutati anche dall’abbondante filmografia: la casa di Pudente e quella di Priscilla e Aquila, dove fu ospite; il carcere Mamertino, dove fu imprigionato; la chiesa di San Pietro in Vincoli, dove si conservano le sue catene; l’ager Vaticanus, dove fu crocifisso e dove sorge la basilica a lui dedicata, sede del papato, dove si conservano le sue reliquie, e molti altri posti ancora. Molti dati sulla vita di Pietro a Roma ce li forniscono gli apocrifi gli  “Atti di Pietro” e gli “Atti dei beati apostoli Pietro e Paolo”, scritti nel II secolo, oltre che la tradizione1.

Secondo gli Atti di Pietro il viaggio dell’apostolo a Roma fu motivato dalla preoccupazione da parte della comunità cristiana per lo scompiglio che aveva creato Simon Mago fra i credenti in quella città. Simon Mago, una sorta di falso capo religioso, era già da tempo conosciuto per ammaliare la gente con trucchi di magia e con il quale Pietro si era già scontrato in altre occasioni, perché pretendeva di comprare dagli apostoli il potere di amministrare lo Spirito Santo con la semplice imposizione delle mani2.

E così Pietro, dopo aver fondato la chiesa di Antiochia e aver visitato anche la Cappadocia, l’Asia minore e la Grecia, s’imbarcò a Cesarea con destinazione a Roma. Gli Atti di Pietro dicono che sbarcò a Pozzuoli, ma non vi è alcuna indicazione sulle sue possibili tappe intermedie.

– Cripta del Redentore, Taranto

Però in Puglia esiste da secoli una tradizione secondo la quale Pietro, nel suo viaggio verso Roma, sarebbe sbarcato in questa regione dove avrebbe convertito, battezzato, fondato comunità cristiane, predicato o nominato vescovi. Si basa fondamentalmente sul gran numero di toponimi e luoghi sacri che fanno riferimento a San Pietro così come leggende create su ciascuno di essi e tradizioni popolari legate alle stesse. Questa tradizione è anche rafforzata dal fatto che le antiche rotte marittime che facevano arrivare a Roma persone e merci avevano approdi in molti luoghi della penisola salentina. Tanto è così che intorno al 2010 nacque il progetto denominato ‘La Via Petrina’, per iniziativa della Soc. Coop. Polisviluppo, che ottenne in seguito il sostegno della Regione Puglia. Sostanzialmente si tratta di una mappatura di tutti i luoghi pugliesi che rivendicano il presunto passaggio di Pietro. Non si tratta di dimostrare la storicità delle tradizioni ma di farle conoscere, mettendo anche in valore il patrimonio culturale e naturalistico collegato a questi luoghi. Quindi non è un unico percorso inteso come un pellegrinaggio classico, ma diversi itinerari, ciascuno con le loro particolarità.

– Cripta del Redentore. Fonte d’acqua. Taranto

Molte città vantano lo sbarco dell’apostolo, o il passaggio, il soggiorno o il semplice pernottamento. Citeremo solo i luoghi più importanti essendo coscienti che la lista completa è molto più esaustiva che comprende la quasi totalità della regione.

Cominciamo da Taranto. Secondo la Historia Sancti Petri, testo del IX-X secolo (che attinge anche dalla tradizione e dalla leggenda) Pietro, nel suo viaggio verso la città eterna ai tempi dell’imperatore Claudio (41-54 d.C.), si fermò in questa città, anzi, prima ancora sull’isola antistante, oggi chiamata isola di San Pietro. Pietro, si sarebbe inginocchiato per ringraziare il Signore dopo l’approdo e avrebbe lasciato un’impronta sulla pietra toccata dalle sue ginocchia che successivamente sarebbe stata portata via dai veneziani. In quest’isola Pietro avrebbe evangelizzato e battezzato gli abitanti e nominato vescovi. Successivamente, una volta sbarcato nel porto di Taranto l’apostolo si sarebbe imbattuto in una fonte d’acqua dedicata al dio Sole, Helios, dominata da una colossale statua dello stesso. Pietro con il segno della croce avrebbe fatto crollare la statua. Poi dedicò la fonte a San Giovanni Battista e la utilizzò per battezzare i tarantini. Il luogo è oggi conosciuto come ‘Cripta del Redentore’ un’antica tomba romana trasformata in chiesa durante il medioevo. I marmi dell’antica acropoli greca di Taranto, probabilmente ubicata dove oggi si trova il canale navigabile, sarebbero stati rimpiegati per costruire una chiesa dedicata all’apostolo, San Pietro alla Porta, abbattuta nel XVI secolo dagli spagnoli per ampliare le fortificazioni cittadine. Solo si è salvato il cippo d’altare su cui, secondo la tradizione, Pietro avrebbe celebrato la prima messa tarantina. È conosciuto come la ‘Columna Sancti Petri’ ed è oggi conservato pressa la Chiesa del Carmine. Nel complesso di San Domenico, costruito sui resti un di un tempio greco nell’area dell’acropoli, troviamo la chiesa di San Pietro Imperiale, costruita intorno al X secolo, con le statue di San Pietro e Paolo. Molte altre testimonianze ancora sono presenti in questa città.

– Chiesa di San Pietro Mandurino, Manduria

San Pietro di Bevagna (Marina di Manduria), è a metà strada tra Taranto e Gallipoli. Qui sorge l’antichissima chiesetta di San Pietro Mandurino, che un’antica iscrizione dedica all’apostolo, con colonne scavate nel tufo e affreschi paleocristiani. Da Manduria a San Pietro in Bevagna si svolge da tempi antichissimi una processione che intende ricordare lo sbarco dell’apostolo dovuto, secondo la tradizione, ad un naufragio. Di fatto, a pochi metri dalla costa sul fondo marino, nei pressi della foce del fiume Chidro, sono visibili ventitré sarcofagi di marmo, di fattura romana risalenti, secondo una recente datazione, al III secolo della nostra era. Il carico sarebbe stato molto probabilmente destinato al mercato di Roma. La tradizione voleva che si trattasse dell’imbarcazione su cui arrivava Pietro, alimentata dal fatto che il luogo era spesso tappa obbligata per gli antichi naviganti per fare rifornimento.

– San Pietro di Bevagna, Sarcofagi del III secolo d.C.
– Chiesa di San Pietro in Bevagna
– Fonte battesimale. Chiesa di San Pietro in Bevagna

Nella chiesetta costiera di San Pietro in Bevagna, un santuario dedicato a San Pietro (addossato ad una torre di avvistamento cinquecentesca) sono conservati nella cripta il ‘Fonte battesimale’ di San Pietro e la ‘Pietra dell’altare’ su cui avrebbe celebrato le messe. Inoltre, in una nicchia, sono visibili simboli petrini in argento (barca del pescatore, la croce papale, la mitra e le chiavi). Tra la chiesa di San Pietro Mandurino e la necropoli preromana, è stata rinvenuta una lapide che è stata datata di circa duemila anni, con incisa la scritta “PETRO VI.SI.ET.” (“A Pietro sia la vita eterna”) con accanto l’ancora, simbolo cristiano.

Nei pressi del fosso Canale dei Samari, a poca distanza da Gallipoli, troviamo la chiesa di San Pietro dei Samari costruita nel secolo XII. Qui Pietro celebrò messa, battezzò e nominò il discepolo San Pancrazio, primo vescovo di Gallipoli. Questo tempio, molto importante nel XVI secolo, fu meta di pellegrinaggi. Oggi purtroppo è ridotto a un rudere.

Anche la comunità cristiana di Otranto sarebbe stata fondata da Pietro, dove avrebbe eretto la prima chiesa, come attestava un’antica iscrizione in greco, oggi perduta, all’esterno della chiesa bizantina di San Pietro di Otranto.

– Masso di San Pietro. Chiesa Madre dei SS. Pietro e Paolo, Galatina

San Pietro in Galatina: qui avrebbe transitato Pietro nel suo viaggio verso Roma, dove si sarebbe riposato su un masso che attualmente si conserva in una cappella della Chiesa Madre dedicata ai SS. Pietro e Paolo. La chiesa è barocca con rifacimenti posteriori, dove un ciclo di affreschi rappresenta la vita dell’apostolo. Il culto do San Pietro era molto forte di questo luogo, come dimostra il nome del toponimo, che solo dopo l’Unità d’Italia passò a chiamarsi semplicemente Galatina. Ma le chiavi del vicario di Cristo continuano ad essere presenti nello stemma del paese.

– Ara di Minerva. Santuario Santa Maria de Finibus Taerre, Castrignano del Capo
– Pozzo di San Pietro. Giuliano di Lecce

Anche a Castrignano del Capo, presso Santa María di Leuca, la tradizione vuole che approdasse Pietro. Qui trovò un tempio pagano dedicato a Minerva che avrebbe convertito al cristianesimo dedicandolo alla madre di Cristo, il santuario Santa Maria ‘de Finibus Terrae’. Nel suo interno è ancora conservata ‘l’ara di Minerva’ un blocco di pietra con incavo per le offerte alla dea, testimonianza del precedente culto pagano. La prima costruzione del santuario risale al IV secolo con numerosi rifacimenti posteriori, avendo subito numerose distruzioni. Nella vicina frazione di Giuliano di Lecce, la chiesa di San Pietro a Giuliano ricorda che Pietro, nel suo passaggio, avrebbe riportato in vita un defunto. La chiesa sarebbe sorta vicino a un pozzo dove l’apostolo si sarebbe dissetato. E’ il pozzo di San Pietro, attualmente coperto da una grata e protetto da un recinto di ferro. Poco distante, a Salignano, si trova la grotta di San Pietro, una grotta rupestre dove Pietro avrebbe trovato rifugio dalle persecuzioni romane.

A questi luoghi potremmo aggiungerne molti altri, nonché molte tradizioni popolari, eventi e cerimonie religiose legate al culto del santo che affondano le loro radici nei secoli e che continuano ad essere più vive che mai.

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1.- Per saperne di più sulla presenza di San Pietro a Roma, invito alla lettura dei seguenti articoli: ‘Le reliquie di San Pietro’, ‘Quando Pietro incontrò Simon Mago a Roma’, ‘Le catene di San Pietro’, ‘Dove fu martirizzato San Pietro?’, ‘Dov’è la cattedra di San Pietro?’. E per l’episodio di ‘Quo Vadis’: ‘Sapevi che esistono le impronte dei piedi di Cristo?.

2.- Per questo motivo il commercio di cose sacre prende di nome di ‘simonia’.

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Per saperne di più consulta il sito ‘La via petrina’

Il cuore di Chopin

12 domenica Mag 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Arte, Curiosità, Reliquie

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Auguste Clésinger, Chopin, Cuore di Chopin, George Sand, Parco Lazienki, Père-Lachaise, reliquias, Valldemossa, Varsavia

Chopin, grandissimo compositore e pianista che non ha bisogno di presentazioni, ha sempre avuto la sua Polonia nel cuore. Nel 1830, quando scoppiò la rivolta di Varsavia contro l’occupazione russa, lui si trovava a Parigi e fu costretto a rimanervi, scegliendo un esilio forzato, per sottrarsi all’autocratico governo zarista.

Frédéric Chopin nasce nel 1810 nei pressi di Varsavia da madre polacca e padre francese e all’età di sette anni compone la sua prima opera. Da quel momento in poi non smette più di comporre. Da quando lascia la Polonia visita Praga, Vienna e Parigi, città quest’ultima dove trascorre circa 17 anni e dove muore nel 1849. Frequentando gli ambienti culturali parigini, nel 1836, in casa si Franz Liszt, conosce Aurora Dupin, baronessa di Dudevant, scrittrice e divorziata con due figli, che si faceva chiamare George Sand. George Sand diviene la sua amante e la loro relazione durò per circa otto anni.

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La spada di San Paolo

12 venerdì Apr 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Reliquie

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Cardinale Gil Álvarez de Albornoz. Convento San Pablo Toledo, Coltello di Nerone, Desamortización de Mendizábal, Francisco Franco, Francisco J. Rodríguez, Guerra Civile Spagnola, Museo dell'Esercito di Toledo, Santa Maria de la Sisla Toledo, Spada di San Paolo, Urbano V

La espada de San Pablo. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

– Martirio di San Paolo, Mosaico Sec, XII-XIII. Duomo di Monreale

Erroneamente chiamata la ‘Spada di San Paolo’ non sarebbe una spada appartenuta a San Paolo, ma quella utilizzata per il suo martirio per decapitazione all’epoca di Nerone. E’ anche chiamata ‘Coltello di Nerone’. La spada aveva una lunghezza di 85 cm, pesava più di 3 chili e su un lato recava incisa la frase “Neronis Cesaris mucro” e sull’altro “Quo Paulus truncatus capite fuit”.

La spada fu un regalo del papa Urbano V (1362-1370) al cardinale Gil Álvarez de Albornoz (1340-1367), arcivescovo di Toledo e successivamente legato papale, che la portò nella sua città. Il dono sarebbe stato il riconoscimento del papa per i servizi prestati alla Santa Sede. Infatti Gil de Albornoz fu uno dei principali artefici della ritorno della sede papale a Roma dopo la parentesi di Avignone. Non sappiamo come sarebbe arrivata la spada nelle mani del papato e quali le sue peripezie.

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Sulle orme di Ponzio Pilato

10 domenica Mar 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Storia

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Atti di Pilato, Bisenti, Fonte Fraterna, Fonte Vecchia, Paradosis di Pilato, Peltuinum, Ponzio Pilato, Procula, Qanat, San Pio di Fontecchio, Tussio

Tras las huellas de Poncio Pilato. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

– Pilato si lava le mani. Pala della Maestà (particolare) 1308-1311. Duccio da Boninsegna. Museo dell’Opera del Duomo, Siena

‘Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.’(Mt 27:24-26)

Questo gesto di Pilato che tutti conosciamo e che dal quale deriva la frase ‘me ne lavo le mani’ usata normalmente nel nostro linguaggio quotidiano è forse l’unica cosa, o poco più, che generalmente si conosce su Pilato, governatore della Giudea.

Ma la sua vita e la sua morte sono state narrate sia da fonti storiche che da altre considerate apocrife o appartenenti alla tradizione. In alcune Chiese cristiane è considerato santo ed è oggetto di culto. In particolare in quella etiope, dove gode di una liturgia propria celebrata il 25 del mese di Sané, attualmente 25 giugno. O anche in quella copta, in Egitto. Per altre confessioni cristiane non solo è santo, ma anche martire della fede, che fu giustiziato a Roma. Infatti, una leggenda narra che dopo essere stato destituito dalla sua carica in Giudea tornò a Roma e si fece cristiano per influenza della moglie Procula. E questo suo martirio è narrato in vari scritti come ‘Gli atti di Pilato’ o ‘La Paradosis di Pilato’, datati circa tre secoli dopo i fatti a cui alludono. E anche se si tratta di storie inventate, furono tradotte in molte lingue dell’oriente mediterraneo, perfino in arabo, e il loro contenuto calò fino al punto di santificarlo perché considerato come un mezzo necessario che permette al Cristo di compiere la sua missione.

Pilato, con la aureola di santo, si lava le mani. Codice etiope, XV secolo

Le vicende di Ponzio Pilato ci sono note fondamentalmente anche dai resoconti degli storici Flavio Giuseppe, Filone di Alessandria e Tacito. Pilato, mentre era governatore della Giudea, prese delle decisioni che lo resero molto impopolare e che provocarono la sua destituzione intorno al 36-37. Ma prima che Pilato potesse raggiungere Roma Tiberio morì. Da questo momento in poi  le sue vicende non sono più presenti nelle fonti, se non in quelle leggendarie o apocrife. La morte di Pilato avvenne intorno all’anno 39. Ci sarebbero varie versioni: Caligola lo avrebbe mandato in Gallia (37-41 d.C.) dove si sarebbe suicidato nella città di Vienne; o che sarebbe stato giustiziato per ordine dell’imperatore Tito Vespasiano1, proprio per non aver impedito la crocefissione di Gesù, e che il suo corpo fu caricato su un carro trainato da due bufali che da Roma lo trasportarono fino ai Monti Sibillini, alle pendici del monte Vettore, nelle attuali Marche, gettandolo infine nel lago che oggi ha proprio il nome del prefetto romano: il Lago di Pilato; semplicemente si sarebbe suicidato durante il primo anno del regno di Caligola; o sarebbe stato giustiziato per ordine di questi. Ci sono altre versioni ancora più fantasiose. Nel caso che fosse morto a Roma non è possibile localizzare il luogo dove fu deposto il suo corpo perché sarebbe stato gettato nel Tevere. Da lì avrebbe viaggiato misteriosamente fino al Rodano dove le acque lo avrebbero depositato a Vienne, Francia. O addirittura sarebbe arrivato in Svizzera o a Vienna e in molti altri posti ancora.

– Viennes, Francia. Piramide romana che la tradizione designava come la tomba di Pilato

La famiglia di Pilato era di origine sannita. Si dice che un suo avo avesse partecipato alle Idi di Marzo, la congiura contro Giulio Cesare dell’anno 44 a.C.  I Cesaricidi e le loro famiglie furono mandati in esilio nelle colonie romane. La famiglia di Pilato fu esiliata a Berethra, l’attuale Bisenti (Teramo), nella Vallata del Fino. Per cui Pilato sarebbe nato e cresciuto in questa località abruzzese dove avrebbe anche imparato l’aramaico. E questo era possibile perché in quell’area (Centro-adriatica) si era insediata intorno al 580 a.C. (dopo la distruzione del primo tempio di Gerusalemme) una comunità di ebrei e filistei proveniente dalla terra di Canaan, e per questo motivo era conosciuta come ‘Palestina Piceni’ dove, all’epoca di Pilato, ancora si parlava l’aramaico. Ancora oggi a Bisenti si può visitare ciò che resta della casa attribuita a Pilato.

– Portico della casa di Pilato. Bisenti (Teramo)
-Fonte vecchia, Bisenti

Anche se ristrutturato nel corso dei secoli, l’edificio conserva ancora le caratteristiche di una domus romana: un lato dello stabile presenta un porticato con un cortiletto o “vestibolo”. Sul lastrico di tale corte si notano dei resti di un’antica pavimentazione e a ridosso di tale cortiletto si trova un locale, l’atrium. Al di sotto di tale area dell’edificio sono presenti due enormi cisterne che, per le loro caratteristiche tecniche costruttive, possono essere fatte risalire all’epoca romana. Una delle ragioni a sostegno della teoria che questa sia stata effettivamente la casa di Ponzio Pilato è perché sotto l’impluvium, è ancora perfettamente conservato un ‘qanat’, un sistema di distribuzione idrico molto diffuso nei territori mediorientali. Si tratta di un sistema per captare le acque da una falda freatica e incanalarle mediante una galleria sotterranea. L’acqua di uso domestico poteva essere prelevata da un pozzo situato all’interno della sua casa; ma la canalizzazione arrivava anche fino a una fonte pubblica, oggi denominata “Fonte vecchia”, della quale si possono ancora ammirare i cunicoli di adduzione e le vasche di decantazione. Lo storico Flavio Giuseppe narra che Pilato costruì un canale simile a Gerusalemme, con il denaro del tempio di Jahvè (quindi in modo sacrilego!). Pertanto era perfettamente a conoscenza di questo sistema che avrebbe riprodotto al suo ritorno dalla Giudea.

Ma Bisenti non è l’unica località che reclama alcun legame con Pilato. A San Pio di Fontecchio (l’Aquila), dove vi è una ‘Montagna di Pilato’ ci sarebbe stata la sua ultima villa, dove si ritirò prima di morire. Un’altra leggenda sostiene invece che la casa fosse a Tussio (Aq), nei pressi dell’antica Peltuinum, dove sono stati scoperti due leoni del I secolo, che potrebbero indicarne la tomba. Anche Isernia si rivendica come città natale di Pilato dovuto ad un’iscrizione romana di dedica sulla storica Fontana Fraterna. Molti altri toponimi, palazzi o altro della più svariata geografia europea portano il nome di Pilato

-Uno dei leoni scoperti a Tussio (l’Aquila)
– Fonte fraterna, Isernia

Pilato, a seconda dell’epoca è passato per diverse fasi: morto cristianamente, giustiziato, suicidato, detestato, santificato, martirizzato… Il primitivo cristianesimo tendeva a diminuire le responsabilità del governatore nella morte di Gesù. Ancora nel III secolo viene presentato come un buon cristiano. Però dal secolo IV in poi, da quando il Cristianesimo diviene la religione ufficiale dell’Impero, Pilato è considerato l’infame governatore pagano.

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  1. Tito governò dal 79 all’81 d.C. (!!!)

Per saperne di più:

G. Paolone, A. Panzone. Io, Ponzio Pilato di Bisenti” , Teramo 2015. Gli autori di questo libro sostengono che la casa di Bisenti sia effettivamente appartenuta alla famiglia di Pilato, dove questi sarebbe nato e vissuto.

Esiste il Purgatorio?

16 sabato Dic 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità

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Anime del Purgatorio, Anime Pezzentelle, Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, Chiesa Santa Maria della Anime del Purgatorio ad Arco, Museo delle Anime del Purgatorio, Pugatorio, Victor Jouët

¿Existe el Purgatorio? Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

Se non sei stato un gran peccatore, o se lo sei stato e ti sei pentito ma ancora ti rimane qualche peccatuccio hai ancora la possibilità di andare in Paradiso passando previamente dal Purgatorio che, come il suo stesso nome indica, serve per ‘purgare’ l’anima e lasciarla pura e leggera, pronta per presentarsi alla porta di San Pietro e così vivere eternamente al fianco di Nostro Signore.

Il concetto di Purgatorio, come terzo luogo dell’aldilà dove vengono mondati i peccati minori, è il risultato di una lenta e progressiva mutazione delle credenze medievali, che giunge a compimento intorno alla seconda metà del XII secolo, ma che in un certo modo vuole basarsi in alcuni passi biblici (Mt. 12, 32; 1 Cor. 3, 11-15) e alla consuetudine di pregare i morti per alleviarne la condizione e ridurre il tempo di permanenza (2 Mac. 12, 39-46). Ma fu certamente Dante Alighieri, nella sua Divina Commedia, che lo fece diventare famoso, dandogli anche una forma concreta: una montagna che emerge dal mare costituita da cornici concentriche.

La Chiesa Cattolica lo include nel suo Catechismo, formulando la dottrina della fede relativa al Purgatorio sancita soprattutto nei Concili di Firenze e di Trento.

– Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, Roma

Ma se sei scettico e hai bisogno di vedere per credere allora il Museo delle Anime del Purgatorio è il posto che fa per te. Si trova a Roma, sul Lungotevere Prati, in un locale adiacente alla chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, unica chiesa neogotica della capitale. Più frequentata da curiosi che da persone in cerca di risposte, questo piccolo museo nacque per iniziativa del padre Victor Jouët, missionario francese, che nel 1894 fece costruire una chiesa/oratorio1, su un terreno di sua proprietà, per farne la sede dell’Associazione del Sacro Cuore del Suffragio delle Anime del Purgatorio. Un giorno dell’anno 1897, nella cappella del Rosario si sviluppò un incendio che misteriosamente non solo risparmiò il quadro dell’altare ma tra le fiamme sarebbe apparso un volto sofferente che rimase impresso sulla parete. La foto di quest’immagine è visibile nel museo.

Credendo che fosse un’anima del purgatorio che supplicava aiuto e suffragio, il padre Jouët decise de ricercare ulteriori testimonianze di defunti e dei loro contatti con i congiunti vivi. E così fece un lungo viaggio per l’Europa e raccolse molto materiale: impronte straordinarie, foto, stoffe, tonache, breviari, testimonianze di apparizioni e manifestazioni di ogni tipo. Il materiale raccolto fu esposto nella sacrestia della chiesa per dimostrare che le anime del Purgatorio cercano di attirare l’attenzione dei vivi per chiedere loro preghiere e messe al fine di alleviare le loro sofferenze. Però la raccolta subì un drastico ridimensionamento nel 1921, alcuni anni dopo la morte del padre Jouët avvenuta nel 1912. Furono eliminati tutti i reperti non ritenuti assolutamente autentici.

La collezione esposta attualmente si compone di una ventina di oggetti diversi, tra i quali: un libro di preghiere con l’impronta di una mano su una pagina, la federa di un cuscino impressa a fuoco dall’anima di una suora morta di tisi nel 1894, una camicia da notte con impressa sulla manica la bruciatura di una mano, un berretto di un vedovo marchiato dall’anima di sua moglie e la fotocopia di una banconota da dieci lire in parte bruciata, che lo spirito di un sacerdote morto avrebbe lasciato insieme ad altre banconote, per esortare i suoi confratelli a fargli dedicare una messa o delle impronte infuocate sugli abiti talari e sulla camicia di Isabella Fornari, badessa delle Clarisse di Todi nel 1731 apparsa a una consorella per convincerla a pregare per la salvezza della sua anima.

Non indagheremo sul fatto che questo museo dimostri effettivamente l’esistenza del Purgatorio agli ‘scettici ed increduli’, però bisogna riconoscere che è per lo meno ‘singolare’.

– Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, Napoli

Chi invece non ha nessun dubbio sull’esistenza del Purgatorio, sono i fedeli della Chiesa Santa Maria della Anime del Purgatorio ad Arco, Napoli, chiamata anche la Chiesa delle Anime Pezzentelle, perché in questo luogo venivano riposti i corpi di numerosi defunti senza nome, indigenti o vittime della peste che non potevano disporre di una degna sepoltura. E’ una bellissima chiesa del ‘600 che custodisce diverse opere d’arte che ricordano il Purgatorio, ma che è soprattutto famosa per il suo ipogeo, al quale si accede attraverso una botola, che ospita numerosi resti umani di cui sopra, utilizzati dai fedeli come intermediari per le richieste di intercessione con le anime del purgatorio, soprattutto i teschi. Potremmo dire che questo spazio potrebbe essere considerato come “un pezzo” di Purgatorio.

Il culto delle anime pezzentelle (da `petere’, in latino ‘chiedere’) era a quei tempi fortissimo e anche oggi è molto sentito. Consiste nell’adottare un teschio qualsiasi, testimone tangibile della presenza di un’anima, fra i molti sepolti in questo luogo, ripulirlo e sistemarlo in un altarino, che lo si abbellisce con ceri, rosari, fiori finti e altri oggetti, e dove si va a pregare per la sua anima per facilitargli la strada dal Purgatorio al Paradiso. Si aspetta quindi che quest’anima appaia in sogno e riveli il suo nome. Da quel momento in poi si considera ‘adottata’ e vengono quindi intensificate le cure e le preghiere creando così uno speciale rapporto fra la persona che lo cura e quest’anima.

Ma tutto questo, perché? Perché quando finalmente l’anima riesce a liberarsi dal castigo del Purgatorio, una volta in Paradiso esaudirà le richieste della persona che l’ha aiutata, normalmente problemi relativi alla vita quotidiana, ma anche matrimoni o prole: ‘do ut des‘. Ma che accade se l’anima non si rivela in sogno nonostante le attenzioni ricevute e non esaudisce le preghiere? Il teschio viene riportato nell’ossario comune da dove fu prelevato, ponendolo con la faccia rivolta alla parete, e se ne adotta un altro. Ci si rivolge ad anime di morti sconosciuti, chiamate appunto ‘pezzentelle’, proprio per essere più sicuri del felice esito dell’intervento. Perché  le anime abbandonate, mendicanti e derelitte hanno un maggiore bisogno di essere ricordate e che qualcuno faccia qualcosa per loro, e proprio per questo sono quelle che maggiormente possono capire le sofferenze di chi le prega dimostrandolo con l’essere riconoscenti.

Quando scendiamo nell’ipogeo, in questo piccolo Purgatorio, vediamo lungo le pareti nicchie, altarini, scarabattoli dedicati a queste anime pezzentelle. Ogni teschio ha il suo nome e la sua storia scaturiti dalla fantasia di chi li cura. Fra tutti, il più famoso è il teschio di Lucia, con una preziosa corona ed un velo da sposa.

– Altarino di Lucia
– Lucia

La povera Lucia, forse figlia di un principe, fu fatta sposare contro la sua volontà e dopo le nozze si suicidò o, secondo altre versioni, morì di dolore o annegata. Le leggende intorno a Lucia sono molte e svariate, ma certamente non era una persona senza nome.

Quindi, come poteva trovarsi il suo cranio fra le anime pezzentelle? Sara proprio il suo? Ma che importanza ha!

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1.- La costruzione dell’attuale chiesa neogotica si iniziò nel 1910 su progetto dell’architetto Giuseppe Gualandi, e terminò nel 1917, dopo la morte del padre Jouët.

Guru Granth Sahib: Il libro sacro dei Sikh

09 giovedì Nov 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Reliquie, Storia

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Amritsar, Chauri, Gurdwara, Guru Granth Sahib, Guru Nanak, Harmandir Sahib, Kachera, Kara, Kesh, Khalsa, Khanda, Kirpan, Langar, Nishan Sahib, Punjab, Sikh, Sikhismo

Guru Granth Sahib: El libro sagrado de los Sijs. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

In seguito alla predicazione di Guru Nanak, nel XVI secolo, nacque il Sikhismo nella città di Kartarpur Sahib, Punjab, India nord occidentale, e attualmente è diffuso in tutto il mondo con circa 28 milioni di fedeli, anche se la maggior parte risiede nel Punjab e nei paesi anglofoni. Gli insegnamenti del suo fondatore, come anche quelli dei nove Guru che successero al primo, sono contenuti nel Guru Granth Sahib1, il libro sacro della comunità.

Il decimo e ultimo di questi Guru, Guru Gobind Singh Ji prima di morire, nel 1708, decise che il Guru Granth Sahib doveva essere il suo successore, il prossimo Guru, e perciò da quel momento in poi il libro sacro dei Sikhs2 è considerato come una persona, un guru vivente, l’ultimo e imperituro.

Questo testo sacro si compone di 1.430 pagine che raccolgono non solo gli insegnamenti dei suoi dieci Guru, ma anche quelle di diversi santi di altre religioni, tra cui l’Induismo e l’Islam. Contiene circa 3.380 inni e più di 15.000 strofe. E’ scritto in hindi arcaico e la scrittura usata è un alfabeto speciale, detto Gurmukhi, istituito dal secondo Guru. La prima stesura del Guru Granth Sahib fu compilata nel 1604 dal quinto Guru, Arjan Dev, mentre la seconda e ultima versione fu opera di Guru Gobind Singh Ji e risale al 1705. Fu portato ad Amritsar nel Tempio d’Oro, nel Punjab, la capitale del Sikhismo e anche il principale centro di pellegrinaggio.  

Nei templi sikhisti (Gurdwara), nella parte più importante della sala di preghiera (Darbar Sahib) c’è una piattaforma (manji), una sorta di leggio, coperta da un baldacchino, decorato con materiali preziosi, dove viene adagiato il libro, avvolto da un tessuto prezioso, e di notte viene deposto cerimoniosamente in un repositorio ricoperto di speciali tessuti decorati. I fedeli quando entrano nella sala si inginocchiano o si inchinano davanti al Guru Granth Sahib, coprono le loro teste e tolgono le scarpe in sua presenza. Mentre si legge il libro si ondeggia su di esso la sacra piuma (Chauri), una sorta di ventaglio fatto di peli di cavallo bianco o yak inseriti in un manico di lana o argento.

Il Chauri viene agitato sul libro sacro durante la lettura per evitare che sul libro si posino insetti o polvere

L’installazione e il trasporto di Guru Granth Sahib sono regolati da rigorose norme. In circostanze ideali, sono necessari cinque Sikh battezzati per trasferire il Guru Granth Sahib da un luogo all’altro. In segno di rispetto, viene portato sulla testa e la persona cammina a piedi nudi. Ogni volta che un devoto lo vede passare si toglie le scarpe e si inchina. La piattaforma, o trono su cui siede il libro sacro viene venerato come simbolo sacro: davanti ad esso i fedeli depositano le loro offerte in denaro o cibo e ad esso non voltano mai le spalle.

Guru Nanak Dev Ji, fondatore del Sikhismo con i 9 guru suoi successori

Il Sikhismo nasce dal desiderio del suo fondatore di armonizzare le due religioni, l’Induismo e l’Islam, perché la zona del Punjab era teatro di terribili scontri fra gli indù locali e i musulmani invasori, dell’impero Moghul. Dall’Induismo trae la credenza della trasmigrazione delle anime (Samsara) e degli effetti delle azioni sulle vite successive (Karma). L’obiettivo ultimo è di interrompere il ciclo delle rinascite, tranne che la liberazione non è vista come un annullamento del sé, bensì come una congiunzione con Dio, che è Uno e indivisibile, come il Dio dei musulmani. Tale congiunzione si ottiene tramite la fede in Dio e il retto comportamento. E come i musulmani, i sikh credono che Dio abbia creato il mondo e che la Sua volontà governi ogni cosa. Un solo Dio, quindi, chiamato ‘Woheguru’, che significa “Gran Maestro”.

Il codice di condotta del sikhismo prescrive che è necessario vivere una vita morale, controllare i cinque vizi3, rendere servizio alla comunità e ai poveri, lavorare onestamente e condividere il guadagno, combattere quando è necessario con coraggio, astenersi dall’adorazione degli idoli e dalle pratiche superstiziose, ricordare il creatore in ogni momento4, seguire un regime alimentare totalmente vegano ed escludere il tabacco e l’alcol.  L’ “Amrit Sanchar”, una sorta di battesimo, è il rito che permette di entrare nella comunità dei credenti (Khalsa) quando una persona ritiene di aver raggiunto un’adeguata maturità spirituale. Non è indispensabile per essere Sikh, ma è considerato un segno di dedizione totale alla fede. La cerimonia è condotta da cinque Sikh battezzati. Fin dalla nascita, la desinenza “Singh” (leone) per gli uomini e il nominativo “Kaur” (principessa) per le donne indica l’appartenenza al popolo Sikh.

 

I segni fisici della fede son le chiamate 5 ‘k’.:

1) Kesh (capelli lunghi raccolti in un turbante, obbligatorio per gli uomini e talora usato anche dalle donne);

2 ) kangha (il pettine, segno di capelli raccolti in modo ordinato, a differenza della crescita «libera» e disordinata degli asceti induisti);

3) kara (un braccialetto di ferro, che rappresenta il controllo morale nelle azioni e il ricordo costante di Dio);

4) kachera (mutande o pantaloncini corti);

5) kirpan (spada cerimoniale, di cui oggi si sottolinea che è un simbolo religioso di fortezza e lotta contro l’ingiustizia, non un’arma)

L’Harmandir Sahib, conosciuto anche come Tempio d’Oro, è il santuario più importante della religione Sikh (Amritsar, Punjab, India)

Tutti gli esseri umani sono uguali davanti a Dio, quindi non esiste il sistema delle caste. Esiste la parità assoluta fra donne ed uomini, anzi la donna è una figura fortemente rispettata per il suo ruolo nella famiglia e nella società. Essa può partecipare, praticare e officiare servizi religiosi. L’inesistenza del clero e ogni forma di ascetismo e mortificazione del corpo, del celibato e del culto delle immagini sono altre caratteristiche di questa religione così come la condivisione dei beni e giustificazione della ‘guerra santa’ intesa come strumento per combattere ingiustizie.

I numerosi santuari dei sikh sono chiamati ‘Gurdwara’, ossia ‘Tempio del Signore’, e sono aperti a tutti, indipendentemente dall’origine o religione. L’unica restrizione riguarda il fatto che il visitatore non deve bere alcol, mangiare carne, fumare sigarette o assumere altre droghe mentre si trova nel santuario. In tutti i templi sikh esiste una zona dove vengono preparati e distribuiti i pasti per tutti quelli che ne hanno bisogno. E` il ‘Langar’, o mensa comunitaria. Una delle cerimonie fondamentali è quella della consumazione di un pasto comune come segno dell’adesione ad una vita di carità e di servizio. Ci si siede per terra come segno di uguaglianza. Ciascuno vi partecipa secondo le proprie capacità e riceve secondo i propri bisogni. E’ gratuito per tutti.

Il tempio per eccellenza è il santuario Harmandir Sahib ad Amritsar, nel Punjab, conosciuto anche come il ‘Tempio d’oro’ e risale al XVI secolo. Le sue cupole ed il soffitto a forma di loto rovesciato sono ricoperti di lamine d’oro. Nel ‘Langar’ di questo tempio si cucinano pasti per circa  100.000 persone al giorno. Centro politico e religioso, oltre che commerciale, il tempio fu da sempre teatro di innumerevoli conflitti. Fu occupato e profanato dagli Afgani nel 1756 e fu distrutto nel 1764. L’ultima profanazione è del 1984 quando l’esercito indiano lo ha danneggiato gravemente bombardandolo ed incendiandolo dovuto alle differenze fra il movimento separatista dei Sikh e il governo di New Dehli, che ebbe origine da quando nel 1947 si stabilì il confine fra India e Pakistan che tagliò il Punjab in due. Ripetuti episodi di violenza si successero fino alla metà degli anni 90 del secolo scorso.

Il simbolo più importante del Sikhismo è il ‘Khanda’, che rappresenta il potere creativo universale e prende il nome dalla spada a due tagli che è al centro, simbolo della Divina Conoscenza; il cerchio simboleggia l’infinito; le due spade all’esterno stanno per l’equilibrio spirituale e temporale dell’universo.

Su ogni tempio viene posta una bandiera gialla, la Nishan Sahib, con il disegno del ‘Khanda’.

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1.- ‘Guru’ significa maestro, guida spirituale, ‘Granth’ libro, ‘Sahib’ è un titolo onorifico, signore

2.- ‘Sikh’ significa discepolo

3.- I cinque vizi sono: lussuria, rabbia, attaccamento, superbia e avidità

4.- Recitare quotidianamente e ripetutamente il Nome del Signore (Nam), anche attraverso il canto di inni, è un precetto di estrema importanza per il credente per raggiungere la liberazione.

Il culto di Carlo Magno a Girona

12 martedì Set 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità

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Arnau de Montrodón, Carlo Magno, Cattedrale di Girona, Girona, Jaume Cascalls, Sedia di Carlo Magno

El culto de Carlomagno en Girona. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

– Chiave di volta della cattedrale di Girona con l’effigie di Carlo Magno

Nel XIV secolo, nel nord e centro Europa, nucleo dei territori del Sacro Impero Romano Germanico, cominciò a cristallizzarsi una sorta di culto per Carlo Magno ufficializzato a partire dal 1330 quando vennero  definite le pratiche liturgiche necessarie per la celebrazione di tale culto. Questo fatto non passò inosservato al vescovo di Girona (Catalogna, Spagna), Arnau de Montrodon (1333-1348), che ebbe anche la possibilità di realizzare diversi viaggi in Europa, anche prima di essere nominato vescovo, quando era un semplice canonico della cattedrale. Ma per portare questo culto a Girona era necessario trovare un legame fra Carlo Magno e la città. E così, nell’anno 1345 venne elaborato il documento Officium infesto Sancti Carli Magni imperatoris et confessionis in base a del materiale attinto da leggende locali che parlano del ruolo dell’imperatore nella costruzione di diversi templi nella provincia e l’accadere di eventi straordinari quando l’imperatore entrò nella città dopo aver cacciato i musulmani. Questo documento era indispensabile, per il nostro vescovo, per portare a termine il suo scopo.

– Cattedrale di Girona

E così, il 29 gennaio del 1345 istituì una festa in onore a San  Carlo Magno, con tanto di celebrazione liturgica, lettura di un sermone e solenne processione. Fu introdotto quindi un culto, basato sul fatto, chiaramente una leggenda, che l’imperatore aveva  fondato la cattedrale della città dopo aver cacciato i saraceni nel secolo VIII, oltre ad essere stato un paladino e difensore dell’ortodossia cristiana. Carlo Magno fu canonizzato dall’antipapa Pasquale III nel 11651, anche se questa canonizzazione non fu mai riconosciuta dalla Chiesa Ufficiale. Il vescovo Arnau, inoltre, stabilì un nesso tra il culto e venerazione per l’imperatore e le reliquie della passione presenti nella cattedrale, una Spina della Corona e un frammento della Vera Croce. La festa in suo onore, che veniva celebrata ogni 29 gennaio, fu ufficialmente soppressa nel 1483 per decreto papale. Ma nella cattedrale, in un modo o nell’altro, si continuava a celebrare la memoria dell’imperatore attraverso la lettura del sermone in ricordo delle sua gesta. Quando anche questo atto fu proibito (1884) nel 1916 fu fatto rappresentare in una delle nuove vetrate insieme ad altri santi.

Agli inizi dell’VIII secolo la penisola iberica fu invasa dai musulmani ed i principali luoghi di culto furono trasformati in moschee. Nello stesso secolo i franchi iniziarono la conquista dei territori situati nella fascia immediatamente al sud dei Pirenei incorporandoli al regno franco. Girona in particolare fu conquistata dai Franchi nel 785. Ma se secondo la leggenda fu lo stesso Carlo Magno a conquistare questi territori strappandoli ai saraceni, lui personalmente non partecipò a questa conquista, né tanto meno mise mai piede in questa città.

Però Girona è una città che per secoli è stata vincolata all’imperatore a partire da quando venne istituita la festa annuale in suo onore, come accennato prima. E le testimonianze che parlano del passaggio e breve soggiorno dell’imperatore in questa città son ancora molto vive nella memoria e presenti in varie opere d’arte nella cattedrale.

– Torre di Carlo Magno Cattedrale di Girona

Il primitivo tempio che i musulmani trasformarono in moschea, fu di nuovo destinato al culto cristiano. La cattedrale, iniziata nel secolo XI in stile romanico, è attualmente il risultato di diversi interventi, essendo quindi  presenti vari stili architettonici. Il campanile romanico, del secolo XI, è anche chiamato torre di Carlo Magno. Racconta la leggenda che in una fredda giornata d’inverno l’imperatore decise di salire sulla torre per contemplare il paesaggio nevicato. Ma nello sporgersi, Gioiosa, la sua famosa spada, cadde dalla torre conficcandosi nella terra al centro del chiostro. La spada non poté essere recuperata perché cominciò a scendere verso il centro della terra e … continua ancora a scendere, e quando arriverà dall’altra parte del globo, la terra si dividerà in due provocando la fine del mondo!!!

– Sedia di Carlo Magno. Cattedrale di Girona

Un altro reperto importantissimo che vuole dimostrare il passaggio di Carlo Magno nella città è la famosa ‘Sedia di Carlo Magno’. E’ larga abbastanza da far poter sedere due persone. Secondo la leggenda era la sedia o il trono usato dall’imperatore nella cattedrale e ha dei poteri speciali. Se si siede una coppia, questa si sposerà entro un anno. Invece se si siede una sola persona, questa non si sposerà mai. Quindi su questa sedia venivano fatti sedere i seminaristi prima della loro ordinazione e così si garantiva che avrebbero mantenuto il celibato. In realtà è un seggio episcopale del secolo XI. Si trova dietro l’altare maggiore della cattedrale, in un luogo elevato raggiungibile salendo una delle due rampe di scale che si trovano ad ambedue i lati dello stesso. E’ in marmo e decorato con diversi bassorilievi con motivi vegetali e con quattro medaglioni che simbolizzano i quattro evangelisti. Nei due lati sono scolpiti degli archi sostenuti da colonne e la parte posteriore dello schienale possiamo vedere un vescovo e due accoliti, aggiunti posteriormente.

Carlo Magno lo troviamo anche rappresentato in una chiave di volta della cattedrale. Un personaggio barbuto, incoronato e circondato da fiordalisi, che sono appunto il simbolo della monarchia francese.

– Statua di Carlo Magno, opera di Jaume Cascalls, sec. XIV. Museo-tesoro della cattedrale di Girona

Nel museo-tesoro della cattedrale l’imperatore è rappresentato in una statua di alabastro dipinto, realizzata da Jaume Cascalls nel XIV secolo, e commissionata dal vescovo Arnau de Montrodon. Il personaggio calpesta animali grotteschi che simbolizzano il male. Questa scultura fino alla fine del XIX secolo era situata in una delle cappelle del tempio, la cappella dei Quattro Santi Martiri, in un altare dedicato a S. Carolus Magnus, dove rimase fino al 1884 (data anche della sospensione della lettura del sermone) quando fu fatta rimuovere per ordine episcopale e fu quindi portata nel museo. Manca la mano destra che probabilmente sosteneva una miniatura della cattedrale.

La cappella dei Quattro Santi Martiri fu fatta costruire a spese dello stesso vescovo Arnau de Montrodon. I quattro santi martiri, patroni della città, furono martirizzati a causa delle persecuzioni di Diocleziano e, secondo la tradizione, le loro reliquie furono fatte portare da Carlo Magno dalla chiesa di Santa Maria alla cattedrale. Ma la cappella che oggi è a loro dedicata fu fatta costruire per iniziativa del vescovo Arnau e pagata da lui stesso. Questi la intitolò a San Carlo Magno, dedicandogli un altare ed una statua. E così riuscì a far condividere il culto dei patroni della città con quello dell’imperatore. Anche la teca dove si conservano le reliquie di questi martiri è della stessa epoca. In questa cappella si trova anche il sepolcro del vescovo e di suo nipote Bertran, anche lui vescovo.

-Teca contenente le reliquie dei Quattro Martiri di Girona. Cappella dei Santi Quattro Martiri. Cattedrale di Girona

Ma perché tanto interesse da parte di questo vescovo di instaurare e promuovere questo culto? Perché era la piattaforma ideale per costruire un programma di esaltazione ideologica e simbolica di questa sede episcopale. Una sorta de strumento propagandistico per consolidare il suo prestigio rispetto ad altri centri religiosi. E particolarmente verso il tentativo della vicina Ampurias di ergersi sede episcopale con la conseguente diminuzione di prestigio e potere di quella gerundense. Cosa che il nostro vescovo riuscì a scongiurare, proprio grazie a che fu capace di dimostrare un vincolo speciale con un personaggio che a quei tempo non solo era stato canonizzato ma che aveva dimostrato di essere un protettore speciale di questa città, liberandola dal giogo musulmano e fondando la sua cattedrale, oltre ad aver portato alla città delle importantissime reliquie cristologiche. E quanto più importante è la sede, altrettanto grande e importante è l’immagine proiettata del suo fautore. Anche la cappella dei Quattro Martiri fu fatta costruire a sua maggiore gloria.

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1.- L’antipapa Pasquale III fu costretto da Federico Barbarossa, però questa canonizzazione non fu mai ratificata dalla Chiesa Ufficiale. Leggi anche l’articolo: Carlo Magno: un santo?

La piedra de la ‘descensión’

13 giovedì Lug 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Curiosità

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Capilla de la descensión, Catedral de Toledo, De perpetua Virginitate Beatae Marie, Felipe Bigarny, Piedra de la descensión, reliquias, San Ildefonso, Toledo

La pietra della discesa. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

La magnífica catedral de Toledo, no sólo es importante por el complejo arquitectónico en sí, sino también por la gran cantidad de obras de arte que atesora. Por este motivo, no es de extrañar que otras ‘curiosidades’ puedan pasar completamente inadvertidas al visitante ocasional.

Me refiero a una piedra, llamada ‘Piedra de la descensión’, encerrada en una pequeña capilla situada junto al segundo pilar, entre las dos naves menores de la izquierda. Esta piedra recuerda el descenso de la Virgen María para la imposición de la casulla obispal al obispo de Toledo Ildefonso, posteriormente San Ildefonso. Y como testimonio de este evento, sobre la piedra habrían quedado grabadas las huellas de la Virgen.

La capilla en cuestión, llamada ‘Capilla de la descensión’, fue mandada construir por el rey Enrique II (siglo XIV) y estaría ubicada en el lugar preciso del milagro, que tuvo lugar en el 665. En esa época, este lugar estaba ocupado por el altar mayor de la basílica visigótica, consagrada por el rey Recaredo en el 587 que, con la invasión árabe, en el siglo VIII, fue sustituida por una mezquita, la gran mezquita de Toledo. Pero los árabes, cuando construyeron la mezquita, respetaron la piedra porque comprendieron que se trataba de un lugar sagrado ligado a la Virgen María, respetada en el Corán por ser la madre de Jesús. La mezquita, a su vez, dio paso a la actual catedral, después de la reconquista cristiana de 1085 por parte del rey Alfonso VI, pasando Toledo a formar parte del reino de Castilla.

– Capilla de la Descensión
– Grupo escultórico en alabastro de Felipe Bigarny (siglo XVI) que representa la imposición de la casulla a San Ildefonso por parte de la Virgen María. Altar de la Capilla de la Descensión.

La capilla es una estructura de tipo piramidal de tres cuerpos y el aspecto actual es el resultado de diferentes reestructuraciones llevadas a cabo durante el siglo XVI. Sobre el altar encontramos un grupo de esculturas en alabastro, obra de Felipe Bigarny, que muestran el evento. Alrededor de la escena principal se encuentran los cuatro padres de la Iglesia occidental, la ascensión de la Virgen y algunas escenas de su vida. Adosada a la verja que se encuentra a la derecha del altar y que rodea la misma capilla, encerrada en una urna de jaspe rojo, que recuerda a un buzón de correo, se encuentra la piedra, blanca, visible a través de una pequeña rejilla de hierro donde los fieles introducen un dedo para tocarla.

– Custodia de jaspe que alberga la Piedra de la Descensión, visible a través de una pequeña rejilla

Un rótulo de cerámica reza:

Cuando la reina del cielo

puso los pies en el suelo

en esta piedra los puso.

De besarla tened uso

para más vuestro consuelo.

Tóquese la piedra, diciendo con toda devoción:

“Veneremos este lugar en que puso sus pies la santísima Virgen”.

– Inscripción en cerámica que recuerda el milagro y la presencia de la piedra

Este ‘prodigio’ ha sido interpretado como un gesto de agradecimiento por parte de la Virgen a San Ildefonso por haber defendido, en varias de sus obras, como ‘De perpetua virginitate Beatae Maria’ su perpetua virginidad, sobre todo de los ataques de los herejes, tanto del pasado como del presente, quienes la negaban.

Ildefonso fue arzobispo de Toledo desde el 657 hasta el 667 y es uno de los padres de la Iglesia. Participó en los Concilios de Toledo de 653 y 655. Unificó la liturgia en España y escribió numerosas obras de carácter litúrgico y dogmático, particularmente sobre la madre de Dios, como la que hemos citado.

La tradición de la imposición de la casulla por parte de la Virgen a San Ildefonso, transmitida antes de forma oral y sucesivamente puesta por escrito en el siglo VIII, narra cómo al alba del 18 de diciembre de 665 (fiesta de la Anunciación del Angel a María), el arzobispo Ildefonso, acompañado de una procesión de sacerdotes con velas encendidas en la mano, se disponían a entrar en el templo para rezar y alabar al Señor. Una luz cegadora deslumbró a las personas del cortejo quienes, tirando las velas, huyeron asustadas. Sorprendida la gente del lugar por esa repentina huida, se acercaron a la puerta de la iglesia y vieron a Ildefonso, que se había quedado solo, rodeado de coros angelicales. Este se arrodilló delante del altar y vio, sentada en la cátedra episcopal, a la virgen María. Después de unos instantes de incertidumbre y estupor, Ildefonso se acercó a la Señora quien, agradecida, le dijo:

«Tú eres mi capellán y notario fiel. Recibe esta casulla que mi Hijo te manda desde su tesorería.»

Después de decir esto, la Virgen misma lo habría vestido, dándole instrucciones de usarla solamente en los días festivos en su honor.

Acto seguido, desapareció la Señora de la vista de Ildefonso, juntamente con las vírgenes que la acompañaban y la luz resplandeciente que había llenado el templo.

– Tímpano de la ‘Puerta del Perdón’, puerta principal de acceso a la catedral de Toledo
– Detalle del fresco de la bóveda de la sacristía de la catedral de Toledo. Lucas Jordán (siglo XVIII). En la imagen vemos a la Virgen con la casulla que va a imponer a San Ildefonso, arrodillado a la derecha de la imagen
– Detalle de los frescos de la Sala Capitular de la Catedral de Toledo. Juan de Borgoña (1510 aprox.). A la izquierda, escena de la imposición de la casulla a San Ildefonso

La escena de la imposición de la casulla a San Ildefonso está representada muchas veces en el complejo catedralicio. Podríamos decir que no hay lugar en el que no esté, entre los cuales el tímpano de la puerta principal de la misma catedral, en la sala capitular –con un fresco de Juan de Borgoña-, en la parte superior del ‘Transparente’, en el  -deambulatorio-, en la capilla de San Ildefonso, en la sacristía –con un fresco de Lucas Jordán y una escultura de El Greco, y otros lugares más. Pero esto no es todo. Toda la ciudad nos habla de este evento: está representado en la ‘Puerta del Sol’, que se abre en la muralla de la ciudad, o en la fachada y en el interior dela iglesia de los Jesuitas, por citar solo algunos lugares.

-‘Puerta del Sol’. En la parte superior del arco un medallón representa la escena de la imposición de la casulla por parte de la Virgen María a San Ildefonso
– Detalle del medallón

Sabemos que algunas piedras han sido objeto de particular devoción, y alguna continúan siéndolo, como por ejemplo la piedra negra de La Meca. Nuestra piedra en cuestión parece haber sido una antigua ara romana o incluso prerromana. Si esta teoría fuera correcta, nos hallaríamos frente a un lugar de culto muy antiguo, además del hecho de encontrar otro ejemplo más de un culto ancestral a determinadas pietras. Cuando el imperio romano se convirtió al cristianismo, los obispos intentaron desarraigar los cultos que tenían que ver con las piedras y las grutas sagradas. Sin embargo, aún siglos más tarde, este culto se seguía manteniendo. En España, en el 681 y 682 los Concilios de Toledo excomulgaron a los ‘veneratores lapidum’ (adoradores de las piedras), con escaso éxito. Por lo tanto la Iglesia tuvo que aceptar un cierto sincretismo, cristianizando algunas representaciones paganas como la de la Diosa Madre, adaptándolas a la nueva religión. La Diosa Madre, que a menudo se la representaba situada sobre una piedra sagrada, se convertía en una Virgen negra. Muchas grutas sagradas y otros lugares emblemáticos se convirtieron en iglesias y ermitas dedicadas a Nuestra Señora.

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Para saber más:

Fernández Collado, A. La descensión de la Virgen María a la catedral de Toledo. Significado y expresión artística. Real Academia de Toledo 2014, Toletum 0053

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