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Reliquiosamente

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Il cuore di Chopin

12 domenica Mag 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Arte, Curiosità, Reliquie

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Auguste Clésinger, Chopin, Cuore di Chopin, George Sand, Parco Lazienki, Père-Lachaise, reliquias, Valldemossa, Varsavia

Chopin, grandissimo compositore e pianista che non ha bisogno di presentazioni, ha sempre avuto la sua Polonia nel cuore. Nel 1830, quando scoppiò la rivolta di Varsavia contro l’occupazione russa, lui si trovava a Parigi e fu costretto a rimanervi, scegliendo un esilio forzato, per sottrarsi all’autocratico governo zarista.

Frédéric Chopin nasce nel 1810 nei pressi di Varsavia da madre polacca e padre francese e all’età di sette anni compone la sua prima opera. Da quel momento in poi non smette più di comporre. Da quando lascia la Polonia visita Praga, Vienna e Parigi, città quest’ultima dove trascorre circa 17 anni e dove muore nel 1849. Frequentando gli ambienti culturali parigini, nel 1836, in casa si Franz Liszt, conosce Aurora Dupin, baronessa di Dudevant, scrittrice e divorziata con due figli, che si faceva chiamare George Sand. George Sand diviene la sua amante e la loro relazione durò per circa otto anni.

Chopin aveva una salute molto cagionevole; per migliorare i suoi problemi respiratori il medico gli consiglia di cercare un luogo dove il clima fosse più mite. Quindi nel novembre del 1838 si trasferisce con George Sand e i figli di questa a Palma di Maiorca. Ma in quel momento il clima del luogo non gli fu favorevole e la salute di Chopin peggiora. Gli viene diagnosticata una tubercolosi, una malattia contagiosa, che lo costringe alla quarantena. Ma la notizia si diffonde nell’isola e la coppia viene evitata dalla gente essendo quindi costretta a rifugiarsi nel monastero di Valldemossa per il tempo necessario di organizzare il viaggio di rientro, cosa non facile nelle sue condizioni e per di più con problemi economici.  

– Certosa di Valldemossa, Maiorca. Stanze occupate da Chopin e George Sand durante il loro soggiorno sull’isola

Nel 1839, dopo soli tre mesi dal loro arrivo sull’isola, rientrano in Francia e Chopin continua a insegnare anche se la sua salute peggiora. Nel 1848 la sua precaria situazione finanziaria lo spinge ad accettare un tour a Londra e in Scozia per fare alcuni concerti. Torna a Parigi nel 1849 e il 17 ottobre di quello stesso anno muore, a soli 39 anni. Il suo funerale si celebra nella chiesa della Madeleine dove sono interpretati i suoi Preludi in mi minore e in si minore ed il Requiem di Mozart. Viene sepolto nel cimitero parigino di Père-Lachaise, fra la tomba di Bellini e quella di Cherubini. La scultura funebre posta sulla tomba è opera dello scultore Auguste Clésinger, marito della figlia di George Sand.

– Tomba di Chopin. Cimitero Père-Lachaise, Parigi. La statua di Auguste Clésinger, rappresenta Euterpe, la musa della musica.

Chopin aveva il terrore di essere seppellito vivo. Per questo motivo nel suo letto di morte dispose che subito dopo il trapasso il suo corpo fosse aperto e il cuore estratto e portato nella sua amata Polonia. E così fecero, e per conservarlo lo misero in un recipiente di vetro pieno di cognac. La sorella Ludwika riuscì a portarlo a Varsavia, passandolo ‘di contrabbando’  alla frontiera, nascondendolo sotto le gonne. In Polonia il cuore passò per diverse mani di parenti  prima di essere chiuso in una colonna della chiesa di Santa Croce di Varsavia, come se fosse la reliquia di un santo, con sotto la scritta tratta dal Vangelo: “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”.

– Chiesa della Santa Croce, Varsavia. Nel pilastro di sinistra è rinchiuso il cuore di Chopin.
– Pilastro della Chiesa di Santa Croce che alberga il cuore di Chopin

Nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, il cuore viene prelevato dai nazisti, in concreto da un ufficiale di alto rango, non per rubarlo, ma per proteggerlo dai disordini del conflitto perché era un grande ammiratore di Chopin. I tedeschi lo consideravano in parte come un ‘loro’ compositore a causa dell’influenza che ebbero i musicisti tedeschi sulla sua musica. E fu un bene, perché la chiesa fu in parte distrutta dai bombardamenti.

Nel 1945, terminata la guerra, il cuore viene restituito nel corso di una cerimonia solenne, e riposto nella stessa colonna, con la chiesa ricostruita. Ma sorge un dubbio: avranno i nazisti restituito il cuore autentico di Chopin?

Nel 2008 un gruppo di scienziati richiede sopralluogo per confrontare il cuore con il resto del corpo seppellito a Parigi e così confermare l’autenticità della reliquia, oltre che per confermare la malattia che lo portò alla tomba. Ma i religiosi si opposero, considerandolo una sorta di profanazione. Però è generalmente accettato che i dubbi sull’autenticità del cuore sono infondati, perché è stato dimostrato che sia il contenitore che i sigilli, come anche l’aspetto del cuore sono dell’epoca dei fatti.

– Monumento a Chopin, Parco “Łazienki”, opera di Wacław Szymanowski, iniziato nel 1908 e terminato nel 1926.

Nel 2014 fu fatto un sopralluogo superficiale per controllare lo stato di conservazione dello stesso e che l’alcohol non si fosse evaporato. Con grande sigillo e segretezza, 13 persone di notte, fra cui scienziati e l’arcivescovo di Varsavia, osservano il cuore senza toglierlo dal barattolo e scattano centinaia di foto. I risultati dell’operazione vengono resi noti solo dopo 5 mesi e certificano lo stato di buona conservazione del reperto e la tubercolosi come causa della morte. Ma la comunità scientifica internazionale non accettò questi risultati perché un esame visivo non è sufficiente.

– Una delle panchine di Varsavia dove si possono consultare gli itinerari ‘chopiniani’, scricare applicazioni inerenti alla vita e opera di Chopin e ascoltare brani della sua musica

Dopo le varie ipotesi formulate e dopo l’ottenimento di un’altra straordinaria autorizzazione per un ulteriore esame visivo del cuore di Chopin, questo fu realizzato nel 2017 e determinò che molto probabilmente fu una pericardite, causata dalla tubercolosi. C’è da considerare che il certificato di morte, che andò distrutto, indicava come causa della morte una tubercolosi dei polmoni e della laringe. Tuttavia la posteriore autopsia, effettuata tre giorni dopo la morte, non aveva confermato cambiamenti polmonari tubercolari affermando che la sua malattia era sconosciuta alla medicina contemporanea.

A Varsavia Chopin è presente ovunque: cominciando dall’aeroporto che porta il suo nome passando per scuole, ristoranti, negozi, parchi. Nella Via Reale, nella città vecchia, ci sono panchine multimediali di granito che indicano itinerari chopiniani e, pigiando un bottone, diffondono la musica del loro grande compositore. Ognuna suona un brano diverso e racconta una storia della sua vita. Le panchine sono state disposte nel 2010, bicentenario della nascita del compositore. E poi ci sono i concerti in diversi luoghi fra i quali il più famoso è il Parco dei Bagni Reali “Łazienki”, e dove si può vedere una delle migliori statue dedicate all’artista, ricostruita nel 1958 dopo essere stata distrutta dai nazisti.

– Museo Chopin, Varsavia

E si vuole approfondire ancora un po’, allora è altamente consigliata una visita al museo Chopin, dove potremo vedere la sua maschera mortuaria e un calco delle mani, ambedue fatte in sede di autopsia, oltre che al suo famoso piano Pleyel, oggetti personali, ritratti, lettere, disegni e molte altre notizie e curiosità. Ma anche a Maiorca, nella Certosa di Valldemossa, si può visitare la cella1 che Chopin e George Sand affittarono nel loro breve soggiorno sull’isola.

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Anche se viene chiamata ‘cella’, si tratta di tre stanze con giardino appartenenti al complesso del monastero. Nel programma di alienazione dei beni della Chiesa da parte dello stato spagnolo, nel 1835 questo monastero fu espropriato, cacciati i monaci e le ‘celle’ affittate.

Per saperne di più rimetto alla lettura del libro della scrittrice polacca, premio Nobel 2018, Olga Tokarczuk, ‘I Vagabondi’, Milano 2019.

La spada di San Paolo

12 venerdì Apr 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Reliquie

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Cardinale Gil Álvarez de Albornoz. Convento San Pablo Toledo, Coltello di Nerone, Desamortización de Mendizábal, Francisco Franco, Francisco J. Rodríguez, Guerra Civile Spagnola, Museo dell'Esercito di Toledo, Santa Maria de la Sisla Toledo, Spada di San Paolo, Urbano V

– Martirio di San Paolo, Mosaico Sec, XII-XIII. Duomo di Monreale

Erroneamente chiamata la ‘Spada di San Paolo’ non sarebbe una spada appartenuta a San Paolo, ma quella utilizzata per il suo martirio per decapitazione all’epoca di Nerone. E’ anche chiamata ‘Coltello di Nerone’. La spada aveva una lunghezza di 85 cm, pesava più di 3 chili e su un lato recava incisa la frase “Neronis Cesaris mucro” e sull’altro “Quo Paulus truncatus capite fuit”.

La spada fu un regalo del papa Urbano V (1362-1370) al cardinale Gil Álvarez de Albornoz (1340-1367), arcivescovo di Toledo e successivamente legato papale, che la portò nella sua città. Il dono sarebbe stato il riconoscimento del papa per i servizi prestati alla Santa Sede. Infatti Gil de Albornoz fu uno dei principali artefici della ritorno della sede papale a Roma dopo la parentesi di Avignone. Non sappiamo come sarebbe arrivata la spada nelle mani del papato e quali le sue peripezie.

La spada fu inizialmente donata alla cattedrale di Toledo e fu poi data in custodia al convento dei geronomiti di Santa María de la Sisla di Toledo, dove rimase per circa quattro secoli e divenne una delle reliquie più prestigiose della città. Nel secolo XIX, a causa della  ‘Desamortización de Mendizábal’1 (Confisca di Mendizábal), questo convento venne confiscato e la spada fu trasferita al convento delle suore geronomite di San Paolo, sempre a Toledo. Qui continuò ad essere oggetto di venerazione, soprattutto il 25 febbraio di agni anno, festa di San Mattia, quando c’era una celebrazione particolare e si permetteva ai fedeli di baciarla. In questo convento fu vista per l’ultima volta nel corso della Guerra Civile (1936-1939)2. Poi scomparve.

Quando arrivarono le truppe repubblicane a Toledo, queste occuparono tutti i conventi per usarli come caserme. Arrestarono le monache. Prima che i soldati arrivassero al convento di San Paolo il guardiano del convento gettò presumibilmente la spada nel pozzo del cortile del convento per evitare che fosse confiscata. Questo è per lo meno il racconto di un’anziana monaca, e questa rimase la versione ufficiale. Il guardiano del convento fu fucilato dopo pochi giorni, portandosi così il suo segreto alla tomba, perché non rivelò mai a nessuno dove aveva nascosto la spada. 

Ma questa tornò alla ribalta nel 1950 quando Franco decise di ritrovarla perché aveva intenzione di farne ossequio al papa Pio XII in occasione dell’anno santo. Franco conosceva molto bene spada fin dal 1907, quando aveva 14 anni e frequentava l’Accademia d’Infanteria di Toledo. Era solito visitare il convento per venerare la spada che esercitava un gran fascino su di lui. Un bel giorno dell’anno 1950 un giornale dell’epoca pubblicava una notizia con il seguente titolo: ‘Cercasi il coltello con il quale fu decapitato San Paolo’, sollecitando così la collaborazione dei cittadini nel caso che il prezioso cimelio fosse finito in casa di qualcuno senza che ne conoscesse il valore. E tutto questo dopo aver ordinato una minuziosa ricerca nel convento di San Paolo, compreso il pozzo, che risultò infruttuosa.

– Articolo pubblicato sul quotidiano ABC il 28 ottobre 1967

Tutti sapevano quanto Franco ci tenesse alle reliquie religiose. Basti pensare alla Mano di Santa Teresa dalla quale non si separava mai. E non sappiamo se per garantirsi una protezione speciale o per pura devozione. Una mania condivisa da altri dittatori dell’epoca, come per esempio da Hitler, che la prima cosa che fece quando prese il potere fu impossessarsi della Santa Lancia di Longino che aveva la fama di rendere invincibili chi la possedesse.

– Pergamena del secolo XVIII grazie alla quale è stato possibile fare delle copie della spada

Tornando alla nostra spada, dal giorno dell’ultima ricerca passarono circa 17 anni quando, nel 1967 negli archivi del Museo di Santa Cruz fu ritrovata una pergamena del XVIII secolo, che riproduceva l’arma con tutte le sue caratteristiche. Questo fatto fu definito dalla stampa dell’epoca ‘una scoperta provvidenziale’. Anche questa volta ne fu data amplia diffusione attraverso la stampa per sapere se qualcuno potesse dare qualche notizia sulla possibile sorte della spada. Ma invano.

Quindi si decise di farne fare due copie, essendo possibili avendo come base il disegno minuzioso e i dati apportati dalla pergamena. Una fu consegnata a Francisco Franco e l’altra al cardinale Vicente Enrique y Tarancón. Prima che la spada fosse consegnata a Franco fu mostrata alle monache del convento di San Paolo le quali, vista la perfezione della copia, credettero che si trattava di quella autentica. Per lo meno questa fu la versione ufficiale.

– Riproduzione della spada dell’anno 2017, esposta nella chiesa del convento di San Pablo di Toledo

Però la cosa curiosa è che anche queste due copie scomparvero. E le ipotesi sono molte intorno a quest’enigma. Francisco J. Rodríguez, autore del libro ‘El enigma de la espada de San Pablo’ ipotizza che potrebbe essere stata tutta una messa in scena, che effettivamente la spada fu ritrovata e che era in possesso del dittatore. L’autore del libro parlò con l’anziana superiora del convento la quale diede una versione dei fatti diversa da quella ufficiale. Questa monaca di 86 anni disse che sentì le voci di due sue sorelle quando i soldati repubblicani entravano nel convento. Mentre arrestavano le monache uno di questi portava in mano la spada, e quando una delle sorelle disse che si trattava di una reliquia, il soldato rispose che l’avrebbe buttata via. Inoltre già nel 1950 erano a conoscenza dell’esistenza della famosa pergamena, e non fu quindi ‘una scoperta provvidenziale’ dell’anno 1967. Perché? Il regime volle far credere che con questa scoperta si poteva fare una copia che sarebbe stata donata al capo dello stato per i suoi 75 anni. Ma era una copia?

Esiste un’altra copia della spada (una terza?) nel Museo dell’Esercito di Toledo, l’unica per il momento, che potrebbe essere il ’bozzetto’ o ‘prova’ delle altre due, ma l’autore del libro non sarebbe s’accordo. Infatti, nel 2016 contattò la persona che fece la copia della spada nel 1967. Questi sostenne che ne fece solo una, e che si trova nel Museo dell’Esercito.

In ogni caso, fino al 2017 era l’unica copia esistente. Dell ‘originale’ e delle due copie ufficiali continuano a non esserci notizie. ‘Originale’ fra virgolette, perché questa spada è (o era) un falcione, un’arma usata dall’undicesimo secolo in poi, probabilmente ispirata a una scimitarra araba. Ben lontano dall’epoca di Nerone.

Dal 2017 una nuova copia della spada è esposta nel convento di San Pablo di Toledo, realizzata dal grande artigiano spadaio di Toledo, Antonio Arellano e così, in qualche modo, è tornata a casa.

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1.- Un insieme di leggi conosciute più popolarmente come la ‘Desamortización de Mendizábal’, (1835-1837) che decretavano, oltre alla soppressione di alcuni ordini monacali e militari, l’espropriazione delle proprietà della Chiesa (denominate ‘mano morta’ per la loro improduttività) e la loro vendita all’asta pubblica. Erano proprietà che erano arrivate in possesso della Chiesa per mezzo di donazioni, eredità e ab intestato (successioni di persone morte senza eredi).

2.- La Guerra Civile (1936-1939) fra il Governo Repubblicano e le forze nazionaliste, nata in conseguenza del colpo di Stato militare guidato da Francisco Franco.

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Per saperne di più sulla Spada di San Paolo: F. J. Rodríguez. El enigma de la espada de San Pablo. Córdoba 2018

Per saperne di piú sulla vita, morte e reliquie di San Paolo, rimetto alla lettura dell’articolo “Sulle orme degli apostoli: le reliquie di San Paolo”

Sulle orme di Ponzio Pilato

10 domenica Mar 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Storia

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Atti di Pilato, Bisenti, Fonte Fraterna, Fonte Vecchia, Paradosis di Pilato, Peltuinum, Ponzio Pilato, Procula, Qanat, San Pio di Fontecchio, Tussio

– Pilato si lava le mani. Pala della Maestà (particolare) 1308-1311. Duccio da Boninsegna. Museo dell’Opera del Duomo, Siena

‘Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.’(Mt 27:24-26)

Questo gesto di Pilato che tutti conosciamo e che dal quale deriva la frase ‘me ne lavo le mani’ usata normalmente nel nostro linguaggio quotidiano è forse l’unica cosa, o poco più, che generalmente si conosce su Pilato, governatore della Giudea.

Ma la sua vita e la sua morte sono state narrate sia da fonti storiche che da altre considerate apocrife o appartenenti alla tradizione. In alcune Chiese cristiane è considerato santo ed è oggetto di culto. In particolare in quella etiope, dove gode di una liturgia propria celebrata il 25 del mese di Sané, attualmente 25 giugno. O anche in quella copta, in Egitto. Per altre confessioni cristiane non solo è santo, ma anche martire della fede, che fu giustiziato a Roma. Infatti, una leggenda narra che dopo essere stato destituito dalla sua carica in Giudea tornò a Roma e si fece cristiano per influenza della moglie Procula. E questo suo martirio è narrato in vari scritti come ‘Gli atti di Pilato’ o ‘La Paradosis di Pilato’, datati circa tre secoli dopo i fatti a cui alludono. E anche se si tratta di storie inventate, furono tradotte in molte lingue dell’oriente mediterraneo, perfino in arabo, e il loro contenuto calò fino al punto di santificarlo perché considerato come un mezzo necessario che permette al Cristo di compiere la sua missione.

Pilato, con la aureola di santo, si lava le mani. Codice etiope, XV secolo

Le vicende di Ponzio Pilato ci sono note fondamentalmente anche dai resoconti degli storici Flavio Giuseppe, Filone di Alessandria e Tacito. Pilato, mentre era governatore della Giudea, prese delle decisioni che lo resero molto impopolare e che provocarono la sua destituzione intorno al 36-37. Ma prima che Pilato potesse raggiungere Roma Tiberio morì. Da questo momento in poi  le sue vicende non sono più presenti nelle fonti, se non in quelle leggendarie o apocrife. La morte di Pilato avvenne intorno all’anno 39. Ci sarebbero varie versioni: Caligola lo avrebbe mandato in Gallia (37-41 d.C.) dove si sarebbe suicidato nella città di Vienne; o che sarebbe stato giustiziato per ordine dell’imperatore Tito Vespasiano1, proprio per non aver impedito la crocefissione di Gesù, e che il suo corpo fu caricato su un carro trainato da due bufali che da Roma lo trasportarono fino ai Monti Sibillini, alle pendici del monte Vettore, nelle attuali Marche, gettandolo infine nel lago che oggi ha proprio il nome del prefetto romano: il Lago di Pilato; semplicemente si sarebbe suicidato durante il primo anno del regno di Caligola; o sarebbe stato giustiziato per ordine di questi. Ci sono altre versioni ancora più fantasiose. Nel caso che fosse morto a Roma non è possibile localizzare il luogo dove fu deposto il suo corpo perché sarebbe stato gettato nel Tevere. Da lì avrebbe viaggiato misteriosamente fino al Rodano dove le acque lo avrebbero depositato a Vienne, Francia. O addirittura sarebbe arrivato in Svizzera o a Vienna e in molti altri posti ancora.

– Viennes, Francia. Piramide romana che la tradizione designava come la tomba di Pilato

La famiglia di Pilato era di origine sannita. Si dice che un suo avo avesse partecipato alle Idi di Marzo, la congiura contro Giulio Cesare dell’anno 44 a.C.  I Cesaricidi e le loro famiglie furono mandati in esilio nelle colonie romane. La famiglia di Pilato fu esiliata a Berethra, l’attuale Bisenti (Teramo), nella Vallata del Fino. Per cui Pilato sarebbe nato e cresciuto in questa località abruzzese dove avrebbe anche imparato l’aramaico. E questo era possibile perché in quell’area (Centro-adriatica) si era insediata intorno al 580 a.C. (dopo la distruzione del primo tempio di Gerusalemme) una comunità di ebrei e filistei proveniente dalla terra di Canaan, e per questo motivo era conosciuta come ‘Palestina Piceni’ dove, all’epoca di Pilato, ancora si parlava l’aramaico. Ancora oggi a Bisenti si può visitare ciò che resta della casa attribuita a Pilato.

– Portico della casa di Pilato. Bisenti (Teramo)
-Fonte vecchia, Bisenti

Anche se ristrutturato nel corso dei secoli, l’edificio conserva ancora le caratteristiche di una domus romana: un lato dello stabile presenta un porticato con un cortiletto o “vestibolo”. Sul lastrico di tale corte si notano dei resti di un’antica pavimentazione e a ridosso di tale cortiletto si trova un locale, l’atrium. Al di sotto di tale area dell’edificio sono presenti due enormi cisterne che, per le loro caratteristiche tecniche costruttive, possono essere fatte risalire all’epoca romana. Una delle ragioni a sostegno della teoria che questa sia stata effettivamente la casa di Ponzio Pilato è perché sotto l’impluvium, è ancora perfettamente conservato un ‘qanat’, un sistema di distribuzione idrico molto diffuso nei territori mediorientali. Si tratta di un sistema per captare le acque da una falda freatica e incanalarle mediante una galleria sotterranea. L’acqua di uso domestico poteva essere prelevata da un pozzo situato all’interno della sua casa; ma la canalizzazione arrivava anche fino a una fonte pubblica, oggi denominata “Fonte vecchia”, della quale si possono ancora ammirare i cunicoli di adduzione e le vasche di decantazione. Lo storico Flavio Giuseppe narra che Pilato costruì un canale simile a Gerusalemme, con il denaro del tempio di Jahvè (quindi in modo sacrilego!). Pertanto era perfettamente a conoscenza di questo sistema che avrebbe riprodotto al suo ritorno dalla Giudea.

Ma Bisenti non è l’unica località che reclama alcun legame con Pilato. A San Pio di Fontecchio (l’Aquila), dove vi è una ‘Montagna di Pilato’ ci sarebbe stata la sua ultima villa, dove si ritirò prima di morire. Un’altra leggenda sostiene invece che la casa fosse a Tussio (Aq), nei pressi dell’antica Peltuinum, dove sono stati scoperti due leoni del I secolo, che potrebbero indicarne la tomba. Anche Isernia si rivendica come città natale di Pilato dovuto ad un’iscrizione romana di dedica sulla storica Fontana Fraterna. Molti altri toponimi, palazzi o altro della più svariata geografia europea portano il nome di Pilato

-Uno dei leoni scoperti a Tussio (l’Aquila)
– Fonte fraterna, Isernia

Pilato, a seconda dell’epoca è passato per diverse fasi: morto cristianamente, giustiziato, suicidato, detestato, santificato, martirizzato… Il primitivo cristianesimo tendeva a diminuire le responsabilità del governatore nella morte di Gesù. Ancora nel III secolo viene presentato come un buon cristiano. Però dal secolo IV in poi, da quando il Cristianesimo diviene la religione ufficiale dell’Impero, Pilato è considerato l’infame governatore pagano.

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  1. Tito governò dal 79 all’81 d.C. (!!!)

Per saperne di più:

G. Paolone, A. Panzone. Io, Ponzio Pilato di Bisenti” , Teramo 2015. Gli autori di questo libro sostengono che la casa di Bisenti sia effettivamente appartenuta alla famiglia di Pilato, dove questi sarebbe nato e vissuto.

Esiste il Purgatorio?

16 sabato Dic 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità

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Anime del Purgatorio, Anime Pezzentelle, Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, Chiesa Santa Maria della Anime del Purgatorio ad Arco, Museo delle Anime del Purgatorio, Pugatorio, Victor Jouët

¿Existe el Purgatorio? Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

Se non sei stato un gran peccatore, o se lo sei stato e ti sei pentito ma ancora ti rimane qualche peccatuccio hai ancora la possibilità di andare in Paradiso passando previamente dal Purgatorio che, come il suo stesso nome indica, serve per ‘purgare’ l’anima e lasciarla pura e leggera, pronta per presentarsi alla porta di San Pietro e così vivere eternamente al fianco di Nostro Signore.

Il concetto di Purgatorio, come terzo luogo dell’aldilà dove vengono mondati i peccati minori, è il risultato di una lenta e progressiva mutazione delle credenze medievali, che giunge a compimento intorno alla seconda metà del XII secolo, ma che in un certo modo vuole basarsi in alcuni passi biblici (Mt. 12, 32; 1 Cor. 3, 11-15) e alla consuetudine di pregare i morti per alleviarne la condizione e ridurre il tempo di permanenza (2 Mac. 12, 39-46). Ma fu certamente Dante Alighieri, nella sua Divina Commedia, che lo fece diventare famoso, dandogli anche una forma concreta: una montagna che emerge dal mare costituita da cornici concentriche.

La Chiesa Cattolica lo include nel suo Catechismo, formulando la dottrina della fede relativa al Purgatorio sancita soprattutto nei Concili di Firenze e di Trento.

– Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, Roma

Ma se sei scettico e hai bisogno di vedere per credere allora il Museo delle Anime del Purgatorio è il posto che fa per te. Si trova a Roma, sul Lungotevere Prati, in un locale adiacente alla chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, unica chiesa neogotica della capitale. Più frequentata da curiosi che da persone in cerca di risposte, questo piccolo museo nacque per iniziativa del padre Victor Jouët, missionario francese, che nel 1894 fece costruire una chiesa/oratorio1, su un terreno di sua proprietà, per farne la sede dell’Associazione del Sacro Cuore del Suffragio delle Anime del Purgatorio. Un giorno dell’anno 1897, nella cappella del Rosario si sviluppò un incendio che misteriosamente non solo risparmiò il quadro dell’altare ma tra le fiamme sarebbe apparso un volto sofferente che rimase impresso sulla parete. La foto di quest’immagine è visibile nel museo.

Credendo che fosse un’anima del purgatorio che supplicava aiuto e suffragio, il padre Jouët decise de ricercare ulteriori testimonianze di defunti e dei loro contatti con i congiunti vivi. E così fece un lungo viaggio per l’Europa e raccolse molto materiale: impronte straordinarie, foto, stoffe, tonache, breviari, testimonianze di apparizioni e manifestazioni di ogni tipo. Il materiale raccolto fu esposto nella sacrestia della chiesa per dimostrare che le anime del Purgatorio cercano di attirare l’attenzione dei vivi per chiedere loro preghiere e messe al fine di alleviare le loro sofferenze. Però la raccolta subì un drastico ridimensionamento nel 1921, alcuni anni dopo la morte del padre Jouët avvenuta nel 1912. Furono eliminati tutti i reperti non ritenuti assolutamente autentici.

La collezione esposta attualmente si compone di una ventina di oggetti diversi, tra i quali: un libro di preghiere con l’impronta di una mano su una pagina, la federa di un cuscino impressa a fuoco dall’anima di una suora morta di tisi nel 1894, una camicia da notte con impressa sulla manica la bruciatura di una mano, un berretto di un vedovo marchiato dall’anima di sua moglie e la fotocopia di una banconota da dieci lire in parte bruciata, che lo spirito di un sacerdote morto avrebbe lasciato insieme ad altre banconote, per esortare i suoi confratelli a fargli dedicare una messa o delle impronte infuocate sugli abiti talari e sulla camicia di Isabella Fornari, badessa delle Clarisse di Todi nel 1731 apparsa a una consorella per convincerla a pregare per la salvezza della sua anima.

Non indagheremo sul fatto che questo museo dimostri effettivamente l’esistenza del Purgatorio agli ‘scettici ed increduli’, però bisogna riconoscere che è per lo meno ‘singolare’.

– Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, Napoli

Chi invece non ha nessun dubbio sull’esistenza del Purgatorio, sono i fedeli della Chiesa Santa Maria della Anime del Purgatorio ad Arco, Napoli, chiamata anche la Chiesa delle Anime Pezzentelle, perché in questo luogo venivano riposti i corpi di numerosi defunti senza nome, indigenti o vittime della peste che non potevano disporre di una degna sepoltura. E’ una bellissima chiesa del ‘600 che custodisce diverse opere d’arte che ricordano il Purgatorio, ma che è soprattutto famosa per il suo ipogeo, al quale si accede attraverso una botola, che ospita numerosi resti umani di cui sopra, utilizzati dai fedeli come intermediari per le richieste di intercessione con le anime del purgatorio, soprattutto i teschi. Potremmo dire che questo spazio potrebbe essere considerato come “un pezzo” di Purgatorio.

Il culto delle anime pezzentelle (da `petere’, in latino ‘chiedere’) era a quei tempi fortissimo e anche oggi è molto sentito. Consiste nell’adottare un teschio qualsiasi, testimone tangibile della presenza di un’anima, fra i molti sepolti in questo luogo, ripulirlo e sistemarlo in un altarino, che lo si abbellisce con ceri, rosari, fiori finti e altri oggetti, e dove si va a pregare per la sua anima per facilitargli la strada dal Purgatorio al Paradiso. Si aspetta quindi che quest’anima appaia in sogno e riveli il suo nome. Da quel momento in poi si considera ‘adottata’ e vengono quindi intensificate le cure e le preghiere creando così uno speciale rapporto fra la persona che lo cura e quest’anima.

Ma tutto questo, perché? Perché quando finalmente l’anima riesce a liberarsi dal castigo del Purgatorio, una volta in Paradiso esaudirà le richieste della persona che l’ha aiutata, normalmente problemi relativi alla vita quotidiana, ma anche matrimoni o prole: ‘do ut des‘. Ma che accade se l’anima non si rivela in sogno nonostante le attenzioni ricevute e non esaudisce le preghiere? Il teschio viene riportato nell’ossario comune da dove fu prelevato, ponendolo con la faccia rivolta alla parete, e se ne adotta un altro. Ci si rivolge ad anime di morti sconosciuti, chiamate appunto ‘pezzentelle’, proprio per essere più sicuri del felice esito dell’intervento. Perché  le anime abbandonate, mendicanti e derelitte hanno un maggiore bisogno di essere ricordate e che qualcuno faccia qualcosa per loro, e proprio per questo sono quelle che maggiormente possono capire le sofferenze di chi le prega dimostrandolo con l’essere riconoscenti.

Quando scendiamo nell’ipogeo, in questo piccolo Purgatorio, vediamo lungo le pareti nicchie, altarini, scarabattoli dedicati a queste anime pezzentelle. Ogni teschio ha il suo nome e la sua storia scaturiti dalla fantasia di chi li cura. Fra tutti, il più famoso è il teschio di Lucia, con una preziosa corona ed un velo da sposa.

– Altarino di Lucia
– Lucia

La povera Lucia, forse figlia di un principe, fu fatta sposare contro la sua volontà e dopo le nozze si suicidò o, secondo altre versioni, morì di dolore o annegata. Le leggende intorno a Lucia sono molte e svariate, ma certamente non era una persona senza nome.

Quindi, come poteva trovarsi il suo cranio fra le anime pezzentelle? Sara proprio il suo? Ma che importanza ha!

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1.- La costruzione dell’attuale chiesa neogotica si iniziò nel 1910 su progetto dell’architetto Giuseppe Gualandi, e terminò nel 1917, dopo la morte del padre Jouët.

Guru Granth Sahib: Il libro sacro dei Sikh

09 giovedì Nov 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Reliquie, Storia

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Amritsar, Chauri, Gurdwara, Guru Granth Sahib, Guru Nanak, Harmandir Sahib, Kachera, Kara, Kesh, Khalsa, Khanda, Kirpan, Langar, Nishan Sahib, Punjab, Sikh, Sikhismo

Guru Granth Sahib: El libro sagrado de los Sijs. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

In seguito alla predicazione di Guru Nanak, nel XVI secolo, nacque il Sikhismo nella città di Kartarpur Sahib, Punjab, India nord occidentale, e attualmente è diffuso in tutto il mondo con circa 28 milioni di fedeli, anche se la maggior parte risiede nel Punjab e nei paesi anglofoni. Gli insegnamenti del suo fondatore, come anche quelli dei nove Guru che successero al primo, sono contenuti nel Guru Granth Sahib1, il libro sacro della comunità.

Il decimo e ultimo di questi Guru, Guru Gobind Singh Ji prima di morire, nel 1708, decise che il Guru Granth Sahib doveva essere il suo successore, il prossimo Guru, e perciò da quel momento in poi il libro sacro dei Sikhs2 è considerato come una persona, un guru vivente, l’ultimo e imperituro.

Questo testo sacro si compone di 1.430 pagine che raccolgono non solo gli insegnamenti dei suoi dieci Guru, ma anche quelle di diversi santi di altre religioni, tra cui l’Induismo e l’Islam. Contiene circa 3.380 inni e più di 15.000 strofe. E’ scritto in hindi arcaico e la scrittura usata è un alfabeto speciale, detto Gurmukhi, istituito dal secondo Guru. La prima stesura del Guru Granth Sahib fu compilata nel 1604 dal quinto Guru, Arjan Dev, mentre la seconda e ultima versione fu opera di Guru Gobind Singh Ji e risale al 1705. Fu portato ad Amritsar nel Tempio d’Oro, nel Punjab, la capitale del Sikhismo e anche il principale centro di pellegrinaggio.  

Nei templi sikhisti (Gurdwara), nella parte più importante della sala di preghiera (Darbar Sahib) c’è una piattaforma (manji), una sorta di leggio, coperta da un baldacchino, decorato con materiali preziosi, dove viene adagiato il libro, avvolto da un tessuto prezioso, e di notte viene deposto cerimoniosamente in un repositorio ricoperto di speciali tessuti decorati. I fedeli quando entrano nella sala si inginocchiano o si inchinano davanti al Guru Granth Sahib, coprono le loro teste e tolgono le scarpe in sua presenza. Mentre si legge il libro si ondeggia su di esso la sacra piuma (Chauri), una sorta di ventaglio fatto di peli di cavallo bianco o yak inseriti in un manico di lana o argento.

Il Chauri viene agitato sul libro sacro durante la lettura per evitare che sul libro si posino insetti o polvere

L’installazione e il trasporto di Guru Granth Sahib sono regolati da rigorose norme. In circostanze ideali, sono necessari cinque Sikh battezzati per trasferire il Guru Granth Sahib da un luogo all’altro. In segno di rispetto, viene portato sulla testa e la persona cammina a piedi nudi. Ogni volta che un devoto lo vede passare si toglie le scarpe e si inchina. La piattaforma, o trono su cui siede il libro sacro viene venerato come simbolo sacro: davanti ad esso i fedeli depositano le loro offerte in denaro o cibo e ad esso non voltano mai le spalle.

Guru Nanak Dev Ji, fondatore del Sikhismo con i 9 guru suoi successori

Il Sikhismo nasce dal desiderio del suo fondatore di armonizzare le due religioni, l’Induismo e l’Islam, perché la zona del Punjab era teatro di terribili scontri fra gli indù locali e i musulmani invasori, dell’impero Moghul. Dall’Induismo trae la credenza della trasmigrazione delle anime (Samsara) e degli effetti delle azioni sulle vite successive (Karma). L’obiettivo ultimo è di interrompere il ciclo delle rinascite, tranne che la liberazione non è vista come un annullamento del sé, bensì come una congiunzione con Dio, che è Uno e indivisibile, come il Dio dei musulmani. Tale congiunzione si ottiene tramite la fede in Dio e il retto comportamento. E come i musulmani, i sikh credono che Dio abbia creato il mondo e che la Sua volontà governi ogni cosa. Un solo Dio, quindi, chiamato ‘Woheguru’, che significa “Gran Maestro”.

Il codice di condotta del sikhismo prescrive che è necessario vivere una vita morale, controllare i cinque vizi3, rendere servizio alla comunità e ai poveri, lavorare onestamente e condividere il guadagno, combattere quando è necessario con coraggio, astenersi dall’adorazione degli idoli e dalle pratiche superstiziose, ricordare il creatore in ogni momento4, seguire un regime alimentare totalmente vegano ed escludere il tabacco e l’alcol.  L’ “Amrit Sanchar”, una sorta di battesimo, è il rito che permette di entrare nella comunità dei credenti (Khalsa) quando una persona ritiene di aver raggiunto un’adeguata maturità spirituale. Non è indispensabile per essere Sikh, ma è considerato un segno di dedizione totale alla fede. La cerimonia è condotta da cinque Sikh battezzati. Fin dalla nascita, la desinenza “Singh” (leone) per gli uomini e il nominativo “Kaur” (principessa) per le donne indica l’appartenenza al popolo Sikh.

 

I segni fisici della fede son le chiamate 5 ‘k’.:

1) Kesh (capelli lunghi raccolti in un turbante, obbligatorio per gli uomini e talora usato anche dalle donne);

2 ) kangha (il pettine, segno di capelli raccolti in modo ordinato, a differenza della crescita «libera» e disordinata degli asceti induisti);

3) kara (un braccialetto di ferro, che rappresenta il controllo morale nelle azioni e il ricordo costante di Dio);

4) kachera (mutande o pantaloncini corti);

5) kirpan (spada cerimoniale, di cui oggi si sottolinea che è un simbolo religioso di fortezza e lotta contro l’ingiustizia, non un’arma)

L’Harmandir Sahib, conosciuto anche come Tempio d’Oro, è il santuario più importante della religione Sikh (Amritsar, Punjab, India)

Tutti gli esseri umani sono uguali davanti a Dio, quindi non esiste il sistema delle caste. Esiste la parità assoluta fra donne ed uomini, anzi la donna è una figura fortemente rispettata per il suo ruolo nella famiglia e nella società. Essa può partecipare, praticare e officiare servizi religiosi. L’inesistenza del clero e ogni forma di ascetismo e mortificazione del corpo, del celibato e del culto delle immagini sono altre caratteristiche di questa religione così come la condivisione dei beni e giustificazione della ‘guerra santa’ intesa come strumento per combattere ingiustizie.

I numerosi santuari dei sikh sono chiamati ‘Gurdwara’, ossia ‘Tempio del Signore’, e sono aperti a tutti, indipendentemente dall’origine o religione. L’unica restrizione riguarda il fatto che il visitatore non deve bere alcol, mangiare carne, fumare sigarette o assumere altre droghe mentre si trova nel santuario. In tutti i templi sikh esiste una zona dove vengono preparati e distribuiti i pasti per tutti quelli che ne hanno bisogno. E` il ‘Langar’, o mensa comunitaria. Una delle cerimonie fondamentali è quella della consumazione di un pasto comune come segno dell’adesione ad una vita di carità e di servizio. Ci si siede per terra come segno di uguaglianza. Ciascuno vi partecipa secondo le proprie capacità e riceve secondo i propri bisogni. E’ gratuito per tutti.

Il tempio per eccellenza è il santuario Harmandir Sahib ad Amritsar, nel Punjab, conosciuto anche come il ‘Tempio d’oro’ e risale al XVI secolo. Le sue cupole ed il soffitto a forma di loto rovesciato sono ricoperti di lamine d’oro. Nel ‘Langar’ di questo tempio si cucinano pasti per circa  100.000 persone al giorno. Centro politico e religioso, oltre che commerciale, il tempio fu da sempre teatro di innumerevoli conflitti. Fu occupato e profanato dagli Afgani nel 1756 e fu distrutto nel 1764. L’ultima profanazione è del 1984 quando l’esercito indiano lo ha danneggiato gravemente bombardandolo ed incendiandolo dovuto alle differenze fra il movimento separatista dei Sikh e il governo di New Dehli, che ebbe origine da quando nel 1947 si stabilì il confine fra India e Pakistan che tagliò il Punjab in due. Ripetuti episodi di violenza si successero fino alla metà degli anni 90 del secolo scorso.

Il simbolo più importante del Sikhismo è il ‘Khanda’, che rappresenta il potere creativo universale e prende il nome dalla spada a due tagli che è al centro, simbolo della Divina Conoscenza; il cerchio simboleggia l’infinito; le due spade all’esterno stanno per l’equilibrio spirituale e temporale dell’universo.

Su ogni tempio viene posta una bandiera gialla, la Nishan Sahib, con il disegno del ‘Khanda’.

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1.- ‘Guru’ significa maestro, guida spirituale, ‘Granth’ libro, ‘Sahib’ è un titolo onorifico, signore

2.- ‘Sikh’ significa discepolo

3.- I cinque vizi sono: lussuria, rabbia, attaccamento, superbia e avidità

4.- Recitare quotidianamente e ripetutamente il Nome del Signore (Nam), anche attraverso il canto di inni, è un precetto di estrema importanza per il credente per raggiungere la liberazione.

Il culto di Carlo Magno a Girona

12 martedì Set 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità

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Arnau de Montrodón, Carlo Magno, Cattedrale di Girona, Girona, Jaume Cascalls, Sedia di Carlo Magno

El culto de Carlomagno en Girona. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

– Chiave di volta della cattedrale di Girona con l’effigie di Carlo Magno

Nel XIV secolo, nel nord e centro Europa, nucleo dei territori del Sacro Impero Romano Germanico, cominciò a cristallizzarsi una sorta di culto per Carlo Magno ufficializzato a partire dal 1330 quando vennero  definite le pratiche liturgiche necessarie per la celebrazione di tale culto. Questo fatto non passò inosservato al vescovo di Girona (Catalogna, Spagna), Arnau de Montrodon (1333-1348), che ebbe anche la possibilità di realizzare diversi viaggi in Europa, anche prima di essere nominato vescovo, quando era un semplice canonico della cattedrale. Ma per portare questo culto a Girona era necessario trovare un legame fra Carlo Magno e la città. E così, nell’anno 1345 venne elaborato il documento Officium infesto Sancti Carli Magni imperatoris et confessionis in base a del materiale attinto da leggende locali che parlano del ruolo dell’imperatore nella costruzione di diversi templi nella provincia e l’accadere di eventi straordinari quando l’imperatore entrò nella città dopo aver cacciato i musulmani. Questo documento era indispensabile, per il nostro vescovo, per portare a termine il suo scopo.

– Cattedrale di Girona

E così, il 29 gennaio del 1345 istituì una festa in onore a San  Carlo Magno, con tanto di celebrazione liturgica, lettura di un sermone e solenne processione. Fu introdotto quindi un culto, basato sul fatto, chiaramente una leggenda, che l’imperatore aveva  fondato la cattedrale della città dopo aver cacciato i saraceni nel secolo VIII, oltre ad essere stato un paladino e difensore dell’ortodossia cristiana. Carlo Magno fu canonizzato dall’antipapa Pasquale III nel 11651, anche se questa canonizzazione non fu mai riconosciuta dalla Chiesa Ufficiale. Il vescovo Arnau, inoltre, stabilì un nesso tra il culto e venerazione per l’imperatore e le reliquie della passione presenti nella cattedrale, una Spina della Corona e un frammento della Vera Croce. La festa in suo onore, che veniva celebrata ogni 29 gennaio, fu ufficialmente soppressa nel 1483 per decreto papale. Ma nella cattedrale, in un modo o nell’altro, si continuava a celebrare la memoria dell’imperatore attraverso la lettura del sermone in ricordo delle sua gesta. Quando anche questo atto fu proibito (1884) nel 1916 fu fatto rappresentare in una delle nuove vetrate insieme ad altri santi.

Agli inizi dell’VIII secolo la penisola iberica fu invasa dai musulmani ed i principali luoghi di culto furono trasformati in moschee. Nello stesso secolo i franchi iniziarono la conquista dei territori situati nella fascia immediatamente al sud dei Pirenei incorporandoli al regno franco. Girona in particolare fu conquistata dai Franchi nel 785. Ma se secondo la leggenda fu lo stesso Carlo Magno a conquistare questi territori strappandoli ai saraceni, lui personalmente non partecipò a questa conquista, né tanto meno mise mai piede in questa città.

Però Girona è una città che per secoli è stata vincolata all’imperatore a partire da quando venne istituita la festa annuale in suo onore, come accennato prima. E le testimonianze che parlano del passaggio e breve soggiorno dell’imperatore in questa città son ancora molto vive nella memoria e presenti in varie opere d’arte nella cattedrale.

– Torre di Carlo Magno Cattedrale di Girona

Il primitivo tempio che i musulmani trasformarono in moschea, fu di nuovo destinato al culto cristiano. La cattedrale, iniziata nel secolo XI in stile romanico, è attualmente il risultato di diversi interventi, essendo quindi  presenti vari stili architettonici. Il campanile romanico, del secolo XI, è anche chiamato torre di Carlo Magno. Racconta la leggenda che in una fredda giornata d’inverno l’imperatore decise di salire sulla torre per contemplare il paesaggio nevicato. Ma nello sporgersi, Gioiosa, la sua famosa spada, cadde dalla torre conficcandosi nella terra al centro del chiostro. La spada non poté essere recuperata perché cominciò a scendere verso il centro della terra e … continua ancora a scendere, e quando arriverà dall’altra parte del globo, la terra si dividerà in due provocando la fine del mondo!!!

– Sedia di Carlo Magno. Cattedrale di Girona

Un altro reperto importantissimo che vuole dimostrare il passaggio di Carlo Magno nella città è la famosa ‘Sedia di Carlo Magno’. E’ larga abbastanza da far poter sedere due persone. Secondo la leggenda era la sedia o il trono usato dall’imperatore nella cattedrale e ha dei poteri speciali. Se si siede una coppia, questa si sposerà entro un anno. Invece se si siede una sola persona, questa non si sposerà mai. Quindi su questa sedia venivano fatti sedere i seminaristi prima della loro ordinazione e così si garantiva che avrebbero mantenuto il celibato. In realtà è un seggio episcopale del secolo XI. Si trova dietro l’altare maggiore della cattedrale, in un luogo elevato raggiungibile salendo una delle due rampe di scale che si trovano ad ambedue i lati dello stesso. E’ in marmo e decorato con diversi bassorilievi con motivi vegetali e con quattro medaglioni che simbolizzano i quattro evangelisti. Nei due lati sono scolpiti degli archi sostenuti da colonne e la parte posteriore dello schienale possiamo vedere un vescovo e due accoliti, aggiunti posteriormente.

Carlo Magno lo troviamo anche rappresentato in una chiave di volta della cattedrale. Un personaggio barbuto, incoronato e circondato da fiordalisi, che sono appunto il simbolo della monarchia francese.

– Statua di Carlo Magno, opera di Jaume Cascalls, sec. XIV. Museo-tesoro della cattedrale di Girona

Nel museo-tesoro della cattedrale l’imperatore è rappresentato in una statua di alabastro dipinto, realizzata da Jaume Cascalls nel XIV secolo, e commissionata dal vescovo Arnau de Montrodon. Il personaggio calpesta animali grotteschi che simbolizzano il male. Questa scultura fino alla fine del XIX secolo era situata in una delle cappelle del tempio, la cappella dei Quattro Santi Martiri, in un altare dedicato a S. Carolus Magnus, dove rimase fino al 1884 (data anche della sospensione della lettura del sermone) quando fu fatta rimuovere per ordine episcopale e fu quindi portata nel museo. Manca la mano destra che probabilmente sosteneva una miniatura della cattedrale.

La cappella dei Quattro Santi Martiri fu fatta costruire a spese dello stesso vescovo Arnau de Montrodon. I quattro santi martiri, patroni della città, furono martirizzati a causa delle persecuzioni di Diocleziano e, secondo la tradizione, le loro reliquie furono fatte portare da Carlo Magno dalla chiesa di Santa Maria alla cattedrale. Ma la cappella che oggi è a loro dedicata fu fatta costruire per iniziativa del vescovo Arnau e pagata da lui stesso. Questi la intitolò a San Carlo Magno, dedicandogli un altare ed una statua. E così riuscì a far condividere il culto dei patroni della città con quello dell’imperatore. Anche la teca dove si conservano le reliquie di questi martiri è della stessa epoca. In questa cappella si trova anche il sepolcro del vescovo e di suo nipote Bertran, anche lui vescovo.

-Teca contenente le reliquie dei Quattro Martiri di Girona. Cappella dei Santi Quattro Martiri. Cattedrale di Girona

Ma perché tanto interesse da parte di questo vescovo di instaurare e promuovere questo culto? Perché era la piattaforma ideale per costruire un programma di esaltazione ideologica e simbolica di questa sede episcopale. Una sorta de strumento propagandistico per consolidare il suo prestigio rispetto ad altri centri religiosi. E particolarmente verso il tentativo della vicina Ampurias di ergersi sede episcopale con la conseguente diminuzione di prestigio e potere di quella gerundense. Cosa che il nostro vescovo riuscì a scongiurare, proprio grazie a che fu capace di dimostrare un vincolo speciale con un personaggio che a quei tempo non solo era stato canonizzato ma che aveva dimostrato di essere un protettore speciale di questa città, liberandola dal giogo musulmano e fondando la sua cattedrale, oltre ad aver portato alla città delle importantissime reliquie cristologiche. E quanto più importante è la sede, altrettanto grande e importante è l’immagine proiettata del suo fautore. Anche la cappella dei Quattro Martiri fu fatta costruire a sua maggiore gloria.

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1.- L’antipapa Pasquale III fu costretto da Federico Barbarossa, però questa canonizzazione non fu mai ratificata dalla Chiesa Ufficiale. Leggi anche l’articolo: Carlo Magno: un santo?

La piedra de la ‘descensión’

13 giovedì Lug 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Curiosità

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Capilla de la descensión, Catedral de Toledo, De perpetua Virginitate Beatae Marie, Felipe Bigarny, Piedra de la descensión, reliquias, San Ildefonso, Toledo

La pietra della discesa. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

La magnífica catedral de Toledo, no sólo es importante por el complejo arquitectónico en sí, sino también por la gran cantidad de obras de arte que atesora. Por este motivo, no es de extrañar que otras ‘curiosidades’ puedan pasar completamente inadvertidas al visitante ocasional.

Me refiero a una piedra, llamada ‘Piedra de la descensión’, encerrada en una pequeña capilla situada junto al segundo pilar, entre las dos naves menores de la izquierda. Esta piedra recuerda el descenso de la Virgen María para la imposición de la casulla obispal al obispo de Toledo Ildefonso, posteriormente San Ildefonso. Y como testimonio de este evento, sobre la piedra habrían quedado grabadas las huellas de la Virgen.

La capilla en cuestión, llamada ‘Capilla de la descensión’, fue mandada construir por el rey Enrique II (siglo XIV) y estaría ubicada en el lugar preciso del milagro, que tuvo lugar en el 665. En esa época, este lugar estaba ocupado por el altar mayor de la basílica visigótica, consagrada por el rey Recaredo en el 587 que, con la invasión árabe, en el siglo VIII, fue sustituida por una mezquita, la gran mezquita de Toledo. Pero los árabes, cuando construyeron la mezquita, respetaron la piedra porque comprendieron que se trataba de un lugar sagrado ligado a la Virgen María, respetada en el Corán por ser la madre de Jesús. La mezquita, a su vez, dio paso a la actual catedral, después de la reconquista cristiana de 1085 por parte del rey Alfonso VI, pasando Toledo a formar parte del reino de Castilla.

– Capilla de la Descensión
– Grupo escultórico en alabastro de Felipe Bigarny (siglo XVI) que representa la imposición de la casulla a San Ildefonso por parte de la Virgen María. Altar de la Capilla de la Descensión.

La capilla es una estructura de tipo piramidal de tres cuerpos y el aspecto actual es el resultado de diferentes reestructuraciones llevadas a cabo durante el siglo XVI. Sobre el altar encontramos un grupo de esculturas en alabastro, obra de Felipe Bigarny, que muestran el evento. Alrededor de la escena principal se encuentran los cuatro padres de la Iglesia occidental, la ascensión de la Virgen y algunas escenas de su vida. Adosada a la verja que se encuentra a la derecha del altar y que rodea la misma capilla, encerrada en una urna de jaspe rojo, que recuerda a un buzón de correo, se encuentra la piedra, blanca, visible a través de una pequeña rejilla de hierro donde los fieles introducen un dedo para tocarla.

– Custodia de jaspe que alberga la Piedra de la Descensión, visible a través de una pequeña rejilla

Un rótulo de cerámica reza:

Cuando la reina del cielo

puso los pies en el suelo

en esta piedra los puso.

De besarla tened uso

para más vuestro consuelo.

Tóquese la piedra, diciendo con toda devoción:

“Veneremos este lugar en que puso sus pies la santísima Virgen”.

– Inscripción en cerámica que recuerda el milagro y la presencia de la piedra

Este ‘prodigio’ ha sido interpretado como un gesto de agradecimiento por parte de la Virgen a San Ildefonso por haber defendido, en varias de sus obras, como ‘De perpetua virginitate Beatae Maria’ su perpetua virginidad, sobre todo de los ataques de los herejes, tanto del pasado como del presente, quienes la negaban.

Ildefonso fue arzobispo de Toledo desde el 657 hasta el 667 y es uno de los padres de la Iglesia. Participó en los Concilios de Toledo de 653 y 655. Unificó la liturgia en España y escribió numerosas obras de carácter litúrgico y dogmático, particularmente sobre la madre de Dios, como la que hemos citado.

La tradición de la imposición de la casulla por parte de la Virgen a San Ildefonso, transmitida antes de forma oral y sucesivamente puesta por escrito en el siglo VIII, narra cómo al alba del 18 de diciembre de 665 (fiesta de la Anunciación del Angel a María), el arzobispo Ildefonso, acompañado de una procesión de sacerdotes con velas encendidas en la mano, se disponían a entrar en el templo para rezar y alabar al Señor. Una luz cegadora deslumbró a las personas del cortejo quienes, tirando las velas, huyeron asustadas. Sorprendida la gente del lugar por esa repentina huida, se acercaron a la puerta de la iglesia y vieron a Ildefonso, que se había quedado solo, rodeado de coros angelicales. Este se arrodilló delante del altar y vio, sentada en la cátedra episcopal, a la virgen María. Después de unos instantes de incertidumbre y estupor, Ildefonso se acercó a la Señora quien, agradecida, le dijo:

«Tú eres mi capellán y notario fiel. Recibe esta casulla que mi Hijo te manda desde su tesorería.»

Después de decir esto, la Virgen misma lo habría vestido, dándole instrucciones de usarla solamente en los días festivos en su honor.

Acto seguido, desapareció la Señora de la vista de Ildefonso, juntamente con las vírgenes que la acompañaban y la luz resplandeciente que había llenado el templo.

– Tímpano de la ‘Puerta del Perdón’, puerta principal de acceso a la catedral de Toledo
– Detalle del fresco de la bóveda de la sacristía de la catedral de Toledo. Lucas Jordán (siglo XVIII). En la imagen vemos a la Virgen con la casulla que va a imponer a San Ildefonso, arrodillado a la derecha de la imagen
– Detalle de los frescos de la Sala Capitular de la Catedral de Toledo. Juan de Borgoña (1510 aprox.). A la izquierda, escena de la imposición de la casulla a San Ildefonso

La escena de la imposición de la casulla a San Ildefonso está representada muchas veces en el complejo catedralicio. Podríamos decir que no hay lugar en el que no esté, entre los cuales el tímpano de la puerta principal de la misma catedral, en la sala capitular –con un fresco de Juan de Borgoña-, en la parte superior del ‘Transparente’, en el  -deambulatorio-, en la capilla de San Ildefonso, en la sacristía –con un fresco de Lucas Jordán y una escultura de El Greco, y otros lugares más. Pero esto no es todo. Toda la ciudad nos habla de este evento: está representado en la ‘Puerta del Sol’, que se abre en la muralla de la ciudad, o en la fachada y en el interior dela iglesia de los Jesuitas, por citar solo algunos lugares.

-‘Puerta del Sol’. En la parte superior del arco un medallón representa la escena de la imposición de la casulla por parte de la Virgen María a San Ildefonso
– Detalle del medallón

Sabemos que algunas piedras han sido objeto de particular devoción, y alguna continúan siéndolo, como por ejemplo la piedra negra de La Meca. Nuestra piedra en cuestión parece haber sido una antigua ara romana o incluso prerromana. Si esta teoría fuera correcta, nos hallaríamos frente a un lugar de culto muy antiguo, además del hecho de encontrar otro ejemplo más de un culto ancestral a determinadas pietras. Cuando el imperio romano se convirtió al cristianismo, los obispos intentaron desarraigar los cultos que tenían que ver con las piedras y las grutas sagradas. Sin embargo, aún siglos más tarde, este culto se seguía manteniendo. En España, en el 681 y 682 los Concilios de Toledo excomulgaron a los ‘veneratores lapidum’ (adoradores de las piedras), con escaso éxito. Por lo tanto la Iglesia tuvo que aceptar un cierto sincretismo, cristianizando algunas representaciones paganas como la de la Diosa Madre, adaptándolas a la nueva religión. La Diosa Madre, que a menudo se la representaba situada sobre una piedra sagrada, se convertía en una Virgen negra. Muchas grutas sagradas y otros lugares emblemáticos se convirtieron en iglesias y ermitas dedicadas a Nuestra Señora.

—-

Para saber más:

Fernández Collado, A. La descensión de la Virgen María a la catedral de Toledo. Significado y expresión artística. Real Academia de Toledo 2014, Toletum 0053

La “Mensura Christi”

27 venerdì Gen 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Storia

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Antonio da Novgorod, Crux Aurea, Crux Mensuralis, Et super vestem meam…, Giustiniano, la misura di Cristo, la statura di Cristo, Longitudo Christi, Mensura Christi, Reliquie, San Giovanni in Laterano, San Nilo Grottaferrata, Santo Stefano di Bologna

La “Mensura Christi” . Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

Baldacchino formato da quattro colonnine chiamato ‘Mensura Christi’. Chiostro della Basilica di San Giovanni in Laterano, Roma

Ossia, la misura di Cristo, la sua statura. Conoscere e tenere presente questo dato, soprattutto per i devoti cristiani, è stato per secoli di grande importanza. Tutto cominciò nel VI secolo, a Costantinopoli, quando l’imperatore Giustiniano, mandò degli uomini leali e di fiducia a Gerusalemme per accertare la misura esatta di Cristo. In base alle misure che questi uomini riportarono a casa Giustiniano fece fare una croce (conosciuta come ‘Crux aurea’ o ‘Crux mensuralis’) alta come Cristo il cui braccio corto misurava come le sue spalle. La croce fu ricoperta di oro, argento e pietre preziose e fu posta nella sacrestia di Santa Sofia, insieme ad altri tesori.

Venne descritta da diversi pellegrini, come per esempio da Antonio, successivamente vescovo di Novgorod:

“La Preziosa croce che è ora conservata nella sacrestia [di Santa Sofia] rappresenta la statura di Nostro Signore Gesù Cristo, diligentemente misurata a Gerusalemme da fedeli inviati e degni di fiducia; e per questo fu adornata con pietre preziose ed argento e coperta d’oro, e ancora oggi concede salute, espelle il male e porta via i demoni”.

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Eppur si muove…. Le reliquie di Galileo Galilei

27 martedì Dic 2022

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Reliquie, Storia

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Angelo Maria Bandini, Anton Francesco Gori, Basilica di Santa Croce, Copernico, Eppur si muove, Galileo Galilei, Gian Gastone de’ Medici, Museo di Storia e Scienza di Firenze, Museo Galileo, Reliquie, Teoria eliocentrica, Vincenzo Capponi, Vincenzo Viviani

Y, sin embargo, se mueve…. Las reliquia de Galileo Galilei. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

L’8 gennaio 1642 morì uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, dopo essere stato costretto nel 1633 dinanzi al Tribunale del Santo Uffizio, e per sfuggire al carcere, a rinnegare che la Terra e i pianeti girano intorno al sole, abiurando così la teoria eliocentrica già formulata da Copernico.

Il suo sepolcro monumentale è all’interno della Basilica di Santa Croce di Firenze, luogo che alberga le sepolture di molti famosi personaggi della cultura e dell’arte. Ma non fu così fin dall’inizio. Galileo lasciò scritto nel suo testamento il suo espresso desiderio di essere sepolto in questo luogo e questa era anche la volontà del Gran Duca di Toscana. Ma per la forte opposizione e intransigenza della Chiesa che ancora lo considerava un eretico, fu sepolto, sì, in Santa Croce, ma in uno stanzino di fianco alla cappella dei Novizi della stessa basilica. Vincenzo Viviani, il suo discepolo prediletto, spese tutti i suoi averi, tutta la sua scienza e il resto della sua vita a far conoscere e perpetuare le opere del maestro e per fargli costruire un mausoleo degno. Questo fu finalmente inaugurato nel 1737, data nella quale la Chiesa finalmente acconsentì, anche se con riluttanza, a far spostare i resti del genio dallo stanzino, dove ancora si trovavano, al nuovo sepolcro. Ma non fu un gesto di riconciliazione tra Chiesa e Stato, o fra Curia e Scienza, come vedremo dopo. Nel nuovo sepolcro furono traslati anche i resti del Viviani, che purtroppo morì nel 1703 senza poter aver visto compiersi il frutto del suo incessante operato.

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La “Mensa Christi”

26 mercoledì Ott 2022

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Pellegrinaggi, Reliquie

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Lago Tiberiade, Mensa Christi, Nazareth, Pesca miracolosa, San Pietro, Tabgha, Tavola di Cristo

La “Mensa Christi”. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

La Mensa Christi, o Tavola di Cristo, è un blocco di pietra calcarea sul quale, secondo la tradizione, cenò Cristo con gli apostoli dopo la sua resurrezione, dopo l’episodio di Emmaus. Si trova in una chiesa dal nome omonimo nel quartiere arabo di Nazareth, molto vicina alla chiesa dell’Annunciazione.

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