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Reliquiosamente

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Il pastorale di San Canio, una reliquia con carattere

06 domenica Apr 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Reliquie

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Acerenza, Acheruntia, Bastone di San Canio, Francesco Saluzzi, Reliquie, San Canio

La cattedrale di Acerenza, un bellissimo borgo medievale in provincia di Potenza, conserva una reliquia molto particolare: il pastorale, ossia il bastone, o il baculum, del vescovo San Canio, che in alcune occasioni ‘reagisce’ a seconda di chi gli sta di fronte, sfidando le leggi della fisica.

Prima di ritornare su questo, vediamo prima per sommi capi che era San Canio. San Canio era un vescovo di Cartagine vissuto nel III secolo d.C. Durante la persecuzione di Diocleziano fu torturato e condannato alla decapitazione, ma riuscì a salvarsi grazie ad un forte nubifragio che mise in fuga i carnefici, cosa che approfittarono i suoi seguaci per farlo fuggire, riuscendo a raggiungere la costa campana. In questa zona, soprattutto Atella (attuale S. Arpino, Caserta), compì numerosi miracoli. Morì di morte naturale e le sue spoglie furono traslate nel 799 ad Acerenza, nella chiesa metropolitana, dove furono molto ben nascoste per evitarne la profanazione durante l’invasione dei saraceni e solo nel 1080 furono ritrovate e traslate alla nuova cattedrale che da quel momento fu posta sotto la protezione del santo, così come la diocesi.

– Altare di San Canio nella cattedrale di Acerenza. Nella parte sinistra dell’altare è situata l’apertura da cui è visibile il bastone di San Canio

Ma il vero protagonista del luogo, che attrae a tanti fedeli è il pastorale. Si trova all’interno di un sarcofago di pietra incorporato nell’altare della cappella centrale del deambulatorio della cattedrale, e fin dal primo momento la sua presenza farà diventare il luogo un punto di riferimento importante per la storia civile e religiosa del sud d’Italia.

– Pastorale visibile attraverso l’apertura dell’altare

Il baculum di San Canio ha una lunghezza di circa 150 cm., un diametro di 5, è grezzo e nodoso, senza il classico ‘riccio’ (non come è rappresentato nel simulacro del santo, vedi figura). Poggia su una superficie accidentata e ruvida ed è visibile attraverso una piccola apertura circolare praticata nell’altare, a mo’ di oblò, e chiusa da uno sportellino. Come dicevamo, la reliquia ha il potere di reagire, a seconda della persona che gli sta di fronte. Si avvicina o si allontana dall’apertura, in modo che può essere toccata quando si avvicina o quasi scomparire alla vista quando si allontana, o rimanere a metà strada. Alcuni sostengono che questo dipende dalla purezza d’anima di chi lo osserva, manifestando la sua benevolenza o disapprovazione.

– Cattedrale di Acerenza
-Acerenza. La cattedrale domina il paese e il paesaggio

Nel corso dei secoli sono stati attribuiti a questa reliquia eventi straordinari, e in alcune occasioni, ‘lievita’, come si può leggere nel registro dei visitatori che hanno assistito al fenomeno. Uno di questi accadde il 30 maggio 1779 e i giorni seguenti, ed è meticolosamente dettagliato e documentato da atto notarile, dal notaio di Acerenza Francesco Saluzzi, insieme ad un altro prodigio, un po’ meno famoso, che è quello della fuoriuscita dai marmi del sarcofago della cosiddetta ‘manna’, liquido di proprietà terapeutiche. La notte fra il 30 e il 31 maggio, dopo aver aperto lo sportellino, al lume di candela si poté osservare come la reliquia ‘lievitava’. La notizia si diffuse immediatamente in tutta la città, facendo riversare in chiesa una gran folla di gente che poterono osservare come il bastone rimanesse a mezz’aria. Dopo circa tre ore il sacro bastone venne visto, altrettanto miracolosamente, calare verso il basso, e ciò alla presenza di un prelato materano, che proprio in quei giorni si trovava al seguito di mons. Francesco Zunica, arcivescovo di Acerenza e Matera. Il prelato “tramortì a terra” dallo spavento. Era nota la competizione e gelosia fra le due sedi arcivescovili e il notaio (guarda caso!) non si fece scappare neanche una virgola del turbamento e la meraviglia del prelato materano. La fede e la costanza dei devoti di San Canio, in quella circostanza, sembrarono esser premiate attraverso altre due manifestazioni soprannaturali: la fuoriuscita dal sarcofago del santo e dal volto del suo simulacro della “santa manna” e la caduta di una inaspettata dolce pioggia “che fu di grande utilità alla raccolta” al posto della temuta tempesta precedentemente preannunciata.

– Acerenza

Acerenza, l’antica Acheruntia descritta da Orazio, sorge su di una collina che gode di un panorama fantastico e la cattedrale occupa una posizione imponente al centro di questo bellissimo borgo. Merita senza dubbio una visita. E chi lo sa, forse facendo una visita a San Canio potremmo essere gratamente sorpresi ….

La febbre dell’Arca di Noè

11 sabato Gen 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Pellegrinaggi, Reliquie, Storia

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Anomalia dell’Ararat, Ararat, Arca di Noè, David Fasold, Diluvio Universale, Durupinar, Epopea di Gilgamesh, Fernand Navarra, Ron Wyatt, Utpanishtim

– Le storie dell’Arca di Noè. Affresco di A. Luini, 1556. Chiesa di San Maurizio, Milano

“Allora Dio disse a Noè: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori.[ …..] Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita; quanto è sulla terra perirà. Ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. [….] Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e raccoglilo presso di te: sarà di nutrimento per te e per loro». Noè eseguì tutto; come Dio gli aveva comandato, così egli fece.” (Gen 6, 13-22)

“Nel settimo mese, il diciassette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat.” (Gen 8,4)

Per secoli si sono succedute spedizioni al Monte Ararat alla ricerca del suo tesoro nascosto: l’Arca di Noè. Questo monte, in realtà un vulcano, alto più di 5.000 metri, si trova ai confini tra l’Armenia e la Turchia. Oggi appartiene a quest’ultima ma aveva sempre fatto parte dell’Armenia storica, che si estendeva dal Sud del Caucaso fino ai monti del Tauro. Però la Bibbia dice che l’arca si posò sui monti dell’Ararat, al plurale. E in realtà sono due, il grande e piccolo Ararat (in armeno il Masi e il Sis), ma la Bibbia potrebbe solo indicare la zona.  

– Il Grande e il Piccolo Ararat

Esploratori di ogni epoca sono andati alla ricerca del relitto e di alcuni di loro ne sono giunte le testimonianze. Beroso il Caldeo sacerdote, astronomo e storico babilonese, nel 275 a.C. ha scritto circa le abitudini dei pellegrini che scalavano l’Ararat per ‘grattare via la pece dalle pareti dell’Arca per farne amuleti,’ e descrive l’Arca visibile sul Monte Ararat. Lo stesso racconta Flavio Giuseppe, storico ebreo del primo secolo, nel suo libro “La storia dei giudei”. La tradizione vuole che l’imperatore bizantino Eraclio abbia tentato il viaggio nel VII secolo. Tra le testimonianze più celebri c’è quella di Marco Polo riportata nel suo racconto “Il Milione” del 1299, dove narra che all’epoca c’erano moltissime visite all’arca. Molti di questi pellegrinaggi sono stati più recentemente sostituiti da viaggi di esploratori e da spedizioni scientifiche.   

– Il Diluvio Universale. Michelangelo Buonarroti. Cappella Sistina

Ma è esistito davvero il Diluvio Universale? Quello che in passato veniva accettato come un fatto storico poi, per mancanza di evidenze scientifiche, passò ad essere considerato un racconto o un mito. Ma adesso entra di nuovo in gioco la storicità del fatto: forse non fu esattamente un diluvio, ma potrebbe essere stato un disastro naturale, a livello locale o mondiale.

Ecco le teorie principali: lo scioglimento del ghiacciaio Laurentide nel nono millennio a.C. con aumento del livello del Mar Nero con conseguente grande inondazione;  una grande esondazione del Tigri e dell’Eufrate che annegò tutto il mondo conosciuto; grandi caverne sotterranee collegate e piene d’acqua fortemente compresse sotto uno spessore di 10 miglia dalla crosta terrestre che eruppero improvvisamente provocando una reazione a catena ed eruzioni similari in molti altri punti del mondo, inondando la terra dal basso verso l’alto (teoria delle idroplacche); scioglimento di una glaciazione intorno al 9.500 che provocò un maremoto a scala mondiale, che tutte le culture avrebbero chiamato ‘diluvio’.

Non a caso il Diluvio Universale ha dei parallelismi in altre culture. Più di 200 miti ci parlano di un diluvio o di grandi catastrofi, alcuni anteriori e altri posteriori al nostro diluvio, provocati da divinità per punire l’iniquità degli uomini. Ma fu nell’epopea di Gilgamesh (secondo-terzo millennio a.C.) dove si parla per la prima volta di un diluvio.

– Tavoletta di argilla con scrittura cuneiforme dove viene descritto il Diluvio Universale, trovata nella bibliteca del palazzo di Ninive. British Museum, Londra

La scoperta nel 1844 dei ruderi del palazzo di Ninive, capitale dell’Assiria, porta con sé il ritrovamento di migliaia di tavolette d’argilla scritte con scrittura cuneiforme. Nel 1872 vengono decifrate e una di queste narra la storia del Diluvio. L’arca descritta era di forma circolare, come un coracle molto grande, della quale vengono riportate anche le misure. A poco a poco tutte le tavolette sono decifrate e così è stato possibile ricostruire l’epopea di Gilgamesh, il poema più antico del mondo, di mille anni anteriore all’Iliade, contenuta in dodici di queste tavolette.

Gilgamesh era re della città sumera di Uruk, in Mesopotamia, intorno al 2.750 a.C.,  il quale, dopo aver perso il suo grande amico Enkidu va in cerca di un rimedio contro la morte. Ricorre al saggio Utpanishtim, che gli racconta che gli dei lo salvarono dal diluvio universale, insieme a sua moglie, e gli concessero l’immortalità. E per questo motivo non poteva essere concessa di nuovo.

– Utpanishtim sull’Arca. Una delle tavolette dell’Epopea di Gilgamesh

Il Diluvio è presente, in un modo o nell’altro, nella storia di tutte le civilizzazioni. Questo è il motivo principale che porta a dedurre che non si tratta solo di un racconto letterario ma anche di un resoconto di un qualche fenomeno naturale. Citeremo solo alcuni di questi racconti.

Vaivasvata Manu è per gli indiani il progenitore della razza umana. È avvisato da un pesce che l’umanità sarà distrutta da un diluvio e quindi deve costruire un’arca per salvare sé stesso e la sua famiglia. Nella letteratura greco-romana Deucalione e sua moglie Pirra emulano Noè e si salvano dal diluvio. Ricevono poi l’ordine da Zeus di ripopolare la terra lanciando pietre indietro che diventano uomini e donne. Nella mitologia incaica si racconta che il dio Huiracocha inonda la Terra per distruggere una razza di giganti. Nel continente americano una leggenda degli indios Mapuche racconta di come un uomo, la moglie e i figli sopravvivono a un diluvio mentre il resto degli uomini si trasformano in pesci.

– Vaisvasvata Manu e Saptarishi. Miniatura del 1890

E adesso veniamo ai punti salienti degli ultimi due secoli che riguardano la possibile scoperta dell’Arca.

Nel 1840, l’ultima eruzione dell’Ararat causa un gigantesco terremoto creando una grande crepa in un burrone che provoca lo spostamento di un ghiacciaio facendo sì che la ‘possibile’ arca scompaia nel ghiaccio.  

Nel 1876 l’avvocato e politico britannico James Bryce sale sul monte Ararat e afferma di aver trovato un pezzo di legno lavorato, lungo circa 1,20 m. dello spessore di 20 cm, che aveva tutti i requisiti per essere una parte dell’arca.

Nel 1916, Vladimir Rosskowizky, un esploratore russo, assicura di aver trovato, a 4.000 m di altitudine sul Monte Ararat, un’imbarcazione seminterrata sotto il ghiaccio. Lo zar Nicola II invia quindi una spedizione che conferma che la scoperta corrisponde all’Arca. Si prendono campioni e foto che furono considerati prove definitive. La Rivoluzione Sovietica pone fine al regime zarista e le prove scompaiono per sempre.

Nonostante la salita sul Monte Ararat abbia bisogno di un permesso speciale, dovuto soprattutto al fatto che la maggior parte del tempo è ghiacciato (ma anche, in alcuni periodi, per la situazione geopolitica), questo non ha scoraggiato, dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti esploratori e spedizioni.

– Prima foto aerea del l’Anomalia dell’Ararat’

Nel 1949 un aereo spia della Forza Aerea degli Stati Uniti, mentre fa una mappatura della zona dell’Ararat, fotografa una struttura a 4.650 m, nel sito archeologico di Durupinar, a 29 Km dal Monte Ararat, quella che poi sarà chiamata “l’Anomalia dell’Ararat”. Ma la foto non fu divulgata perché ritenuta segreta, come molte altre prese posteriormente in altre occasioni, nei decenni successivi, sia da un aereo che da un satellite.

Nel 1955, Fernand Navarra, un alpinista francese, tira fuori dal fondo di un crepaccio profondo ventiquattro metri un pezzo di legno lavorato. Cosciente che le autorità non gli avrebbero permesso di portarselo via lo fa a pezzi e lo porta via di nascosto. I pezzi sono esaminati da varie università ma non si è potuto stabilire che appartenessero all’arca, nonostante la loro antichità.  

– Formazione geologica a forma di barca. Sito archeologico di Durupinar

Nel 1965 un aviatore turco fotografa quello che si credeva fosse l’impronta di un’imbarcazione fra due campi di ghiaccio sull’Ararat. Quest’ ‘impronta’, è uguale a quella già fotografata dal satellite, chiamata ‘l’Anomalia dell’Ararat’, che ancora non era stata pubblicata. Si tratta di una formazione geologica inusuale a forma di foglia o barca, le cui misure son abbastanza simili a quelle descritte nella Bibbia1.

del 1974, due gruppi vanno sul monte Ararat per filmare dei documentari sulle ricerche dell’arca. Entrambi i gruppi asseriscono di avere visitato il luogo dove Fernand Navarra trovò il legno, ma non trovano nulla che possa provare in modo conclusivo la presenza dell’arca di Noè.

A questo riguardo è interessante sottolineare la notevole mancanza di fiducia e cooperazione tra i gruppi partecipanti alle ricerche. Navarra racconta che, quando il suo gruppo tornava dall’Ararat con il legno reputato di provenienza dell’arca, incontrarono altri due gruppi diretti al monte. Navarra racconta che il suo gruppo non rese gli altri partecipi della propria scoperta. Era evidente lo spirito di rivalità.

– Ron Wyatt a Durupinar

Nel 1977 Ron Wyatt2, vede una foto del sito di Durupinar e decide di fare una spedizione che sarà ripetuta nel 1985 insieme a David Fasold (ex ufficiale della Marina Mercantile americana) e al geofisico Baumgardne. Con l’aiuto di un radar rilevano una grande struttura sotterranea a forma di barca e credono di aver trovato l’arca pietrificata oltre ad una trave di legno coperta di resina e bitume, anch’essa pietrificata. Trovano dei peli di color rosso ed escrementi di animali. E anche delle grosse pietre, che poi chiamò ‘ancore’3 , che sarebbero servite a mantenere ferma l’arca. Le misure della struttura coincidono con quelle dell’arca della Bibbia.  

– Teoria delle ancore di David Fasold
– David Fasold con una pietra-ancora

Nel 1995 vengono finalmente pubblicate le foto de “l’Anomalia dell’Ararat” e questo ravviva la febbre dell’arca.

Nel 2010, dei ricercatori evangelici cinesi e turchi assicurano di aver trovato una parte importante dell’imbarcazione, a cui l’esame del carbonio 14 le avrebbe assegnato un’antichità di 4.800 anni. Però presto venne dimostrato che se trattava di un montaggio fraudolento.   

Nel 2022-23 una spedizione di scienziati di università turche e americane assicurarono di aver trovato i resti dell’Arca di Noè a Durupinar. Analizzano circa 30 campioni di roccia e terreno trovati in una concrezione della grande struttura a forma di nave, e i risultati rivelano che hanno circa 5.000 anni di antichità. Trovano anche segni di attività umana fra il 5.500 ed il 3.000 a.C. Però mancano ulteriori studi per avallare quest’ipotesi.

Non solo, ma è stato ultimamente accertato che la formazione di Durupinar è una roccia del tutto naturale, e che la sua forma, che fa pensare ad un’imbarcazione, è del tutto casuale. Questo non toglie che è evidente che una sorta di diluvio o catastrofe naturale deve essere avvenuta, ma gli scienziati non sono ancora d’accordo su quale esattamente, e come. Mentre alcuni sostengono la possibilità di un’inondazione su larga scala, altri puntano a eventi più localizzati.

Quindi, fino a quando non ci saranno evidenze inconfutabili, le supposte prove che ‘dimostrano’ il ritrovamento dell’Arca di Noè non hanno per il momento valore scientifico.

Nonostante ciò, la passione e la curiosità degli studiosi non si sono affievolite, spinti dalla speranza di scoprire il gran tesoro nascosto.

– Centro visitatori nel Parco Nazionale dell’ Arca di Noè, che include il sito di Durupinar. Si trova sulle colline a est della città di Dogubabyazit

A questo punto sembra chiara l’unica verità emersa finora: nel villaggio di Dogubabyazit, ai piedi del monte Ararat, una generazione di pastori, guide montane, lavoratori e politici si sta arricchendo con gruppi di scienziati, scalatori o pellegrini alla ricerca di una prova tangibile della famosa imbarcazione.

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1.- La Bibbia indica quale erano se misure dell’Arca: 300 cubiti di Lunghezza = 150 metri, 50 cubiti di larghezza = 25 metri e 30 cubiti di altezza = 15 metri.

2.- Wyatt, di religione avventista, lasciò la sua professione di infermiere-anestesista per dedicarsi all’archeologia biblica. Fu un “archeologo dilettante” che dedicò gran parte della sua vita a questa sua passione. Si dice che fra le decine di oggetti o siti da lui scoperti, ci sia anche l’Arca dell’Alleanza.

3.- Sono pietre a forma oblunga che Wyatt mise in piedi, come se fossero monoliti. Fasold ipotizzò che fossero ancore o pesi usati per stabilizzare l’arca mentre galleggiava, fra l’altro perché presentano dei fori nella parte superiore che potrebbero essere serviti per far passare una corda, essendo tipiche nelle imbarcazioni antiche.

La Corona di Spine torna a Notre Dame

16 lunedì Dic 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in reliquiari, Reliquie

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corona di spine, Fondation de Coubertin, Laurent Ulrich, Notre Dame de Paris, reliquiari, Reliquie, Sylvain Dubuisson

La Corona de Espinas vuelve a Notre Dame. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

Dopo cinque anni dall’incendio che ha devastato la cattedrale di Notre Dame, avvenuto un triste 15 aprile 2019, l’8 dicembre scorso si sono riaperte solennemente le porte della nuova Notre Dame, completamente restaurata, con una spettacolare cerimonia guidata dall’arcivescovo di Parigi Laurent Ulrich e alla quale hanno assistito il presidente Macron e molti leader mondiali.

Fortunatamente in quel terribile incendio le reliquie più preziose delle cattedrale poterono essere salvate1 e conservate, fino alla riapertura della cattedrale, in una cassaforte nel municipio di Parigi.

Fra queste reliquie, la più preziosa è la Corona di Spine che è stata riportata nella cattedrale lo scorso 13 dicembre, con una solenne cerimonia presieduta dall’arcivescovo di Parigi, la presenza dei Cavalieri dell’Ordine del Santo Sepolcro e dinanzi a 2.000 fedeli. La corona, appoggiata su un cuscino di velluto, fu portata in processione dall’altare maggiore al suo nuovo reliquiario, situato nella navata di destra.

Il reliquiario è stato realizzato da artigiani della Fondation de Coubertin di Parigi su disegno di Sylvain Dubuisson. Si tratta di una grande custodia circolare, alta quasi 4 metri, incastonata di spine di bronzo e appoggiata su una struttura di legno di cedro2 . È decorata con 396 cabochon di vetro impressi con un marchio a forma di croce che riflettono la luce, con al centro una semisfera in acciaio inossidabile blu intenso, che ospita la reliquia, che stacca sull’alone dei dodici circoli concentrici formato dai cabochon quadrangolari. Il tutto prevede un sistema di illuminazione a fibre ottiche per valorizzare la reliquia garantendone, al tempo stesso, una conservazione ottimale.

Il reliquiario ospita anche un chiodo della crocifissione e un frammento della croce, sebbene queste ultime due reliquie non saranno esposte al pubblico.

La Corona di Spine sarà esposta alla venerazione pubblica tutti i venerdì fra il 10 gennaio ed il 18 aprile 2025, che sarà Venerdì Santo. Poi, tutti i primi venerdì del mese.

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1.- Leggi anche: Notre Dame de Paris, le reliquie salvate

2.- Secondo alcuni studiosi, è il legno della Croce di Cristo

3.- Per un approfondimento sulla corona di spine puoi leggere il mio articolo sull’argomento

4.- Per un approfondimento sui chiodi di Cristo, puoi leggere il mio articolo sull’argomento

Le tuniche di San Pietro e San Giovanni esposte nei Musei Vaticani

10 domenica Nov 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Reliquie

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Florian Jubaru, Leone XIII, Patriarchio lateranense, Pelagio I, Pio X, Sala degli Indirizzi, Sancta Sanctorum, Tunica di San Giovanni, Tunica di San Pascasio, Tunica di San Pietro, Tuniche di San Pietro e San Giovanni

Dal mese di maggio 2024, e dopo circa cinque anni di restauri e alle soglie del Giubileo 2025, le tuniche di San Pietro e San Giovanni Evangelista, sono esposte nella sala degli Indirizzi di Pio IX, la sala situata all’uscita della Cappella Sistina.

Sono più precisamente una tunica e una dalmatica, di probabile manifattura copta egiziana. Come altre inestimabili reliquie, provengono dal tesoro del Sancta Sanctorum, ossia la cappella privata dei papi nel Patriarchio Lateranense, in cima alla Scala Santa1, a pochi passi dalla basilica di San Giovanni in Laterano.

Dato che le due tuniche sono pervenute senza iscrizione di autentica né altri elementi identificativi, né tanto meno sono menzionate in inventari antichi, l’attribuzione a questi due apostoli va ricercata in un passo della biografia di papa Gregorio Magno, redatta da Giovanni Diacono nel IX secolo, nella quale documenta la presenza, fra le reliquie del Laterano, di una tunica e una dalmatica, rispettivamente appartenute a  San Giovanni Evangelista e a San Pascasio. Ma che c’entra San Pascasio? Ci torniamo dopo.

– Cappella di San Lorenzo in Palatio, più conosciuta come Sancta Sanctorum. Sull’altare l’immagine dell’Acheropita del Salvatore e sotto l’altare rinchiusa dietro una grata, v’era la cassa con le reliquie
– Cassa di legno di cipresso che conteneva il tesoro del Sancta Sanctorum, situata sotto l’altare maggiore della cappella

Intanto parliamo un attimo del Sancta Sanctorum. Perché si chiama così? Perché in questa cappella erano custodite molte preziosissime reliquie, riposte in una cassa di legno di cipresso collocata sotto l’altare maggiore, dietro una grata chiusa a chiave. La cappella risale all’VIII secolo ed è fra le poche cose che rimangono del palazzo dove abitavano i papi fino alla sua quasi demolizione nell’ambito dei lavori promossi da Sisto V alla fine del XVI secolo. Sull’altare della cappella si trova quella che è considerata l’immagine più sacra in assoluto, ossia l’Acheropita del Salvatore2. Nel 1903 papa Leone XIII concesse al gesuita francese Florian Jubaru l’autorizzazione per ispezionare il tesoro contenuto nella cassa per i suoi studi. Dopo vari tentativi un fabbro riuscì finalmente a rompere le pesanti serrature che chiudevano la grata. Una volta aperta la cassa, si constatò che il contenuto conservava reliquie di straordinaria importanza oltre che reliquiari capolavori dell’arte bizantina, copta, siriaca… essendo doni diplomatici interscambiati fra capi di gerarchie ecclesiastiche, soprattutto fra i papi ed i patriarchi di Gerusalemme. Fino a quel momento nessuno aveva visto questo tesoro, conoscendone più o meno il suo contenuto attraverso antichi inventari, anche se poco attendibili. La scoperta scatenò una feroce competizione fra le comunità scientifiche del tempo oltre che all’interno di ordini religiosi per lo studio delle stesse. Per questo motivo, oltre che per evitar problemi con lo stato italiano sulla proprietà dei beni storico artistici dell’antico Stato Pontificio, visto che non erano ancora stati firmati i Patti Lateranensi3, Pio X nel 1905 fece trasportare frettolosamente il contenuto della cassa al Museo Sacro della Biblioteca Apostolica Vaticana, dove rimasero fino al 1999 quando passarono di competenza ai Musei Vaticani.

Tornando alle tuniche descritte da Giovanni Diacono, quella di San Giovanni sarebbe da identificare con quella che papa Gregorio Magno avrebbe chiesto nel 592 all’abate del monastero di Santa Lucia di Siracusa. Quella di San Pascasio, invece, sarebbe stata protagonista, agli inizi del VI secolo, di un miracolo conclusosi con la resurrezione di un giovane defunto.

Le analisi al Carbonio 14 eseguite su queste due reliquie, hanno datato la tunica di San Pietro, quella a le maniche strette, tra il VI ed il VII secolo, mentre la dalmatica di San Giovanni tra la fine del I e inizi del III secolo. Questo sta a indicare che nessuna delle due vesti sarebbe attribuibile a San Pascasio, perché visse tra l’VIII ed il IX secolo. Però sia l’una che l’altra potrebbero essere quella inviata al papa dall’abate siracusano. Però Giovanni Diacono scrive dopo ben tre secoli e lui stesso esprime dubbi sulla tunica di San Pascasio però è completamente certo sulla seconda, quella a maniche strette. Ma se è del VI secolo, è impossibile che fosse appartenuta a San Giovanni, né a San Pietro e né a nessuno degli apostoli.

Una lettera del papa Pelagio I, della metà del VI secolo, descrive una delle diverse pratiche per ottenere reliquie secondarie. Una tunica poteva essere messa a contatto con il sepolcro di un santo e dopo tre giorni avrebbe assorbito le virtù santificanti e sarebbe diventata una reliquia per contatto. Quindi questa tunica, prima di arrivare a Siracusa, sarebbe stata messa a contatto con il sepolcro dell’apostolo Giovanni ad Efeso. Non ci sono ulteriori notizie sull’altra tunica, la dalmatica, e non capisco perché quella a maniche strette viene adesso attribuita a San Pietro e non a San Giovanni.

Prima del lungo processo di restauro, le due tuniche erano conservate all’interno di due teche, compresse tra due vetri. Le due tuniche erano molto degradate, ma quella a maniche strette, attribuita a San Pietro, molto di più e in alcuni parti le fibre si polverizzavano al contatto. È di lino e lana e le misure sono 130 (H) x 183 (A). La dalmatica di San Giovanni, di lino e fibra cellulosica, misura 126 (H) x 118 (A). Su entrambe le tuniche ci sono state varie asportazioni di tessuto, proprio perché considerate delle reliquie.

La tunica di San Pietra era montata su una fodera rossa che è stata rimossa, e ‘ricostruita’ inserendo all’interno un tessuto di tela di lino e sull’esterno un tessuto di seta trasparente. In quella di San Giovanni, molto meno deteriorata, sono stati inseriti solo dei supporti locali e sulle maniche si è sovrapposto un tessuto di seta trasparente.

Anche se non sono le autentiche tuniche dei santi, sono però degli esemplari unici antichissimi che meriterebbero una visita.

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1.- Per saperne di più sulla Scala Santa invito alla lettura dell’articolo ‘La Scala Santa’

2.- Per saperne di più su quest’immagine invito alla lettura dell’articolo ‘Le sante immagini acheropite: L’acheropita del Salvatore nel Sancta Sanctorum’

3.- I Patti Lateranensi fra il Regno d’Italia e la Santa Sede, firmati l’11 febbraio 1929, ristabilirono i rapporti tra i due stati interrotti nel 1870 a causa della Presa di Roma e l’annessione di questa al Regno d’Italia, che era quanto rimaneva degli Stati della Chiesa, ponendo fine al potere temporale dei papi. Venne anche istituita la Città del Vaticano come stato indipendente.

Tras las huellas de los apóstoles: las reliquias de San Felipe

25 venerdì Ott 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Reliquie

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Basílica SS XII Apóstoles, Esmirna, Hierapolis, Martyrion, reliquias, San Felipe

Sulle orme degli apostoli: le reliquie di San Filippo. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

– San Felipe. G. Mazzuoli (1643-1725) – Basílica de San Juan de Letrán, Roma

Felipe era originario de Betsaida, por lo tanto era galileo, pero como Andrés, tenía un nombre griego. Nació hacia el año 5 y tal vez estuviera casado y con hijos. Fue el que condujo Bartolomé a Jesús. Una de las veces en las que se cita en el Evangelio es en el momento de la multiplicación de los panes y de los peces.

“Cuando alzó Jesús los ojos, y vio que había venido a él gran multitud, dijo a Felipe: ‘¿De dónde compraremos pan para que coman estos?’ Pero esto decía para probarle; porque él sabía lo que había de hacer. Felipe le respondió: Doscientos denarios de pan no bastarían para que cada uno de ellos tomase un poco’”. (Jn 6, 5-7)

Debido a este episodio del Evangelio, en la iconografía a veces se le representa con un trozo de pan en la mano, y otras veces con la cruz, el instrumento de su martirio.

Según la tradición, habría predicado en Escitia (parte de la actual Ucrania), Lidia y sobre todo en Frigia (parte de la Turquía asiática), donde pasó los últimos años de su vida y donde fue martirizado, crucificado bocabajo, como Pedro, en el año 80.

La tradición había situado su sepultura en Hierapolis, actual Pamukkale donde, de hecho fue hallada en el 2011 por una expedición arqueológica italiana guiada por el Prof. Francesco d’Andria, entre los restos de una basílica del siglo V de tres naves, en la parte central del templo. Una típica tumba romana del siglo I que se encuentra en el lugar donde surgía una necrópolis romana. En las paredes del pequeño edificio hay muchos grafitis con cruces. Un sello de bronce de aproximadamente un cm de diámetro, presente en el Museum of Fine Arts de Richmond en los Estados Unidos y que procede de Hierapolis, avala la hipótesis de la atribución a Felipe de esta tumba.

En el sello, que servía para autentificar el pan de San Felipe que se distribuía a los peregrinos, aparece la imagen de un santo con una inscripción que reza ‘San Felipe’ y alrededor del borde un trisagio en griego1. La figura del santo está representada entre dos edificios: el de la derecha está cubierto por una cúpula, y representa el Martyrion octogonal, del que hablaremos más adelante; el de la izquierda, con el tejado a dos aguas, es la basílica, con una lámpara colgada en la entrada, e indica el sepulcro del santo.

– Tumba de San Felipe, Hierápolis
– A la izquierda, la tumba de San Felipe, que estaba situada en el centro de una basílica de tres naves, de la que aun pueden verse los restos – Hierápolis
– Sello de bronce que servía para autentificar el ‘Pan de San Felipe’ – Museum of Fine Arts, Richmond, USA

A pocos pasos de la tumba ha sido localizado el Martyrium. Hoy quedan solo unas pocas ruinas de un edificio octogonal construido en el V ó VI siglo sobre el lugar en el que fue martirizado el apóstol. Estaba abierto en todos sus lados pudiendo los peregrinos circular libremente por todo el edificio y estaba considerado un santuario de sanación. Pero no solo venían a buscar curaciones, sino también a encontrar conforto moral e inspiraciones. Hacia la mitad del siglo V fue transformado en iglesia con la construcción de un synthronon2, una cúpula centralizada y el cierre de los ambientes que antes estaban abiertos mediante el estrechamiento de las aperturas y la colocación de puertas. Desafortunadamente hacia finales del siglo V hubo un incendio que provocó la progresiva expoliación del lugar. Sucesivamente, hacia el siglo X, se construyeron dos capillas y viviendas precarias entre las partes no destruidas del santuario.

– Martyrium de San Felipe – Vista aérea
– Martyrium de San Felipe – Hierápolis
– Reconstrucción del Santuario del Martyrium

La tumba, en el momento del hallazgo, estaba vacía, porque los restos del apóstol, ya desde el sigo VI, están en Roma, junto con los de Santiago el menor3, en la iglesia de los Santos XII Apóstoles, donde hoy se veneran en la cripta bajo el altar mayor, custodiados en un sarcófago de mármol. De hecho, la Iglesia los festeja juntos, el 3 de mayo.

– Basílica de los Santos XII Apóstoles, Roma
– Sarcófago que contiene las reliquias de los apóstoles Felipe y Santiago el Menor. Basílica de los Santos XII Apóstoles, Roma

Las reliquias, o por lo menos parte de éstas, fueron llevadas a Roma desde Constantinopla alrededor del 560, al tiempo de los papas Pelayo (556-561) y Juan (561-574), y colocadas en la primitiva basílica, dedicada a estos dos apóstoles, construida como exvoto por la liberación de Roma de los Godos. No tenemos noticias de cómo fueron llevadas desde Hierapolis a Constantinopla.

Las reliquias, fueron descubiertas de nuevo en 1973 en la misma iglesia, bajo el altar mayor. Pero tuvieron que cavar para encontrarlas. Apareció un pequeño lóculo que contenía una caja con muchos fragmentos de huesos, algunos dientes, otro material óseo y tejidos con trazas de color púrpura, todo bajo una losa de mármol frigio probablemente del siglo VI. Gracias a los pocos huesos que quedaron íntegros el estudio de los restos reveló que pertenecían a dos personas de sexo masculino, uno de constitución más robusta (Santiago) y el otro (Felipe), de constitución más menuda. Hasta ese momento en la misma basílica se veneraba un relicario con el pie intacto de Felipe y otro relicario con el fémur de Santiago, reliquias que se demostraron compatibles con las encontradas posteriormente.

En 2017, una delegación de Frailes Menores Conventuales, que están al cargo de la basílica de los Santos XII Apóstoles de Roma, ha entregado dos reliquias insignes del apóstol Felipe a dos iglesias de Esmirna, simbolizando, de esta manera, el ‘retorno’ de San Felipe a Turquía.

Además de las citadas, reliquias de este apóstol se encuentran también en otras iglesias de Roma y de otros lugares. Por ejemplo, un brazo del apóstol llegó a Florencia en 1205 por voluntad del patriarca de Jerusalén Mónaco, de origen florentina. Y se encuentra en la catedral.

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1.- La oración del trisagio es: « Santo Dios, Santo Fuerte, Santo Inmortal, ten piedad de nosotros»

2.- Estructura semicircular que en las iglesias paleocristianas estaba situada en el ábside, o detrás de ésta, y estaba reservada al clero.

3.- Para las reliquias de Santiago el Menor remito a la lectura del artículo “Le cabezas de Santiago el Mayor y Santiago el Menor: pero ¡qué confusión!!”

También te podrían interesar:

Las reliquias de San Pedro, de San Pablo, de San Juan Evangelista, de Santiago el Mayor, de San Tomás, de San Andrés, de San Mateo, de San Bartolomé, de Simón y Judas Tadeo y Las cabezas de Santiago el Mayor y Santiago el Menor: pero qué confusión!!

Una famosa reliquia del sangue di Cristo rubata e restituita

12 venerdì Lug 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in reliquiari, Reliquie

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Abbazia della Santa Trinità, Arthur Brand, Fécamp, Nicodemo, Prezioso Sangue, Reliquie, Riccardo I, Santo Volto di Lucca

La notte fra l’1 e il 2 giugno 2022 un reliquiario contenente 2 fiale di piombo con il sangue di Cristo ed altri 14 oggetti sacri, furono sottratti dall’abbazia di Fécamp, in Normandia, e restituiti dai ladri solo poco più di un mese dopo.

Il collezionista d’arte e storico olandese Arthur Brand, chiamato anche l’Indiana Jones del mondo dell’arte, specialista nel recuperare opere d’arte rubate, pochi giorni dopo la rapina ricevette un’e-mail da un mittente anonimo affermando che agiva per conto di un’altra persona nella cui casa si trovavano gli oggetti sacri rubati. O li distruggevano o glieli inviavano per la loro restituzione. Dopo circa una settimana qualcuno suonò al campanello della sua casa in Olanda. Quando il collezionista aprì la porta, non c’era nessuno, solo una scatola per terra.

– Arthur Brand nella sua casa in Olanda dopo aver ricevuto gli oggetti rubati

Si dice che avere una reliquia rubata del Prezioso Sangue di Cristo è una maledizione. E quando i ladri, attraverso le notizie sulla stampa, si resero conto di cosa avevano rubato, se ne vollero disfare immediatamente. Ma più che di una maledizione si resero conto che il bottino era invendibile. Arthur Brand lo consegnò alla polizia olandese e il Prezioso Sangue, insieme al resto degli oggetti sottratti, dopo oltre un anno di investigazione, fu inviato alla polizia francese e il 13 settembre 2023 è finalmente tornato a Fécamp. Ma i ladri non sono stati ancora trovati.

L’abbazia della Santa Trinità di Fécamp è il secondo centro di pellegrinaggio più importante della Francia dopo il Mont Saint Michel. Da oltre mille anni milioni di fedeli hanno pregato davanti alla reliquia del Prezioso Sangue, alla quale sono stati attribuiti anche molti miracoli, per chiedere ogni tipo di grazia. La reliquia è stata anche il motivo della creazione di quest’abbazia. Secondo la tradizione, si tratterebbe di alcune particelle del sangue coagulato di Cristo raccolte da Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, che furono coloro che si occuparono di dare sepoltura a Cristo. Ricordiamo anche che a Giuseppe d’Arimatea è attribuita la raccolta del sangue di Cristo nel Santo Graal, proveniente dalla ferita del costato di Cristo inferta da Longino1 quando Cristo era ancora sulla croce.

Le due ampolle di sangue sono rinchiuse in un reliquiario di rame dorato del secolo XIX, decorato con smalti azzurri e gemme, alto circa 30 cm, che riproduce una chiesa in miniatura.

Ma come sarebbe arrivata la reliquia del Prezioso Sangue a Fécamp? La sua storia prende corpo e forma definitiva agli inizi del XII secolo quando questa viene ritrovata fra le rovine dell’abbazia, murata in una colonna della chiesa. A quei tempi la storia leggendaria del Santo Volto di Lucca2, elaborata intorno al secolo XII, era già molto famosa in tutto l’occidente cristiano. In questa Nicodemo diventa lo scultore dell’immagine sacra che arriverà a Lucca nel 782, con dentro una o due fiale contenenti il sangue di Cristo che rimasero a Luni.

– Abbazia di Fécamp

A Fécamp, ispirandosi a questa storia e al periplo di quest’immagine fino a destinazione, verrà costruita una storia ‘simile’. Essendosi Nicodemo occupato della sepoltura del corpo di Cristo ne avrebbe approfittato per asportare dal suo corpo delle particelle di sangue rappreso. Diede la reliquia a un suo nipote, Isaac, che la mise in due fiale di piombo e che poi nascose nel tronco di un albero di fico.  Successivamente, al fine di evitare possibili pericoli, tagliò il tronco e lo gettò in mare. Il tronco, galleggiando, arrivò dall’estremo orientale del Mediterraneo fino alle rive della regione di Caux (Normandia), dove fu trascinato dalla corrente fino ad un campo che da allora fu chiamato Fécamp. Quindi la barca che portò il Santo Volto di Lucca divenne in questa storia un tronco di fico, perché sul luogo preesisteva al culto del Prezioso Sangue un culto popolare e pagano per quest’albero e che un fenomeno di falsa etimologia faceva di Fécamp, Fiscannum, luogo ricco di pesci, una pianura, un campo di fichi, fici campus, adattandolo quindi alla realtà locale e allo stesso tempo emancipandolo in parte dalla leggenda ispiratrice.

Come l’arrivo del carro tirato dai buoi a Lucca, l’arrivo del tronco di fico del Prezioso Sangue ha delle caratteristiche miracolose. Come era impossibile staccarlo dalla terra per caricarlo su un carro, un misterioso personaggio si occuperà di svolgere questo compito. Dio conduce il carico al luogo dove doveva erigersi la chiesa della Santa Trinità. In quel luogo, il tronco diventa così pesante da rompere il carro. Il pellegrino, prima di sparire, ricopre il tronco di pietre. L’imitazione è evidente anche se nel caso di trasporto di oggetti rituali e statue di divinità esistono degli schemi letterari che sono patrimonio della mitologia in generale e sono sempre presenti nelle loro narrazioni. C’è anche da segnalare che il discepolo a cui Nicodemo affida il Santo Volto si chiamava Isacar, che nella tradizione del Prezioso Sangue diventa il suo nipote Isaac. È importante segnalare come anche in questo caso incorporare culti locali, come il culto dell’albero di fico, si rivela fondamentale per il progressivo adattamento al culto cristiano.

– Tabernacolo del XVI secolo che custodisce la reliquia del Prezioso Sangue. Chiesa dell’abbazia di Fécamp

L’abbazia di Fécamp è il primo di tre monasteri benedettini femminili fondati nel VII secolo in questa regione. Costruito nel 658, fu distrutto dalle invasioni vichinghe (841) rimanendo abbandonato per molto tempo. Nella seconda metà del X secolo si costruisce il palazzo dei Duchi di Normandia sul terreno dell’abbazia in rovina. Riccardo I (933-996) restaurò la chiesa nella quale trovò la reliquia del Prezioso Sangue. Nel 990 fu consacrata la nuova chiesa, dedicata alla Santissima Trinità, gestita da canonici regolari, dove Riccardo fece incorporare il tronco in un pilastro della chiesa, da dove si diceva che emetteva radiazioni taumaturgiche. Dopo la distruzione dell’edificio a causa di un incendio negli anni 1168-1170, le ampolle metalliche furono ritrovate fra gli sgombri nel 1171 e poste all’adorazione dei fedeli, fatto questo che diede luogo a un importante pellegrinaggio. Poi ci fu un periodo di ‘stasi’ in cui la fama del Prezioso Sangue diminuì e poco a poco si interruppero i pellegrinaggi. Nella seconda metà del XIX secolo il pellegrinaggio a Fécamp conosce una netta ripresa. Nel 1906 si fonda la Confraternita del Prezioso Sangue. Ancora oggi la processione del Prezioso Sangue si tiene nella festa della Santa Trinità, la domenica seguente a Pentecoste, che era stata sospesa a causa del furto.

Esiste una discreta quantità di reliquie del Santo Sangue in Europa, presenti tutte a partire del secolo VIII. Mantova, Bruges, Fécamp, Westminster4, Weingarten, Luni…  E una ventina di altri luoghi ancora. I potenti europei per sacralizzare il loro potere gestiscono il sacro con fini politici, e il possesso di reliquie ne diventa lo strumento principale. Fécamp diventa uno dei santuari emblema della dinastia normanna, così come un’opportuna scoperta di una reliquia del Santo Sangue da parte di Enrico II Plantagenet, venerato a Westminster, riesce a rinsaldare il suo potere indebolito dall’assassinio di Tommaso Becket3. La storia di Mantova5, invece, va di pari passo con la sua più importante reliquia. Per citare solo alcuni esempi.

Quanto alle due fiale del Prezioso Sangue di Fécamp è possibile che una sia stata portata dai Crociati e l’altra forse è di origine locale. Una compare poco prima dell’anno 1000 in un villaggio della regione di Fécamp e sarebbe legata a un miracolo eucaristico6 avvenuto nella chiesa locale, e il miracolo sarebbe stato confermato solo nel 1215. La reliquia sarebbe stata trasferita a Fécamp  per essere incorporata nell’altare maggiore della chiesa abbaziale. La seconda fu scoperta durante i lavori di ricostruzione citati, agli inizi del 1170, e da lì la costruzione della leggenda e dei primi miracoli attribuiti alla reliquia. Quale delle due sarebbe arrivata dalla Palestina in un tronco di Fico?

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  1. Per approfondire su Longino e le reliquie del sangue di Cristo rinvio alla lettura dell’articolo: ‘Il Sangue di Cristo’
  2. Per approfondire sul Santo Volto di Lucca e la sua leggenda rinvio alla lettura dell’articolo: ‘Le Sante immagini acheropite (5) : I Volti Santi di Lucca e di Sansepolcro’.
  3. Per approfondire su Tommaso Becket e la sua morte rinvio alla lettura dell’articolo: ‘Tommaso Becket e la ragion di  stato’.
  4. Per approfondire sui i sovrani collezionisti di reliquie rinvio alla lettura degli articolo ‘I Sovrani collezionisti di Reliquie’ e ‘La gran collezione di reliquie di Federico III di Sassonia e Lutero’
  5. Per approfondire sul Preziosissimo Sangue di Mantova: ‘Il Preziosissimo Sangue di Mantova: una reliquia opportuna’, in N. De Matthaeis, Legati a una reliquia. 2020.
  6. Per approfondire sui miracoli eucaristici rinvio alla lettura dell’Articolo ‘Le reliquie di Lanciano e i miracoli eucaristici’.

Per saperne di più :

Jean-Guy Gouttebrose. À l’origine du culte du Précieux Sang de Fécamp. Le Saint Voult de Lucques. In Guillaume de Volpiano : Fécamp et l’histoire normande. Tabularia, Sources et écrits des mondes normands médiévaux.

I martiri di Otranto

15 sabato Giu 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Reliquie

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Antonio Pezzulla, Baia dei Turchi, Cappella dei Martiri, Collina della Minerva, Francesca Levote, Gedik Ahmet Pascià, Martiri di Otranto, monaco Pantaleone, Primaldo, Santa María dei Martiri

Si tratta di 813 abitanti di Otranto trucidati il 14 agosto 1480 dalle truppe turche nell’intento di espandere il loro dominio nella penisola italica e sul Mediterraneo.

Il 28 luglio 1480 circa 18.000 soldati appartenenti all’impero ottomano di Maometto II, su circa centocinquanta imbarcazioni approdarono nel Salento, per conquistare la città di Otranto, essendo partiti da Valona, Albania. Appoggiati in un primo tempo dal Re Ferrante di Napoli, gli otrantini tentarono di fermare gli invasori sui Laghi Alimini, zona dove sbarcarono e che fu successivamente conosciuta come ‘Baia dei Turchi’, a circa 6 km al nord di Otranto. La piccola città non poté resistere agli attacchi dei turchi e tutti i cittadini si ritirarono nella cittadella. Durante l’assedio gli otrantini chiesero invano aiuto al re Ferrante e all’arcivescovo Arenis. Gedik Ahmet Pascià, che era al fronte della spedizione, chiese la resa della città, ma gli otrantini rifiutarono. Dopo i primi attacchi fu inviato un secondo messaggero, il quale non riuscì nemmeno ad avvicinarsi a Otranto perché fu trafitto da una freccia alle porte della città. Per cui ripresero gli attacchi che durarono 15 giorni fino a che la cittadella non fu espugnata. Ne seguì un massacro: gli uomini al di sopra dei quindici anni vennero uccisi, donne e bambini ridotti in schiavitù.

Anche se non poté evitare l’assedio di Otranto, la flotta cristiana stava riorganizzandosi per fare fronte all’invasione turca. Ma un evento inaspettato venne in aiuto dei cristiani: la morte del sultano Maometto II, avvenuta il 4 maggio 1481 avendo aperto le ostilità tra i suoi due figli, Bayazid e Djem che provocò una crisi nell’impero turco. Per cui Ahmet venne richiamato in patria. Il 10 settembre 1481 i turchi restituivano una città ridotta a un cumulo di macerie.

– Cappella dei Martiri. Cattedrale di Otranto

Secondo la tradizione cattolica vi furono alcuni superstiti che si erano rifugiati nella cattedrale di Santa Maria Annunziata, guidati da Antonio Pezzulla, un anziano sarto, detto il Primaldo, con l’arcivescovo Stefano Pendinelli. Gedik Ahmet Pascià disse loro di rinnegare della loro fede e di convertirsi all’Islam. Ne ricevettero un netto rifiuto, per cui furono portati sulla collina della Minerva, chiamata da allora ‘collina dei Martiri’, e decapitati. L’arcivescovo fu fatto a pezzi. Erano 813. Il primo ad essere decapitato fu Antonio Primaldo e la tradizione racconta che il suo corpo rimase in piedi senza testa fino a che non furono tutti decapitati. Dopo più di un anno, il 13 ottobre 1481, questi corpi furono trovati incorrotti e traslati nella cattedrale di Otranto, dove ancora si trovano i loro resti, salvo una parte che fu in seguito mandata a Napoli e ad altre città, soprattutto pugliesi.

– Chiesa Santa Maria dei Martiri, eretta sulla collina della Minerva

Il processo di canonizzazione di questi martiri fu estremamente lungo: infatti iniziò nel 1539 e terminò nel 2013 con fasi intermedie: nel 1771 furono dichiarati beati dal papa Clemente XIV per cui ne fu autorizzato il culto; il processo fu riaperto nel 2007 da Benedetto XVI che nel 2012 attribuisce il miracolo della guarigione della suora Francesca Levote all’intercessione dei martiri di Otranto. Un miracolo è la condizione necessaria per la canonizzazione. Quindi il 12 maggio 2013 furono dichiarati santi da papa Francesco.

La suora in questione era malata di cancro e ricoverata a Genova dal 1979 al 1982. In occasione di una peregrinazione di un’urna contenente delle reliquie di quei martiri che passò nel 1980 dal monastero delle Clarisse di Spoleto, le sue consorelle misero sul suo letto quest’urna  invocando la loro intercessione per la guarigione di suor Francesca. Suor Francesca morì nel 2011 per cause estranee a quella malattia.

Una delle cause per cui il processo di canonizzazione è stato così lungo è legata alle testimonianze raccolte nel 1539 dall’arcivescovo Pietro Antonio de Capua in sede del primo processo perché a quanto pare i sopravvissuti all’eccidio non fornirono prove documentali certe sul martirio per fede, il che bloccò fin dal principio la causa di beatificazione, che fu riaperta nel settecento ricostruendo l’accaduto su fonti non molto chiare.

– Cattedrale di Santa Maria Annunziata, Otranto

Proprio per ciò, il movente della stage otrantina – per molti studiosi – non è solo religioso. Esso può essere associato anche alla combinazione di più fattori: tra questi la punizione verso chi ha rifiutato di arrendersi, la vendetta per l’uccisione dell’ambasciatore turco durante la lotta; non per ultime – però – vanno considerate le motivazioni militari, ovvero l’intento di seminare il panico per indebolire la resistenza dell’esercito locale.

Dal 1711 le ossa della maggior parte di essi sono custodite in cattedrale, nell’abside della navata di destra, in sette grandi armadi. In piccoli armadi laterali sono conservati resti di carne, rimasti integri, senza alcun trattamento, dopo oltre cinque secoli. Nella cattedrale vi è inoltre  il ceppo della decapitazione. I martiri di Otranto divennero i protettori della città. Sulla collina della Minerva venne edificata una chiesa sul luogo del martirio. In quest’ultima una lapide sintetizza i fatti accaduti. Inoltre, dal 1980 un’altra lapide, posta sul lungomare della città in occasione della visita di papa Giovanni Paolo II, li ricorda nel cinquecentesimo anniversario del martirio.

Presso le mura della città si erge il Monumento ai Martiri di Otranto, inaugurato nel 1924 dal Principe ereditario Umberto di Savoia. Ricorda la fiera resistenza di Otranto e dei suoi cittadini all’assedio turco del 1480.  

– Lapide commemorativa de Martiri di Otranto nel 500º anniversario
– Monumento ai Martiri di Otranto
– Mosaico della cattedrale di Otranto

Senza dubbio la cattedrale di Otranto merita una visita e non solo per il ricordo dei martiri di Otranto ma anche per la bellezza della stessa soprattutto per lo spettacolare mosaico del pavimento, di ben 52 metri di lunghezza. Realizzato dal monaco basiliano Pantaleone, vissuto nel XII secolo, è uno dei più grandi al mondo. La sua struttura iconografica ha per tema centrale l’albero della vita, quello che Dio piantò nel Giardino dell’Eden, lungo il quale si mostrano oltre a diversi temi biblici anche animali reali o mitologici, personaggi della mitologia greca o del ciclo bretone. E addirittura una raffigurazione di Alessandro Magno che vola in cielo portato da due grifoni.  

Il cuore di Chopin

12 domenica Mag 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Arte, Curiosità, Reliquie

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Auguste Clésinger, Chopin, Cuore di Chopin, George Sand, Parco Lazienki, Père-Lachaise, reliquias, Valldemossa, Varsavia

Chopin, grandissimo compositore e pianista che non ha bisogno di presentazioni, ha sempre avuto la sua Polonia nel cuore. Nel 1830, quando scoppiò la rivolta di Varsavia contro l’occupazione russa, lui si trovava a Parigi e fu costretto a rimanervi, scegliendo un esilio forzato, per sottrarsi all’autocratico governo zarista.

Frédéric Chopin nasce nel 1810 nei pressi di Varsavia da madre polacca e padre francese e all’età di sette anni compone la sua prima opera. Da quel momento in poi non smette più di comporre. Da quando lascia la Polonia visita Praga, Vienna e Parigi, città quest’ultima dove trascorre circa 17 anni e dove muore nel 1849. Frequentando gli ambienti culturali parigini, nel 1836, in casa si Franz Liszt, conosce Aurora Dupin, baronessa di Dudevant, scrittrice e divorziata con due figli, che si faceva chiamare George Sand. George Sand diviene la sua amante e la loro relazione durò per circa otto anni.

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La spada di San Paolo

12 venerdì Apr 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Reliquie

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Cardinale Gil Álvarez de Albornoz. Convento San Pablo Toledo, Coltello di Nerone, Desamortización de Mendizábal, Francisco Franco, Francisco J. Rodríguez, Guerra Civile Spagnola, Museo dell'Esercito di Toledo, Santa Maria de la Sisla Toledo, Spada di San Paolo, Urbano V

La espada de San Pablo. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

– Martirio di San Paolo, Mosaico Sec, XII-XIII. Duomo di Monreale

Erroneamente chiamata la ‘Spada di San Paolo’ non sarebbe una spada appartenuta a San Paolo, ma quella utilizzata per il suo martirio per decapitazione all’epoca di Nerone. E’ anche chiamata ‘Coltello di Nerone’. La spada aveva una lunghezza di 85 cm, pesava più di 3 chili e su un lato recava incisa la frase “Neronis Cesaris mucro” e sull’altro “Quo Paulus truncatus capite fuit”.

La spada fu un regalo del papa Urbano V (1362-1370) al cardinale Gil Álvarez de Albornoz (1340-1367), arcivescovo di Toledo e successivamente legato papale, che la portò nella sua città. Il dono sarebbe stato il riconoscimento del papa per i servizi prestati alla Santa Sede. Infatti Gil de Albornoz fu uno dei principali artefici della ritorno della sede papale a Roma dopo la parentesi di Avignone. Non sappiamo come sarebbe arrivata la spada nelle mani del papato e quali le sue peripezie.

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Il culto degli eroi greci e dei martiri cristiani a confronto

12 lunedì Feb 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Reliquie, Storia

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Culto degli eroi, culto dei martiri, dies natalis, heroon, heros, Martyrium

Comparación entre el culto a los héroes griegos y a los mártires cristianos. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

– Processione di martiri. Mosaico. Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna

Fin da tempi immemorabili le comunità umane hanno sacralizzato i loro personaggi esemplari. Renderli immortali per mantenere imperituro il loro esempio che serva da guida alla società e a tutte le generazioni future è il proposito di queste comunità. In questo contesto il ruolo della società è fondamentale. Non esiste né martire né eroe se la società non lo ricorda.

Però il primo requisito per salvare queste persone dalla morte nella memoria collettiva è proprio la morte stessa, perché dopo la morte inizia la loro vita eterna. La morte fa diventare immortale un essere mortale, che così sarà ricordato e vivrà per sempre.

E per mantenere vivo il ricordo è necessario creare il culto, la cui evoluzione determinerà un’identità comunitaria, e un luogo di culto. Un luogo specifico preparato ad hoc che, nel caso dell’eroe greco era chiamato heroon e per il martire cristiano martyrium. Per i molti punti in comune, esiste un consenso quasi unanime nel considerare il culto dei martiri cristiani l’erede del culto degli eroi greci, nonostante le differenze nella loro evoluzione e motivazione.

– Alessandro Magno visita il sepolcro di Achille. J.H. Schonfeld 1672

Quello che distingue sia l’eroe greco che il martire cristiano dal resto dei coetanei è il loro modo di affrontare la morte, anche se non è uguale nei due casi: per il primo era intesa come una forma di proiezione sociale mentre per il secondo il mezzo di ottenere la vita eterna.

Dobbiamo in gran parte all’archeologia l’avanzamento che c’è stato nello studio di ambedue i casi: la archeologia del mondo classico e quella del mondo cristiano. Per lo studio del fenomeno eroico sono stati fondamentali i testi di Omero. Proprio per questo viene anche chiamata ‘archeologia omerica’ che comprende basicamente le scoperte dei grandi archeologi H. Schliemann1 e C. Blegen2, coadiuvate dagli studi di M. Parry e M. Ventris. Nell’archeologia cristiana una fonte inesauribile sono state le catacombe3, il cui studio ricevette un ulteriore impulso con la creazione nel 1852 della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e dell’lstituto Pontificio di Archeologia Cristiana nel 1952, riprendendo gli sudi realizzati da Antonio Bosio e Giovan Battista De Rossi.

Anche le reliquie hanno un particolare protagonismo sia nel culto degli eroi che in quello dei martiri. Racconta Omero come Achille dispone di raccogliere le ossa calcinate del suo caro amico Patroclo, ucciso dal troiano Ettore, per poterle conservare in un’urna che accoglierà, come richiesto dallo spirito di Patroclo, anche le sue quando verrà il momento e di far costruire un tumulo dove sarà depositata l’urna. Il potere dell’eroe risiedeva nelle sue ossa e per questo era importante che fossero messe al sicuro per evitare furti. E se la presenza dei resti era la situazione ottimale, il potere evocatore dell’eroe era così grande che poteva funzionare anche in caso di assenza di questi, come nel caso di un cenotafio. Però anche gli oggetti appartenuti all’eroe erano oggetto di culto: la lancia, lo scudo, strumenti musicali, vestiti … e qualsiasi altra cosa, una prassi questa che ritroviamo identica nel culto dei martiri e dei santi cristiani.

– Martyrium di Cristo. Basilica del Santo Sepolcro, Gerusalemme

L’opera il ‘Martirio di Policarpo’ dell’anno 156, racconta dettagliatamente il martirio del vescovo di Smirne, Policarpo, ed è la prima di questo genere letterario. In essa si legge che i suoi discepoli raccolsero le sue ossa e le depositarono in un luogo adeguato dove potersi riunire per celebrare l’anniversario della sua ‘nascita’, il ‘Dies natalis’, che è così come viene chiamata la data del martirio che equivale alla nascita alla vita eterna. Con l’andare del tempo le reliquie acquisirono un maggior protagonismo perché si credeva che potevano trasmettere l’essenza del santo o addirittura fare miracoli.

Nel caso degli eroi greci non si concepiva lo smembramento dei corpi come nel caso dei martiri e santi cristiani, i cui corpi vennero smembrati in molti pezzi, esibiti e venerati come reliquie in diversi luoghi del mondo cristiano.

Il termine héros designa una persona straordinaria, nobile guerriero difensore della patria, al di sopra dei comuni mortali, un semidio, ma che muore come gli umani. L’ideale eroico passa di generazione in generazione gettando le basi dell’educazione greca. L’eroe personificava gli ideali e la condotta di vita dei cittadini. Assumeva una funzione vitale per il benessere della comunità grazie al culto che gli è reso nel luogo dove erano sepolte le sue reliquie e da cui egli protegge la città contro i nemici, i saccheggi, le carestie, le epidemie e i conflitti di ogni sorta.

-Heroon di Paestum. Costruito intorno al 600 a.C. e scoperto nel 1954 questo cenotafio fu eretto all’eroe fondatore della città
– Ricostruzione dell’heroon di Paestum

L’archeologia, mediante la scoperta dei luoghi di culti di alcuni famosi eroi greci, ha permesso di datare l’origine di questo culto intorno all’VIII secolo a.C., che corrisponde più o meno alla nascita delle polis, le città-stato, e si protrasse fino all’epoca ellenistica e la conquista romana (I secolo a.C.). Questi luoghi, oltre alla tomba, potevano avere una statua, una stele o altro che ricordasse l’eroe. Da semplici monumenti iniziali divennero poco a poco dei grandi spazi, veri e propri edifici porticati e circondati da un recinto, dove venivano offerti dei tributi e dei sacrifici, generalmente di animali e la posteriore celebrazione di un banchetto. Alcuni ricevevano tributi straordinari e in loro onore venivano celebrate feste pubbliche, con processioni, attività agonistiche, equestri e ginniche, simili a quelle destinate agli dèi.

Il termine ‘martire’ cominciò ad essere utilizzato nella Grecia classica con il significato di ‘testimone’: così erano chiamati coloro che testificavano in un tribunale. Nella primitiva letteratura cristiana e nel Nuovo Testamento ‘martiri’ erano coloro che avevano assistito alla morte e resurrezione di Gesù Cristo, quindi dando al termine un significato di ‘osservatore’. Però a partire dal II secolo, il termine ‘martire’ designerà una persona disposta a dar la vita per la fede cristiana che, così facendo partecipava delle sofferenze di Gesù nella sua passione e morte. Le spoglie del martire venivano poi traslate a un ‘martyrium’ che inizialmente era una tomba semplice. Queste tombe poco a poco divennero degli edifici religiosi nei quali era possibile venerare il martire attraverso la celebrazione di riti da parte di tutta la comunità, che generalmente terminavano con l’eucarestia.

– Banchetto eucaristico dei primitivi cristiani. Affresco, Catacombe di San Callisto, Roma. Sec. II

Quindi, potremmo dire che i martiri cristiani sarebbero stati gli ‘eroi’ della fede del nuovo nascente ‘popolo cristiano’. Anche loro diventarono ben presto gli esempi da seguire. Però all’aura divina che pervade l’eroe greco il martire cristiano contrappone quella della santità, e non sarà mai considerato un dio o di natura divina. Inoltre, il martire non ha una morte eroica, nel senso che soffre la persecuzione e una morte aggressiva, però dimostrando un comportamento eroico nel sopportare i peggiori tormenti. L’eroe cerca una morte spettacolare per lasciare un ricordo perpetuo del suo comportamento esemplare nella memoria collettiva e non cerca un’altra vita oltre quella terrena, perché l’Olimpo è riservato soli agli dei. Il martire affronta la morte per convinzione religiosa, sapendo che se muore per la sua fede otterrà la vita eterna e la resurrezione promessa dal suo Messia.

Sia il culto dei martiri che degli eroi furono influenzati dal contesto storico sociale e politico. Con l’andare del tempo la società man mano ha creato altri eroi ed altri martiri. Tutti rispondono a una stessa necessità, che è quella di offrire esempi a cui ispirarsi, che trasmettano valori compatibili con il nostro stile di vita e con i nostri problemi. E non è difficile trovarli: basta guardarsi intorno.

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1.- Conosciuto soprattutto per la scoperta della città di Troia nel 1864 – 2.- E’ famoso per la scoperta del sito di Pilo e gli scavi presso Troia negli anni 30 del secolo scorso. 3.- Consulta la serie di articoli sulle catacombe pubblicati in questo blog.

Per saperne di più:  

P. Brown. The cult of the saints. Chicago 1981; M.T. Fumagalli Beonio Brocchieri, G. Guidorizzi. Corpi gloriosi. Eroi greci e santi cristiani. Bari 2012; P. Santyves. I santi successori degli dei. L’origine pagana del culto dei santi (I testimoni della fede), Roma 2016

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