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Reliquiosamente

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Le reliquie di San Luca

13 sabato Gen 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Reliquie

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Carlo IV, Chiesa di San Luca Cremona, Cimitero di Santa Giustina, Giuliano l’Apostata, Reliquie, San Luca Evangelista, Santa Giustina di Padova, Vito Terribile Viel Marin

Las reliquias de San Lucas Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

San Luca evangelista – El Greco

Luca, probabilmente l’abbreviazione di Lucano, era pagano ed era medico. Ai tempi della predicazione e morte di Gesù lui era lontano dalla Palestina. Infatti Luca era di Antiochia, capitale della provincia romana della Siria, l’attuale Antakia, Turchia Sud-orientale. Si convertì al cristianesimo verso l’anno 40, grazie alla predicazione dei primi cristiani in quella città. Dagli Atti degli Apostoli, attribuiti a lui stesso, e dalle lettere di San Paolo oltre che, come sempre, dalla tradizione, abbiamo molte informazioni della sua vita insieme con Paolo.

San Luca. Attribuito a Raffaello. Roma, Accademia di San Luca

Luca è reputato una persona di grande cultura, come conseguenza di aver ricevuto una robusta formazione greco-ellenista, in accordo con l’elevato stato sociale corrispondente alla professione esercitata. Coltivava anche l’arte e la letteratura. Pare probabile che conobbe personalmente la Madonna, perché il Vangelo di Luca è l’unico dei tre che dà molti particolari dell’infanzia e l’adolescenza di Gesù, che ci parla della Madonna prima della nascita di Cristo, dell’annunciazione, la visita ad Elisabetta e la nascita di Giovanni Battista. San Luca avrebbe ottenuto queste notizie direttamente da Maria, unico testimone ancora vivente. Sempre secondo la tradizione, ne fece diversi ritratti, dato che la pittura era una delle sue attività preferite. Però non esistono prove che dimostrino questa sua abilità. Numerosi sono i ritratti della Madonna attribuiti a San Luca presenti in vari luoghi del mondo cristiano. Addirittura molti gli attribuiscono la prima immagine esistente della Vergine (I-II secolo), che si può vedere Roma, nelle catacombe di Santa Priscilla. Tutto questo ha fatto sì che venga considerato l’iniziatore dell’icografia cristiana. Questa tradizione sorge nel contesto della controvesia iconoclastica (726-843), e la ricerca di tradizioni che dimostrassero un’origine apostolica dell’uso delle effigi sacre, proprio per contrastare l’iconoclastia.

Salus Populi Romani. L’immagine più famosa fra quelle attribuite a San Luca. Roma, Basilica di Santa Maria Maggiore

Però molto poco sappiamo di lui dopo la morte di Paolo. Alcune fonti indicano che Luca avrebbe evangelizzato la Dalmazia, Gallia, Macedonia ed Acaia. Poi la Beozia, antica regione della Grecia vicino a Corinto, sede di vari regni importanti, come quello di Tebe, città dove sarebbe morto ad ottantaquattro anni, celibe e senza aver avuto figli. San Gregorio di Nazianzio sostiene invece che fu martirizzato a Patrasso, insieme all’apostolo Andrea.

Nel 357 le sua ossa furono traslate a Costantinopoli, nella basilica dei Santi Apostoli, sotto Costanzo imperatore, insieme a quelle di Sant’Andrea. Anni dopo, la chiesa venne distrutta da un incendio, che però non danneggiò le bare con i corpi che si trovavano sotto il pavimento della chiesa, che fu fatta ricostruire da Giustiniano nel 527. Nel 1177 furono rinvenute a Padova in una cassa di piombo, nel cimitero di Santa Giustina, e l’attribuzione a San Luca fu dovuta grazie ad un’iscrizione all’interno della cassa che riportava il nome del santo e una doppia croce impressa all’esterno. Nel 1354 ci fu una ricognizione delle reliquie ed in quest’occasione il capo fu portato, dall’imperatore Carlo IV1, nella cattedrale di San Vito, a Praga, dov’è tuttora.

Basilica di Santa Giustina, Padova

Ma come mai nel tesoro della Basilica di San Pietro è esposto un busto reliquiario che contiene il capo di San Luca? Questa reliquia fu portata a Roma nel 586 da Gregorio Magno quando era ambasciatore del papa Pelagio II, regalo dell’imperatore Maurizio Tiberio. Quando a Costantinopoli venne ricostruita la basilica dei Santi Apostoli nel 527, ai tempi di Giustiniano, vi ricollocarono alcune casse con le reliquie di Andrea, Luca e Timoteo, senza che però fossero riaperte per verificarne l’autenticità. Quindi, il “capo di San Luca” venne regalato e portato a Roma in buona fede (?).  

Inoltre, sempre a Roma, nel museo della Basilica di Santa Maria Maggiore, c’è un braccio dell’apostolo, insieme a quello di San Matteo. Un dito, invece, sarebbe a S. Pietro in Vaticano ed altre reliquie in altre chiese. Viste le duplicità, nel 1998 vi fu una gran ricognizione con approfonditi esami. L’analisi al carbonio-14 del cranio del Vaticano riporta la datazione di questa reliquia dal V secolo in su. Quello di Praga, invece, viene datato fra il II ed il IV secolo, appartenendo allo scheletro di Padova, del quale sono stati accertati altri dati scientifici a favore dell’autenticità della reliquia2.

Cassa di piombo con le reliquie di San Luca nel momento di essere estratta dal sarcofago per la ricognizione

Relativamente a come e quando siano arrivate le reliquie dell’evangelista a Padova, ci sono state diverse ipotesi: 1) che furono portate dai Crociati dopo il sacco di Costantinopoli del 1204, ma questa è stata subito scartata perché le reliquie sono presenti a Padova dal 1177; 2) che le avrebbe portate a Padova nel secolo VIII, durante il periodo delle lotte iconoclaste, il sacerdote Urio, custode della basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli, insieme ai resti di San Mattia; le reliquie vennero successivamente nascoste, nel IX secolo, nel cimitero di Santa Giustina per metterle in salvo dalle incursioni barbariche degli Ungari; 3) che giunsero al tempo dell’imperatore Flavio Claudio Giuliano (361-363), più conosciuto come Giuliano l’Apostata, probabilmente per salvarle dalle persecuzioni di quest’ultimo. E quest’ultima ipotesi è quella che, secondo la scienza, è la più probabile. Di fatto, nell’ultima ricognizione, si trovarono nel sarcofago centinaia di piccole costole che in un primo tempo si credeva fossero di topi ma che un’analisi più approfondita ha rivelato che appartengono a una trentina di bisce (Coluber viridiflavus). Penetrarono nella bara e rimasero soffocate a causa di un’alluvione che interessò il cimitero paleocristiano di Santa Giustina. Però questo tipo di serpenti non sono presenti in Oriente ma invece sono molto comuni nell’area padana. Il radiocarbonio li ha datati intorno al 400-450 d.C.

Sarcofago contenente le reliquie di San Luca. Basilica di Santa Giustina, Padova

La cassa di piombo con le reliquie dell’evangelista fu traslata in un’arca marmorea costruita nel 1313. Nel 1562 fu ultimata la costruzione della nuova basilica di Santa Giustina dove fu portata l’arca di marmo che, da quel momento in poi, si trova nel transetto sinistro.

Adesso però rimarebbe da svelare il mistero di altre presunte reliquie dell’evangelista presenti a Cremona, nella Chiesa di San Luca, oggi tenuta dai Padri Barnabiti, dove esiste appunto un reliquiario contenente niente di meno che cranio del santo oltre che il suo braccio con la mano sinistra…

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1.- L’imperatore Carlo IV fu un gran collezionista di reliquie. Per saperne di più rimetto alla lettura dell’articolo “I sovrani collezionisti di reliquie”.

2.- La ricognizione, che fu realizzata da un gruppo multidisciplinare di esperti, coordinato da Vito Terribile Viel Marin, titolare della cattedra di anatomia patologica dell’Università di Padova, realizzò esami di ogni tipo, incluso il radiocarbono 14, e terminò nel 2001. Lo scheletro di Padova, intero meno la testa, risultò essere quello di un uomo di origini siriane, morto fra i 75 e gli 85 anni, fra la seconda metà del I secolo e l’inizio del V secolo (secondo due diversi laboratori, Tucson e Oxford). In quell’occasione fu fatto portare il cranio di Praga e fu accertato che appartiene a questo scheletro. “In conclusione, non esiste un solo elemento contrario al fatto che si tratti dello scheletro di San Luca Evangelista”, è la conclusione dello studio.

Guru Granth Sahib: Il libro sacro dei Sikh

09 giovedì Nov 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Reliquie, Storia

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Amritsar, Chauri, Gurdwara, Guru Granth Sahib, Guru Nanak, Harmandir Sahib, Kachera, Kara, Kesh, Khalsa, Khanda, Kirpan, Langar, Nishan Sahib, Punjab, Sikh, Sikhismo

Guru Granth Sahib: El libro sagrado de los Sijs. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

In seguito alla predicazione di Guru Nanak, nel XVI secolo, nacque il Sikhismo nella città di Kartarpur Sahib, Punjab, India nord occidentale, e attualmente è diffuso in tutto il mondo con circa 28 milioni di fedeli, anche se la maggior parte risiede nel Punjab e nei paesi anglofoni. Gli insegnamenti del suo fondatore, come anche quelli dei nove Guru che successero al primo, sono contenuti nel Guru Granth Sahib1, il libro sacro della comunità.

Il decimo e ultimo di questi Guru, Guru Gobind Singh Ji prima di morire, nel 1708, decise che il Guru Granth Sahib doveva essere il suo successore, il prossimo Guru, e perciò da quel momento in poi il libro sacro dei Sikhs2 è considerato come una persona, un guru vivente, l’ultimo e imperituro.

Questo testo sacro si compone di 1.430 pagine che raccolgono non solo gli insegnamenti dei suoi dieci Guru, ma anche quelle di diversi santi di altre religioni, tra cui l’Induismo e l’Islam. Contiene circa 3.380 inni e più di 15.000 strofe. E’ scritto in hindi arcaico e la scrittura usata è un alfabeto speciale, detto Gurmukhi, istituito dal secondo Guru. La prima stesura del Guru Granth Sahib fu compilata nel 1604 dal quinto Guru, Arjan Dev, mentre la seconda e ultima versione fu opera di Guru Gobind Singh Ji e risale al 1705. Fu portato ad Amritsar nel Tempio d’Oro, nel Punjab, la capitale del Sikhismo e anche il principale centro di pellegrinaggio.  

Nei templi sikhisti (Gurdwara), nella parte più importante della sala di preghiera (Darbar Sahib) c’è una piattaforma (manji), una sorta di leggio, coperta da un baldacchino, decorato con materiali preziosi, dove viene adagiato il libro, avvolto da un tessuto prezioso, e di notte viene deposto cerimoniosamente in un repositorio ricoperto di speciali tessuti decorati. I fedeli quando entrano nella sala si inginocchiano o si inchinano davanti al Guru Granth Sahib, coprono le loro teste e tolgono le scarpe in sua presenza. Mentre si legge il libro si ondeggia su di esso la sacra piuma (Chauri), una sorta di ventaglio fatto di peli di cavallo bianco o yak inseriti in un manico di lana o argento.

Il Chauri viene agitato sul libro sacro durante la lettura per evitare che sul libro si posino insetti o polvere

L’installazione e il trasporto di Guru Granth Sahib sono regolati da rigorose norme. In circostanze ideali, sono necessari cinque Sikh battezzati per trasferire il Guru Granth Sahib da un luogo all’altro. In segno di rispetto, viene portato sulla testa e la persona cammina a piedi nudi. Ogni volta che un devoto lo vede passare si toglie le scarpe e si inchina. La piattaforma, o trono su cui siede il libro sacro viene venerato come simbolo sacro: davanti ad esso i fedeli depositano le loro offerte in denaro o cibo e ad esso non voltano mai le spalle.

Guru Nanak Dev Ji, fondatore del Sikhismo con i 9 guru suoi successori

Il Sikhismo nasce dal desiderio del suo fondatore di armonizzare le due religioni, l’Induismo e l’Islam, perché la zona del Punjab era teatro di terribili scontri fra gli indù locali e i musulmani invasori, dell’impero Moghul. Dall’Induismo trae la credenza della trasmigrazione delle anime (Samsara) e degli effetti delle azioni sulle vite successive (Karma). L’obiettivo ultimo è di interrompere il ciclo delle rinascite, tranne che la liberazione non è vista come un annullamento del sé, bensì come una congiunzione con Dio, che è Uno e indivisibile, come il Dio dei musulmani. Tale congiunzione si ottiene tramite la fede in Dio e il retto comportamento. E come i musulmani, i sikh credono che Dio abbia creato il mondo e che la Sua volontà governi ogni cosa. Un solo Dio, quindi, chiamato ‘Woheguru’, che significa “Gran Maestro”.

Il codice di condotta del sikhismo prescrive che è necessario vivere una vita morale, controllare i cinque vizi3, rendere servizio alla comunità e ai poveri, lavorare onestamente e condividere il guadagno, combattere quando è necessario con coraggio, astenersi dall’adorazione degli idoli e dalle pratiche superstiziose, ricordare il creatore in ogni momento4, seguire un regime alimentare totalmente vegano ed escludere il tabacco e l’alcol.  L’ “Amrit Sanchar”, una sorta di battesimo, è il rito che permette di entrare nella comunità dei credenti (Khalsa) quando una persona ritiene di aver raggiunto un’adeguata maturità spirituale. Non è indispensabile per essere Sikh, ma è considerato un segno di dedizione totale alla fede. La cerimonia è condotta da cinque Sikh battezzati. Fin dalla nascita, la desinenza “Singh” (leone) per gli uomini e il nominativo “Kaur” (principessa) per le donne indica l’appartenenza al popolo Sikh.

 

I segni fisici della fede son le chiamate 5 ‘k’.:

1) Kesh (capelli lunghi raccolti in un turbante, obbligatorio per gli uomini e talora usato anche dalle donne);

2 ) kangha (il pettine, segno di capelli raccolti in modo ordinato, a differenza della crescita «libera» e disordinata degli asceti induisti);

3) kara (un braccialetto di ferro, che rappresenta il controllo morale nelle azioni e il ricordo costante di Dio);

4) kachera (mutande o pantaloncini corti);

5) kirpan (spada cerimoniale, di cui oggi si sottolinea che è un simbolo religioso di fortezza e lotta contro l’ingiustizia, non un’arma)

L’Harmandir Sahib, conosciuto anche come Tempio d’Oro, è il santuario più importante della religione Sikh (Amritsar, Punjab, India)

Tutti gli esseri umani sono uguali davanti a Dio, quindi non esiste il sistema delle caste. Esiste la parità assoluta fra donne ed uomini, anzi la donna è una figura fortemente rispettata per il suo ruolo nella famiglia e nella società. Essa può partecipare, praticare e officiare servizi religiosi. L’inesistenza del clero e ogni forma di ascetismo e mortificazione del corpo, del celibato e del culto delle immagini sono altre caratteristiche di questa religione così come la condivisione dei beni e giustificazione della ‘guerra santa’ intesa come strumento per combattere ingiustizie.

I numerosi santuari dei sikh sono chiamati ‘Gurdwara’, ossia ‘Tempio del Signore’, e sono aperti a tutti, indipendentemente dall’origine o religione. L’unica restrizione riguarda il fatto che il visitatore non deve bere alcol, mangiare carne, fumare sigarette o assumere altre droghe mentre si trova nel santuario. In tutti i templi sikh esiste una zona dove vengono preparati e distribuiti i pasti per tutti quelli che ne hanno bisogno. E` il ‘Langar’, o mensa comunitaria. Una delle cerimonie fondamentali è quella della consumazione di un pasto comune come segno dell’adesione ad una vita di carità e di servizio. Ci si siede per terra come segno di uguaglianza. Ciascuno vi partecipa secondo le proprie capacità e riceve secondo i propri bisogni. E’ gratuito per tutti.

Il tempio per eccellenza è il santuario Harmandir Sahib ad Amritsar, nel Punjab, conosciuto anche come il ‘Tempio d’oro’ e risale al XVI secolo. Le sue cupole ed il soffitto a forma di loto rovesciato sono ricoperti di lamine d’oro. Nel ‘Langar’ di questo tempio si cucinano pasti per circa  100.000 persone al giorno. Centro politico e religioso, oltre che commerciale, il tempio fu da sempre teatro di innumerevoli conflitti. Fu occupato e profanato dagli Afgani nel 1756 e fu distrutto nel 1764. L’ultima profanazione è del 1984 quando l’esercito indiano lo ha danneggiato gravemente bombardandolo ed incendiandolo dovuto alle differenze fra il movimento separatista dei Sikh e il governo di New Dehli, che ebbe origine da quando nel 1947 si stabilì il confine fra India e Pakistan che tagliò il Punjab in due. Ripetuti episodi di violenza si successero fino alla metà degli anni 90 del secolo scorso.

Il simbolo più importante del Sikhismo è il ‘Khanda’, che rappresenta il potere creativo universale e prende il nome dalla spada a due tagli che è al centro, simbolo della Divina Conoscenza; il cerchio simboleggia l’infinito; le due spade all’esterno stanno per l’equilibrio spirituale e temporale dell’universo.

Su ogni tempio viene posta una bandiera gialla, la Nishan Sahib, con il disegno del ‘Khanda’.

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1.- ‘Guru’ significa maestro, guida spirituale, ‘Granth’ libro, ‘Sahib’ è un titolo onorifico, signore

2.- ‘Sikh’ significa discepolo

3.- I cinque vizi sono: lussuria, rabbia, attaccamento, superbia e avidità

4.- Recitare quotidianamente e ripetutamente il Nome del Signore (Nam), anche attraverso il canto di inni, è un precetto di estrema importanza per il credente per raggiungere la liberazione.

San Luigi dei Francesi: altro che smembramento!!

29 sabato Lug 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Reliquie, Storia

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Acropolium, Cardinale Lavigerie, Carlo d’Angiò, Cattedrale di San Vincenzo di Paola e Sant'Olivia, Duomo di Monreale, Luigi IX di Francia, Margherita di Provenza, Mos Teutonicus, Museo Nazionale di Cartagine, Ottava Crociata, Padri Bianchi, Reliquie, Saint Denis, Sainte Chapelle, San Luigi dei Francesi, Settima Crociata

San Luis de los Franceses: ¡Más allá del desmembramiento! Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

Luigi IX (1214-1270) fu un re molto religioso, probabilmente il più pio e devoto di tutti i re di Francia. È noto, fra l’altro, per essersi portato a casa la Corona di Spine ed altre preziose reliquie e per aver fatto costruire un tempio degno di conservarle, La Sainte Chapelle, un’opera sublime dell’arte gotica1.

Ma fu anche protagonista della Settima e dell’Ottava Crociata. La Settima Crociata fu il risultato di un voto che fece il re se fosse guarito da una grave malattia avuta nel 1244, perché proprio in quell’anno ci fu una nuova caduta di Gerusalemme. Partì nel 1248 arrivando per mare in Egitto. Però nel 1250 fu fatto prigioniero dai musulmani che lo trattennero per un mese e fu liberato grazie a che la sua consorte, la regina Margherita di Provenza, pagò un forte riscatto, e dovette tornarsene a casa senza aver ottenuto i risultati previsti. Non soddisfatto, qualche anno più tardi ci riprovò: nel 1269 partì per l’Ottava Crociata. Questa volta decise di cambiare strategia: consigliato anche da suo fratello Carlo d’Angiò, in quel momento re di Napoli e Sicilia, sarebbero sbarcati in Tunisia dove avrebbero riunito le truppe e i fondi necessari, potendo così muoversi alla volta dell’Egitto in modo più sicuro. Quello che non sapevano è che in Tunisia c’era un’epidemia di dissenteria e lo stesso re Luigi IX ne fu contagiato, morendo in pochi giorni. Fu a Cartagine, il 25 agosto 1270.

– San Luigi sul letto di morte. Les Chroniques de France ou de Saint-Denis, fra il 1332 e il 1350. Mahiet, Maître du Missel de Cambrai – Royal 16 G VI – f. 444v. British Library

Adesso il problema era come rimpatriare il corpo del re che, per tradizione, doveva trovare la sua sepoltura nella Chiesa di Saint Denis di Parigi, luogo destinato al riposo eterno dei re di Francia, come del resto era volontà di suo figlio e successore, Filippo III l’Ardito. Non era un problema da poco, tenendo presente che il viaggio era lunghissimo. Carlo d’Angiò, da parte sua, desiderava che fosse sepolto nel duomo di Monreale, Sicilia (fra l’altro molto vicino alla Tunisia), e così avrebbe accresciuto il suo prestigio, vantando di tenere un santo in più nel suo regno, che oltretutto era del suo stesso sangue. Eh già, tutti ormai da tempo davano per scontato che Luigi IX sarebbe stato santificato.

– Cappella dedicata a San Luigi eretta sulla collina di Byrsa, Cartagine, dove morì il re. Fu demolita nel 1950

Vista la differenza di opinioni e le difficoltà materiali per portare via il corpo così com’era, arrivarono a un accordo di compromesso: per la Francia le ossa e per Monreale le viscere e la carne. In quanto al cuore, ne riparleremo più avanti. Dovettero quindi ricorrere al ‘Mos teutonicus’, letteralmente il ‘Costume Germanico’, che veniva utilizzato in Europa nel Medioevo per trasportare igienicamente i corpi di persone di alto rango quando morivano in terre lontane dalla loro patria, mentre gli inglesi ed i francesi preferivano l’imbalsamazione. Il processo consiste nello smembrare il corpo, separare le viscere ed il cuore, e far bollire i pezzi con acqua e vino per diverse ore fino a che la carne non si separa facilmente dalla ossa. Sia la carne che gli organi interni potevano essere seppelliti immediatamente o conservati sotto sale allo stesso modo della carne animale, nel caso volessero essere anch’essi trasportati2.

– Ex cattedrale di Cartagine, Tunisia, ora centro culturale, conosciuta con il nome di Acropolium

Quindi le ossa del nostro devoto re, ben lustre, cominciarono il viaggio verso Parigi, scortate da un gran corteo reale. Il 14 novembre 1270 sbarcarono a Trapani per continuare il lungo viaggio che, attraversando lo stretto di Messina, doveva percorrere tutta l’Italia e parte della Francia. Il corteo funebre arrivò a Parigi il 21 maggio 1271, le spoglie di Luigi IX furono esposte nella cattedrale di Notre Dame e il 23 maggio si celebrò il funerale a Saint Denis.

– Statua del re Luigi IX. Museo Nazionale di Cartagine (Tunisia)

Se già prima di morire era ‘vox populi‘ che il sovrano sarebbe stato santificato, i miracoli avvenuti durante il lungo viaggio di ritorno in Francia non fecero altro che rafforzare l’idea generalizzata che fosse davvero un santo. Infatti questi cominciarono già dall’arrivo delle spoglie in Sicilia -dei quali la Santa Sede ne riconobbe due-, poi ce ne furono altri tre nel nord Italia e poi cominciarono a moltiplicarsi a Saint Denis. Ma nonostante le forti pressioni esercitate sia dalla corona di Francia che da diversi ordini religiosi e dal popolo, la desiderata canonizzazione tardò 27 anni, e fu annunciata solennemente da Bonifacio VIII il 4 agosto 1297, sancita definitivamente il 25 agosto, anniversario della sua morte. Un anno dopo, il 25 agosto 1298, in Saint Denis, in una cerimonia presieduta dal re Filippo IV , (Filippo il Bello, figlio di Filippo III) le ossa del santo furono depositate in un cofanetto reliquiario e sistemate dietro l’altare.

– Cenotafio del re Luigi IX. Museo Nazionale di Cartagine, Tunisia

Nel Medioevo le reliquie erano considerate dei grandi tesori, e molto spesso venivano utilizzate per farne dei doni e addirittura per sancire alleanze. Filippo il Bello mandò molte reliquie di suo nonno, grandi o piccole, a diverse chiese di Francia, soprattutto alla Sainte Chapelle, dove nel 1305 mandò quasi tutto quello che restava delle stesse, incluso il cranio (importantissimo), nonostante l’opposizione dei monaci di Saint Denis che però non poterono far niente contro l’imposizione del papa che avallava la decisione del re. I monaci si dovettero accontentare dei denti e della mandibola e, per dare un po’ più di importanza alle reliquie che erano rimaste loro, fecero costruire un bel reliquiario inaugurato solennemente nel 1307. Con il passare degli anni molte parti delle ossa furono donate a piccoli pezzi, anche dai successivi sovrani, a vari regnanti europei, come per esempio a Carlo IV (grande collezionista di reliquie3), o a monasteri di diverse congregazioni religiose. E così andò avanti fino alla Rivoluzione Francese e le poca ossa rimaste furono disperse o distrutte. Si salvarono solo quelle conservate a Saint Denis e, naturalmente, le reliquie di Monreale.

-Altare dedicato a Luigi IX, dove furono risposte le viscere del re. Duomo di Monreale, transetto sinistro

In quanto al cuore, c’era chi sosteneva che fosse stato portato a Parigi insieme alle ossa e poi a Notre Dame insieme al cranio, e chi invece che fosse rimasto nel duomo di Monreale insieme alle viscere, nell’ altare dedicato al santo, situato nel transetto sinistro. Poi nel 1803 fu ritrovata nella Sainte Chapelle una scatola di piombo al cui interno si trovava un’altra scatola, a forma di cuore, contenente un cuore umano avvolto in una tela di lino che fu subito attribuito al santo: ma il fatto non fu reso pubblico. Si fece fare un’altra scatola di stagno e il cuore fu riposto dove era stato trovato perché la situazione politica non era ancora ‘favorevole’. Qualche decennio più tardi, nel 1843, nel corso di alcuni lavori la scatola venne di nuovo rinvenuta. E questa volta vennero fatte delle minuziose indagini che però dimostrarono che il cuore trovato non poteva essere attribuito al re.

– Reliquiario che conteneva le viscere del re Luigi IX. Tesoro della cattedrale di San Vincenzo di Paola e Sant’Olivia, Tunisi. Il reliquiario, alto 2,20 m., è di bronzo dorato. I due angeli sostengono una miniatura della Sainte Chapelle, nella quale erano riposte del reliquie del re.

Le viscere (e quindi anche il cuore), come accennato prima, che vennero portate a Monreale da Carlo d’Angiò vi rimasero fino al 1860, quando Garibaldi con i suoi Mille sbarcarono in Sicilia e cacciarono l’ultimo re Borbone, Francesco II delle Due Sicilie. Questi portò via con sé le preziose viscere nel suo esilio attraverso l’Europa: Roma, Monaco, Belgio, Francia, Austria… Morì nel Tirolo austriaco nel 1894. Però lasciò le reliquie al cardinale Lavigerie, fondatore dei Padri Bianchi, con il desiderio che fossero portate alla loro cattedrale di Cartagine in modo che ritornassero nel luogo dove il re partì per la sua ultima dimora. Le viscere del re, alle quali il cardinale aggiunse una piccola parte del cranio, furono depositate in un magnifico reliquiario (due angeli che sostengono una miniatura della Sainte Chapelle) fatto da un orafo di Lione e riportate in Tunisia dallo stesso Lavigerie.  

– Reliquiario contenente le viscere e un pezzo del cranio del re Luigi IX. Cattedrale di Versailles

Questa cattedrale, dedicata a San Luigi e costruita tra il 1884 e il 1890, dal 1964 non è più dedicata al culto e viene attualmente utilizzata come sala per concerti ed altre attività culturali; è anche conosciuta con il nome di Acropolium. Non lontano dalla cattedrale già esisteva una cappella dedicata al re santo, costruita nel 1845 sulla collina di Byrsa, sul luogo dove morì. La cappella fu costruita con il proposito di celebrare la memoria del re ogni 25 agosto, data della sua morte, e anche come luogo di preghiera per i marinai francesi. La cappella fu definitivamente chiusa nel 1943 e demolita nel 1950. Ma il ricordo di questo re è sempre molto presente in Tunisia. Infatti, nel giardino del Museo Nazionale di Cartagine, che si trova presso la cattedrale, sul luogo occupato in precedenza dal seminario dei Padri Bianchi, è visibile il cenotafio di San Luigi e anche una statua a lui dedicata.

– Duomo di Monreale. Altare argenteo di Luigi Valadier (1771). San Luigi IX è il primo a sinistra, seguito da San Castrense, San Paolo, San Pietro, San Benedetto da Norcia e Santa Rosalia.

Nel 1964 le reliquie del re furono portate nella chiesa di Santa Giovanna d’Arco di Tunisi dove rimasero fino al 1985, data in cui l’arcivescovo della città ne fece dono al vescovo di Saint Denis che le depositò nell’oratorio episcopale. Nel 1999 le reliquie fecero un altro viaggio: furono portate a Saint Louis, Missouri, per essere esposte alla venerazione dei fedeli americani. Nel 2011 furono portate alla cattedrale di Saint Louis di Versailles, parrocchia originaria del re, dove si trovano attualmente.

Il prezioso reliquiario portato dal cardinale Lavigerie, rimasto a Tunisi, vuoto, dal 1996, è esposto nel tesoro della cattedrale di San Vincenzo di Paola e Sant’Oliva, l’attuale cattedrale cattolica di Tunisi.

Nel duomo di Monreale, il ricordo del re santo è sempre presente, non solo con il già citato altare del transetto sinistro a lui dedicato e con una delle statue dell’altare maggiore, opera di Valadier, che rappresenta questo re, ma anche perché Il 25 agosto di ogni anno si svolgono le celebrazioni in suffragio di S. Luigi IX Re di Francia, nella ricorrenza della sua morte4.

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  1. Invito alla lettura dell’articolo “La corona di Spine e la Sainte Chapelle“
  2.  Il Mos teutonicus  fu abolito dal papa Bonifacio VIII nel 1300 attraverso la sua bolla De sepulturis
  3. Invito alla lettura dell’articolo ‘I sovrani collezionisti di reliquie’
  4. Secondo il sito ufficiale del Duomo di Monreale, le reliquie del re (viscere e cuore) si troverebbero in una cassetta reliquiario all’interno dell’altare della cappella a lui dedicata.

Per saperne di più:

  • J. Le Goff, “Nous irons à Jérusalem!” Saint Louis sur son lit de mort à Tunis, 1270 , in : P. Gueniffey, Les derniers jours des rois, Perrin, Paris 2014
  • V. Lucherini, Smembrare il corpo del re e moltiplicare le reliquie del santo: il caso di Luigi IX di Francia, in: CONVIVIUM. – ISSN 2336-3452. – I:1(2014), pp. 88-101.

Sulle orme degli apostoli: Le reliquie di Simone e Giuda Taddeo

28 venerdì Apr 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Reliquie

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Duomo di Pienza, Giuda Taddeo, Reliquie, Simone Zelota, Suanir

Tras las huellas de los apóstoles: Las reliquias de Simón y Judas Tadeo Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

La Chiesa li festeggia insieme, il 28 ottobre, e sono forse due fra gli apostoli meno conosciuti. Secondo la tradizione erano figli di Alfeo1 e di Maria di Cleofa2, quindi non solo erano fratelli, insieme anche a Giacomo il Minore, ma anche cugini di Gesù.

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Tras las huellas de los apóstoles: las reliquias de San Bartolomé

15 sabato Apr 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Reliquie

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Albanopolis, Anastasio I, Astiages, Bénévent-l’Abbaye, Benevento, Dara, Francesco Manno, Maipherqat, Marco d’Agrate, Martirópolis, Maruta, Natanael, reliquias, San Bartolomé, San Bartolomé de la Isla Tiberina, San Paulino de Nola, Sicardo

Sulle orme degli apostoli: le reliquie di San Bartolomeo. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

– Martirio de San Bartolomé (1616). José de Ribera (El Españoleto). Colegiata de Osuna (Sevilla)

Bartolomé se acercó a Jesúcristo a través de Felipe, y con cierto escepticismo. Había nacido en Caná de Galilea en el siglo I y se llamaba Natanael, hijo de Tôlmai, en arameo BarTôlmai (de ahí el nombre Bartolomé). Según la tradición transmitida por Eusebio de Cesarea1, Bartolomé fue a predicar a la India y Armenia, probablemente junto a Judas Tadeo, con quien fundaría la Iglesia cristiana. En Armenia convirtió al hermano del rey Astiages. Éste, instigado por los sacerdotes de los templos paganos, ordenó a Bartolomé adorar a los ídolos y, frente a la desobediencia del apóstol, lo mandó desollar vivo para después cortarle la cabeza. Aunque ésta no es la única versión de su martirio, sin duda es la más famosa. El lugar del martirio sería Albanópolis, en la costa occidental del Mar Caspio, y la fecha alrededor del 60-68.

Sus reliquias hicieron un largo viaje con varias etapas. En 410 el obispo de Maruta las transportó a Maipherqat, en Mesopotamia (actual Tikrit en Iraq) que fue también llamada Martirópolis por el gran número de reliquias que ese obispo acabó llevando a esa ciudad. Luego en el 507 el emperador Anastasio I las llevó a Dara, siempre en Mesopotamia, y en el 580 llegaron, flotando milagrosamente, a Lípari (isla al norte de Sicilia), después de una breve estancia en Frigia. Después de las incursiones de los árabes en el siglo IX, las reliquias fueron llevadas, en el año 838, a Benevento, donde llegaron a manos del príncipe longobardo Sicardo. Según el Martirologio Romano2, desde el final del siglo X se encuentran en Roma. Las habría conseguido el emperador Otón III de Sajonia de la ciudad de Benevento, y las llevó a la iglesia de San Bartolomé de la Isla Tiberina, iglesia que él mismo mandó construir en el 998 sobre un templo dedicado a Esculapio, que en su día era visitado por muchos peregrinos en busca de curación, para custodiar las reliquias de San Adalberto, obispo de Praga, martirizado en 997.

-Bañera de pórfido en la que estarían depositadas las reliquias de San Bartolomé. Iglesia de San Bartolomé de la Isla Tiberina, Roma

Las reliquias de San Bartolomé están actualmente depositadas bajo el altar mayor, en una bañera romana de pórfido rojo del siglo I-II, donde un rótulo recita “CORPUS SANCTI BARTHOLOMAEI APOSTOLI”.  En la iglesia se pueden admirar varios frescos de Francesco Manno (1806) dedicados al santo, entre los cuales el de su martirio, en el ábside central. En el muro lateral a la derecha del altar mayor, se expone, protegida por una rejilla, una gran palangana de bronce del siglo X-XI, de origen árabe, que sirvió de tapa del contenedor utilizado para transportar las reliquias del santo desde Benevento.

– Palangana de bronce que sirvió de tapa del contenedor utilizado para trasportar las reliquias de San Bartolomé desde Benevento a Roma. Iglesia de San Bartolomé de la Isla Tiberina, Roma

En la nave central, justo en el medio de las gradas que llevan al altar mayor, hay un magnífico pozo del siglo XI, ya en desuso, de tan solo 80 cm de alto y recabado a partir de los restos de una columna romana. Este pozo habría sido construido en lugar de otro ya existente en el templo de Esculapio, a cuya agua se le presuponía poderes curativos. Entre los cuatro personajes esculpidos en bajorrelieve alrededor del pozo también hallamos a San Bartolomé, representado con un libro y un cuchillo en las manos, como símbolo de su martirio.

– Pozo con la efigie de San Bartolomé. Iglesia de San Bartolomé de la Isla Tiberina, Roma

Este atributo, el cuchillo, lo encontramos en toda la iconografía, a veces acompañado también de su piel, como por ejemplo en el Juicio Universal de Miguel Ángel Buonarroti, en la Capilla Sixtina, donde en primerísimo plano vemos a San Bartolomé con el cuchillo en una mano y su piel en la otra, en la cual el autor ha pintado una suerte de autorretrato… Otra famosa, y porqué no decirlo, un poco espeluznante, representación de San Bartolomé, es la obra de Marco d’Agrate, discípulo de Miguel Ángel, que podemos admirar en el Duomo de Milán. Aquí San Bartolomé está vivo, de pie, desollado y con su piel envuelta alrededor de su cuerpo, en el cual su anatomía queda completamente al descubierto, debido a la falta de piel…

– San Bartolomé sosteniendo su piel. Juicio Universal (detalle), 1536-1541. Miguel Ángel Buonarroti. Capilla Sixtina, Ciudad del Vaticano
– San Bartolomé (1562). Marco D’Agrate. Duomo de Milán

Durante los últimos siglos, en Roma las reliquias de San Bartolomé tuvieron varios cambios de lugar: en 1557 fueron llevadas a San Pedro debido a las inundaciones del Tíber y en el 1798 a Santa María in Trastevere para mantenerlas resguardadas de la ocupación francesa. Más tarde volverían a la iglesia dedicada al santo en la isla Tiberina3.

Pero la aventura de las reliquias de San Bartolomé es más complicada de lo que parece. De hecho, la ciudad de Benevento sostiene desde siempre que las reliquias del apóstol, o por lo menos una parte, están en Benevento, que de ahíí nunca se han movido. Según esta otra versión, a Otón III les fueron dadas otras reliquias, las de San Paulino, obispo de Nola, presentadas al soberano como las del apóstolo. Cuando el emperador se dio cuenta del engaño sitió la ciudad, pero al no conseguir su propósito, se volvió a Roma. San Bartolomé es el patrono de Benevento, ya desde el año en el que llegaron las reliquias a la ciudad, en el 838, y se festeja el 24 de agosto. Un argumento a favor de esta versión es que la presencia de las reliquias de San Paulino en Roma está históricamente probada por las diferentes reconocimientos. En 1919 fueron llevadas a Nola, donde todavía se encuentran.

– Busto de San Bartolomé en plata. Siglo XVIII. Basílica de San Bartolomé, Benevento

En Benevento se hicieron cuatro reconocimientos: en 1338, 1698 (en esta ocasión las reliquias estaban guardadas en 9 ampollas -ocho de las cuales custodiadas en la urna de pórfido y una expuesta a la veneración de los fieles-, en 1990 y en 2001.

En cualquier caso, ya desde el siglo XVIII, bajo el pontificado de Benedicto XIII, se precisa que en Benevento están los huesos (o sólo huesos) del santo y no el cuerpo. Llegados a este punto, no hablamos sólo de Roma o de Benevento, sino también de un largo elenco de lugares donde presuntamente estarían conservadas una o varias reliquias de San Bartolomé. Lípari tiene un brazo y algunos fragmentos de la piel de la cual Pisa robó una parte, que fue posteriormente expuesta en el Duomo. Una parte de un brazo en Carpineto de la Nora (Pescara). En Alemania hay reliquias de San Bartolomé en la catedral de Frankfurt, en el convento de Grafrath, cerca de Colonia y en el monasterio de Lune (Luneberg). En Inglaterra en la catedral de Canterbury. En Francia, en Bénévent-l’Abbaye, un monasterio fundado en 1028 en una localidad llamada Segundelas pero trasladado en 1030 al lugar actual, que se llamó así por la presencia de una reliquia de San Bartolomé traída de Benevento. Pero es muy probable que la lista no acabe aquí.

—-

1.- Historia Eclesiástica, V, 10,3

2.- Martirologio Romano, Vaticano 1964

3.- G. Sicari. Reliquie Insigni e “Corpi Santi” a Roma. Roma 1998

También podrían interesarte:

Las reliquias de San Pedro, de San Pablo, de San Juan Evangelista, de Santiago el Mayor, de Santiago el Menor, de San Tomás, de San Felipe, de San Mateo, de Simón y Judas Tadeo y de San Andrés 

Che fine ha fatto la Menorah?

28 martedì Mar 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Reliquie, Storia

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Arco di Tito, Esodo, Foro di Vespasiano, Genserico, Gerusalemme, Guerra Giudaica, Menorah, Mosè, Secondo Tempio, Shimon Shetreet, Tempio della Pace, Temple Institute, Tito, Vadim Rabinovitch

¿Qué fue de la Menorá? Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

Bassorilievo all’interno dell’Arco di Tito in cui si vede come i tesori del Tempio di Gerusalemme, fra cui la Menorah, vengono portati a Roma

Il Signore parlò a Mosè dicendo: “Farai anche un candelabro d’oro puro. Il candelabro sarà lavorato a martello, il suo fusto e i suoi bracci; i suoi calici, i suoi bulbi e le sue corolle saranno tutti di un pezzo. Sei bracci usciranno dai suoi lati: tre bracci del candelabro da un lato e tre bracci del candelabro dall’altro lato. Vi saranno su di un braccio tre calici in forma di fiore di mandorlo, con bulbo e corolla e così anche sull’altro braccio tre calici in forma di fiore di mandorlo, con bulbo e corolla. Così sarà per i sei bracci che usciranno dal candelabro. Il fusto del candelabro avrà quattro calici in forma di fiore di mandorlo, con i loro bulbi e le loro corolle: un bulbo sotto i due bracci che si dipartano da esso e un bulbo sotto gli altri due bracci e un bulbo sotto i due altri bracci che si dipartano da esso; così per tutti i sei bracci che escono dal candelabro. I bulbi e i relativi bracci saranno tutti di un pezzo: il tutto sarà formato da una sola massa d’oro puro lavorata a martello. Farai le sue sette lampade: vi si collocheranno sopra in modo da illuminare lo spazio davanti ad esso. I suoi smoccolatoi e i suoi portacenere saranno d’oro puro. Lo si farà con un talento di oro puro, esso con tutti i suoi accessori. Guarda ed eseguisci secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte”. (Esodo 25, 31-40)

La Menorah (pron. Menorà), il candelabro a setti bracci, è il simbolo più importante del giudaismo. Però non stiamo parlando di una qualsiasi menorah, ma ‘La Menorah’, con maiuscola, il famoso candelabro d’oro che era nel Tempio di Gerusalemme e che fu portato a Roma dalle truppe di Tito, insieme ad altri trofei, come conseguenza della distruzione del secondo Tempio, nell’anno 70 d.C.

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La pietra di Magdala

28 martedì Feb 2023

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Pellegrinaggi, Reliquie, Storia

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Cafarnao, Flavio Giuseppe, Guerra romano giudaica, Lago Tiberiade, Magdala, Maria Maddalena, Menorah, Migdal, Pietra di Magdala, Tempio di Gerusalemme, Tito

La piedra de Magdala. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

Si tratta di un interessantissimo reperto archeologico venuto alla luce nel 2009 durante i lavori di preparazione del terreno per la costruzione di un albergo per pellegrini nell’antica città di Magdala (oggi Migdal), sulla riva del lago Tiberiade o Mar di Galilea. Secondo la legge israeliana bisogna sempre condurre degli scavi prima di cominciare nuove costruzioni, e questi portarono alla luce una parte dell’antica città di Magdala e una sinagoga con la citata pietra.

L’importanza di questa pietra sta nel fatto che è totalmente scolpita, presentando un’iconografia che riproduce il Tempio di Gerusalemme. Un tempio “in piccolo”. E non solo questo, ma in esso vediamo la rappresentazione più antica, fra quelle attualmente esistenti, della Menorah, il candelabro a 7 bracci, il simbolo più importante del giudaismo, simbolo della luce di Dio che accompagnava il popolo eletto durante l’esodo. Da alcune monete ritrovate e dal contesto archeologico questa pietra è stata datata intorno al 40-50 d.C., in ogni caso prima dell’anno 70, data della distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme da parte di Tito. La pietra veniva utilizzata per appoggiare i rotoli della Torah, era quindi una sorta di leggio. Le sue dimensioni sono di circa 60 x 50 cm x 40 cm di altezza, è di pietra calcarea, ed era situata al centro della sala principale della sinagoga.

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Eppur si muove…. Le reliquie di Galileo Galilei

27 martedì Dic 2022

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Reliquie, Storia

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Angelo Maria Bandini, Anton Francesco Gori, Basilica di Santa Croce, Copernico, Eppur si muove, Galileo Galilei, Gian Gastone de’ Medici, Museo di Storia e Scienza di Firenze, Museo Galileo, Reliquie, Teoria eliocentrica, Vincenzo Capponi, Vincenzo Viviani

Y, sin embargo, se mueve…. Las reliquia de Galileo Galilei. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

L’8 gennaio 1642 morì uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, dopo essere stato costretto nel 1633 dinanzi al Tribunale del Santo Uffizio, e per sfuggire al carcere, a rinnegare che la Terra e i pianeti girano intorno al sole, abiurando così la teoria eliocentrica già formulata da Copernico.

Il suo sepolcro monumentale è all’interno della Basilica di Santa Croce di Firenze, luogo che alberga le sepolture di molti famosi personaggi della cultura e dell’arte. Ma non fu così fin dall’inizio. Galileo lasciò scritto nel suo testamento il suo espresso desiderio di essere sepolto in questo luogo e questa era anche la volontà del Gran Duca di Toscana. Ma per la forte opposizione e intransigenza della Chiesa che ancora lo considerava un eretico, fu sepolto, sì, in Santa Croce, ma in uno stanzino di fianco alla cappella dei Novizi della stessa basilica. Vincenzo Viviani, il suo discepolo prediletto, spese tutti i suoi averi, tutta la sua scienza e il resto della sua vita a far conoscere e perpetuare le opere del maestro e per fargli costruire un mausoleo degno. Questo fu finalmente inaugurato nel 1737, data nella quale la Chiesa finalmente acconsentì, anche se con riluttanza, a far spostare i resti del genio dallo stanzino, dove ancora si trovavano, al nuovo sepolcro. Ma non fu un gesto di riconciliazione tra Chiesa e Stato, o fra Curia e Scienza, come vedremo dopo. Nel nuovo sepolcro furono traslati anche i resti del Viviani, che purtroppo morì nel 1703 senza poter aver visto compiersi il frutto del suo incessante operato.

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Sulle orme degli apostoli: le reliquie di San Filippo

25 venerdì Nov 2022

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Reliquie

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Basilica Santi XII Apostoli, Hierapolis, Martyrion, Reliquie, San Filippo, Smirne

Tras las huellas de los apóstoles: las reliquias de San Felipe Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

San Filippo. G. Mazzuoli (1643-1725) – Basilica di San Giovanni in Laterano, Roma

Era originario di Betsaida quindi galileo, però come Andrea, aveva un nome greco. Nacque verso l’anno 5 e pare che fosse sposato e con figli. Fu colui che portò Bartolomeo da Gesù. Una delle volte in cui viene citato nel Vangelo è nel momento della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

         “Ora avendo Gesù alzati gli occhi e visto che una gran turba veniva da lui, dice a Filippo: ‘Dove compreremo dei pani per sfamare questa gente?’ Ma ciò diceva per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quanto stava per fare. Gli rispose Filippo: ‘Duecento denari di pane non bastano neanche a darne un pezzetto per uno’”. (Gv 6, 5-7)

Per quest’episodio del Vangelo, nell’iconografia a volte è rappresentato con un pezzo di pane in mano, ed altre volte con la croce, strumento del suo martirio.

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Tras las huellas de los apóstoles: las reliquias de San Andrés

09 mercoledì Nov 2022

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Reliquie

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Amalfi, Francisco Duquesnoy, Maná de San Andrés, Matteo Gariofalo, Mattia Preti, Pablo VI, Patras, Pío II, Pienza, Pietro Capuano, reliquias, San Andrés, Sarzana, Tomás el Paleólogo

Sulle orme degli apostoli: le reliquie di Sant’Andrea – Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

Martirio de San Andrés (detalle). Ciclo del martirio de San Andrés. Mattia Preti (1913-1699). Iglesia de Sant’Andrea della Valle, Roma

Andrés era hermano de Simón Pedro y también era pescador. Fue, junto con Juan, uno de los discípulos de Juan Bautista y el primero de los apóstoles en responder a la llamada de Jesús. Enseguida después fue a decirle a su hermano que había encontrado al Mesías e inmediatamente lo llevó ante él. Su nombre aparece muy pocas veces en el Evangelio y una sola vez en los Hechos de los Apóstoles. Pero sabemos por Eusebio de Cesarea1 que, después de Pentecostés, va a predicar en Asia Menor y en Escitia, a orillas del Mar Negro. Sucesivamente pasa a Grecia, convirtiéndose obispo de Patras, en Acaya.

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