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Reliquiosamente

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Archivi autore: Nicoletta De Matthaeis

Le catacombe (6) – Le catacombe d’Italia

11 sabato Ott 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Reliquie, Storia

≈ 6 commenti

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catacombe, Catacombe di San Gennaro, Catacombe di San Giovanni, Catacombe di Santa Mustiola, Catacombe di Santa Sofia, catacombe di Santa Vittoria, Catacombe di Sant’Antioco

– L’apostolo Pietro accoglie il defunto Pascenzio e lo presenta a una terza persona. Affresco del V-VI secolo. Catacombe di San Gaudioso, Napoli

L’Italia, oltre a Roma, conserva numerose catacombe e complessi ipogei paleocristiani distribuiti soprattutto nelle regioni dell’Italia centro-meridionale, dove il cristianesimo si diffuse più rapidamente nei primi secoli. Nell’Italia settentrionale possiamo trovare diversi spazi ipogei, spesso assimilati a questi cimiteri, ma non catacombe vere e proprie, come per esempio a Ravenna (cripte sotterranee) o a Ivrea (cripte e necropoli paleocristiane) o addirittura ad Aosta (spazi sotterranei paleocristiani). In tutta l’Italia, escludendo Roma, si stima che ce ne siano almeno 70-100. Alcuni sono complessi estesi e documentati, altri piccoli ipogei locali o riutilizzi di necropoli preesistenti pagane, etrusche o romane. Ma la maggior parte sono cristiane. Alcune sono visitabili, altre chiuse o accessibili solo in giornate speciali.

Nei siti  misti o sincretici possiamo trovare stratificazioni religiose. Anche se in alcuni casi non è facile distinguere tra uso pagano e cristiano, soprattutto nei secoli di transizione (II–IV sec. d.C.) dove si possono trovare simboli ambigui (es. pavoni, anfore, riti funerari romani), affreschi sincretici (es. scene pastorali, banchetti), nella maggior parte dei casi il contenuto iconografico e le iscrizioni aiutano a identificarne la religione prevalente. Poi ci sono le catacombe ebraiche, fra le quali forse le piú famose sono quelle di Venosa, in Basilicata, scoperte nel 1853.

Oltre a quelli di Roma e del suo suburbio, i più notevoli cimiteri cristiani d’Italia sono quelli di Napoli e di Siracusa. Questi differiscono da quelli di Roma per essere stati in origine cave di pietra; la durezza della roccia ha talora permesso che assumessero dimensioni più vaste e comode in confronto di quelle necessariamente anguste dei cimiteri di Roma. Tuttavia il modo di seppellimento è identico, e i loculi e gli arcosolî di poco differiscono dalle forme usuali. Ma in Italia ce ne sono molti altri, importanti e degni di essere visitati. Citeremo qui di seguito alcuni fra i piú famosi, cercando di diversificare per regione.

Catacombe di San Gennaro – Napoli (Campania)

– La piú antica immagine di San Gennaro. V secolo – Catacombe di San Gennaro, Napoli

Site sulla collina di Capodimonte sono il piú importante monumento del cristianesimo a Napoli e risalgono al II-III secolo. Sono tra le piú grandi del sud d’Italia e sono estese su due livelli, con circa 5.600 metri quadrati scavati nel tufo, 2.000 loculi e 500 arcosoli. Quanto a iconografia e dimensioni sono paragonabili alle catacombe romane. Costituiscono il nucleo di questo vasto cimitero una tomba di un’antica famiglia in cui, dopo successive modifiche, nel V sec. d.C. furono traslate le spoglie di San Gennaro e una cripta del II secolo dove fu sepolto il vescovo di Neapolis, Agrippino. Sono ricche di affeschi e di sepolture episcopali. Notevole è un vasto triclinium le cui pitture pagane furono coperte con soggetti cristiani. Le gallerie del piano superiore hanno pitture di vario soggetto, notevoli fra le altre le visioni del Pastore di Erma, Tre fanciulli che costruiscono una torre, ecc. con raffigurazioni pagane e dipinti bizantini, e custodiscono le prime pitture cristiane del sud Italia. Durante la Seconda Guerra Mondiale vennero utilizzate come rifugio antiaereo per la popolazione. Sono visitabili con percorso guidato.  

Catacombe di San Giovanni – Siracusa (Sicilia)

– Basilica e catacombe di San Giovanni (esterno). Siracusa

Sono le più importanti catacombe cristiane della Sicilia e si trovano nel sottosuolo dell’antica Achradina, presso la Latomia dei Cappuccini, annessa alla chiesa di S. Giovanni, la cattedrale medievale siracusana. Risalgono al  III–IV secolo e dispongono di una ampia rete ipogea, con pianta a croce latina, formando una vera città sotterranea con grandi e piccoli ambulacri scavati nella roccia calcarea. Nelle intersezioni delle gallerie si notano grandi stanze con volta a botte, illuminate da ampî lucernari. La pianta è quasi perfetta, con un ampio decumano (galleria principale) dal quale si dipartono lateralmente gallerie, a loro volta intersecate da altre gallerie parallele al decumano. Questo fu ricavato da un antico acquedotto greco, le cui tracce sono visibili sulla volta. Inoltre dalla galleria si può accedere alle cinque tombe dei santi o dei martiri, zone più grandi, di forma circolare o quadrata, chiamate di Eusebio, di Adelfia, di Antiochia, delle Sette Vergini e Anonima. Le pareti delle gallerie, nelle quali si aprono le tombe arcuate, sono in più punti rivestite di stucco e adorne d’affreschi con i consueti simboli cristiani. Queste catacombe contengono la cripta di San Marciano, primo vescovo di Siracusa e, secondo la tradizione, avrebbe ospitato l’apostolo Paolo. Sono visitabili con percorso guidato.  

Catacombe di Santa Mustiola – Chiusi (Siena, Toscana)

– Catacombe di Santa Mustiola, Chiusi

Di un notevole valore storico e archeologico, sono le piú importanti, meglio conservate ed estese delle tre catacombe presenti nella Toscana. Risalgono al III secolo e furono scoperte accidentalmente del XVII secolo. Chiusi era un importante centro etrusco e nella zona oggi occupata dalle catacombe esistevano vari ipogei funerari scavati nel tufo, tipici estruschi. In età romana alcuni ambienti furono riadattati o ampliati. Poi, in epoca paleocristiana (III-V secolo), questi ipogei vennero, con nuove gallerie scavate, trasformati in catacombe cristiane. Anche se l’impianto visibile oggi è in gran parte frutto dell’epoca cristiana, in più punti si riconoscono riusi di spazi etruschi o romani preesistenti. Sono dedicate alla martire Mustiola, patrona di Chiusi, e probabilmente vi fu sepolta in origine. Si trovano a pochi kilometri da Chiusi, nel luogo dove sorgeva una basilica anch’essa dedicata alla martire. Si compongono di una serie di gallerie che si dipartono dall’ingresso. Due arterie principali presentano alle pareti una serie di simboli e incisioni: le tombe che vi si trovano sono in prevalenza loculi ed arcosoli tra cui un raro arcosolio polisomo destinato a più sepolture. L’intera area funeraria si sviluppa per oltre 200 metri. Il primo vescovo di Chiusi, Lucio Petronio Destro, fu sepolto nella cripta centrale dov’è presente un altare e numerose ed importanti iscrizioni. Con la definitiva distruzione della basilica nel XIX secolo, le spoglie della martire furono trasferite nella concattedrale di San Secondiano. Questo complesso catacombale fu utilizzato come luogo di sepoltura per circa centocinquant’anni, dal III secolo fino agli inizi del V secolo. Sono visitabili con prenotazione obbligatoria.

Catacombe di Santa Sofia – Canosa di Puglia (Barletta- Andria-Trani, Puglia)

– Cristogramma. Catacombe di Santa Sofia, Canosa di Puglia

Il complesso delle catacombe di Santa Sofia, anche conosciuto come il complesso di Lamapopoli, risale al III-V secolo ed è di grande interesse archeologico ricco di testimonianze artistiche, rituali e comunitarie. Si trova subito fuori Canosa di Puglia, lungo la strada statale verso Barletta. Queste catacombe rappresentano le uniche testimonianze di catacombe paleocristiane in Puglia, e sono tra le poche esistenti nell’Italia meridionale, oltre quelle di Napoli e Siracusa. Furono scoperte negli anni ’50 e si trovano su terrazzamenti di un costone roccioso sopra il torrente Lamapopoli. Il grande insediamento cimiteriale comprende ipogei autonomi, familiari e collettivi (almeno 15 identificati finora), scavati a diverse quote e ingressi, senza collegamenti interni. Sono differenziati per estensione, caratteristiche planimetriche e modalità di occupazione funeraria. È stato possibile finora approfondire l’indagine in cinque nuclei, mentre gli altri rimangono solo parzialmente visibili e percorribili. Vi si trovano decorazioni policrome e iscrizioni funerarie, alcune appena tracciate su intonaco fresco, tra cui monogrammi cristologici (come il Chi-Rho). L’area è collegata anche a una necropoli subdiale (sepolcri sopra terra) di età romana, attiva fino a età tardoantica. Diverse campagne di scavo sono state realizzate fra il 2016 ed il 2022 per la messa in sicurezza, restauro e futura apertura al pubblico. Attualmente non sono visitabili.

Catacombe di Sant’Antioco –  Sant’Antioco (Cagliari, Sardegna)

– Tomba di Sant’Antioco. Catacombe di Sant’Antioco, Cagliari

Utilizzate fra il II ed il VI secolo, dedicate al martire Antioco e si trovano nella piccola isola di Sant’Antioco, sudest della Sardegna. Sono il risultado del riutilizzo di preesistenti ipogei punici (IV-VI sec. a.C.) collegati fra di loro per creare un cimitero comunitario cristiano. Si accede alle catacombe dalla Chiesa. Si compongono di vari ambienti o camere. Il primo presenta un’abside e una volta appoggiata su sei colonne, con un sarcofago nel centro, attualmente trasformato in altare, che risulterebbe essere la tomba di sant’Antioco, attualmente vuota poiché nel 1615 il corpo del martire fu rimosso su indicazione dell’arcivescovo di Cagliari Francisco de Esquivel e attualmente si trovano in parte nella basilica sovrastante, e in parte a Cagliari ed altri luoghi. La tomba originale fu quindi distrutta in quell’occasione e fu poi ricostruita secondo le dimensioni della precedente. Un secondo ambiente, retrosanctos, si apre dietro il primo, ed era il luogo dove venivano sepolti i personoggi più eminenti della comunità cristiana che desideravano essere sepolti vicino al martire. Altri ambienti comprendono tombe altomedievali, arcosoli decorati con iscrizioni cristiane, affreschi e una rara tomba a baldacchino, databile tra il V e il VI sec. d.C., tradizionalmente indicata come il luogo in cui Sant’Antioco morì prima che fosse arrestato dai soldati romani. Un’antica tradizione ritiene che fosse un medico originario della Mauritania, esiliato in Sardegna dall’Imperatore Adriano per la sua attività di evangelizzazione che nonostante ciò continuò nel suo esilio. Il cristianesimo in Sardegna si diffuse precocemente, anche grazie ai damnati ad metalla, individui che vennero condannati ai lavori forzati nelle miniere dell’isola e anche nella zona del Sulcis-Iglesiente, fin dal II secolo d.C.  Nei secoli, intere generazioni hanno tramandato la devozione verso il Santo, rendendo questi luoghi il fulcro della cristianità in Sardegna. Oltre ai vari ambienti cristiani, nelle catacombe di Sant’Antioco esiste anche una parte pagana, dove sono presenti tombe intatte non utilizzate dai cristiani, con nicchie in cui erano posti anche gli effetti personali del defunto. I corpi erano solitamente seppelliti in una cassa di legno, avvolti da un lenzuolo. Le catacombe sono aperte al pubblico e sono l’unico complesso di questo tipo ancora visitabile in tutta la Sardegna.

Catacombe di Santa Vittoria – Monteleone Sabino (Rieti, Lazio)

– Affresco che rappresenta Santa Vittoria. Museo del Santuario di Santa Vittoria. Monteleone Sabino, Rieti.

Sono la parte storicamente ed archeologicamente più rilevante del santuario di Santa Vittoria, la chiesa patronale di Monteleone Sabino, e allo stesso tempo le più catacombe significative della Sabina. L’accesso è nella navata centrale della chiesa, attraverso una stretta porta. Sono databili tra il III e il V secolo. Questo ipogeo rurale, legato al culto della martire Sabina, è un esempio di cristianizzazione delle aree interne del Lazio. I numerosi loculi, arcosoli e cubiculi sono situati nelle diverse gallerie ricavate nel banco tufaceo e l’estensione complessiva dell’area è di circa 40 metri. L’architettura funeraria è particolare, essendo caratterizzata da ampie nicchie in mattoni e una serie di tombe costruite una sull’altra su vari piani paralleli. In alcuni ambienti si conservano ancora affreschi paleocristiani e iscrizioni latine. Secondo la tradizione Santa Vittoria, la patrona del paese, fu vittima delle persecuzioni di Decio (253 d.C.) e fu sepolta in questo luogo. Nella prima saletta all’interno si conserva un sarcofago marmoreo bianco, nel quale la tradizione vuole fossero deposte i resti della santa. Secondo una leggenda del V secolo (e quindi molto posteriore al martirio) Vittoria, col solo sostegno della sua fede, liberò la zona di Trebula Mutuesca1 da un drago che terrorizzava la popolazione, e a seguito di questo prodigio gli abitanti della città divennero cristiani. La notizia indusse un funzionario imperiale a tentare di convertire la giovane al culto di Diana e, di fronte al suo rifiuto, la condannò a morte. Le catacombe sono aperte al pubblico e visitabili solo con guida autorizzata e prenotazione.

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  1. – Nome dell’antica città romana situata sul territorio occupato oggi da Monteleone Sabino

Leggi anche: Le catacombe: Origine, sviluppo e declino, Le catacombe; Morfologia, Le catacombe: iconografia ed epigrafia; Le catacombe: il culto dei martiri; Le catacombe: Le catacombe di Roma; Le catacombe nel mondo

Prossimo articolo: Le catacombe del mondo

La columna de Simeón Estilita

27 sabato Set 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Curiosità, Storia

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Concilio de Calcedonia, Deir Sim’an, Estilitas, eulogias, Monofisismo, Qal'at Sim'an, reliquias, Simeón Estilita, Telanisso, Teodoreto de Ciro, Zenón

La colonna di Simeone Stilita. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

– Resto de la columna de Simeón Estilita. Complejo monumental de Qal’at Sim’an (Siria)

A unos 30 km de Alepo, Siria, en un lugar antiguamente llamado Telanisso y hoy conocido como Deir Sim’an (Monasterio de Simeón) o también Qal’at Sim’an (Fortaleza de Simeón), se encuentran las ruinas de un gran complejo monástico paleocristiano que en 2001 fue declarado Patrimonio de la Humanidad por la Unesco. Se trata de la iglesia de San Simeón Estilita el Viejo (para distinguirlo de San Simeón el Joven). En el centro del complejo se halla una gran piedra blanca de unos dos metros que en realidad es lo que queda de una gran columna, la columna sobre la cual vivió San Simeón los últimos 37 años de su vida. Por este motivo recibió el apelativo de Estilita (del griego stylos, columna) y dio inicio a un tipo particular de ascetismo denominado precisamente estilismo, llamándose estilitas a quienes lo practicaban.

Pero ¿quién era Simeón Estilita?

Gracias a los escritos de Teodoreto1, obispo de Ciro, compatriota y contemporáneo de Simeón, sabemos que Simeón nació en Cilicia hacia el año 390, en el seno de una familia de pastores. Ya de joven sintió el deseo de llevar una vida religiosa y entró en un convento, donde durante 10 años vivió en oración y mortificación, comiendo solo una vez por semana, lo cual sorprendía a los demás monjes. Cuando llegó al extremo de ceñirse un cilicio de hojas de palma que le llenó el cuerpo de llagas, negándose a recibir cuidados, fue animado a abandonar aquella comunidad para evitar que otros monjes lo imitaran.

Después, Simeón se instaló en una cabaña en la ladera de un monte, donde permaneció encerrado tres años, alimentándose solo de pan y agua que le dejaban en la puerta, pasando las Cuaresmas enteras sin comer. Posteriormente, se aisló en esa misma montaña, atado a una piedra para no alejarse más de 20 metros. Su fama crecía y la gente acudía a él para pedir consejo o curaciones. Era especialmente conocido por ayudar en problemas de esterilidad, que le comunicaban por escrito o mediante terceros, pues no permitía que se le acercaran mujeres, ni siquiera su madre. Poco a poco fue considerado santo, no solo por los milagros que se le atribuían, sino también por su resistencia sobrehumana a las inclemencias del tiempo y a todo tipo de fatiga. Oraba de pie, con los brazos abiertos en forma de cruz, y solía inclinarse desde la frente hasta los pies más de mil veces seguidas.

En cuanto a los milagros, además de curaciones, se decía que dominaba fenómenos naturales (sequías, tormentas…) o incluso resolvía problemas sociales. Como la multitud no cesaba de crecer, Simeón hizo construir una plataforma con barandilla sobre una columna de unos cuatro metros hallada en las cercanías, y allí se trasladó. Cuanto más aumentaba la gente, más alta se hacía la columna, hasta alcanzar unos 16 metros. Quienes querían hablar con él debían subir por una escalera. Era alimentado por quienes le llevaban agua o dátiles.

La fama de Simeón se difundió por todo el Imperio bizantino y fue visitado por muchos personajes ilustres, incluso el emperador Teodosio II y su esposa Aelia Eudocia. También el emperador León I tuvo muy en cuenta el contenido de una de sus cartas. Llegó incluso a mantener una suerte de correspondencia con Genoveva de París2, a través de peregrinos que lo visitaban y que llevaron su fama a muchas partes de Europa, donde su imagen y la de su sucesor, Simeón el Joven, aparecían hasta en pequeñas ampollas procedentes de Oriente, llamadas ‘eulogias’, que contenían aceite bendito o polvo de lugares santos.

Simeón murió en 459, a los 70 años aproximadamente. Sus restos fueron disputados entre Antioquía y Constantinopla; finalmente, la mayor parte quedó en Antioquía, aunque algunas reliquias llegaron a Constantinopla y otras circularon por el Mediterráneo.

Este modelo de ascetismo, nacido y desarrollado en Siria, se extendió al resto de la Iglesia cristiana oriental y sobrevivió incluso después del gran cisma entre Oriente y Occidente, y en Rusia permaneció hasta el siglo XV. Los estilitas solían levantar sus columnas cerca de poblados y caminos comerciales; predicaban, daban consejo a los viajeros y guiaban a la gente en la oración. Teodoreto los llamó “candelabros de la fe”.

– Complejo monástico de Qal’at Sim’an. La columna está en la parte central que une las cuatro basílicas y que estaba coronada por una cúpula octogonal
– Complejo monástico de Qal’at Sim’an. Al fondo se entrevé el ábside de una de las basíliicas
Complejo monástico de Qal’at Sim’an. Fachada principal de la basílica

Pero no era el único modelo: las manifestaciones ascéticas de esta zona tomaron diversas formas, fruto de una auténtica explosión monástica entre los siglos IV y VI, con miles de comunidades e innumerables iniciativas individuales, como la de Simeón, que no seguían regla común alguna. Existían también los dendritas (que vivían en la copa de los árboles), los que se encerraban en cuevas o torres, los que permanecían siempre de pie en el mismo lugar, los que se cubrían con cadenas, o quienes simplemente vivían de modo salvaje, rechazando la comida cocida, la carne, las ropas y hasta el aseo.

En aquella época, dentro del cristianismo primitivo existían diversas doctrinas sobre la naturaleza de Cristo que no coincidían con la postura oficial (la unión en Cristo de las dos naturalezas, humana y divina) y que por ello fueron consideradas herejías. Las principales eran el nestorianismo3, el arianismo4 y el monofisismo5. A este último pertenecían los cristianos de Siria.

Y aquí volvemos a la columna: como se decía, se encuentra en el centro de un gran complejo mandado construir por el emperador bizantino Zenón y terminado en el año 490, como intento de apaciguar los ánimos exaltados por la disputa sobre el monofisismo, avivada tras el Concilio de Calcedonia. Cuatro edificios dispuestos en forma de cruz, orientados a los cuatro puntos cardinales, se unían en el centro mediante una cúpula octogonal que cubría la columna. Eran cuatro basílicas, una de ellas con tres ábsides semicirculares al final de sus naves, que en parte todavía se conservan. Junto a la basílica se construyó un gran convento, conectado a la iglesia por un claustro. En torno al siglo X el santuario fue fortificado para defenderlo de los musulmanes, pero en 1164 la zona cayó en manos de los selyúcidas.

Desde la muerte de Simeón, la columna se convirtió en meta de peregrinaciones, y con la construcción de la iglesia, estas aumentaron, favorecidas además por el emperador Zenón, convirtiéndose el lugar en un gran centro de culto.

La declaración de este monumento como Patrimonio de la Humanidad no fue suficiente para protegerlo de la guerra que ha devastado Siria. En esta zona han combatido kurdos, turcos y aviones rusos.

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1.- Teodoreto de Ciro, Historia Religiosa, cap. XXVI, ca. 440. Otras fuentes: una vida del santo escrita en siríaco por los monjes del monasterio surgido cerca de la columna; la vida escrita en griego por el monje Antonio, que se autodefinía discípulo del santo, aunque su identidad no está clara; un breve capítulo de la Historia Eclesiástica de Evagrio Póntico de finales del siglo VI.

2.- Genoveva, posteriormente santa, Sainte Geneviève de Paris, patrona de esta ciudad.

3.- Toma su nombre del patriarca de Constantinopla Nestorio. Doctrina que defendía que las dos naturalezas de Cristo, divina y humana, son completamente independientes entre sí. También se la llama difisismo. Fue condenada por el Concilio de Éfeso (431).

4.- Toma su nombre del monje y teólogo alejandrino Arrio. El arrianismo era la doctrina que negaba la naturaleza divina de Cristo. Solo el Padre podía considerarse verdaderamente Dios. Fue condenada por el Concilio de Nicea del 325, en el que participó el emperador Constantino el Grande.

5.- Monofisismo. Doctrina según la cual Cristo posee únicamente la naturaleza divina. Fue creada y promovida por Cirilo, patriarca de Alejandría. Esta doctrina fue muy combatida por el Concilio de Calcedonia del 451 y condenada por el Segundo Concilio de Constantinopla del 553. El monofisismo existe todavía entre los cristianos coptos de Egipto y en la Iglesia Armenia.

Le catacombe (5): Le catacombe di Roma

11 giovedì Set 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Arte, Reliquie, Storia

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Catacombe cristiane, Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, Catacombe di Domitilla, Catacombe di Priscilla, Catacombe di San Callisto, Catacombe di San Sebastiano, Catacombe di Sant’Agnese, Catacombe di Vigna Randanini, Catacombe ebraiche, Ipogei degli Aureli, Ipogeo di Via Dino Compagni, Ipogeo di Via Livenza

– Tre giovani nella fornace. Cappella greca, II secolo – Catacombe di Priscilla

Nel sottosuolo di Roma esistono una sessantina di catacombe, delle quali la grandissima maggioranza cristiane. Nientedimeno che 150 – 170 km di gallerie distribuite su piú livelli, fino a 4 o 5 in alcuni casi. Il periodo di utilizzo fu dal II al V secolo.

Quelle di certa o probabile attribuzione alla comunità cristiana rappresentano circa il 90% del totale e sono poste sotto la custodia e l’autorità della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, in ottemperanza a quanto stabilito nel 1929 dai Patti Lateranensi tra lo Stato Italiano e la Santa Sede. Solo poche sono aperte al pubblico. Si svilupparono lungo le principali vie consolari, fuori le mura, secondo le consuetudini e le leggi che imponevano, per motivi igienici, di seppellire all’esterno delle aree abitate.

È importante tenere presente che le catacombe non presentano uniformità né nelle dimensioni né nella morfologia, poiché queste caratteristiche sono soprattutto condizionate dalle diverse fasi del loro sviluppo: le piú antiche hanno ben poco in comune con le ampie catacombe che, tra il IV e il V secolo, divennero i cimiteri ufficiali della Chiesa di Roma.

Le cinque più importanti aperte al pubblico sono quelle di Priscilla, di San Callisto, di San Sebastiano, di Domitilla e di Sant’Agnese. Molto interessanti sono anche quelle dei Santi Marcellino e Pietro, aperte i fine settimana o su prenotazione. Un buon numero sono visitabili su richiesta per motivi di studio, molte altre, invece, sono inaccessibili.

Qui di seguito daremo alcuni cenni sulle sei citate, con il link al sito ufficiale di ciascuna di esse per maggiori approfondimenti.

Catacombe di Priscilla

– Criptoportico – Catacombe di Priscilla

Le catacombe di Priscilla, sulla via Salaria, sono il piú antico dei cimiteri cristiani di Roma. Devono il nome a una ricca romana che offrí terreni alla comunità cristiana. Sono famose perché albergano, fra altre importanti pitture, la piú antica immagine della Vergina Maria un affesco della prima metà del III secolo che raffigura la Vergine con il bambino, con vicino un profeta (Balaam o forse Isaia) che indica una stella. Tre ipogei anteriori alla liberalizzazione del culto formano il nucleo primitivo di questo cimitero, fra i quali la Cappella Greca (con diversi ornamenti e varie scene bibliche) e il Criptoportico. Quest’ultimo è costituito da una serie di pilastri che sorreggono delle volte a crociera che appartennero ad una villa del I o II secolo. Molto interessante è anche il ‘cubiculo della Velatio’ con diverse scene bibliche. Nel corso del IV secolo la catacomba assume grandi dimensioni e diviene uno dei più importanti cimiteri della comunità cristiana.

Catacombe di San Callisto

– Pane e pesce eucaristico. Cripta di Lucina, III secolo – Catacombe di San Callisto

Si trovano sulla Vía Appia Antica e sono tra le piú grandi e le piú importanti di Roma, con circa 20 km di gallerie su diversi livelli. In esse trovarono sepoltura decine di martiri e sedici pontefici.  Prendono nome dal diacono Callisto che, all’inizio del III secolo, fu preposto da Papa Zefirino all’amministrazione del cimitero e così le Catacombe di San Callisto divennero il cimitero ufficiale della Chiesa di Roma. La Cripta dei Papi è il luogo più sacro ed importante di queste catacombe e la cripta di Santa Cecilia, patrona della musica, forse il piú emotivo, con la famosa statua1, di Stefano Maderno del 1599, della giovane romana martirizzata.

Catacombe di San Sebastiano

– Statua di San Sebastiano, 1671 – Giuseppe Giorgetti – Basilica si San Sebastiano fuori le mura

Questo luogo, che era un avvallamento per estrarre pozzolana, ha dato origine al nome di ‘catacombe’2, che prima si chiamavano cimiteri. Inoltre, queste catacombe sono legate alla memoria dei santi Pietro e Paolo3, ricordati soprattutto dai circa seicento graffiti, risalenti alla seconda metà del III secolo, con invocazioni ai due apostoli e con ripetute memorie di refrigeria svolti in loro onore. Il nome viene dalla basilica, eretta sul cimitero, e ricorda il martirio di San Sebastiano. Il sepolcro del santo venne posizionato al centro di una grande cripta e diventò presto oggetto di venerazione. Le sue spoglie, dopo vari spostamenti, sono in una cappella della basilica, sotto l’altare a lui intitolato, dove possiamo anche ammirare la statua del suo corpo giacente realizzata nel 1671 da Giuseppe Giorgetti, uno dei migliori alunni di Bernini.

 Catacombe di Domitilla  

– Amore e Psyche. Ipogeo dei Flavi, III secolo, catacombe di Santa Domitilla

Si trovano nei pressi della via Ardeatina e prendono il nome da Flavia Domitilla, nipote dell’imperatore Domiziano, fine I secolo d.C., che cedette il terreno. È la più vasta di Roma insieme a quella di San Callisto. Nella sua fase iniziale accolse non solo sepolture cristiane, come lo dimostrano alcuni ipogei pagani, come l’ipogeo dei Flavi con il cubicolo di Amore e Psyche, del III secolo, con dipinti relativi a questo mito. I martiri associati a questa catacomba sono i soldati Nereo e Achilleo, ricordati nella basilica omonima4 e le cui reliquie si trovano nell’altare maggiore. Nella basilica, che forma un unico complesso con le catacombe, possiamo ammirare magnifici affreschi e mosaici.

Catacombe di Sant’Agnese   

– La magnifica chiesa paleocristiana di Sant’Agnese fuori le mura. Nel catino absidale il mosaico ricorda la martire e l’affresco al di sopra dell’arco una scena del suo martirio

Le catacombe di Sant’Agnese (nelle quali fu sepolta la martire omonima), risalgono agli inizi del III secolo. Si trovano sulla via Nomentana, zona che già dai secoli primo e secondo era ricca di sepolture. Inseme alla basilica del VII secolo semi-ipogea intitolata alla martire, al mausoleo di Santa Costanza (figlia di Costantino il grande), e i resti di una grande basilica cruciforme di epoca costantiniana (secolo IV) costituiscono un eccezionale complesso archeologico-artistico, chiamato Sant’Agnese fuori le Mura. Le reliquie della giovanissima martire si trovano in una cripta in corrispondenza con l’altare maggiore della basilica, nel cui catino absidale possiamo ammirare un magnifico mosaico dedicato alla martire. Queste catacombe sono piú raccolte, ma molto suggestive, e inoltre poco turistiche.

Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro 

– Daniele nella fossa dei leoni – III-IV sec. – Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro

Le Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro sulla Casilina, note anche come Catacombe di Sant’Elena o Catacombe di San Tiburzio, si svilupparono tra il II e il III secolo d.C. L’ingresso si trova presso la chiesa dei Santi Marcellino e Pietro ad Duas Lauros che, insieme al mausoleo di Sant’Elena5, ad una basilica imperiale oggi sepolta, e ai resti di un antico sepolcreto appartenuto agli Equites Singulares (la guardia del corpo personale dell’imperatore), formavano un complesso chiamato “Ad duas lauros” (“ai due allori”), forse a causa della presenza di due alberi di alloro nei pressi del sito. Oggi questo complesso monumentale, di straordinario valore, è composto dalle catacombe, dal mausoleo di San’Elena e dalla chiesa. I Ss. Marcellino e Pietro, l’uno presbitero e l’altro esorcista, furono martirizzati all’epoca delle persecuzioni di Diocleziano e poi sepolti in queste catacombe presso il martire Tiburzio, figlio di Cromazio prefetto di Roma. I corpi dei due santi rimasero nella cripta sotterranea fino all’anno 826, quando furono rimossi e trasportati in Germania, dove ancora si venerano.

Catacombe ebraiche e ipogei semipagani

– Lapide sepolcrale – Catacombe di Vigna Randanini

Le catacombe ebraiche a Roma rappresentano una testimonianza straordinaria della comunità ebraica nella città eterna.  Rispetto ad altre catacombe della città queste sono state scoperte relativamente di recente. Questi cimiteri hanno in generale la stessa forma di quelli cristiani. Si distinguono tuttavia per i simboli giudaici tracciati sulle lastre tombali (candelabro a sette braccia, corno dell’unzione, ecc.). Inoltre nella maggioranza dei casi i loculi, ossia le tombe, sono disposti in modo perpendicolare alla galleria. Le iscrizioni sono in greco e in latino; rarissime quelle in ebraico. Il periodo di utilizzo fu fra il II ed il IV secolo.

Fra queste, forse la piú importante è quella di Vigna Randanini6, nella zona dell’Appia Antica, scoperte verso la fine del XIX secolo. Sempre nella stessa zona, ci sono quelle di Vigna Cimarra. Altre catacombe si trovano nella zona della Via Casilina, nella Vigna Apolloni, e altre ancora sono quelle di Monteverde, vastissime, e poi quelle di villa Torlonia, in Via Nomentana, le ultime ad essere state scoperte (1919).

Vi sono anche importanti ed interessanti ipogei, generalmente privati, perché furono di proprietà di una o piú famiglie, con pitture che in alcuni casi sono ispirate all’ecletticismo delle varie sette gnostiche, alcune di queste molto potenti nella Roma del III secolo. Fra questi citiamo l’ipogeo degli Aureli, in Viale Manzoni. Poi quello di piú recente scoperta (1956) l’Ipogeo di via Dino Compagni, conosciuto anche come ‘Catacombe di Via Latina’, un complesso funerario sotterraneo di età tardo-antica, con decorazioni miste cristiane e pagane, con piú di 100 affreschi, chiamato anche la Sistina del sottosulo romano. Per ultimo, citeremo l’Ipogeo di Via Livenza, con interessantissimi affreschi con simbologie che rivelano sincretismo tra elementi cristiani e pagani.  

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1.- Si tratta di una copia. L’originale è nella basilica omonima a Trastevere così come le spoglie della martire, inizialmente sepolta nelle catacombe.

2.- La teoría piú accettata è che il termine derivi dal greco ‘katà’, sotto, presso, e ‘kymbe’ avvallamento, cavità, quindi ‘presso l’avvallamento’.

3.-  I corpi di San Pietro e San Paolo furono trasferiti dalle loro rispettive sepolture e nascosti temporaneamente in questo cimitero nel 258 sotto la persecuzione di Valeriano. Per ulteriori approfondimenti invito alla lettura dei segunti articoli: Le reliquie di San Pietro e Le reliquie di San Paolo

4.- Questa chiesa, intitolata ai martiri Nereo e Achilleo è anche detta ’in fasciola’, ossia, ‘benda’ in latino. Ricorda quando San Pietro scappò dal carcere Mamertino per uscire dalla città. La grossa catena che gli era stata messa intorno alla caviglia aveva lasciato una ferita sulla quale aveva posto una benda. Quando arrivò nei pressi della zona che ora occuapano le Terme di Caracalla, che allora ancora non esistevano, la benda si sciolse e cadde. Sarebbe stata raccolta da una matrona romana che l’avrebbe conservata a casa sua. Questa casa cominciò subito a chiamarsi Titulus fasciole e, nel IV secolo, sullo quello stesso luogo venne costruita l’attuale chiesa intitolata ai martiri Nereo e Achilleo, detta appunto ‘in fasciola’, dove è ancora conservata questa reliquia.

5.- L’imperatrice Elena, Sant’Elena, fu la madre dell’imperatore Costantino, e si convertì al cristianesimo. Invito alla lettura dell’articolo “Sant’Elena: le peripezie delle spoglie di un’imperatrice” e anche “’Storia della Vera Croce’ di Antoniazzo Romano”. Quest’ultimo narra come Elena scoprì la Vera Croce.

6.- Le catacombe di Vigna Randanini solo visitabili su richiesta. Le altre sono inaccessibili o visitabili son con un permesso speciale.

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Leggi anche: Le catacombe; origine, sviluppo e declivo; Le catacombe: morfologia; Le catacombe: iconografia ed epigrafia; Le catacombe: il culto dei martiri; Le catacombe d’Italia; Le catacombe nel mondo

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El culto de Carlomagno en Girona

26 martedì Ago 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Curiosità

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Arnau de Montrodón, Carlomagno, Catedral de Girona, Girona, Jaume Cascalls, Silla de Carlomagno

Il culto di Carlo Magno a Girona. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

–  Clave de bóveda de la catedral de Girona con la efigie d Carlomagno

En el siglo XIV, en el norte y centro de Europa, núcleo de los territorios del Sacro Imperio Romano Germánico, comenzó a cristalizarse una especie de culto a Carlomagno, oficializado a partir de 1330, cuando se definieron las prácticas litúrgicas necesarias para la celebración de dicho culto. Este hecho no pasó desapercibido para el obispo de Girona (Cataluña, España), Arnau de Montrodon (1333-1348), quien también tuvo la oportunidad de realizar varios viajes por Europa, incluso antes de ser nombrado obispo, cuando era un simple canónigo de la catedral. Pero para llevar este culto a Girona era necesario encontrar un vínculo entre Carlomagno y la ciudad. Así, en el año 1345, se elaboró el documento Officium infesto Sancti Carli Magni imperatoris et confessionis, basado en material extraído de leyendas locales que hablaban del papel del emperador en la construcción de varios templos en la provincia y de la ocurrencia de eventos extraordinarios cuando el emperador entró en la ciudad tras haber expulsado a los musulmanes. Este documento era indispensable, para nuestro obispo, para llevar a cabo su propósito.

– Catedral de Girona

Y así, el 29 de enero de 1345 instituyó una fiesta en honor a San Carlomagno, con celebración litúrgica, lectura de un sermón y solemne procesión. Se introdujo así un culto, basado en el hecho —claramente una leyenda— de que el emperador había fundado la catedral de la ciudad tras haber expulsado a los sarracenos en el siglo VIII, además de haber sido un paladín y defensor de la ortodoxia cristiana. Carlomagno fue canonizado por el antipapa Pascual III en 11651, aunque esta canonización nunca fue reconocida por la Iglesia oficial. El obispo Arnau, además, estableció un vínculo entre el culto y la veneración del emperador con las reliquias de la Pasión presentes en la catedral: una Espina de la Corona y un fragmento de la Vera Cruz. La fiesta en su honor, que se celebraba cada 29 de enero, fue oficialmente suprimida en 1483 por decreto papal. Pero en la catedral, de una manera u otra, se continuó celebrando la memoria del emperador mediante la lectura del sermón en recuerdo de sus gestas. Cuando incluso este acto fue prohibido (en 1884), en 1916 se le hizo representar en una de las nuevas vidrieras junto a otros santos.

A comienzos del siglo VIII, la península ibérica fue invadida por los musulmanes y los principales lugares de culto fueron transformados en mezquitas. En ese mismo siglo, los francos comenzaron la conquista de los territorios situados en la franja inmediatamente al sur de los Pirineos, incorporándolos al reino franco. Girona, en particular, fue conquistada por los francos en el año 785. Pero si, según la leyenda, fue el propio Carlomagno quien conquistó estos territorios arrebatándolos a los sarracenos, en realidad él nunca participó personalmente en esa conquista, ni mucho menos puso un pie en esa ciudad.

Sin embargo, Girona es una ciudad que durante siglos ha estado vinculada al emperador desde que se instituyó la fiesta anual en su honor, como se mencionó anteriormente. Y los testimonios que hablan del paso y breve estancia del emperador en esta ciudad siguen muy vivos en la memoria colectiva y presentes en varias obras de arte dentro de la catedral.

– Torre de Carlomagno. Catedral de Girona

El templo primitivo, que los musulmanes transformaron en mezquita, fue nuevamente destinado al culto cristiano. La catedral, iniciada en el siglo XI en estilo románico, es actualmente el resultado de diversas intervenciones, por lo que en ella se encuentran presentes varios estilos arquitectónicos. El campanario románico del siglo XI es también conocido como la Torre de Carlomagno. Cuenta la leyenda que, en un frío día de invierno, el emperador decidió subir a la torre para contemplar el paisaje nevado. Pero al asomarse, Joyeuse (la Joyosa), su famosa espada, cayó desde la torre y se clavó en la tierra en el centro del claustro. La espada no pudo ser recuperada porque empezó a hundirse hacia el centro de la tierra… y aún sigue descendiendo, y cuando llegue al otro lado del globo, ¡la tierra se dividirá en dos provocando el fin del mundo!

– Silla de Carlomagno. Catedral de Girona

Otro vestigio importantísimo que pretende demostrar el paso de Carlomagno por la ciudad es la famosa “Silla de Carlomagno”. Es lo suficientemente ancha como para que puedan sentarse dos personas. Según la leyenda, era la silla o trono utilizado por el emperador en la catedral y posee poderes especiales. Si se sienta una pareja, ésta se casará en el plazo de un año. En cambio, si se sienta una sola persona, nunca se casará. Por ello, en esta silla se hacía sentar a los seminaristas antes de su ordenación, garantizando así que mantendrían el celibato. En realidad, se trata de una cátedra episcopal del siglo XI. Está situada detrás del altar mayor de la catedral, en un lugar elevado al que se accede subiendo por una de las dos rampas de escaleras que se encuentran a ambos lados del altar. Es de mármol y está decorada con varios bajorrelieves de motivos vegetales y con cuatro medallones que simbolizan a los cuatro evangelistas. En los laterales están esculpidos unos arcos sostenidos por columnas, y en la parte trasera del respaldo se puede ver un obispo y dos acólitos, añadidos posteriormente.

A Carlomagno también lo encontramos representado en una clave de bóveda de la catedral: un personaje barbudo, coronado y rodeado de flores de lis, símbolo de la monarquía francesa.

– Estatua de Carlomagno, obra de Jaume Cascalls, s. XIV. Museo-tesoro de la catedral de Girona

En el museo-tesoro de la catedral, el emperador está representado en una estatua de alabastro policromado, realizada por Jaume Cascalls en el siglo XIV y encargada por el obispo Arnau de Montrodon. La figura pisa animales grotescos que simbolizan el mal. Esta escultura, hasta finales del siglo XIX, se encontraba en una de las capillas del templo, la capilla de los Cuatro Santos Mártires, en un altar dedicado a San Carolus Magnus, donde permaneció hasta 1884 (fecha también de la suspensión de la lectura del sermón), cuando fue retirada por orden episcopal y trasladada al museo. Le falta la mano derecha, que probablemente sostenía una miniatura de la catedral.

La capilla de los Cuatro Santos Mártires fue construida con los propios fondos del obispo Arnau de Montrodon. Los cuatro santos mártires, patronos de la ciudad, fueron martirizados durante las persecuciones de Diocleciano y, según la tradición, sus reliquias fueron llevadas por Carlomagno desde la iglesia de Santa María hasta la catedral. Sin embargo, la capilla que hoy les está dedicada fue construida por iniciativa del obispo Arnau y financiada por él mismo. Este la dedicó a San Carlomagno, consagrándole un altar y una estatua. Así logró hacer que el culto a los patronos de la ciudad conviviera con el del emperador. También el relicario donde se conservan las reliquias de estos mártires es de la misma época. En esta capilla se encuentra también el sepulcro del obispo y de su sobrino Bertran, quien también fue obispo.

-Teca que contiene las reliquias de los Cuatro Mártires de Girona. Capilla de los Santos Cuatro Mártires. Catedral de Girona

¿Pero por qué tanto interés por parte de este obispo en instaurar y promover este culto? Porque era la plataforma ideal para construir un programa de exaltación ideológica y simbólica de esta sede episcopal. Una especie de herramienta propagandística para consolidar su prestigio frente a otros centros religiosos. Especialmente frente al intento de la vecina Ampurias de erigirse en sede episcopal, lo que habría supuesto una disminución del prestigio y poder de la sede de Girona. Esto fue algo que nuestro obispo logró evitar, precisamente porque supo demostrar un vínculo especial con una figura que en ese tiempo no solo había sido canonizada, sino que además había demostrado ser un protector especial de la ciudad, liberándola del yugo musulmán y fundando su catedral, además de haber traído a la ciudad importantísimas reliquias cristológicas. Y cuanto más importante es la sede, tanto más grande e importante es la imagen proyectada de quien la impulsó. También la capilla de los Cuatro Mártires fue construida para mayor gloria suya.

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1.- El antipapa Pascual III fue obligado por Federico Barbarroja, pero esta canonización nunca fue ratificada por la Iglesia Oficial. Lee también el artículo: Carlomagno: ¿un santo?

Le catacombe (4): Il culto dei martiri

10 domenica Ago 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Arte, Pellegrinaggi, Storia

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catacombe, Cripta dei papi, culto dei martiri, martiri, Papa Damaso, Pasquale I, Santa Cecilia, Stefano Maderno

– Jules Eugene Lenepveu – I martiri nelle catacombe 1855 – Museo del Louvre

Inizialmente le catacombe furono utilizzate come cimiteri. Poi, a partire dalla liberalizzazione del culto, dopo l’Editto di Costantino dell’anno 313, e soprattutto a partire dalla metà del V secolo, diventarono fondamentalmente luoghi di culto e santuari dove pregare sulle tombe dei martiri.

Ma da dove viene la parola martire? Viene dal latino martyr-y̆ris e a sua volta dal greco μάρτυς-υρος, che significa “testimone”, colui che aveva reso testimonianza della vita e resurrezione di Cristo fino al sacrificio della vita.

Il culto dei martiri nell’epoca paleocristiana rappresentò un elemento centrale nello sviluppo della spiritualità, della liturgia e dell’identità collettiva delle prime comunità cristiane, specialmente durante e dopo le persecuzioni dell’Impero romano.

– Banchetto liturgico fra cristiani. III secolo – Catacombe di San Callisto, Roma

A partire dal XVII secolo, quando furono riscoperti questi cimiteri sotterranei, l’archeologia cristiana, da Antonio Bosio in poi, non solo ricostruì la loro storia ma anche il loro significato, la simobología, l’iconografia, le tecniche costruttive, arrivando così a distinguere i vari tipi di tombe, la loro cronologia, gli spazi destinati alle differenti attività, etc. Ma una cosa era importantissima: era essenziale distinguere le tombe dei martiri, perché furono quelle che diedero un senso alle continuità delle catacombe, facendole diventare una sorta di santuario che attraeva migliaia di pellegrini.

Come riconoscere una sepoltura di un martire? Evidentemente era necessario qualche segno speciale, quando non era presente il titolo solenne di ‘Martyr’. Simboli come una palma, che contraddistingue un martire nell’iconografia cristiana, o la presenza di ampolle nel sepolcro1, non sempre sono segni inequivoci di trovarsi in presenza della tomba di un martire. All’epoca la palma poteva essere usata anche nei culti pagani o per i cristiani essere un segno della vittoria sul mondo delle passioni, e le ampolle con il sangue venivano piuttosto conservate in un luogo sicuro e considerate reliquie da venerare. Le ampolline trovate e ritenute per secoli erroneamente il sangue de martiri erano, generalmente, unguentari e balsamari che servivano per profumare e decorare  la tomba. Quanto al monogramma di Cristo, ☧, questo simbolo è stato raramente usato prima di Costantino, diventando comune dopo l’Editto di Milano del 313.

– Gesù Cristo affiancato da San PIetro e San Paolo. In basso, alcuni martiri, fra cui Marcellino e Pietro, che affiancano l’agnello, simbolo del sacrificio. IV secolo – Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, Roma

Indizi molto più sicuri sono invece la loro disposizione all’interno delle catacombe, fatta ad hoc per facilitare il culto. Oltre alla presenza di resti, sono le tracce di oratori, di basiliche, di lucernari, o di scale di accesso in vicinaza delle cripte, cha favorivano l’accesso ai pellegrini a ai devoti. Quindi i numerosissimi graffiti lasciati da questi, con informazioni preziose o le pitture che decorano gli arcosoli e le cappelle. Quelle delle sepolture normali sono generalmente anteriori al V secolo, mentre quelle delle sepolture dei martiri continuarono ad essere decorate anche dopo. Un ulteriore aiuto a rintracciare queste tombe lo forniscono antichi documenti, come martirologi o gli itinerari dei pellegrini compilati nel VII secolo.

– Cripta dei papi – Catacombe di San Callisto, Roma

Una volta che la Chiesa divenne proprietaraia delle catacombe, Papa Damaso (fine IV secolo) fece fare un’accurata ricerca e identificazione di queste tombe che poi furono restaurate, abbellite e adornate con inscrizioni recanti splendidi panegirici. Si arricchirono di sculture, mausolei e preziosi affreschi. Le pitture, i mosaici, i rilievi dei sarcofagi, le arti minori rievocano sempre storie bibliche, altre presentano i volti dei primi santi e martiri. Si costruirono nuove scale per facilitare l’ingresso di un sempre maggiore afflusso di visitatori. A volte vennero anche erette delle vere e proprie basiliche sotterranee, sconvolgendo interi settori delle catacombe. Nel III secolo molti papi vennero sepolti nelle catacombe di San Callisto. La fama delle tombe dei papi2 e dei martiri si era estesa a tal punto (specie nell’Europa settentrionale) che le catacombe divennero meta di veri e propri pellegrinaggi di massa.

– Catacombe di San Gennaro, Napoli – Livello inferiore

Inoltre, i cristiani facevano il possibile per collocare le tombe dei loro morti il più vicino possibile a quelle dei martiri. Ma questi luoghi privilegiati erano molto difficili da ottenersi, così spesso si scavarono piccole cappelle vicino o dietro queste tombe. E così poco a poco si crearono reti densissime, spesso con più piani di gallerie sovrapposte, che accerchiavano le tombe dei martiri.

Una volta liberalizzato il culto si poterono stabilire più liberamente cimiteri a cielo aperto. Nonostante ciò si continuarono a scavare gallerie sotterranee fino al principio del secolo V, per rispondere alla volontà dei sempre più numerosi credenti, compresi quelli della classe dirigente, di essere sepolti vicino ai martiri, soprattutto quelli piú famosi. Questo segnò una svolta importante nello sviluppo delle catacombe, perché fu quando vennero realizzate le sepolture più ricche e piú spettacolari. Si tratta in particolare dei cubicula, riccamente adornati.  

– Cripta di Veneranda. Veneranda è accompagnata dalla martire Petronilla. Catacombe di Santa Domitilla, Roma, IV secolo

Fra i martiri più famosi ricorderemo Santa Cecilia, di nobile famiglia romana martirizzata nel III secolo e patrona della musica.3 Fu sepolta nelle catacombe di San Callisto di Roma, dove fu venerata per almeno cinque secoli nella cripta che reca il suo nome. Nell’821 i suoi resti furono traslati alla basilica a lei dedicata in Trastevere, nella quale, davanti all’altare maggiore, possiamo ammirare una splendida scultura di Stefano Maderno, del 1599, una copia della quale è anche nelle catacombe di San Callisto, nella cripta dedicata alla santa.

– Santa Cecilia dopo il suo martirio. Dopo il fallito tentativo di ucciderla per asfissia, la martire è stata decapitata, come risulta dal segno sulla nuca. Stefano Maderno. 1599. Basicila di Santa Cecilia, Roma
– Basilica di Santa Cecilia, Roma. Statua di Santa Cecilia visibile davanti all’altare maggiore

A partire dal VII secolo cominciarono le traslazioni dei corpi dei martiri dalle catacombe, che generalmente si trovavano fuori le mura di Roma, a Chiese o cripte entro le mura. Queste traslazioni divennero sempre più frequenti nell’VIII e IX secolo, fino ad arrivare a una traslazione ‘di massa’: 2.300 corpi, ordinata dal papa Pasquale I, nell’827, per evitare la possibile profanazione di queste tombe da parte dei barbari che minacciavano di assaltare Roma, come già fece Astolfo, re dei Longobardi, con Pavia. Possiamo dire che da questo momento in poi le catacombe non furono piú luoghi di culto e poco a poco furono abbandonate.

Nonostante ciò, il culto dei martiri nell’epoca paleocristiana fu fondamentale per la formazione della teologia cristiana, delle pratiche liturgiche e dell’identità comunitaria, lasciando un’impronta duratura nella storia della Chiesa.

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1.- Il sangue dei martiri veniva raccolto dopo la loro morte

2.- Nelle catacombe di San Callisto (Roma) furono sepolti ben sedici papi, nel III secolo e  tutti nel chiamato Criptoportico di San Callisto, noto anche come Cripta dei Papi, situato nella cosiddetta regione dei papi e di Santa Cecilia.

3.- Cecilia fu condannata a morire asfissiata nel bagno di casa sua dovendo respirare i vapori e le emanazioni dello stesso ad alta temperatura. Però il tentativo fallisce e Cecilia rimane illesa. Quindi il prefetto decide di farla decapitare. Diventò la santa protettrice della musica per un errore di traduzione, o di trascrizione, di un brano contenuto negli Atti di Santa Cecilia: ‘Venit dies in quo thalamus collacatus est, et, canentibus [cantantibus] organis, illa [Cecilia virgo] in corde suo soli Domino decantabat [dicens]: Fiat Domine cor meum et corpus meus inmaculatum ut non confundar’. La traduzione sarebbe: ‘Venne il giorno in cui si celebrò il matrimonio e, mentre suonavano gli strumenti musicali, lei (la vergine Cecilia) nel suo cuore cantava al suo unico Signore (dicendo): Signore, il mio cuore ed il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa’. ‘Organis’, che significa ‘strumenti musicali’ fu tradotto come ‘organo’, quindi diventò: ‘Cecilia cantava acompagnata da un organo’. Vediamo dal secolo XV in poi varie rappresentazioni di Cecilia con un piccolo organo portatile o altri strumenti. Però le confusioni non sono finite: in un errore di trascrizione la parola ‘canentibus’ (sinonimo di cantantibus) era originariamente ‘candentibus’, ossia bollenti. Non dimentichiamo quale fu il primo tentativo di martirio inferto alla santa, quindi i ‘candentibus organis’ sono gli strumenti di tortura, i tubi bollenti: ‘Cecilia, fra gli strumenti di tortura cantava al signore…’ dovendo intendersi come ‘thalamus’ non il banchetto di nozze, ma il momento del martirio. (da N.de Matthaeis, Andar per Miracoli, Napoli 2013

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Leggi anche: Le catacombe: Origine, sviluppo e declino, Le catacombe: morfologia, Le catacombe: iconografia ed epigrafia; Le catacombe di Roma; Le catacombe d’Italia; Le catacombe nel mondo

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San Luis de los Franceses: ¡más allá del desmembramiento!

23 mercoledì Lug 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Reliquie, Storia

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Acropolium, Cardinal Lavigerie, Carlos de Anjou, Catedral de Monreale, Luis IX de Francia, Margarita de Provenza, Mos Teutonicus, Museo Nacional de Cartago, Octava Cruzada, Padres Blancos, reliquias, Saint Denis, Sainte Chapelle, San Luis de los Franceses, Séptima Cruzada

San Luigi dei Francesi: altro che smembramento!!  Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

Luis IX (1214-1270) fue un rey muy religioso, probablemente el más piadoso y devoto de todos los reyes de Francia. Es conocido, entre otras cosas, por haberse llevado a casa la Corona de Espinas y otras preciadas reliquias, y por haber mandado construir un templo digno para conservarlas: la Sainte-Chapelle, una obra sublime del arte gótico1.

Pero también fue protagonista de la Séptima y la Octava Cruzada. La Séptima Cruzada fue el resultado de una promesa que hizo el rey si sanaba de una grave enfermedad que sufrió en 1244, ya que justo ese año Jerusalén volvió a caer. Partió en 1248, llegando por mar a Egipto. Sin embargo, en 1250 fue hecho prisionero por los musulmanes, quienes lo retuvieron durante un mes, y fue liberado gracias a que su esposa, la reina Margarita de Provenza, pagó un alto rescate. Tuvo que regresar a casa sin haber logrado los objetivos esperados. No satisfecho, algunos años después lo intentó de nuevo: en 1269 partió para la Octava Cruzada. Esta vez decidió cambiar de estrategia: aconsejado también por su hermano Carlos de Anjou, en ese momento rey de Nápoles y Sicilia, desembarcarían en Túnez, donde reunirían las tropas y fondos necesarios para luego dirigirse a Egipto de manera más segura. Lo que no sabían era que en Túnez había una epidemia de disentería, y el mismo rey Luis IX fue contagiado, muriendo en pocos días. Fue en Cartago, el 25 de agosto de 1270.

– San Luis en su lecho de muerte. Les Chroniques de France ou de Saint-Denis, entre 1332 y 1350. Mahiet, Maître du Missel de Cambrai – Royal 16 G VI – f. 444v. British Library

Ahora el problema era cómo repatriar el cuerpo del rey, que por tradición debía ser sepultado en la iglesia de Saint-Denis en París, lugar destinado al descanso eterno de los reyes de Francia, como también era la voluntad de su hijo y sucesor, Felipe III el Atrevido. No era un problema menor, teniendo en cuenta que el viaje era larguísimo. Carlos de Anjou, por su parte, deseaba que fuera sepultado en la catedral de Monreale, en Sicilia (además muy cerca de Túnez), y así aumentaría su prestigio, al poder presumir de tener un santo más en su reino, que además era de su misma sangre. Y sí, todos desde hacía tiempo daban por hecho que Luis IX sería santificado.

 – Capilla dedicada a San Luis, erigida sobre la colina de Byrsa, Cartago, donde murió el rey. Fue demolida en 1950

Vista la diferencia de opiniones y las dificultades materiales para transportar el cuerpo tal cual, llegaron a un acuerdo de compromiso: para Francia, los huesos; para Monreale, las vísceras y la carne. En cuanto al corazón, hablaremos de él más adelante. Entonces tuvieron que recurrir al ‘Mos Teutonicus’, literalmente la “Costumbre Germánica”, que se utilizaba en Europa en la Edad Media justamente para transportar higiénicamente los cuerpos de personas de alto rango que morían lejos de su patria, mientras que los ingleses y franceses preferían la embalsamación. El proceso consistía en desmembrar el cuerpo, separar las vísceras y el corazón, y hervir los pedazos en agua y vino durante varias horas hasta que la carne se separara fácilmente de los huesos. Tanto la carne como los órganos internos podían ser enterrados de inmediato o conservados en sal, como la carne animal, si también se deseaba transportarlos2.

 – Ex catedral de Cartago, Túnez, ahora centro cultural, conocida con il nombre de Acropolium

Así que los huesos de nuestro devoto rey, bien limpios y relucientes, comenzaron el viaje hacia París, escoltados por una gran comitiva real. El 14 de noviembre de 1270 desembarcaron en Trapani para continuar el largo viaje que, atravesando el estrecho de Messina, debía recorrer toda Italia y parte de Francia. El cortejo fúnebre llegó a París el 21 de mayo de 1271. Los restos de Luis IX fueron expuestos en la catedral de Notre Dame y el 23 de mayo de 1271 se celebró el funeral en Saint-Denis.

 – Estatua del rey Luis IX. Museo Nacional de Cartago (Túnez)

Si ya antes de morir era ‘vox populi’ que el soberano sería canonizado, los milagros ocurridos durante el largo viaje de regreso a Francia no hicieron más que reforzar la idea generalizada de que realmente era un santo. De hecho, estos milagros comenzaron ya con la llegada de los restos a Sicilia —de los cuales la Santa Sede reconoció dos—, luego ocurrieron otros tres en el norte de Italia, y empezaron a multiplicarse en Saint-Denis. Pero a pesar de las fuertes presiones ejercidas tanto por la corona francesa como por diversas órdenes religiosas y el pueblo, la tan esperada canonización tardó 27 años, y fue anunciada solemnemente por Bonifacio VIII el 4 de agosto de 1297, y sancionada definitivamente el 25 de agosto, aniversario de su muerte. Un año después, el 25 de agosto de 1298, en Saint-Denis, en una ceremonia presidida por el rey Felipe IV (Felipe el Hermoso, hijo de Felipe III), los huesos del santo fueron depositados en un cofre relicario y colocados detrás del altar.

– Cenotafio del rey Luis IX. Museo Nacional de Cartago, Túnez

En la Edad Media, las reliquias eran consideradas grandes tesoros y muy a menudo se utilizaban como obsequios e incluso para sellar alianzas. Felipe el Hermoso envió muchas reliquias de su abuelo, grandes o pequeñas, a varias iglesias de Francia, sobre todo a la Sainte-Chapelle, donde en 1305 envió casi todo lo que quedaba de ellas, incluido el cráneo (importantísimo), a pesar de la oposición de los monjes de Saint-Denis, que no pudieron hacer nada frente a la imposición del papa, que avalaba la decisión del rey. Los monjes tuvieron que conformarse con los dientes y la mandíbula, y para dar un poco más de importancia a las reliquias que les quedaban, mandaron construir un hermoso relicario que fue inaugurado solemnemente en 1307. Con el paso de los años, muchas partes de los huesos fueron donadas en pequeños fragmentos, también por reyes posteriores, a diversos monarcas europeos —como por ejemplo a Carlos IV (gran coleccionista de reliquias3)— o a monasterios de diferentes congregaciones religiosas. Así continuó hasta la Revolución Francesa, y las pocas reliquias que quedaban fueron dispersadas o destruidas. Solo se salvaron las que se conservaban en Saint-Denis y, naturalmente, las de Monreale.

– Altar dedicado a Luis IX, donde fueron depositadas las vísceras del rey. Catedral de Monreale, transepto izquierdo

En cuanto al corazón, hubo quienes sostenían que había sido llevado a París junto con los huesos y luego a Notre Dame junto con el cráneo; otros, en cambio, creían que había permanecido en la catedral de Monreale junto con las vísceras, en el altar dedicado al santo, situado en el transepto izquierdo. Luego, en 1803, se encontró en la Sainte-Chapelle una caja de plomo que contenía otra caja, en forma de corazón, con un corazón humano envuelto en una tela de lino, que fue atribuido inmediatamente al santo. Sin embargo, el hallazgo no fue hecho público. Se mandó hacer otra caja de estaño y el corazón fue devuelto al lugar donde se había encontrado, ya que la situación política aún no era “favorable”. Algunas décadas después, en 1843, durante unos trabajos, la caja fue hallada de nuevo. Esta vez se realizaron investigaciones minuciosas, pero se demostró que el corazón encontrado no podía atribuirse al rey.

– Relicario que contenía las vísceras del rey Luis IX. Tesoro de la catedral de San Vicente de Paúl y Santa Oliva, Túnez. el relicario, alto 2,20 m., es de bronce dorado. Los dos ángeles sostienen una miniatura de la Sainte Chapelle, que custodiaba las reliquias del rey.

Las vísceras (y por tanto también el corazón), como se mencionó antes, fueron llevadas a Monreale por Carlos de Anjou y permanecieron allí hasta 1860, cuando Garibaldi y sus Mil desembarcaron en Sicilia y expulsaron al último rey Borbón, Francisco II de las Dos Sicilias. Este se llevó consigo las preciosas vísceras durante su exilio por Europa: Roma, Múnich, Bélgica, Francia, Austria… Murió en el Tirol austriaco en 1894. Sin embargo, dejó las reliquias al cardenal Lavigerie, fundador de los Padres Blancos, con el deseo de que fueran llevadas a su catedral de Cartago, de modo que regresaran al lugar desde donde el rey partió hacia su última morada. Las vísceras del rey, a las que el cardenal añadió una pequeña parte del cráneo, fueron colocadas en un magnífico relicario realizado por un orfebre de Lyon y llevadas de nuevo a Túnez por el mismo Lavigerie.

– Relicario que contiene las vísceras y un fragmento del craneo del rey Luia IX. Catedral de Versailles

Esta catedral, dedicada a San Luis y construida entre 1884 y 1890, desde 1964 ya no está destinada al culto y actualmente se utiliza como sala para conciertos y otras actividades culturales; también es conocida con el nombre de Acropolium. No lejos de la catedral ya existía una capilla dedicada al rey santo, construida en 1845 en la colina de Byrsa, en el lugar donde murió. La capilla fue edificada con el propósito de celebrar la memoria del rey cada 25 de agosto, fecha de su muerte, y también como lugar de oración para los marineros franceses. La capilla fue definitivamente cerrada en 1943 y demolida en 1950. Pero el recuerdo de este rey está siempre muy presente en Túnez. De hecho, en el jardín del Museo Nacional de Cartago, que se encuentra junto a la catedral, en el lugar que anteriormente ocupaba el seminario de los Padres Blancos, se puede ver el cenotafio de San Luis y también una estatua dedicada a él.

 – Catedral de Monreale. Altar de plata de Luigi Valadier (1771). San Luis IX es el primero de la izquierda, seguido por San Castrense, San Pablo, San Pedro, San Benito de Nursia y Santa Rosalía.

En 1964, las reliquias del rey fueron llevadas a la iglesia de Santa Juana de Arco de Túnez, donde permanecieron hasta 1985, año en el que el arzobispo de la ciudad las donó al obispo de Saint-Denis, quien las depositó en el oratorio episcopal. En 1999, las reliquias realizaron otro viaje: fueron llevadas a Saint Louis, Misuri, para ser expuestas a la veneración de los fieles estadounidenses. En 2011 fueron trasladadas a la catedral de Saint Louis de Versalles, parroquia originaria del rey, donde se encuentran actualmente.

El valioso relicario, que quedó vacío en Túnez desde 1996, está expuesto en el tesoro de la catedral de San Vicente de Paúl y Santa Oliva, la actual catedral católica de Túnez.

En la catedral de Monreale, el recuerdo del rey santo está siempre presente, no solo con el ya mencionado altar del transepto izquierdo a él dedicado y con una de las estatuas del altar mayor que representa a este rey, sino también porque cada 25 de agosto se celebran actos en sufragio de San Luis IX, Rey de Francia, en conmemoración de su muerte.

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1. Invito a la lectura del artículo “La corona de Espinas y la Sainte Chapelle”

2. El Mos teutonicus fue abolido por el papa Bonifacio VIII en 1300 mediante su bula De sepulturis

3. Invito a la lectura del artículo ‘Los soberanos coleccionistas de reliquias’

4. Según el sitio oficial de la Catedral de Monreale, las reliquias del rey (las vísceras y el corazón) se encontrarían en una caja-relicario dentro del altar de la capilla que le está dedicada.

Para saber más:

–  J. Le Goff, “Nous irons à Jérusalem!” Saint Louis sur son lit de mort à Tunis, 1270 , en : P. Gueniffey, Les derniers jours des rois, Perrin, Paris 2014

–   V. Lucherini, Smembrare il corpo del re e moltiplicare le reliquie del santo: il caso di Luigi IX di Francia, en: CONVIVIUM. – ISSN 2336-3452. – I:1(2014), pp. 88-101.

Le catacombe (3) – Iconografia ed epigrafia

10 giovedì Lug 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Arte, Storia

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catacombe, Chrismon, ichtus, lapicida, monogramma di Cristo, orante, simbologia cristiana

– La Madonna con il bambino affiancata da un profeta (Balaam o Isaia), la prima immagine di Maria esistente. II-III secolo. Catacombe di Priscilla, Roma

L’arte paleocristiana (I-V secolo) cominciò a formarsi precisamente con le catacombe, essendo quindi la più antica forma d’arte legata alla storia del crsitianesimo. L’iconografia nelle catacombe cristiane inizialmente (I-II secolo) è molto semplice, spesso reinterpretando non solo tecniche e stili dell’arte pagana ma anche i soggetti (per esempio dèi pagani come Mercurio che vengono trasformati nel Buon Pastore) e per questo fu anche chiamata “arte romana cristianizzata”. I cristiani convertiti erano pur sempre cittadini di cultura e tradizioni romane e gli artisti, fino alla metà del IV secolo, rispondevano senza distinzione a committenze pagane e cristiane.

– Il Buon Pastore. Catacombe di Santa Domitilla, Roma

La simbologia era molto importante e quindi molto presente: da una parte perché il cristianesimo era ancora influenzato dalle sue radici culturali giudaiche, e la religione ebraica è aniconica, ossia che proibisce rappresentare essere divini, profeti od altri personaggi religiosi, e dall’altra perché era legata alla natura clandestina della pratica del culto nel periodo precedente all’Editto di Milano. Soggetti come pesci, rami di ulivo, uccelli (come il pavone, la fenice e la colomba) la vite o l’ancora sono estensamente rappresentati, oltre, naturalmente, alla croce.

– La croce ancora. Catacombe di Santa Domitilla, Roma
– Il pesce, simbolo di Cristo. Catacombe di Santa Domitilla, Roma

Molti dei simboli ebraici sono ripresi dalla religione cristiana, come dimostra diversa iconografia in catacombe ebraiche, dove possiamo trovare, oltre alla menorah (il calndelabro a sette braccia), l’etrog (il cedro) o lo shofar (il corno), tipici simboli ebraici, anche la palma, il pavone, o  giardini fioriti che ricordano la creazione del paradiso terrestre (Gen 2,8-10), molto rappresentati anche nella catacombe cristiane.

Tutti i simboli hanno il loro significato, quasi sempre legato alla resurrezione e la salvezza eterna, come la palma (simbolo del martirio e quindi della vittoria, dell’ascesa, della rinascita e dell’immortalità), il pavone (che in inverno perde le piume e in primavera ne acquiesta di nuove ancor più belle) o la fenice (che rinasce dalle sue proprie ceneri). Come sappiamo, il pesce rappresenta Cristo1; la colomba, con il ramoscello di ulivo nel becco, la pace del paradiso, la salvezza apportata dall’arca di Noè; l’ancora la fermezza della fede e la speranza della promessa della vita futura; la vite, i tralci con l’uva, che tradizionalmente era il simbolo legato al dio Bacco, divenne poi emblema di Cristo, grazie alle parole che lui stesso pronuncia nel Vangelo2.

– Il pavone. Catacombe di San Gennaro, Napoli
– La colomba con il ramo di ulivo e il monogramma di Cristo. Catacombe di Santa Ciriaca, Roma

Alfa ed Omega, la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, indicano che Cristo è principio e fine di ogni cosa3. Tra i simboli più conosciuti c’è quello dell’agnello, la creatura pura sacrificata a Dio dal popolo d’Israele per liberarsi dalla schiavitù d’Egitto. Il simbolo dell’agnello e del suo sacrificio è mantenuto anche nel Nuovo Testamento: Gesù è sacrificato per la salvezza del popolo di Dio. L’agnello viene raffigurato  spesso con un’aureola, o con la croce, o lo stendardo della Resurrezione.

– Croce con Alfa e Omega. Catacombe di Santa Ciriaca, Roma

Già verso la fine del secondo secolo si sviluppa un’iconografia più narrativa, che attinge soprattutto dalle scritture: dell’Antico Testamento le più rappresentate sono ‘Daniele nella fossa dei leoni’, il ‘Peccato originale di Adamo ed Eva’, ‘Giona inghiottito dalla balena’, ‘Noè ed il Diluvo Universale’, il ‘Sacrificio di Isacco’ o i ‘Giovani di Babilonia salvati dalle fiamme della fornace’; e del Nuovo Testamento, la ‘Resurrezione di Lazzaro’, la ‘Moltiplicazione dei pani e dei pesci’ ed altri miracoli, ‘l’Ultima Cena’ o il ‘Buon Pastore’. Questi rappresenta Cristo Salvatore con la pecora sulle spalle, l’anima che Lui ha salvato. Gesù è il Pastore di tutti i suoi discepoli. L’orante è rappresentato con frequenza. E’ una figura vestita con una tunica a maniche lunghe e con le braccia alzate verso il cielo, in preghiera, intercedendo per chi resta, chiedendo “pietà” per i cristiani. Non mancano immagini della Natività, dei Re Magi o degli apostoli.

– Orante. Cubicolo della Velata. Catacombe di Priscilla, Roma

In alcuni casi, come nell’Ipogeo di Dino Compagni di Roma, scoperto nel 1955, datato IV secolo, troviamo affreschi che rappresentano temi biblici rappresentati con iconografie inconsuete, anche tratte dal repertorio mitologico. Tali rappresentazioni testimoniano la presenza, accanto a gruppi cristiani, di gruppi non ancora convertiti.

– Il peccato originale. Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, Roma

Per quanto riguarda le teniche utilizzate, troviamo dipinti, mosaici (dei quali ne restano solo poche tracce) o rilievi di sarcofagi. Le pitture non sono encausti ma solo affreschi e tempere, salvo eccezioni, giacché l’encausto richiede vari strati di intonaco che le pareti di tufo e pozzolana non potrebbero sostenere. I colori sono minerali e la tavolozza povera: predominano l’ocra gialla, il rosso e il verde; più raramente si trovano il minio e il cinabro e assai più raro il turchino. La pittura si distende su pareti e volte di cubiculi, sullo sfondo, nel sottarco e sulla fronte degli arcosoli. In alcuni casi anche negli ambulacri monumentali. Nel periodo più antico la decorazione è più semplice, tracciata rapidamente, dove le figure si rilevano da lontano mentre che da vicino sono più che altro macchie di colore. In questa fase pittorica possiamo collocare la famosa Madonna di Priscilla (seconda metà del II secolo, inizio III), che ha vicino un profeta (Balaam o Isaia), l’immagine di Maria più antica del mondo4.

– Il sacrificio di Isacco. Catacombe di Via Latina, Roma

Le tecniche pittoriche, così come l’uso dei colori, cambiano col passare del tempo. I colori più luminosi cedono il passo a tinte piu calde, rossi e gialli coriacei con larghe ombre scure. Ma poi, nel secolo IV risorge il gusto del colore.

Inoltre lo stile e i soggetti cambiano a seconda dell’ubicazione delle catacombe perché subiscono l’influenza della cultura locale. Se a Roma le catacombe sono influenzate da modelli pagani a Siracusa gli affeschi sono chiaramenti orientaleggianti. In quelle di Napoli, nelle quali si è continuato a seppellire fin verso il X secolo, sono evidenti le varie epoche: dall’ultima epoca pompeiana fino all’influsso bizantino per derivare poi in uno stile tutto campano.

– Frammento di lapide di una tomba. Catacombe di Priscilla, Roma

In quanto all’epigrafia, gli epitaffi sulle tombe più antiche registrano solo il nome del defunto, raramente accompagnato da quello del dedicante o dall’augurio di pace. Poi il formulario è andato arricchendosi di elementi onomastici, anagrafici, topografici (relativi al luogo di abitazione o di lavoro) e di formule augurali come ad es. vivas in Deo (vivi in Dio), requiescit in pace (riposa in pace), ecc.  Ricorrono anche titoli di merito (come martyr e confessor), altri liturgici, onorifici o cultuali (sanctus e beatus). Per i cristiani la data di morte veniva indicata come il dies natalis, il giorno di nascita alla vita eterna. Altre formule epigrafiche sono le acclamazioni come gli auguri di pace, o dedicati alla felicità celeste, o il refrigerium, l’augurio di partecipazione al convito celeste, ecc., e le orazioni, come le invocazioni dell’intercessione o le preghiere per il defunto. Il materiale utilizzato era in gran parte marmo. Solitamente era un artigiano specializzato, il lapicida, ad operare sul materiale: tuttavia in moltissimi casi non possedeva una cultura sufficiente per scrivere in lingua corretta, e diffusamente si riscontrano alterazioni fonetiche e morfologiche proprie del vernacolo.

– Monogramma di Cristo o Chrismon. Catacombe di San Callisto, Roma
– Monogramma di Cristo attorniato da una corona di alloro. Catacombe di Santa Sofia, Canosa di Puglia

Altro genere epigrafico si considerano i graffiti, prodotti dai visitatori sull’intonaco delle pareti presso i sepolcri venerati. Le abbreviazioni si crearono per guadagnare spazio e tempo, come per esempio per sospensione, trascrivendo le prime lettere della parola (con una sbarra trasversale), o per contrazione, cioè sopprimendo alcune lettere. Esistono anche abbreviazioni per assimilazione di elementi o con lettere intrecciate, da cui poi deriva il monogramma, il più famoso dei quali è il monogramma di Cristo5.

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1.- In greco pesce è ICTHUS (ιχθύς) che sarebbe l’acronimo di “Iesous Cristòs Theou Uiòs Soter” Gesù Cristo figlio di Dio salvatore (Gesù Cristo di Dio Figlio Salvatore).

2.- «Io sono la vite. Voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla.» (Giovanni, 15, 5)  

3.- Apocalisse (22, 13): “Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine”.

4.- Quest’immagine, inoltre, proverebbe la presenza di un culto mariano già alla fine del II secolo o inizi del III, quando ‘ufficialmente’ fu introdotto nel 431 nel Concilio di Efeso, nel quale si proclama il dogma di fede che Maria è la “Madre di Dio”, in greco Theotókos.

5.- Il Chi Rho, conosciuto anche come monogramma costantiniano o eusebiano o chrismon, croce monogrammatica. È costituito essenzialmente dalla sovrapposizione delle prime due lettere del nome greco di Cristo, X (equivalente a “ch” nell’alfabeto latino) e P (che indica il suono “r”). Talvolta sotto la gamba della P si trova una S, ultima lettera del nome ‘Χριστός’ o appare insieme alle lettere alfa e omega e attorniato da una corona d’alloro, segno della vittoria.  

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Leggi anche: Le catacombe: Origine, sviluppo e declino; Le Catacombe: Morfologia; Le catacombe: il culto dei martiri; Le catacombe di Roma; Le catacombe d’Italia; Le catacombe nel mondo

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¿Dónde está la tumba de Moisés?

23 lunedì Giu 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Pellegrinaggi, Storia

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Éxodo, Desierto de Negev, Egeria, Emmanuel Anati, Flavio Barbiero, Har Karkom, Jebel Musa, Macizo Santa Catalina, Moisés, Monte Horeb, Monte Nebo, Monte Sinai, Nabi Musa, Tumba de Mosés, Valle de Moab

Dov’è la tomba di Mosè? Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

– Valle del Jordán, la ‘Tierra prometida’ vista desde la cima del Monte Nebo

“Subió Moisés de los campos de Moab al monte Nebo, a la cumbre del Pisga, que está enfrente de Jericó; y le mostró Jehová toda la tierra de Galaad hasta Dan, todo Neftalí, y la tierra de Efraín y de Manasés, toda la tierra de Judá hasta el mar occidental; el Neguev, y la llanura, la vega de Jericó, ciudad de las palmeras, hasta Zoar. Y le dijo Jehová: Esta es la tierra de que juré a Abraham, a Isaac y a Jacob, diciendo: A tu descendencia la daré. Te he permitido verla con tus ojos, mas no pasarás allá. Y murió allí Moisés siervo de Jehová, en la tierra de Moab, conforme al dicho de Jehová. Y lo enterró en el valle, en la tierra de Moab, enfrente de Bet-peor; y ninguno conoce el lugar de su sepultura hasta hoy. Era Moisés de edad de ciento veinte años cuando murió; sus ojos nunca se oscurecieron, ni perdió su vigor. Y lloraron los hijos de Israel a Moisés en los campos de Moab treinta días; y así se cumplieron los días del lloro y del luto de Moisés. Y Josué hijo de Nun fue lleno del espíritu de sabiduría, porque Moisés había puesto sus manos sobre él; y los hijos de Israel le obedecieron, e hicieron como Jehová mandó a Moisés”  (Deuteronomio, 34, 1-9)

Según el Deuteronomio y la tradición judeocristiana, Moisés vio desde el Monte Nebo la Tierra que Dios había prometido a su pueblo, pero en la que él nunca entraría. Murió poco después y fue sepultado en las cercanías, en el valle de Moab, donde se encuentra el Monte Nebo, pero nadie sabe dónde está su tumba. Incluso, según la tradición judía, fue enterrado por el mismo Dios, para que el lugar de su sepultura permaneciera desconocido y así evitar los peligros de la idolatría, y que su figura pudiera eclipsar la imagen de Dios.

– Iglesia paleocristiana en la cima del Monte Nebo. Capilla del baptisterio

El Monte Nebo se encuentra actualmente en el oeste de Jordania, en la cadena montañosa de Abarim, al este del río Jordán, y tiene una altitud de unos 817 metros. Desde su cima se puede ver la “Tierra Santa”, el Valle del Jordán, la ciudad de Jericó y, en los días despejados, incluso Jerusalén. En el Monte Nebo hay una iglesia del siglo IV, mencionada también por la peregrina Egeria1 en su Itinerarium, quien visitó los lugares santos hacia finales del siglo IV. La iglesia tuvo ampliaciones posteriores en los siglos V y VI, como por ejemplo la capilla del baptisterio, y muy cerca se construyó un monasterio bizantino. Por lo tanto, ya era lugar de peregrinación desde el siglo IV. Sin embargo, fue abandonada en el siglo XVI y posteriormente redescubierta, gracias sobre todo a los diarios de viaje de los primeros peregrinos. El sitio fue adquirido por los franciscanos en 1932, quienes promovieron trabajos de excavación que sacaron a la luz las ruinas de la antigua basílica y que en gran parte reconstruyeron. En los años sesenta fueron descubiertos algunos bellísimos mosaicos tanto en el baptisterio antiguo (que representa escenas de caza y pastoreo, del año 531), como en el nuevo (del año 597), creado a partir de una antigua capilla funeraria.

– Interior de la iglesia paleocristiana en el Monte Nebo. Mosaicos

Además de la antigua basílica, en la terraza panorámica del Monte Nebo se puede admirar hoy, junto al magnífico paisaje, la escultura cruciforme con serpientes entrelazadas y el monolito. La escultura, de bronce, fue realizada por Gian Paolo Fantoni, artista florentino. Esta recuerda el Nehushtán, el bastón de Moisés que, con solo mirarlo, salvaba al pueblo de Israel de la mordedura de las serpientes en el desierto2. El monolito, erigido para el Jubileo del año 2000, obra del escultor Vincenzo Bianchi, se define como el “Libro en piedra del Amor” y está dedicado al Papa Juan Pablo II. El mensaje (citas del Evangelio de San Juan y de las cartas de San Pablo) está esculpido en tres lenguas: griego, latín y árabe.

– Cima del Monte Nebo. Escultura que representa el “Nehushtan”, o Bastón de Moisés
– Cima del Monte Nebo. Monolito

La muerte de Moisés se fecha hacia el 1200 a.C. Pero estudios recientes han puesto en duda la creencia milenaria respecto a su tumba. Todo comenzó cuando el insigne arqueólogo Emmanuel Anati, tras años de estudios sobre arte rupestre en el desierto del Néguev, anunció en 1982 que la montaña de Moisés (Gebel Musa), el famoso monte Horeb o monte Sinaí, no se encontraría al sur de la península del Sinaí, sino en la meseta de Har Karkom (Monte del Azafrán) en el desierto del Néguev3. Es decir, el monte Horeb sería la cima principal de la meseta de Har Karkom, en la frontera entre Egipto y Jordania, y no el tradicionalmente identificado hasta ahora como el Jebel Musa, en el macizo de Santa Catalina. Importantes hallazgos arqueológicos respaldan esta hipótesis, además de las numerosísimas inscripciones rupestres, unas 40.000, muchas de las cuales tienen un contenido religioso o incluso hacen alusión a Moisés, como el bastón con serpientes o las tablas de la ley. Era, por tanto, un lugar sagrado al que la gente subía a orar. Algunas inscripciones representan la cabra montesa, asociada al culto del dios Sin, dios de la Luna. Podría haber sido, pues, una montaña dedicada a Sin, de donde provendría el nombre “Sinaí”. Incluso sugiere que la fecha del Éxodo debería situarse en torno al 2000 a.C., unos 750 años antes de la fecha generalmente aceptada, ya que la actividad religiosa en esta zona habría terminado hacia el 2000 a.C., y no habría habido ninguna actividad humana en Har Karkom en el siglo XIII a.C. Estaría históricamente probado que la localización del Monte Sinaí en el monasterio de Santa Catalina se estableció sólo a partir del año 536 por un decreto del emperador Justiniano. Además, siempre según Anati, en ese lugar no se ha encontrado un solo resto arqueológico que demuestre un asentamiento de un grupo numeroso de personas en tiempos de Moisés o que indique que el Jebel Musa fuera una montaña sagrada.

– Deserto del Negev. Meseta de Har Karkom
– Har Karkom. Grabado rupestre che podría representar la tablas de la ley

Una vez adoptada esta hipótesis, Flavio Barbiero4, en base a estudios adicionales, sugiere que también la tumba de Moisés podría haber estado en esta montaña, que está coronada por una peña, a modo de acrópolis, con un pequeño templo y unas estelas, en la que había una caverna/cripta excavada al menos mil años antes. La famosa cueva de Elías, mencionada también por Egeria, debía encontrarse bajo esa peña. También el profeta Jeremías la visitó e introdujo una tienda en su interior, convencido de haber llegado al monte donde había subido Moisés5. Este tipo de lugares sólo eran conocidos por los sumos sacerdotes y su círculo más cercano, y se mantenían en secreto para evitar profanaciones. El cronista del Deuteronomio, de hecho, no proporciona deliberadamente datos sobre la sepultura de Moisés. Que Moisés fuera enterrado en un terreno cualquiera, en una tumba excavada en la tierra, parece poco creíble. Como gran líder que fue, debía tener una tumba digna de su persona, al menos igual a la de sus predecesores: una caverna excavada en la roca, y ésta no podía haberse preparado en poco tiempo ni en cualquier lugar. Seguramente el valle de Moab no ofrecía esta posibilidad. Hubo 30 días de duelo y, una vez transcurridos, Josué comenzó las operaciones para la invasión de Palestina. Pero, ¿qué hicieron durante esos días de duelo? La distancia entre el valle del Jordán y Har Karkom es de 11 días de camino, tiempo que habrían empleado los dos hijos de Moisés, Gersón y Eliezer, junto con Josué y el hijo de Aarón, Eleazar, para llevar el cuerpo de Moisés a la cueva en Har Karkom, que ya había sido adecuadamente preparada durante la travesía por el desierto. Otros siete días fueron necesarios para los ritos funerarios. Luego, 11 días para el regreso. Todo esto, más el primer día de proclamación del duelo, suma 30. Muchos otros datos, basados en el estudio de la Biblia y comparados con datos históricos, son aportados en apoyo de esta teoría, que ha sido fuertemente contestada por los defensores de la versión tradicional. Sin embargo, podría ser tenida en consideración, en espera de nuevos resultados de la campaña de excavaciones en Har Karkom.

 – Monte Har Karkom

El lugar de la sepultura de Moisés cambia, sin embargo, según la tradición islámica. Para los musulmanes, que lo consideran uno de los más grandes profetas predecesores de Mahoma – nombrado nada menos que 136 veces en el Corán – fue sepultado más allá del río Jordán, a 7 km al sur de Jericó y a 15 de Jerusalén, en el complejo llamado Nabi Musa. Este territorio pertenece actualmente a Palestina, y es uno de los lugares de interés de Tierra Santa desde donde, en un día claro, se puede ver el Monte Nebo. Se dice que este complejo fue construido por Saladino, quien venció a los cruzados en 1187 y devolvió Jerusalén a los musulmanes, pero que al mismo tiempo demostró una gran tolerancia religiosa permitiendo a los cristianos visitar la Ciudad Santa. Cuenta la leyenda que Moisés se le apareció en sueños a Saladino revelándole el lugar de su sepultura, y por ello hizo construir el memorial que pronto se convirtió en meta de peregrinación para los musulmanes. En realidad, el complejo de Nabi Musa, que comprende una ‘cámara mortuoria’ construida sobre la supuesta tumba del profeta, una mezquita y alojamientos para peregrinos, fue construido en el siglo XIII por los mamelucos, cuando se establecieron en Tierra Santa. Varias cúpulas, añadidas en el siglo XV junto con un minarete, coronan el complejo. Otras intervenciones fueron realizadas en los siglos XVI y XIX.

– Nabi Musa
– Nabi Musa, vista aérea
– Nabi Musa, “Tumba de Moisés”

Este lugar fue durante mucho tiempo la primera etapa para quienes realizaban la peregrinación de Jerusalén a La Meca. Un cementerio cercano acogía a los peregrinos que morían durante el viaje. Con la caída de la dinastía mameluca, el Nabi Musa entró en un periodo de decadencia que se prolongó hasta principios del siglo XIX, cuando fue restaurado por los turcos. Bajo el Imperio Otomano, la difícil situación entre judíos y musulmanes se mantenía bajo control. Pero con la caída del Imperio y la retirada de los turcos de Tierra Santa, vencidos por las fuerzas británicas en 1918, ya no fue posible dominarla. En 1920 comenzaron los primeros enfrentamientos en Jerusalén entre judíos y musulmanes, que fueron en aumento. Así, en 1937 la administración colonial británica prohibió la peregrinación anual al Nabi Musa. Esta decisión fue posteriormente adoptada también por el gobierno jordano, ya que desde 1948 hasta 1967 este territorio estuvo bajo su jurisdicción, a consecuencia de la ocupación de Cisjordania por parte de este país (1948), ya que podía convertirse en un vínculo de protesta política. Desde 1967 el control del Nabi Musa pasó a Israel, y desde 1995 está administrado por la Autoridad Nacional Palestina. En el marco de los programas de las Naciones Unidas “Apoyo al Desarrollo del Turismo Cultural” y “Ayuda al Pueblo Palestino”, este complejo arquitectónico fue recientemente restaurado por el PNUD (Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo), con fondos de la Unión Europea y en colaboración con el gobierno del Estado de Palestina. La solemne inauguración tuvo lugar el 17 de julio de 2019 con la presencia de autoridades locales y representantes de la UE, del PNUD, varias representaciones diplomáticas y de Europa Nostra. Hoy el santuario y la mezquita forman el núcleo del complejo y están separados de las demás construcciones por dos patios. El complejo se presenta como un centro multifuncional de acogida turística, tanto religiosa como no religiosa.

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1.- Egeria. Diario di Viaggio. A cura di E. Giannarelli e A. Clerici. Editrice Paoline 2015

2.- « Y Moisés hizo una serpiente de bronce, y la puso sobre un asta; y cuando alguna serpiente mordía a alguno, miraba a la serpiente de bronce, y vivía» (Números 21,9). Para los cristianos, es la imagen de Cristo crucificado, Salvador del Mundo, citado también en el Evangelio de Juan  «Y como Moisés levantó la serpiente en el desierto, así es necesario que el Hijo del Hombre sea levantado» (Juan, 3,14).

3.- E. Anati: Har Karkom e la questione del Monte Sinai, Pistoia 2016

4. – F. Barbiero. La tomba di Mosè: la cripta sul Monte Horeb. Kindle. 2020. – F. Barbiero. La Bibbia senza segreti, Milano 1988

5.- « y que habiendo llegado a aquél monte allí Jeremías, al cual subió Moisés, y desde donde vio la herencia de Dios, halló una cueva, donde metió el Tabernáculo, y el Arca, y el altar del incienso, tapando la entrada». (2 Macabeos -2,5)

Le catacombe (2)- Morfologia

09 lunedì Giu 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Arte, Storia

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arcosolium, catacombe, cryptae, cubiculum, fossori, Gallerie a graticola, gallerie a maglie larghe, gallerie a spina di pesce, loculo

– Arcosolio – Catacombe di Via Latina, Roma

L’accesso alle catacombe avveniva normalmente attraverso una ripida scala (descensus o catabaticum) discendente fino a 7-8 metri dal livello del terreno e proseguendo orizzontalmente anche per più di 200 metri. La scala poteva essere preceduta da altre strutture, come un vestibolo d’ingresso. Molto più raramente, ove la morfología del terreno lo consentiva, si poteva accedere alla zona ipogea attraverso un ingresso situato in piano o alle falde di una collinetta.

– Scala di accesso – Catacombe di San Callisto, Roma

Lo spazio veniva sfruttato al massimo scavando diverse gallerie, normalmente con pianta a “graticola” o “a spina di pesce”. Nel primo caso, ai lati di una galleria matrice, in asse o ortogonale alla scala, diramano ad angolo retto, affrontate, numerose altre gallerie; nel secondo, due ambulacri paralleli, posti ad una certa distanza e talvolta serviti da scale autonome, sono raccordati da trasversali ortogonali. A partire dall’età costantiniana viene anche adottato uno schema “a maglie larghe” finalizzato a consentire l’apertura sistematica di cubicoli, talvolta di grandi dimensioni. Ma non sono gli unici impianti. In zone di campagna o in centri minori gli impianti erano meno regolari, senza uno schema predeterminato perché spesso effettuati da maestranze meno esperte. Nelle catacombe di altre città d’Italia possiamo trovare  schemi “a gallerie parallele”, come nel caso di quelle di San Gennaro a Napoli.

C
– Planimetria Catacombe Vigna Cassia, Siracusa

Una delle caratteristiche delle catacombe cristiane rispetto a quelle non cristiane coeve risiede nella loro estensione: le prime sono più vaste. Inoltre sono già pianificate con la possibilità di apportare futuri ampliamenti. Lo sviluppo delle varie aree ipogee provocò col tempo il loro reciproco congiungimento, la creazione di quel fitto e continuo reticolo di gallerie – di quel “labirinto” – che caratterizza le catacombe nella loro fase più matura. A Roma, le oltre 60 catacombe sviluppano complessivamente circa 150-170 Km di gallerie. Non di rado le catacombe utilizzavano antiche cave di pozzolana in disuso. Le larghe e tortuose gallerie di cui si componevano si prestavano perfettamente ad essere trasformate in cimiteri con pochi lavori di adattamento.  Spesso venivano riutilizzati i cuniculi idraulici o erano anche riadattati ambienti funerari ipogei più antichi.

– Lucernario – Catacombe di Priscilla, Roma

La luce e l’aria filtravano attraverso dei pozzi verticali quadrati, chiamati lucernari. Questi pozzi inizialmente erano usati per estrarre la terra. Venivano anche usate le lucerne ad olio.

Le gallerie furono chiamate cryptae, termine che poi passò a indicare tutto il complesso sotterraneo. Normalmente avevano più livelli, con profondità che potevano arrivare fino a 30 metri, costituiti da lunghe gallerie strette e basse, dette ambulacri, di circa 2,5 metri di altezza e 80-120 cm di larghezza, intercomunicanti ai vari livelli tramite ripidi scalini.

-Galleria/ambulacro con loculi – Catacombe di San Callisto, Roma

Nelle pareti degli ambulacri sono scavate le tombe: i “loculi” con un’altezza di 40–60 cm e una lunghezza variabile dai 120 ai 150 cm, con il lato lungo a vista, e le “tombe a forno” (dette anche ‘grotticelle’), con il lato corto a vista. Le pila erano dei gruppi di defunti disposti in ordine verticale; fra le pila solitamente si seppellivano i bambini. In queste sepolture i corpi venivano avvolti in lenzuoli di lino. I loculi potevano ospitare anche fino a tre corpi, e non si trovano soltanto nelle gallerie, ma anche nelle cappelle e perfino nelle pareti delle scale. I più elevati sono quasi sempre i più antichi, perché a mano a mano e misuratamente si abbassava il livello dell’escavazione.

– Cubilculum – Catacombe di Priscilla, Roma
– Cripta dei papi. Catacombe di San Callisto, Roma

Gli ambulacri potevano essere intervallati, oltre che con loculi più comuni, anche con cubicoli (cubiculum), piccoli ambienti, tipo cappella, destinati ad ospitare le tombe di una famiglia o associazione, e con le cripte, contenenti solitamente la tomba di un martire, con la presenza di un altare consacrato. Alcune di queste “cappelle” erano destinate alle celebrazioni liturgiche, come se fossero vere e proprie chiese sotterranee. E potevano avere le forme più svariate: quadrata, rettangolare, poligonale, rotonda, absidiata…. I cubiculi, inoltre, accolgono anche tombe a mensa, chiuse da una lastra orizzontale e sormontate da un arco, una sorta di nicchia arcuata, dette arcosoli (arcosolium) e destinate ai nobili, ai martiri e ai Papi.

– Cubiculum con arcosolio, Catacombe di Sant’Agnese, Roma

Queste sono solo le tipologie di tombe più comuni. Ma ce ne sono molte altre, come quelle ‘a pozzo’, a ‘cassa mortuaria’, a ‘baldacchino’, a ‘finestra’ o a ‘kokhim’, queste ultime tipiche dei cimiteri sotteranei ebraici.

La tomba veniva chiusa ponendo della malta e una lastra di marmo o delle tegole di terracotta, sulle quali veniva inciso il nome del defunto, l’età e la data di morte, e a volte un’epigrafe religiosa o simbolica. Spesso accanto a queste tombe più umili venivano collocati oggetti particolari, dalla tipologia più svariata, come lucerne, piccoli recipienti di vetro o ceramica, monete, elementi di corredo personale (orecchini, braccialetti, collane, ecc.), giocattoli di bambini (bambole, campanelli), ecc.

– Lapide mortuaria che avrebbe chiuso un loculo. Si può leggere una frase dedicata al defunto/a “dulcissim parent duo et) – Catacombe di Domitilla, Roma

Nelle catacombe era fondamentale il lavoro dei fossores (o fossori), definiti per la prima volta nel 303, che si occupavano di seppellire i morti e di scavare le gallerie, gli ambienti e le tombe, e talvolta della vendita delle stesse. Ai più specializzati di essi era anche affidata la decorazione dei sepolcri e l’esecuzione degli epitaffi. I fossores vivevano di donazioni, ma in seguito seppero approfittare della propria posizione, ottenendo lauti guadagni scambiando privilegi, come quelli di essere sepolti vicini ad un martire.

Dal IV secolo in poi le catacombe cristiane, che già avevano dimensioni colossali con centinaia di migliaia di tombe, divennero proprietà della Chiesa di Roma che assunse la responsabilità della loro amministrazione. Con papa Damaso I (366-384) comincia un’epoca d’oro per i cimiteri cristiani di Roma, con lavori di abbellimento e di ampliamento nelle cripte dei martiri per facilitare l’ingresso di un sempre maggiore afflusso di visitatori. Dal pontificato di Sisto III (432-440) non si ha più notizia di compravendite di sepolcri, che furono definitivamente abolite con papa Gregorio Magno.

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Leggi anche: Le catacombe: Origine, sviluppo e declino; Le catacombe: iconografia ed epigrafia; Le catacombe: il culto dei martiri; Le catacombe di Roma; Le catacombe d’Italia; Le catacombe nel mondo

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Relicarios fantásticos: la Estauroteca Bessarione

24 sabato Mag 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, reliquiari

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Cardenal Bessarione, Estauroteca Bessarione, Gallerie dell’Accademia, Gregorio III Mammas, Irene Paleóloga, Juan VIII Paleólogo, Opificio delle Pietre Dure, Relicarios, reliquias, Scuola Grande di Santa Maria della Carità, Venecia

Reliquiari fantastici: la Stauroteca Bessarione     Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

Se trata de un magnífico relicario/santuario bizantino1 datado en torno a los siglos XIII-XIV, con añadidos del siglo XV, muy probablemente encargado por la princesa bizantina Irene Paleóloga, o al menos el crucifijo que alberga en su interior, siendo el resto posterior. De hecho, encontramos el nombre de esta princesa grabado a lo largo del borde de dicho crucifijo, con la indicación de que esta princesa lo hizo adornar en plata2. Fue donado hacia 1430 por el emperador Juan VIII Paleólogo (1425-1448) a su confesor Gregorio III Mammas, futuro patriarca de Constantinopla (1443-50), quien, junto con el cardenal Bessarione (patriarca de Constantinopla de los Latinos y legado pontificio en Venecia), abogaba por la unión de la Iglesia ortodoxa con la católica.

– Estauroteca Bessarione, Anverso. Parte interior al descubierto. Sobre un fondo de esmalte negro decorado con rosetas de oro la cruz está rodeada por 4 pequeñas tecas que contienen las reliquias, protegidas por pequeñas placas de cristal, las imágenes de los emperadores Constantino y Elena, pintadas sobre vidrio y, en la parte superior, dos pequeños medios bustos de los arcángeles Miguel y Gabriel, en oro.

Gregorio fue depuesto por los antiunionistas en 1450 y huyó a Roma. En su lecho de muerte (1459) dejó el relicario al cardenal Bessarione. Éste, a su vez, lo donó a la “Scuola Grande di Santa Maria della Carità” de Venecia, que, sin embargo, sólo lo recibiría tras su muerte. Bessarione ya había sido recibido en Venecia por el Dogo y el Senado en 1463 en una ceremonia en la que fue nombrado hermano de honor de la “Scuola Grande della Città” en sustitución del recientemente fallecido cardenal Prospero Colonna. Así pues, la donación fue un gesto de reconocimiento hacia esta institución. El cardenal Bessarione ya había visitado “La Serenissima” en 1438 en el séquito del emperador bizantino Juan VIII. El relicario llegó a la “Scuola di Venezia” en 1472, a la muerte del cardenal, tal y como éste había dispuesto.

– Cruz: anverso y reverso

Con la invasión napoleónica, la Escuela fue suprimida en 1806 y el objeto llegó a Viena en 1821 a través del mercado de antigüedades y formó parte de las colecciones imperiales del emperador Francisco I de Austria, primero en el palacio de Hofburg de Viena y más tarde en el castillo de Ambras de Innsbruck. En 1896, el relicario fue trasladado de nuevo a Viena, al Kunsthistorisches Museum, donde permaneció hasta 1921, cuando fue devuelto a Italia a raíz de los acuerdos de 1919 sobre la restitución de obras de arte tras la caída del Imperio austrohúngaro y el final de la Primera Guerra Mundial. Volvió a la” Scuola della Carità”, entretanto rebautizada “Gallerie dell’Accademia”.

Se trata de un típico relicario bizantino con cruz extraíble3, cuya tabla central mide 47 x 32 x 4,5 cm (con la vara: 109 x40 x 19).

– Estauroteca Bessarione. Parte frontal, cerrada por un panel corredizo sobre el cual está pintada una escena de la crucifixión de Cristo, con la parte superior cubierta por una lámina de plata dorada. En tres lados está rodeada por un marco en el que se representan siete escenas de la pasión de Cristo.

La «caja» que contiene la cruz es de madera decorada con esmalte, oro, pan de plata dorada y bronce, perlas y piedras preciosas. También contiene cuatro pequeñas cajas relicario selladas con cristal de roca que albergan sendas reliquias, a saber, dos fragmentos de la Vera Cruz y dos de la Sagrada Túnica, que se disponen alrededor de la cruz, dispuestas en un espacio ad hoc. Este «contenedor» puede abrirse y cerrarse mediante un panel corredizo, en forma de «persiana».

Pero veamos los detalles.

En el anverso, el panel corredizo está rodeado por tres lados por un marco fijo, en el que están pintadas siete escenas de la Pasión de Cristo, separadas por bandas de gemas y filigranas. El panel central móvil representa una escena pintada de la crucifixión, adornada en la parte superior con una lámina de plata dorada y una hilera de gemas.

– Estauroteca Bessarione. Una de las tecas con dentro un fragmento de la Vera Cruz (izquierda) y una plaquita con el medio busto de un arcánagel (derecha)

La cruz extraíble de tres travesaños es de madera recubierta de filigranas de plata dorada y pequeños discos de esmalte verde que contienen símbolos o letras del alfabeto griego. En el anverso presenta un crucifijo en altorrelieve y en el reverso se repite la decoración en filigrana y discos esmaltados. El panel central interior que alberga la cruz está formado, además de por los cuatro pequeños relicarios antes mencionadas, por dos placas doradas con los medios bustos de los arcángeles Miguel y Gabriel, en la parte superior, y las figuras de Constantino y Elena, a ambos lados de la cruz, pintadas sobre vidrio. El conjunto está enmarcado por una decoración de flores tipo margaritas o rosetas que destacan sobre un fondo de esmalte negro. 

– Estauroteca Bessarione. Imágenes de los emperadores Constantino y Elena pintadas sobre vidrio

La parte posterior del relicario está recubierta de una lámina de plata con una placa conmemorativa de la donación a la “Scuola Grande di Santa Maria della Carità” por parte del cardenal Bessarione.

Bessario · Episcopvs · Sabin[ensis] · Car[dinalis] · Nicaenvs · Patriarcha · Constantinopolitanvs · Beatae · Virgini · Mariae · Scholae · Caritatis . Venetiis.

– Estauroteca Bessarione. Parte posterior con la placa que recuerda la donación por parte del Cardenal Bessarione

La vara de plata y el pedestal sobre el que descansa son un añadido encargado por el propio cardenal Bessarione y, por tanto, realizado antes de que el objeto llegara a Venecia, para que el relicario pudiera adaptarse también al uso procesional. El entronque del asta al relicario se hizo con un soporte de hojas y volutas también de plata dorada, asegurado por un marco/armadura de plata.

En 2010 fue sometido a una cuidadosa restauración por parte del “Opificio delle Pietre Dure” que duró unos tres años y en 2013 fue devuelto a las “Gallerie dell’Accademia” de Venecia, donde puede admirarse actualmente.

——-

1.- Del griego stauròs (cruz) e theke (armario). Relicario que contiene uno o varios fragmentos de la Vera Cruz.

2.- Irene Paleóloga era hija de Demetrio Paleólogo, a su vez hermano de Michel IX (1294-1320), co-emperador con su padre Andrónico II el Paleólogo (1282 y 1328). La inscripción reza: “Eirene Palaiologina, hija del hermano del emperador, decora con plata la imagen mundialmente venerada de la cruz, para la salvación y el perdón de los pecados”.

3.- Compara este relicario con la Estauroteca de Limburg

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