La Corona de Espinas vuelve a Notre Dame. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace
Dopo cinque anni dall’incendio che ha devastato la cattedrale di Notre Dame, avvenuto un triste 15 aprile 2019, l’8 dicembre scorso si sono riaperte solennemente le porte della nuova Notre Dame, completamente restaurata, con una spettacolare cerimonia guidata dall’arcivescovo di Parigi Laurent Ulrich e alla quale hanno assistito il presidente Macron e molti leader mondiali.
Fortunatamente in quel terribile incendio le reliquie più preziose delle cattedrale poterono essere salvate1 e conservate, fino alla riapertura della cattedrale, in una cassaforte nel municipio di Parigi.
Fra queste reliquie, la più preziosa è la Corona di Spine che è stata riportata nella cattedrale lo scorso 13 dicembre, con una solenne cerimonia presieduta dall’arcivescovo di Parigi, la presenza dei Cavalieri dell’Ordine del Santo Sepolcro e dinanzi a 2.000 fedeli. La corona, appoggiata su un cuscino di velluto, fu portata in processione dall’altare maggiore al suo nuovo reliquiario, situato nella navata di destra.
Il reliquiario è stato realizzato da artigiani della Fondation de Coubertin di Parigi su disegno di Sylvain Dubuisson. Si tratta di una grande custodia circolare, alta quasi 4 metri, incastonata di spine di bronzo e appoggiata su una struttura di legno di cedro2 . È decorata con 396 cabochon di vetro impressi con un marchio a forma di croce che riflettono la luce, con al centro una semisfera in acciaio inossidabile blu intenso, che ospita la reliquia, che stacca sull’alone dei dodici circoli concentrici formato dai cabochon quadrangolari. Il tutto prevede un sistema di illuminazione a fibre ottiche per valorizzare la reliquia garantendone, al tempo stesso, una conservazione ottimale.
Il reliquiario ospita anche un chiodo della crocifissione e un frammento della croce, sebbene queste ultime due reliquie non saranno esposte al pubblico.
La Corona di Spine sarà esposta alla venerazione pubblica tutti i venerdì fra il 10 gennaio ed il 18 aprile 2025, che sarà Venerdì Santo. Poi, tutti i primi venerdì del mese.
Dal mese di maggio 2024, e dopo circa cinque anni di restauri e alle soglie del Giubileo 2025, le tuniche di San Pietro e San Giovanni Evangelista, sono esposte nella sala degli Indirizzi di Pio IX, la sala situata all’uscita della Cappella Sistina.
Sono più precisamente una tunica e una dalmatica, di probabile manifattura copta egiziana. Come altre inestimabili reliquie, provengono dal tesoro del Sancta Sanctorum, ossia la cappella privata dei papi nel Patriarchio Lateranense, in cima alla Scala Santa1, a pochi passi dalla basilica di San Giovanni in Laterano.
Dato che le due tuniche sono pervenute senza iscrizione di autentica né altri elementi identificativi, né tanto meno sono menzionate in inventari antichi, l’attribuzione a questi due apostoli va ricercata in un passo della biografia di papa Gregorio Magno, redatta da Giovanni Diacono nel IX secolo, nella quale documenta la presenza, fra le reliquie del Laterano, di una tunica e una dalmatica, rispettivamente appartenute a San Giovanni Evangelista e a San Pascasio. Ma che c’entra San Pascasio? Ci torniamo dopo.
– Cappella di San Lorenzo in Palatio, più conosciuta come Sancta Sanctorum. Sull’altare l’immagine dell’Acheropita del Salvatore e sotto l’altare rinchiusa dietro una grata, v’era la cassa con le reliquie
– Cassa di legno di cipresso che conteneva il tesoro del Sancta Sanctorum, situata sotto l’altare maggiore della cappella
Intanto parliamo un attimo del Sancta Sanctorum. Perché si chiama così? Perché in questa cappella erano custodite molte preziosissime reliquie, riposte in una cassa di legno di cipresso collocata sotto l’altare maggiore, dietro una grata chiusa a chiave. La cappella risale all’VIII secolo ed è fra le poche cose che rimangono del palazzo dove abitavano i papi fino alla sua quasi demolizione nell’ambito dei lavori promossi da Sisto V alla fine del XVI secolo. Sull’altare della cappella si trova quella che è considerata l’immagine più sacra in assoluto, ossia l’Acheropita del Salvatore2. Nel 1903 papa Leone XIII concesse al gesuita francese Florian Jubaru l’autorizzazione per ispezionare il tesoro contenuto nella cassa per i suoi studi. Dopo vari tentativi un fabbro riuscì finalmente a rompere le pesanti serrature che chiudevano la grata. Una volta aperta la cassa, si constatò che il contenuto conservava reliquie di straordinaria importanza oltre che reliquiari capolavori dell’arte bizantina, copta, siriaca… essendo doni diplomatici interscambiati fra capi di gerarchie ecclesiastiche, soprattutto fra i papi ed i patriarchi di Gerusalemme. Fino a quel momento nessuno aveva visto questo tesoro, conoscendone più o meno il suo contenuto attraverso antichi inventari, anche se poco attendibili. La scoperta scatenò una feroce competizione fra le comunità scientifiche del tempo oltre che all’interno di ordini religiosi per lo studio delle stesse. Per questo motivo, oltre che per evitar problemi con lo stato italiano sulla proprietà dei beni storico artistici dell’antico Stato Pontificio, visto che non erano ancora stati firmati i Patti Lateranensi3, Pio X nel 1905 fece trasportare frettolosamente il contenuto della cassa al Museo Sacro della Biblioteca Apostolica Vaticana, dove rimasero fino al 1999 quando passarono di competenza ai Musei Vaticani.
Tornando alle tuniche descritte da Giovanni Diacono, quella di San Giovanni sarebbe da identificare con quella che papa Gregorio Magno avrebbe chiesto nel 592 all’abate del monastero di Santa Lucia di Siracusa. Quella di San Pascasio, invece, sarebbe stata protagonista, agli inizi del VI secolo, di un miracolo conclusosi con la resurrezione di un giovane defunto.
Le analisi al Carbonio 14 eseguite su queste due reliquie, hanno datato la tunica di San Pietro, quella a le maniche strette, tra il VI ed il VII secolo, mentre la dalmatica di San Giovanni tra la fine del I e inizi del III secolo. Questo sta a indicare che nessuna delle due vesti sarebbe attribuibile a San Pascasio, perché visse tra l’VIII ed il IX secolo. Però sia l’una che l’altra potrebbero essere quella inviata al papa dall’abate siracusano. Però Giovanni Diacono scrive dopo ben tre secoli e lui stesso esprime dubbi sulla tunica di San Pascasio però è completamente certo sulla seconda, quella a maniche strette. Ma se è del VI secolo, è impossibile che fosse appartenuta a San Giovanni, né a San Pietro e né a nessuno degli apostoli.
Una lettera del papa Pelagio I, della metà del VI secolo, descrive una delle diverse pratiche per ottenere reliquie secondarie. Una tunica poteva essere messa a contatto con il sepolcro di un santo e dopo tre giorni avrebbe assorbito le virtù santificanti e sarebbe diventata una reliquia per contatto. Quindi questa tunica, prima di arrivare a Siracusa, sarebbe stata messa a contatto con il sepolcro dell’apostolo Giovanni ad Efeso. Non ci sono ulteriori notizie sull’altra tunica, la dalmatica, e non capisco perché quella a maniche strette viene adesso attribuita a San Pietro e non a San Giovanni.
Prima del lungo processo di restauro, le due tuniche erano conservate all’interno di due teche, compresse tra due vetri. Le due tuniche erano molto degradate, ma quella a maniche strette, attribuita a San Pietro, molto di più e in alcuni parti le fibre si polverizzavano al contatto. È di lino e lana e le misure sono 130 (H) x 183 (A). La dalmatica di San Giovanni, di lino e fibra cellulosica, misura 126 (H) x 118 (A). Su entrambe le tuniche ci sono state varie asportazioni di tessuto, proprio perché considerate delle reliquie.
La tunica di San Pietra era montata su una fodera rossa che è stata rimossa, e ‘ricostruita’ inserendo all’interno un tessuto di tela di lino e sull’esterno un tessuto di seta trasparente. In quella di San Giovanni, molto meno deteriorata, sono stati inseriti solo dei supporti locali e sulle maniche si è sovrapposto un tessuto di seta trasparente.
Anche se non sono le autentiche tuniche dei santi, sono però degli esemplari unici antichissimi che meriterebbero una visita.
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1.- Per saperne di più sulla Scala Santa invito alla lettura dell’articolo ‘La Scala Santa’
3.- I Patti Lateranensi fra il Regno d’Italia e la Santa Sede, firmati l’11 febbraio 1929, ristabilirono i rapporti tra i due stati interrotti nel 1870 a causa della Presa di Roma e l’annessione di questa al Regno d’Italia, che era quanto rimaneva degli Stati della Chiesa, ponendo fine al potere temporale dei papi. Venne anche istituita la Città del Vaticano come stato indipendente.
Sulle orme degli apostoli: le reliquie di San Filippo. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui
– San Felipe. G. Mazzuoli (1643-1725) – Basílica de San Juan de Letrán, Roma
Felipe era originario de Betsaida, por lo tanto era galileo, pero como Andrés, tenía un nombre griego. Nació hacia el año 5 y tal vez estuviera casado y con hijos. Fue el que condujo Bartolomé a Jesús. Una de las veces en las que se cita en el Evangelio es en el momento de la multiplicación de los panes y de los peces.
“Cuando alzó Jesús los ojos, y vio que había venido a él gran multitud, dijo a Felipe: ‘¿De dónde compraremos pan para que coman estos?’ Pero esto decía para probarle; porque él sabía lo que había de hacer. Felipe le respondió: Doscientos denarios de pan no bastarían para que cada uno de ellos tomase un poco’”. (Jn 6, 5-7)
Debido a este episodio del Evangelio, en la iconografía a veces se le representa con un trozo de pan en la mano, y otras veces con la cruz, el instrumento de su martirio.
Según la tradición, habría predicado en Escitia (parte de la actual Ucrania), Lidia y sobre todo en Frigia (parte de la Turquía asiática), donde pasó los últimos años de su vida y donde fue martirizado, crucificado bocabajo, como Pedro, en el año 80.
La tradición había situado su sepultura en Hierapolis, actual Pamukkale donde, de hecho fue hallada en el 2011 por una expedición arqueológica italiana guiada por el Prof. Francesco d’Andria, entre los restos de una basílica del siglo V de tres naves, en la parte central del templo. Una típica tumba romana del siglo I que se encuentra en el lugar donde surgía una necrópolis romana. En las paredes del pequeño edificio hay muchos grafitis con cruces. Un sello de bronce de aproximadamente un cm de diámetro, presente en el Museum of Fine Arts de Richmond en los Estados Unidos y que procede de Hierapolis, avala la hipótesis de la atribución a Felipe de esta tumba.
En el sello, que servía para autentificar el pan de San Felipe que se distribuía a los peregrinos, aparece la imagen de un santo con una inscripción que reza ‘San Felipe’ y alrededor del borde un trisagio en griego1. La figura del santo está representada entre dos edificios: el de la derecha está cubierto por una cúpula, y representa el Martyrion octogonal, del que hablaremos más adelante; el de la izquierda, con el tejado a dos aguas, es la basílica, con una lámpara colgada en la entrada, e indica el sepulcro del santo.
– Tumba de San Felipe, Hierápolis
– A la izquierda, la tumba de San Felipe, que estaba situada en el centro de una basílica de tres naves, de la que aun pueden verse los restos – Hierápolis
– Sello de bronce que servía para autentificar el ‘Pan de San Felipe’ – Museum of Fine Arts, Richmond, USA
A pocos pasos de la tumba ha sido localizado el Martyrium. Hoy quedan solo unas pocas ruinas de un edificio octogonal construido en el V ó VI siglo sobre el lugar en el que fue martirizado el apóstol. Estaba abierto en todos sus lados pudiendo los peregrinos circular libremente por todo el edificio y estaba considerado un santuario de sanación. Pero no solo venían a buscar curaciones, sino también a encontrar conforto moral e inspiraciones. Hacia la mitad del siglo V fue transformado en iglesia con la construcción de un synthronon2, una cúpula centralizada y el cierre de los ambientes que antes estaban abiertos mediante el estrechamiento de las aperturas y la colocación de puertas. Desafortunadamente hacia finales del siglo V hubo un incendio que provocó la progresiva expoliación del lugar. Sucesivamente, hacia el siglo X, se construyeron dos capillas y viviendas precarias entre las partes no destruidas del santuario.
– Martyrium de San Felipe – Vista aérea
– Martyrium de San Felipe – Hierápolis
– Reconstrucción del Santuario del Martyrium
La tumba, en el momento del hallazgo, estaba vacía, porque los restos del apóstol, ya desde el sigo VI, están en Roma, junto con los de Santiago el menor3, en la iglesia de los Santos XII Apóstoles, donde hoy se veneran en la cripta bajo el altar mayor, custodiados en un sarcófago de mármol. De hecho, la Iglesia los festeja juntos, el 3 de mayo.
– Basílica de los Santos XII Apóstoles, Roma
– Sarcófago que contiene las reliquias de los apóstoles Felipe y Santiago el Menor. Basílica de los Santos XII Apóstoles, Roma
Las reliquias, o por lo menos parte de éstas, fueron llevadas a Roma desde Constantinopla alrededor del 560, al tiempo de los papas Pelayo (556-561) y Juan (561-574), y colocadas en la primitiva basílica, dedicada a estos dos apóstoles, construida como exvoto por la liberación de Roma de los Godos. No tenemos noticias de cómo fueron llevadas desde Hierapolis a Constantinopla.
Las reliquias, fueron descubiertas de nuevo en 1973 en la misma iglesia, bajo el altar mayor. Pero tuvieron que cavar para encontrarlas. Apareció un pequeño lóculo que contenía una caja con muchos fragmentos de huesos, algunos dientes, otro material óseo y tejidos con trazas de color púrpura, todo bajo una losa de mármol frigio probablemente del siglo VI. Gracias a los pocos huesos que quedaron íntegros el estudio de los restos reveló que pertenecían a dos personas de sexo masculino, uno de constitución más robusta (Santiago) y el otro (Felipe), de constitución más menuda. Hasta ese momento en la misma basílica se veneraba un relicario con el pie intacto de Felipe y otro relicario con el fémur de Santiago, reliquias que se demostraron compatibles con las encontradas posteriormente.
En 2017, una delegación de Frailes Menores Conventuales, que están al cargo de la basílica de los Santos XII Apóstoles de Roma, ha entregado dos reliquias insignes del apóstol Felipe a dos iglesias de Esmirna, simbolizando, de esta manera, el ‘retorno’ de San Felipe a Turquía.
Además de las citadas, reliquias de este apóstol se encuentran también en otras iglesias de Roma y de otros lugares. Por ejemplo, un brazo del apóstol llegó a Florencia en 1205 por voluntad del patriarca de Jerusalén Mónaco, de origen florentina. Y se encuentra en la catedral.
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1.- La oración del trisagio es: « Santo Dios, Santo Fuerte, Santo Inmortal, ten piedad de nosotros»
2.- Estructura semicircular que en las iglesias paleocristianas estaba situada en el ábside, o detrás de ésta, y estaba reservada al clero.
La notte fra l’1 e il 2 giugno 2022 un reliquiario contenente 2 fiale di piombo con il sangue di Cristo ed altri 14 oggetti sacri, furono sottratti dall’abbazia di Fécamp, in Normandia, e restituiti dai ladri solo poco più di un mese dopo.
Il collezionista d’arte e storico olandese Arthur Brand, chiamato anche l’Indiana Jones del mondo dell’arte, specialista nel recuperare opere d’arte rubate, pochi giorni dopo la rapina ricevette un’e-mail da un mittente anonimo affermando che agiva per conto di un’altra persona nella cui casa si trovavano gli oggetti sacri rubati. O li distruggevano o glieli inviavano per la loro restituzione. Dopo circa una settimana qualcuno suonò al campanello della sua casa in Olanda. Quando il collezionista aprì la porta, non c’era nessuno, solo una scatola per terra.
– Arthur Brand nella sua casa in Olanda dopo aver ricevuto gli oggetti rubati
Si dice che avere una reliquia rubata del Prezioso Sangue di Cristo è una maledizione. E quando i ladri, attraverso le notizie sulla stampa, si resero conto di cosa avevano rubato, se ne vollero disfare immediatamente. Ma più che di una maledizione si resero conto che il bottino era invendibile. Arthur Brand lo consegnò alla polizia olandese e il Prezioso Sangue, insieme al resto degli oggetti sottratti, dopo oltre un anno di investigazione, fu inviato alla polizia francese e il 13 settembre 2023 è finalmente tornato a Fécamp. Ma i ladri non sono stati ancora trovati.
L’abbazia della Santa Trinità di Fécamp è il secondo centro di pellegrinaggio più importante della Francia dopo il Mont Saint Michel. Da oltre mille anni milioni di fedeli hanno pregato davanti alla reliquia del Prezioso Sangue, alla quale sono stati attribuiti anche molti miracoli, per chiedere ogni tipo di grazia. La reliquia è stata anche il motivo della creazione di quest’abbazia. Secondo la tradizione, si tratterebbe di alcune particelle del sangue coagulato di Cristo raccolte da Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, che furono coloro che si occuparono di dare sepoltura a Cristo. Ricordiamo anche che a Giuseppe d’Arimatea è attribuita la raccolta del sangue di Cristo nel Santo Graal, proveniente dalla ferita del costato di Cristo inferta da Longino1 quando Cristo era ancora sulla croce.
Le due ampolle di sangue sono rinchiuse in un reliquiario di rame dorato del secolo XIX, decorato con smalti azzurri e gemme, alto circa 30 cm, che riproduce una chiesa in miniatura.
Ma come sarebbe arrivata la reliquia del Prezioso Sangue a Fécamp? La sua storia prende corpo e forma definitiva agli inizi del XII secolo quando questa viene ritrovata fra le rovine dell’abbazia, murata in una colonna della chiesa. A quei tempi la storia leggendaria del Santo Volto di Lucca2, elaborata intorno al secolo XII, era già molto famosa in tutto l’occidente cristiano. In questa Nicodemo diventa lo scultore dell’immagine sacra che arriverà a Lucca nel 782, con dentro una o due fiale contenenti il sangue di Cristo che rimasero a Luni.
– Abbazia di Fécamp
A Fécamp, ispirandosi a questa storia e al periplo di quest’immagine fino a destinazione, verrà costruita una storia ‘simile’. Essendosi Nicodemo occupato della sepoltura del corpo di Cristo ne avrebbe approfittato per asportare dal suo corpo delle particelle di sangue rappreso. Diede la reliquia a un suo nipote, Isaac, che la mise in due fiale di piombo e che poi nascose nel tronco di un albero di fico. Successivamente, al fine di evitare possibili pericoli, tagliò il tronco e lo gettò in mare. Il tronco, galleggiando, arrivò dall’estremo orientale del Mediterraneo fino alle rive della regione di Caux (Normandia), dove fu trascinato dalla corrente fino ad un campo che da allora fu chiamato Fécamp. Quindi la barca che portò il Santo Volto di Lucca divenne in questa storia un tronco di fico, perché sul luogo preesisteva al culto del Prezioso Sangue un culto popolare e pagano per quest’albero e che un fenomeno di falsa etimologia faceva di Fécamp, Fiscannum, luogo ricco di pesci, una pianura, un campo di fichi, fici campus, adattandolo quindi alla realtà locale e allo stesso tempo emancipandolo in parte dalla leggenda ispiratrice.
Come l’arrivo del carro tirato dai buoi a Lucca, l’arrivo del tronco di fico del Prezioso Sangue ha delle caratteristiche miracolose. Come era impossibile staccarlo dalla terra per caricarlo su un carro, un misterioso personaggio si occuperà di svolgere questo compito. Dio conduce il carico al luogo dove doveva erigersi la chiesa della Santa Trinità. In quel luogo, il tronco diventa così pesante da rompere il carro. Il pellegrino, prima di sparire, ricopre il tronco di pietre. L’imitazione è evidente anche se nel caso di trasporto di oggetti rituali e statue di divinità esistono degli schemi letterari che sono patrimonio della mitologia in generale e sono sempre presenti nelle loro narrazioni. C’è anche da segnalare che il discepolo a cui Nicodemo affida il Santo Volto si chiamava Isacar, che nella tradizione del Prezioso Sangue diventa il suo nipote Isaac. È importante segnalare come anche in questo caso incorporare culti locali, come il culto dell’albero di fico, si rivela fondamentale per il progressivo adattamento al culto cristiano.
– Tabernacolo del XVI secolo che custodisce la reliquia del Prezioso Sangue. Chiesa dell’abbazia di Fécamp
L’abbazia di Fécamp è il primo di tre monasteri benedettini femminili fondati nel VII secolo in questa regione. Costruito nel 658, fu distrutto dalle invasioni vichinghe (841) rimanendo abbandonato per molto tempo. Nella seconda metà del X secolo si costruisce il palazzo dei Duchi di Normandia sul terreno dell’abbazia in rovina. Riccardo I (933-996) restaurò la chiesa nella quale trovò la reliquia del Prezioso Sangue. Nel 990 fu consacrata la nuova chiesa, dedicata alla Santissima Trinità, gestita da canonici regolari, dove Riccardo fece incorporare il tronco in un pilastro della chiesa, da dove si diceva che emetteva radiazioni taumaturgiche. Dopo la distruzione dell’edificio a causa di un incendio negli anni 1168-1170, le ampolle metalliche furono ritrovate fra gli sgombri nel 1171 e poste all’adorazione dei fedeli, fatto questo che diede luogo a un importante pellegrinaggio. Poi ci fu un periodo di ‘stasi’ in cui la fama del Prezioso Sangue diminuì e poco a poco si interruppero i pellegrinaggi. Nella seconda metà del XIX secolo il pellegrinaggio a Fécamp conosce una netta ripresa. Nel 1906 si fonda la Confraternita del Prezioso Sangue. Ancora oggi la processione del Prezioso Sangue si tiene nella festa della Santa Trinità, la domenica seguente a Pentecoste, che era stata sospesa a causa del furto.
Esiste una discreta quantità di reliquie del Santo Sangue in Europa, presenti tutte a partire del secolo VIII. Mantova, Bruges, Fécamp, Westminster4, Weingarten, Luni… E una ventina di altri luoghi ancora. I potenti europei per sacralizzare il loro potere gestiscono il sacro con fini politici, e il possesso di reliquie ne diventa lo strumento principale. Fécamp diventa uno dei santuari emblema della dinastia normanna, così come un’opportuna scoperta di una reliquia del Santo Sangue da parte di Enrico II Plantagenet, venerato a Westminster, riesce a rinsaldare il suo potere indebolito dall’assassinio di Tommaso Becket3. La storia di Mantova5, invece, va di pari passo con la sua più importante reliquia. Per citare solo alcuni esempi.
Quanto alle due fiale del Prezioso Sangue di Fécamp è possibile che una sia stata portata dai Crociati e l’altra forse è di origine locale. Una compare poco prima dell’anno 1000 in un villaggio della regione di Fécamp e sarebbe legata a un miracolo eucaristico6 avvenuto nella chiesa locale, e il miracolo sarebbe stato confermato solo nel 1215. La reliquia sarebbe stata trasferita a Fécamp per essere incorporata nell’altare maggiore della chiesa abbaziale. La seconda fu scoperta durante i lavori di ricostruzione citati, agli inizi del 1170, e da lì la costruzione della leggenda e dei primi miracoli attribuiti alla reliquia. Quale delle due sarebbe arrivata dalla Palestina in un tronco di Fico?
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Per approfondire su Longino e le reliquie del sangue di Cristo rinvio alla lettura dell’articolo: ‘Il Sangue di Cristo’
Per approfondire sul Santo Volto di Lucca e la sua leggenda rinvio alla lettura dell’articolo: ‘Le Sante immagini acheropite (5) : I Volti Santi di Lucca e di Sansepolcro’.
Per approfondire sul Preziosissimo Sangue di Mantova: ‘Il Preziosissimo Sangue di Mantova: una reliquia opportuna’, in N. De Matthaeis, Legati a una reliquia. 2020.
Jean-Guy Gouttebrose. À l’origine du culte du Précieux Sang de Fécamp. Le Saint Voult de Lucques. In Guillaume de Volpiano : Fécamp et l’histoire normande. Tabularia, Sources et écrits des mondes normands médiévaux.
Si tratta di 813 abitanti di Otranto trucidati il 14 agosto 1480 dalle truppe turche nell’intento di espandere il loro dominio nella penisola italica e sul Mediterraneo.
Il 28 luglio 1480 circa 18.000 soldati appartenenti all’impero ottomano di Maometto II, su circa centocinquanta imbarcazioni approdarono nel Salento, per conquistare la città di Otranto, essendo partiti da Valona, Albania. Appoggiati in un primo tempo dal Re Ferrante di Napoli, gli otrantini tentarono di fermare gli invasori sui Laghi Alimini, zona dove sbarcarono e che fu successivamente conosciuta come ‘Baia dei Turchi’, a circa 6 km al nord di Otranto. La piccola città non poté resistere agli attacchi dei turchi e tutti i cittadini si ritirarono nella cittadella. Durante l’assedio gli otrantini chiesero invano aiuto al re Ferrante e all’arcivescovo Arenis. Gedik Ahmet Pascià, che era al fronte della spedizione, chiese la resa della città, ma gli otrantini rifiutarono. Dopo i primi attacchi fu inviato un secondo messaggero, il quale non riuscì nemmeno ad avvicinarsi a Otranto perché fu trafitto da una freccia alle porte della città. Per cui ripresero gli attacchi che durarono 15 giorni fino a che la cittadella non fu espugnata. Ne seguì un massacro: gli uomini al di sopra dei quindici anni vennero uccisi, donne e bambini ridotti in schiavitù.
Anche se non poté evitare l’assedio di Otranto, la flotta cristiana stava riorganizzandosi per fare fronte all’invasione turca. Ma un evento inaspettato venne in aiuto dei cristiani: la morte del sultano Maometto II, avvenuta il 4 maggio 1481 avendo aperto le ostilità tra i suoi due figli, Bayazid e Djem che provocò una crisi nell’impero turco. Per cui Ahmet venne richiamato in patria. Il 10 settembre 1481 i turchi restituivano una città ridotta a un cumulo di macerie.
– Cappella dei Martiri. Cattedrale di Otranto
Secondo la tradizione cattolica vi furono alcuni superstiti che si erano rifugiati nella cattedrale di Santa Maria Annunziata, guidati da Antonio Pezzulla, un anziano sarto, detto il Primaldo, con l’arcivescovo Stefano Pendinelli. Gedik Ahmet Pascià disse loro di rinnegare della loro fede e di convertirsi all’Islam. Ne ricevettero un netto rifiuto, per cui furono portati sulla collina della Minerva, chiamata da allora ‘collina dei Martiri’, e decapitati. L’arcivescovo fu fatto a pezzi. Erano 813. Il primo ad essere decapitato fu Antonio Primaldo e la tradizione racconta che il suo corpo rimase in piedi senza testa fino a che non furono tutti decapitati. Dopo più di un anno, il 13 ottobre 1481, questi corpi furono trovati incorrotti e traslati nella cattedrale di Otranto, dove ancora si trovano i loro resti, salvo una parte che fu in seguito mandata a Napoli e ad altre città, soprattutto pugliesi.
– Chiesa Santa Maria dei Martiri, eretta sulla collina della Minerva
Il processo di canonizzazione di questi martiri fu estremamente lungo: infatti iniziò nel 1539 e terminò nel 2013 con fasi intermedie: nel 1771 furono dichiarati beati dal papa Clemente XIV per cui ne fu autorizzato il culto; il processo fu riaperto nel 2007 da Benedetto XVI che nel 2012 attribuisce il miracolo della guarigione della suora Francesca Levote all’intercessione dei martiri di Otranto. Un miracolo è la condizione necessaria per la canonizzazione. Quindi il 12 maggio 2013 furono dichiarati santi da papa Francesco.
La suora in questione era malata di cancro e ricoverata a Genova dal 1979 al 1982. In occasione di una peregrinazione di un’urna contenente delle reliquie di quei martiri che passò nel 1980 dal monastero delle Clarisse di Spoleto, le sue consorelle misero sul suo letto quest’urna invocando la loro intercessione per la guarigione di suor Francesca. Suor Francesca morì nel 2011 per cause estranee a quella malattia.
Una delle cause per cui il processo di canonizzazione è stato così lungo è legata alle testimonianze raccolte nel 1539 dall’arcivescovo Pietro Antonio de Capua in sede del primo processo perché a quanto pare i sopravvissuti all’eccidio non fornirono prove documentali certe sul martirio per fede, il che bloccò fin dal principio la causa di beatificazione, che fu riaperta nel settecento ricostruendo l’accaduto su fonti non molto chiare.
– Cattedrale di Santa Maria Annunziata, Otranto
Proprio per ciò, il movente della stage otrantina – per molti studiosi – non è solo religioso. Esso può essere associato anche alla combinazione di più fattori: tra questi la punizione verso chi ha rifiutato di arrendersi, la vendetta per l’uccisione dell’ambasciatore turco durante la lotta; non per ultime – però – vanno considerate le motivazioni militari, ovvero l’intento di seminare il panico per indebolire la resistenza dell’esercito locale.
Dal 1711 le ossa della maggior parte di essi sono custodite in cattedrale, nell’abside della navata di destra, in sette grandi armadi. In piccoli armadi laterali sono conservati resti di carne, rimasti integri, senza alcun trattamento, dopo oltre cinque secoli. Nella cattedrale vi è inoltre il ceppo della decapitazione. I martiri di Otranto divennero i protettori della città. Sulla collina della Minerva venne edificata una chiesa sul luogo del martirio. In quest’ultima una lapide sintetizza i fatti accaduti. Inoltre, dal 1980 un’altra lapide, posta sul lungomare della città in occasione della visita di papa Giovanni Paolo II, li ricorda nel cinquecentesimo anniversario del martirio.
Presso le mura della città si erge il Monumento ai Martiri di Otranto, inaugurato nel 1924 dal Principe ereditario Umberto di Savoia. Ricorda la fiera resistenza di Otranto e dei suoi cittadini all’assedio turco del 1480.
– Lapide commemorativa de Martiri di Otranto nel 500º anniversario
– Monumento ai Martiri di Otranto
– Mosaico della cattedrale di Otranto
Senza dubbio la cattedrale di Otranto merita una visita e non solo per il ricordo dei martiri di Otranto ma anche per la bellezza della stessa soprattutto per lo spettacolare mosaico del pavimento, di ben 52 metri di lunghezza. Realizzato dal monaco basiliano Pantaleone, vissuto nel XII secolo, è uno dei più grandi al mondo. La sua struttura iconografica ha per tema centrale l’albero della vita, quello che Dio piantò nel Giardino dell’Eden, lungo il quale si mostrano oltre a diversi temi biblici anche animali reali o mitologici, personaggi della mitologia greca o del ciclo bretone. E addirittura una raffigurazione di Alessandro Magno che vola in cielo portato da due grifoni.
Chopin, grandissimo compositore e pianista che non ha bisogno di presentazioni, ha sempre avuto la sua Polonia nel cuore. Nel 1830, quando scoppiò la rivolta di Varsavia contro l’occupazione russa, lui si trovava a Parigi e fu costretto a rimanervi, scegliendo un esilio forzato, per sottrarsi all’autocratico governo zarista.
Frédéric Chopin nasce nel 1810 nei pressi di Varsavia da madre polacca e padre francese e all’età di sette anni compone la sua prima opera. Da quel momento in poi non smette più di comporre. Da quando lascia la Polonia visita Praga, Vienna e Parigi, città quest’ultima dove trascorre circa 17 anni e dove muore nel 1849. Frequentando gli ambienti culturali parigini, nel 1836, in casa si Franz Liszt, conosce Aurora Dupin, baronessa di Dudevant, scrittrice e divorziata con due figli, che si faceva chiamare George Sand. George Sand diviene la sua amante e la loro relazione durò per circa otto anni.
Chopin aveva una salute molto cagionevole; per migliorare i suoi problemi respiratori il medico gli consiglia di cercare un luogo dove il clima fosse più mite. Quindi nel novembre del 1838 si trasferisce con George Sand e i figli di questa a Palma di Maiorca. Ma in quel momento il clima del luogo non gli fu favorevole e la salute di Chopin peggiora. Gli viene diagnosticata una tubercolosi, una malattia contagiosa, che lo costringe alla quarantena. Ma la notizia si diffonde nell’isola e la coppia viene evitata dalla gente essendo quindi costretta a rifugiarsi nel monastero di Valldemossa per il tempo necessario di organizzare il viaggio di rientro, cosa non facile nelle sue condizioni e per di più con problemi economici.
– Certosa di Valldemossa, Maiorca. Stanze occupate da Chopin e George Sand durante il loro soggiorno sull’isola
Nel 1839, dopo soli tre mesi dal loro arrivo sull’isola, rientrano in Francia e Chopin continua a insegnare anche se la sua salute peggiora. Nel 1848 la sua precaria situazione finanziaria lo spinge ad accettare un tour a Londra e in Scozia per fare alcuni concerti. Torna a Parigi nel 1849 e il 17 ottobre di quello stesso anno muore, a soli 39 anni. Il suo funerale si celebra nella chiesa della Madeleine dove sono interpretati i suoi Preludi in mi minore e in si minore ed il Requiem di Mozart. Viene sepolto nel cimitero parigino di Père-Lachaise, fra la tomba di Bellini e quella di Cherubini. La scultura funebre posta sulla tomba è opera dello scultore Auguste Clésinger, marito della figlia di George Sand.
– Tomba di Chopin. Cimitero Père-Lachaise, Parigi. La statua di Auguste Clésinger, rappresenta Euterpe, la musa della musica.
Chopin aveva il terrore di essere seppellito vivo. Per questo motivo nel suo letto di morte dispose che subito dopo il trapasso il suo corpo fosse aperto e il cuore estratto e portato nella sua amata Polonia. E così fecero, e per conservarlo lo misero in un recipiente di vetro pieno di cognac. La sorella Ludwika riuscì a portarlo a Varsavia, passandolo ‘di contrabbando’ alla frontiera, nascondendolo sotto le gonne. In Polonia il cuore passò per diverse mani di parenti prima di essere chiuso in una colonna della chiesa di Santa Croce di Varsavia, come se fosse la reliquia di un santo, con sotto la scritta tratta dal Vangelo: “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”.
– Chiesa della Santa Croce, Varsavia. Nel pilastro di sinistra è rinchiuso il cuore di Chopin.
– Pilastro della Chiesa di Santa Croce che alberga il cuore di Chopin
Nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, il cuore viene prelevato dai nazisti, in concreto da un ufficiale di alto rango, non per rubarlo, ma per proteggerlo dai disordini del conflitto perché era un grande ammiratore di Chopin. I tedeschi lo consideravano in parte come un ‘loro’ compositore a causa dell’influenza che ebbero i musicisti tedeschi sulla sua musica. E fu un bene, perché la chiesa fu in parte distrutta dai bombardamenti.
Nel 1945, terminata la guerra, il cuore viene restituito nel corso di una cerimonia solenne, e riposto nella stessa colonna, con la chiesa ricostruita. Ma sorge un dubbio: avranno i nazisti restituito il cuore autentico di Chopin?
Nel 2008 un gruppo di scienziati richiede sopralluogo per confrontare il cuore con il resto del corpo seppellito a Parigi e così confermare l’autenticità della reliquia, oltre che per confermare la malattia che lo portò alla tomba. Ma i religiosi si opposero, considerandolo una sorta di profanazione. Però è generalmente accettato che i dubbi sull’autenticità del cuore sono infondati, perché è stato dimostrato che sia il contenitore che i sigilli, come anche l’aspetto del cuore sono dell’epoca dei fatti.
– Monumento a Chopin, Parco “Łazienki”, opera di Wacław Szymanowski, iniziato nel 1908 e terminato nel 1926.
Nel 2014 fu fatto un sopralluogo superficiale per controllare lo stato di conservazione dello stesso e che l’alcohol non si fosse evaporato. Con grande sigillo e segretezza, 13 persone di notte, fra cui scienziati e l’arcivescovo di Varsavia, osservano il cuore senza toglierlo dal barattolo e scattano centinaia di foto. I risultati dell’operazione vengono resi noti solo dopo 5 mesi e certificano lo stato di buona conservazione del reperto e la tubercolosi come causa della morte. Ma la comunità scientifica internazionale non accettò questi risultati perché un esame visivo non è sufficiente.
– Una delle panchine di Varsavia dove si possono consultare gli itinerari ‘chopiniani’, scricare applicazioni inerenti alla vita e opera di Chopin e ascoltare brani della sua musica
Dopo le varie ipotesi formulate e dopo l’ottenimento di un’altra straordinaria autorizzazione per un ulteriore esame visivo del cuore di Chopin, questo fu realizzato nel 2017 e determinò che molto probabilmente fu una pericardite, causata dalla tubercolosi. C’è da considerare che il certificato di morte, che andò distrutto, indicava come causa della morte una tubercolosi dei polmoni e della laringe. Tuttavia la posteriore autopsia, effettuata tre giorni dopo la morte, non aveva confermato cambiamenti polmonari tubercolari affermando che la sua malattia era sconosciuta alla medicina contemporanea.
A Varsavia Chopin è presente ovunque: cominciando dall’aeroporto che porta il suo nome passando per scuole, ristoranti, negozi, parchi. Nella Via Reale, nella città vecchia, ci sono panchine multimediali di granito che indicano itinerari chopiniani e, pigiando un bottone, diffondono la musica del loro grande compositore. Ognuna suona un brano diverso e racconta una storia della sua vita. Le panchine sono state disposte nel 2010, bicentenario della nascita del compositore. E poi ci sono i concerti in diversi luoghi fra i quali il più famoso è il Parco dei Bagni Reali “Łazienki”, e dove si può vedere una delle migliori statue dedicate all’artista, ricostruita nel 1958 dopo essere stata distrutta dai nazisti.
– Museo Chopin, Varsavia
E si vuole approfondire ancora un po’, allora è altamente consigliata una visita al museo Chopin, dove potremo vedere la sua maschera mortuaria e un calco delle mani, ambedue fatte in sede di autopsia, oltre che al suo famoso piano Pleyel, oggetti personali, ritratti, lettere, disegni e molte altre notizie e curiosità. Ma anche a Maiorca, nella Certosa di Valldemossa, si può visitare la cella1 che Chopin e George Sand affittarono nel loro breve soggiorno sull’isola.
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Anche se viene chiamata ‘cella’, si tratta di tre stanze con giardino appartenenti al complesso del monastero. Nel programma di alienazione dei beni della Chiesa da parte dello stato spagnolo, nel 1835 questo monastero fu espropriato, cacciati i monaci e le ‘celle’ affittate.
Per saperne di più rimetto alla lettura del libro della scrittrice polacca, premio Nobel 2018, Olga Tokarczuk, ‘I Vagabondi’, Milano 2019.
– Martirio di San Paolo, Mosaico Sec, XII-XIII. Duomo di Monreale
Erroneamente chiamata la ‘Spada di San Paolo’ non sarebbe una spada appartenuta a San Paolo, ma quella utilizzata per il suo martirio per decapitazione all’epoca di Nerone. E’ anche chiamata ‘Coltello di Nerone’. La spada aveva una lunghezza di 85 cm, pesava più di 3 chili e su un lato recava incisa la frase “Neronis Cesaris mucro” e sull’altro “Quo Paulus truncatus capite fuit”.
La spada fu un regalo del papa Urbano V (1362-1370) al cardinale Gil Álvarez de Albornoz (1340-1367), arcivescovo di Toledo e successivamente legato papale, che la portò nella sua città. Il dono sarebbe stato il riconoscimento del papa per i servizi prestati alla Santa Sede. Infatti Gil de Albornoz fu uno dei principali artefici della ritorno della sede papale a Roma dopo la parentesi di Avignone. Non sappiamo come sarebbe arrivata la spada nelle mani del papato e quali le sue peripezie.
La spada fu inizialmente donata alla cattedrale di Toledo e fu poi data in custodia al convento dei geronomiti di Santa María de la Sisla di Toledo, dove rimase per circa quattro secoli e divenne una delle reliquie più prestigiose della città. Nel secolo XIX, a causa della ‘Desamortización de Mendizábal’1 (Confisca di Mendizábal), questo convento venne confiscato e la spada fu trasferita al convento delle suore geronomite di San Paolo, sempre a Toledo. Qui continuò ad essere oggetto di venerazione, soprattutto il 25 febbraio di agni anno, festa di San Mattia, quando c’era una celebrazione particolare e si permetteva ai fedeli di baciarla. In questo convento fu vista per l’ultima volta nel corso della Guerra Civile (1936-1939)2. Poi scomparve.
Quando arrivarono le truppe repubblicane a Toledo, queste occuparono tutti i conventi per usarli come caserme. Arrestarono le monache. Prima che i soldati arrivassero al convento di San Paolo il guardiano del convento gettò presumibilmente la spada nel pozzo del cortile del convento per evitare che fosse confiscata. Questo è per lo meno il racconto di un’anziana monaca, e questa rimase la versione ufficiale. Il guardiano del convento fu fucilato dopo pochi giorni, portandosi così il suo segreto alla tomba, perché non rivelò mai a nessuno dove aveva nascosto la spada.
Ma questa tornò alla ribalta nel 1950 quando Franco decise di ritrovarla perché aveva intenzione di farne ossequio al papa Pio XII in occasione dell’anno santo. Franco conosceva molto bene spada fin dal 1907, quando aveva 14 anni e frequentava l’Accademia d’Infanteria di Toledo. Era solito visitare il convento per venerare la spada che esercitava un gran fascino su di lui. Un bel giorno dell’anno 1950 un giornale dell’epoca pubblicava una notizia con il seguente titolo: ‘Cercasi il coltello con il quale fu decapitato San Paolo’, sollecitando così la collaborazione dei cittadini nel caso che il prezioso cimelio fosse finito in casa di qualcuno senza che ne conoscesse il valore. E tutto questo dopo aver ordinato una minuziosa ricerca nel convento di San Paolo, compreso il pozzo, che risultò infruttuosa.
– Articolo pubblicato sul quotidiano ABC il 28 ottobre 1967
Tutti sapevano quanto Franco ci tenesse alle reliquie religiose. Basti pensare alla Mano di Santa Teresa dalla quale non si separava mai. E non sappiamo se per garantirsi una protezione speciale o per pura devozione. Una mania condivisa da altri dittatori dell’epoca, come per esempio da Hitler, che la prima cosa che fece quando prese il potere fu impossessarsi della Santa Lancia di Longino che aveva la fama di rendere invincibili chi la possedesse.
– Pergamena del secolo XVIII grazie alla quale è stato possibile fare delle copie della spada
Tornando alla nostra spada, dal giorno dell’ultima ricerca passarono circa 17 anni quando, nel 1967 negli archivi del Museo di Santa Cruz fu ritrovata una pergamena del XVIII secolo, che riproduceva l’arma con tutte le sue caratteristiche. Questo fatto fu definito dalla stampa dell’epoca ‘una scoperta provvidenziale’. Anche questa volta ne fu data amplia diffusione attraverso la stampa per sapere se qualcuno potesse dare qualche notizia sulla possibile sorte della spada. Ma invano.
Quindi si decise di farne fare due copie, essendo possibili avendo come base il disegno minuzioso e i dati apportati dalla pergamena. Una fu consegnata a Francisco Franco e l’altra al cardinale Vicente Enrique y Tarancón. Prima che la spada fosse consegnata a Franco fu mostrata alle monache del convento di San Paolo le quali, vista la perfezione della copia, credettero che si trattava di quella autentica. Per lo meno questa fu la versione ufficiale.
– Riproduzione della spada dell’anno 2017, esposta nella chiesa del convento di San Pablo di Toledo
Però la cosa curiosa è che anche queste due copie scomparvero. E le ipotesi sono molte intorno a quest’enigma. Francisco J. Rodríguez, autore del libro ‘El enigma de la espada de San Pablo’ ipotizza che potrebbe essere stata tutta una messa in scena, che effettivamente la spada fu ritrovata e che era in possesso del dittatore. L’autore del libro parlò con l’anziana superiora del convento la quale diede una versione dei fatti diversa da quella ufficiale. Questa monaca di 86 anni disse che sentì le voci di due sue sorelle quando i soldati repubblicani entravano nel convento. Mentre arrestavano le monache uno di questi portava in mano la spada, e quando una delle sorelle disse che si trattava di una reliquia, il soldato rispose che l’avrebbe buttata via. Inoltre già nel 1950 erano a conoscenza dell’esistenza della famosa pergamena, e non fu quindi ‘una scoperta provvidenziale’ dell’anno 1967. Perché? Il regime volle far credere che con questa scoperta si poteva fare una copia che sarebbe stata donata al capo dello stato per i suoi 75 anni. Ma era una copia?
Esiste un’altra copia della spada (una terza?) nel Museo dell’Esercito di Toledo, l’unica per il momento, che potrebbe essere il ’bozzetto’ o ‘prova’ delle altre due, ma l’autore del libro non sarebbe s’accordo. Infatti, nel 2016 contattò la persona che fece la copia della spada nel 1967. Questi sostenne che ne fece solo una, e che si trova nel Museo dell’Esercito.
In ogni caso, fino al 2017 era l’unica copia esistente. Dell ‘originale’ e delle due copie ufficiali continuano a non esserci notizie. ‘Originale’ fra virgolette, perché questa spada è (o era) un falcione, un’arma usata dall’undicesimo secolo in poi, probabilmente ispirata a una scimitarra araba. Ben lontano dall’epoca di Nerone.
Dal 2017 una nuova copia della spada è esposta nel convento di San Pablo di Toledo, realizzata dal grande artigiano spadaio di Toledo, Antonio Arellano e così, in qualche modo, è tornata a casa.
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1.- Un insieme di leggi conosciute più popolarmente come la ‘Desamortización de Mendizábal’, (1835-1837) che decretavano, oltre alla soppressione di alcuni ordini monacali e militari, l’espropriazione delle proprietà della Chiesa (denominate ‘mano morta’ per la loro improduttività) e la loro vendita all’asta pubblica. Erano proprietà che erano arrivate in possesso della Chiesa per mezzo di donazioni, eredità e ab intestato (successioni di persone morte senza eredi).
2.- La Guerra Civile (1936-1939) fra il Governo Repubblicano e le forze nazionaliste, nata in conseguenza del colpo di Stato militare guidato da Francisco Franco.
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Per saperne di più sulla Spada di San Paolo: F. J. Rodríguez. El enigma de la espada de San Pablo. Córdoba 2018
Comparación entre el culto a los héroes griegos y a los mártires cristianos. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace
– Processione di martiri. Mosaico. Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna
Fin da tempi immemorabili le comunità umane hanno sacralizzato i loro personaggi esemplari. Renderli immortali per mantenere imperituro il loro esempio che serva da guida alla società e a tutte le generazioni future è il proposito di queste comunità. In questo contesto il ruolo della società è fondamentale. Non esiste né martire né eroe se la società non lo ricorda.
Però il primo requisito per salvare queste persone dalla morte nella memoria collettiva è proprio la morte stessa, perché dopo la morte inizia la loro vita eterna. La morte fa diventare immortale un essere mortale, che così sarà ricordato e vivrà per sempre.
E per mantenere vivo il ricordo è necessario creare il culto, la cui evoluzione determinerà un’identità comunitaria, e un luogo di culto. Un luogo specifico preparato ad hoc che, nel caso dell’eroe greco era chiamato heroon e per il martire cristiano martyrium. Per i molti punti in comune, esiste un consenso quasi unanime nel considerare il culto dei martiri cristiani l’erede del culto degli eroi greci, nonostante le differenze nella loro evoluzione e motivazione.
– Alessandro Magno visita il sepolcro di Achille. J.H. Schonfeld 1672
Quello che distingue sia l’eroe greco che il martire cristiano dal resto dei coetanei è il loro modo di affrontare la morte, anche se non è uguale nei due casi: per il primo era intesa come una forma di proiezione sociale mentre per il secondo il mezzo di ottenere la vita eterna.
Dobbiamo in gran parte all’archeologia l’avanzamento che c’è stato nello studio di ambedue i casi: la archeologia del mondo classico e quella del mondo cristiano. Per lo studio del fenomeno eroico sono stati fondamentali i testi di Omero. Proprio per questo viene anche chiamata ‘archeologia omerica’ che comprende basicamente le scoperte dei grandi archeologi H. Schliemann1 e C. Blegen2, coadiuvate dagli studi di M. Parry e M. Ventris. Nell’archeologia cristiana una fonte inesauribile sono state le catacombe3, il cui studio ricevette un ulteriore impulso con la creazione nel 1852 della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e dell’lstituto Pontificio di Archeologia Cristiana nel 1952, riprendendo gli sudi realizzati da Antonio Bosio e Giovan Battista De Rossi.
Anche le reliquie hanno un particolare protagonismo sia nel culto degli eroi che in quello dei martiri. Racconta Omero come Achille dispone di raccogliere le ossa calcinate del suo caro amico Patroclo, ucciso dal troiano Ettore, per poterle conservare in un’urna che accoglierà, come richiesto dallo spirito di Patroclo, anche le sue quando verrà il momento e di far costruire un tumulo dove sarà depositata l’urna. Il potere dell’eroe risiedeva nelle sue ossa e per questo era importante che fossero messe al sicuro per evitare furti. E se la presenza dei resti era la situazione ottimale, il potere evocatore dell’eroe era così grande che poteva funzionare anche in caso di assenza di questi, come nel caso di un cenotafio. Però anche gli oggetti appartenuti all’eroe erano oggetto di culto: la lancia, lo scudo, strumenti musicali, vestiti … e qualsiasi altra cosa, una prassi questa che ritroviamo identica nel culto dei martiri e dei santi cristiani.
– Martyrium di Cristo. Basilica del Santo Sepolcro, Gerusalemme
L’opera il ‘Martirio di Policarpo’ dell’anno 156, racconta dettagliatamente il martirio del vescovo di Smirne, Policarpo, ed è la prima di questo genere letterario. In essa si legge che i suoi discepoli raccolsero le sue ossa e le depositarono in un luogo adeguato dove potersi riunire per celebrare l’anniversario della sua ‘nascita’, il ‘Dies natalis’, che è così come viene chiamata la data del martirio che equivale alla nascita alla vita eterna. Con l’andare del tempo le reliquie acquisirono un maggior protagonismo perché si credeva che potevano trasmettere l’essenza del santo o addirittura fare miracoli.
Nel caso degli eroi greci non si concepiva lo smembramento dei corpi come nel caso dei martiri e santi cristiani, i cui corpi vennero smembrati in molti pezzi, esibiti e venerati come reliquie in diversi luoghi del mondo cristiano.
Il termine héros designa una persona straordinaria, nobile guerriero difensore della patria, al di sopra dei comuni mortali, un semidio, ma che muore come gli umani. L’ideale eroico passa di generazione in generazione gettando le basi dell’educazione greca. L’eroe personificava gli ideali e la condotta di vita dei cittadini. Assumeva una funzione vitale per il benessere della comunità grazie al culto che gli è reso nel luogo dove erano sepolte le sue reliquie e da cui egli protegge la città contro i nemici, i saccheggi, le carestie, le epidemie e i conflitti di ogni sorta.
-Heroon di Paestum. Costruito intorno al 600 a.C. e scoperto nel 1954 questo cenotafio fu eretto all’eroe fondatore della città
– Ricostruzione dell’heroon di Paestum
L’archeologia, mediante la scoperta dei luoghi di culti di alcuni famosi eroi greci, ha permesso di datare l’origine di questo culto intorno all’VIII secolo a.C., che corrisponde più o meno alla nascita delle polis, le città-stato, e si protrasse fino all’epoca ellenistica e la conquista romana (I secolo a.C.). Questi luoghi, oltre alla tomba, potevano avere una statua, una stele o altro che ricordasse l’eroe. Da semplici monumenti iniziali divennero poco a poco dei grandi spazi, veri e propri edifici porticati e circondati da un recinto, dove venivano offerti dei tributi e dei sacrifici, generalmente di animali e la posteriore celebrazione di un banchetto. Alcuni ricevevano tributi straordinari e in loro onore venivano celebrate feste pubbliche, con processioni, attività agonistiche, equestri e ginniche, simili a quelle destinate agli dèi.
Il termine ‘martire’ cominciò ad essere utilizzato nella Grecia classica con il significato di ‘testimone’: così erano chiamati coloro che testificavano in un tribunale. Nella primitiva letteratura cristiana e nel Nuovo Testamento ‘martiri’ erano coloro che avevano assistito alla morte e resurrezione di Gesù Cristo, quindi dando al termine un significato di ‘osservatore’. Però a partire dal II secolo, il termine ‘martire’ designerà una persona disposta a dar la vita per la fede cristiana che, così facendo partecipava delle sofferenze di Gesù nella sua passione e morte. Le spoglie del martire venivano poi traslate a un ‘martyrium’ che inizialmente era una tomba semplice. Queste tombe poco a poco divennero degli edifici religiosi nei quali era possibile venerare il martire attraverso la celebrazione di riti da parte di tutta la comunità, che generalmente terminavano con l’eucarestia.
– Banchetto eucaristico dei primitivi cristiani. Affresco, Catacombe di San Callisto, Roma. Sec. II
Quindi, potremmo dire che i martiri cristiani sarebbero stati gli ‘eroi’ della fede del nuovo nascente ‘popolo cristiano’. Anche loro diventarono ben presto gli esempi da seguire. Però all’aura divina che pervade l’eroe greco il martire cristiano contrappone quella della santità, e non sarà mai considerato un dio o di natura divina. Inoltre, il martire non ha una morte eroica, nel senso che soffre la persecuzione e una morte aggressiva, però dimostrando un comportamento eroico nel sopportare i peggiori tormenti. L’eroe cerca una morte spettacolare per lasciare un ricordo perpetuo del suo comportamento esemplare nella memoria collettiva e non cerca un’altra vita oltre quella terrena, perché l’Olimpo è riservato soli agli dei. Il martire affronta la morte per convinzione religiosa, sapendo che se muore per la sua fede otterrà la vita eterna e la resurrezione promessa dal suo Messia.
Sia il culto dei martiri che degli eroi furono influenzati dal contesto storico sociale e politico. Con l’andare del tempo la società man mano ha creato altri eroi ed altri martiri. Tutti rispondono a una stessa necessità, che è quella di offrire esempi a cui ispirarsi, che trasmettano valori compatibili con il nostro stile di vita e con i nostri problemi. E non è difficile trovarli: basta guardarsi intorno.
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1.- Conosciuto soprattutto per la scoperta della città di Troia nel 1864 – 2.- E’ famoso per la scoperta del sito di Pilo e gli scavi presso Troia negli anni 30 del secolo scorso. 3.- Consulta la serie di articoli sulle catacombe pubblicati in questo blog.
Per saperne di più:
P. Brown. The cult of the saints. Chicago 1981; M.T. Fumagalli Beonio Brocchieri, G. Guidorizzi. Corpi gloriosi. Eroi greci e santi cristiani. Bari 2012; P. Santyves. I santi successori degli dei. L’origine pagana del culto dei santi (I testimoni della fede), Roma 2016
Las reliquias de San Lucas Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace
San Luca evangelista – El Greco
Luca, probabilmente l’abbreviazione di Lucano, era pagano ed era medico. Ai tempi della predicazione e morte di Gesù lui era lontano dalla Palestina. Infatti Luca era di Antiochia, capitale della provincia romana della Siria, l’attuale Antakia, Turchia Sud-orientale. Si convertì al cristianesimo verso l’anno 40, grazie alla predicazione dei primi cristiani in quella città. Dagli Atti degli Apostoli, attribuiti a lui stesso, e dalle lettere di San Paolo oltre che, come sempre, dalla tradizione, abbiamo molte informazioni della sua vita insieme con Paolo.
San Luca. Attribuito a Raffaello. Roma, Accademia di San Luca
Luca è reputato una persona di grande cultura, come conseguenza di aver ricevuto una robusta formazione greco-ellenista, in accordo con l’elevato stato sociale corrispondente alla professione esercitata. Coltivava anche l’arte e la letteratura. Pare probabile che conobbe personalmente la Madonna, perché il Vangelo di Luca è l’unico dei tre che dà molti particolari dell’infanzia e l’adolescenza di Gesù, che ci parla della Madonna prima della nascita di Cristo, dell’annunciazione, la visita ad Elisabetta e la nascita di Giovanni Battista. San Luca avrebbe ottenuto queste notizie direttamente da Maria, unico testimone ancora vivente. Sempre secondo la tradizione, ne fece diversi ritratti, dato che la pittura era una delle sue attività preferite. Però non esistono prove che dimostrino questa sua abilità. Numerosi sono i ritratti della Madonna attribuiti a San Luca presenti in vari luoghi del mondo cristiano. Addirittura molti gli attribuiscono la prima immagine esistente della Vergine (I-II secolo), che si può vedere Roma, nelle catacombe di Santa Priscilla. Tutto questo ha fatto sì che venga considerato l’iniziatore dell’icografia cristiana. Questa tradizione sorge nel contesto della controvesia iconoclastica (726-843), e la ricerca di tradizioni che dimostrassero un’origine apostolica dell’uso delle effigi sacre, proprio per contrastare l’iconoclastia.
Salus Populi Romani. L’immagine più famosa fra quelle attribuite a San Luca. Roma, Basilica di Santa Maria Maggiore
Però molto poco sappiamo di lui dopo la morte di Paolo. Alcune fonti indicano che Luca avrebbe evangelizzato la Dalmazia, Gallia, Macedonia ed Acaia. Poi la Beozia, antica regione della Grecia vicino a Corinto, sede di vari regni importanti, come quello di Tebe, città dove sarebbe morto ad ottantaquattro anni, celibe e senza aver avuto figli. San Gregorio di Nazianzio sostiene invece che fu martirizzato a Patrasso, insieme all’apostolo Andrea.
Nel 357 le sua ossa furono traslate a Costantinopoli, nella basilica dei Santi Apostoli, sotto Costanzo imperatore, insieme a quelle di Sant’Andrea. Anni dopo, la chiesa venne distrutta da un incendio, che però non danneggiò le bare con i corpi che si trovavano sotto il pavimento della chiesa, che fu fatta ricostruire da Giustiniano nel 527. Nel 1177 furono rinvenute a Padova in una cassa di piombo, nel cimitero di Santa Giustina, e l’attribuzione a San Luca fu dovuta grazie ad un’iscrizione all’interno della cassa che riportava il nome del santo e una doppia croce impressa all’esterno. Nel 1354 ci fu una ricognizione delle reliquie ed in quest’occasione il capo fu portato, dall’imperatore Carlo IV1, nella cattedrale di San Vito, a Praga, dov’è tuttora.
Basilica di Santa Giustina, Padova
Ma come mai nel tesoro della Basilica di San Pietro è esposto un busto reliquiario che contiene il capo di San Luca? Questa reliquia fu portata a Roma nel 586 da Gregorio Magno quando era ambasciatore del papa Pelagio II, regalo dell’imperatore Maurizio Tiberio. Quando a Costantinopoli venne ricostruita la basilica dei Santi Apostoli nel 527, ai tempi di Giustiniano, vi ricollocarono alcune casse con le reliquie di Andrea, Luca e Timoteo, senza che però fossero riaperte per verificarne l’autenticità. Quindi, il “capo di San Luca” venne regalato e portato a Roma in buona fede (?).
Inoltre, sempre a Roma, nel museo della Basilica di Santa Maria Maggiore, c’è un braccio dell’apostolo, insieme a quello di San Matteo. Un dito, invece, sarebbe a S. Pietro in Vaticano ed altre reliquie in altre chiese. Viste le duplicità, nel 1998 vi fu una gran ricognizione con approfonditi esami. L’analisi al carbonio-14 del cranio del Vaticano riporta la datazione di questa reliquia dal V secolo in su. Quello di Praga, invece, viene datato fra il II ed il IV secolo, appartenendo allo scheletro di Padova, del quale sono stati accertati altri dati scientifici a favore dell’autenticità della reliquia2.
Cassa di piombo con le reliquie di San Luca nel momento di essere estratta dal sarcofago per la ricognizione
Relativamente a come e quando siano arrivate le reliquie dell’evangelista a Padova, ci sono state diverse ipotesi: 1) che furono portate dai Crociati dopo il sacco di Costantinopoli del 1204, ma questa è stata subito scartata perché le reliquie sono presenti a Padova dal 1177; 2) che le avrebbe portate a Padova nel secolo VIII, durante il periodo delle lotte iconoclaste, il sacerdote Urio, custode della basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli, insieme ai resti di San Mattia; le reliquie vennero successivamente nascoste, nel IX secolo, nel cimitero di Santa Giustina per metterle in salvo dalle incursioni barbariche degli Ungari; 3) che giunsero al tempo dell’imperatore Flavio Claudio Giuliano (361-363), più conosciuto come Giuliano l’Apostata, probabilmente per salvarle dalle persecuzioni di quest’ultimo. E quest’ultima ipotesi è quella che, secondo la scienza, è la più probabile. Di fatto, nell’ultima ricognizione, si trovarono nel sarcofago centinaia di piccole costole che in un primo tempo si credeva fossero di topi ma che un’analisi più approfondita ha rivelato che appartengono a una trentina di bisce (Coluber viridiflavus). Penetrarono nella bara e rimasero soffocate a causa di un’alluvione che interessò il cimitero paleocristiano di Santa Giustina. Però questo tipo di serpenti non sono presenti in Oriente ma invece sono molto comuni nell’area padana. Il radiocarbonio li ha datati intorno al 400-450 d.C.
Sarcofago contenente le reliquie di San Luca. Basilica di Santa Giustina, Padova
La cassa di piombo con le reliquie dell’evangelista fu traslata in un’arca marmorea costruita nel 1313. Nel 1562 fu ultimata la costruzione della nuova basilica di Santa Giustina dove fu portata l’arca di marmo che, da quel momento in poi, si trova nel transetto sinistro.
Adesso però rimarebbe da svelare il mistero di altre presunte reliquie dell’evangelista presenti a Cremona, nella Chiesa di San Luca, oggi tenuta dai Padri Barnabiti, dove esiste appunto un reliquiario contenente niente di meno che cranio del santo oltre che il suo braccio con la mano sinistra…
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1.- L’imperatore Carlo IV fu un gran collezionista di reliquie. Per saperne di più rimetto alla lettura dell’articolo “I sovrani collezionisti di reliquie”.
2.- La ricognizione, che fu realizzata da un gruppo multidisciplinare di esperti, coordinato da Vito Terribile Viel Marin, titolare della cattedra di anatomia patologica dell’Università di Padova, realizzò esami di ogni tipo, incluso il radiocarbono 14, e terminò nel 2001. Lo scheletro di Padova, intero meno la testa, risultò essere quello di un uomo di origini siriane, morto fra i 75 e gli 85 anni, fra la seconda metà del I secolo e l’inizio del V secolo (secondo due diversi laboratori, Tucson e Oxford). In quell’occasione fu fatto portare il cranio di Praga e fu accertato che appartiene a questo scheletro. “In conclusione, non esiste un solo elemento contrario al fatto che si tratti dello scheletro di San Luca Evangelista”, è la conclusione dello studio.
Guru Granth Sahib: El libro sagrado de los Sijs. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace
In seguito alla predicazione di Guru Nanak, nel XVI secolo, nacque il Sikhismo nella città di Kartarpur Sahib, Punjab, India nord occidentale, e attualmente è diffuso in tutto il mondo con circa 28 milioni di fedeli, anche se la maggior parte risiede nel Punjab e nei paesi anglofoni. Gli insegnamenti del suo fondatore, come anche quelli dei nove Guru che successero al primo, sono contenuti nel Guru Granth Sahib1, il libro sacro della comunità.
Il decimo e ultimo di questi Guru, Guru Gobind Singh Ji prima di morire, nel 1708, decise che il Guru Granth Sahib doveva essere il suo successore, il prossimo Guru, e perciò da quel momento in poi il libro sacro dei Sikhs2 è considerato come una persona, un guru vivente, l’ultimo e imperituro.
Questo testo sacro si compone di 1.430 pagine che raccolgono non solo gli insegnamenti dei suoi dieci Guru, ma anche quelle di diversi santi di altre religioni, tra cui l’Induismo e l’Islam. Contiene circa 3.380 inni e più di 15.000 strofe. E’ scritto in hindi arcaico e la scrittura usata è un alfabeto speciale, detto Gurmukhi, istituito dal secondo Guru. La prima stesura del Guru Granth Sahib fu compilata nel 1604 dal quinto Guru, Arjan Dev, mentre la seconda e ultima versione fu opera di Guru Gobind Singh Ji e risale al 1705. Fu portato ad Amritsar nel Tempio d’Oro, nel Punjab, la capitale del Sikhismo e anche il principale centro di pellegrinaggio.
Nei templi sikhisti (Gurdwara), nella parte più importante della sala di preghiera (Darbar Sahib) c’è una piattaforma (manji), una sorta di leggio, coperta da un baldacchino, decorato con materiali preziosi, dove viene adagiato il libro, avvolto da un tessuto prezioso, e di notte viene deposto cerimoniosamente in un repositorio ricoperto di speciali tessuti decorati. I fedeli quando entrano nella sala si inginocchiano o si inchinano davanti al Guru Granth Sahib, coprono le loro teste e tolgono le scarpe in sua presenza. Mentre si legge il libro si ondeggia su di esso la sacra piuma (Chauri), una sorta di ventaglio fatto di peli di cavallo bianco o yak inseriti in un manico di lana o argento.
Il Chauri viene agitato sul libro sacro durante la lettura per evitare che sul libro si posino insetti o polvere
L’installazione e il trasporto di Guru Granth Sahib sono regolati da rigorose norme. In circostanze ideali, sono necessari cinque Sikh battezzati per trasferire il Guru Granth Sahib da un luogo all’altro. In segno di rispetto, viene portato sulla testa e la persona cammina a piedi nudi. Ogni volta che un devoto lo vede passare si toglie le scarpe e si inchina. La piattaforma, o trono su cui siede il libro sacro viene venerato come simbolo sacro: davanti ad esso i fedeli depositano le loro offerte in denaro o cibo e ad esso non voltano mai le spalle.
Guru Nanak Dev Ji, fondatore del Sikhismo con i 9 guru suoi successori
Il Sikhismo nasce dal desiderio del suo fondatore di armonizzare le due religioni, l’Induismo e l’Islam, perché la zona del Punjab era teatro di terribili scontri fra gli indù locali e i musulmani invasori, dell’impero Moghul. Dall’Induismo trae la credenza della trasmigrazione delle anime (Samsara) e degli effetti delle azioni sulle vite successive (Karma). L’obiettivo ultimo è di interrompere il ciclo delle rinascite, tranne che la liberazione non è vista come un annullamento del sé, bensì come una congiunzione con Dio, che è Uno e indivisibile, come il Dio dei musulmani. Tale congiunzione si ottiene tramite la fede in Dio e il retto comportamento. E come i musulmani, i sikh credono che Dio abbia creato il mondo e che la Sua volontà governi ogni cosa. Un solo Dio, quindi, chiamato ‘Woheguru’, che significa “Gran Maestro”.
Il codice di condotta del sikhismo prescrive che è necessario vivere una vita morale, controllare i cinque vizi3, rendere servizio alla comunità e ai poveri, lavorare onestamente e condividere il guadagno, combattere quando è necessario con coraggio, astenersi dall’adorazione degli idoli e dalle pratiche superstiziose, ricordare il creatore in ogni momento4, seguire un regime alimentare totalmente vegano ed escludere il tabacco e l’alcol. L’ “Amrit Sanchar”, una sorta di battesimo, è il rito che permette di entrare nella comunità dei credenti (Khalsa) quando una persona ritiene di aver raggiunto un’adeguata maturità spirituale. Non è indispensabile per essere Sikh, ma è considerato un segno di dedizione totale alla fede. La cerimonia è condotta da cinque Sikh battezzati. Fin dalla nascita, la desinenza “Singh” (leone) per gli uomini e il nominativo “Kaur” (principessa) per le donne indica l’appartenenza al popolo Sikh.
I segni fisici della fede son le chiamate 5 ‘k’.:
1) Kesh (capelli lunghi raccolti in un turbante, obbligatorio per gli uomini e talora usato anche dalle donne);
2 ) kangha (il pettine, segno di capelli raccolti in modo ordinato, a differenza della crescita «libera» e disordinata degli asceti induisti);
3) kara (un braccialetto di ferro, che rappresenta il controllo morale nelle azioni e il ricordo costante di Dio);
4) kachera (mutande o pantaloncini corti);
5) kirpan (spada cerimoniale, di cui oggi si sottolinea che è un simbolo religioso di fortezza e lotta contro l’ingiustizia, non un’arma)
L’Harmandir Sahib, conosciuto anche come Tempio d’Oro, è il santuario più importante della religione Sikh (Amritsar, Punjab, India)
Tutti gli esseri umani sono uguali davanti a Dio, quindi non esiste il sistema delle caste. Esiste la parità assoluta fra donne ed uomini, anzi la donna è una figura fortemente rispettata per il suo ruolo nella famiglia e nella società. Essa può partecipare, praticare e officiare servizi religiosi. L’inesistenza del clero e ogni forma di ascetismo e mortificazione del corpo, del celibato e del culto delle immagini sono altre caratteristiche di questa religione così come la condivisione dei beni e giustificazione della ‘guerra santa’ intesa come strumento per combattere ingiustizie.
I numerosi santuari dei sikh sono chiamati ‘Gurdwara’, ossia ‘Tempio del Signore’, e sono aperti a tutti, indipendentemente dall’origine o religione. L’unica restrizione riguarda il fatto che il visitatore non deve bere alcol, mangiare carne, fumare sigarette o assumere altre droghe mentre si trova nel santuario. In tutti i templi sikh esiste una zona dove vengono preparati e distribuiti i pasti per tutti quelli che ne hanno bisogno. E` il ‘Langar’, o mensa comunitaria. Una delle cerimonie fondamentali è quella della consumazione di un pasto comune come segno dell’adesione ad una vita di carità e di servizio. Ci si siede per terra come segno di uguaglianza. Ciascuno vi partecipa secondo le proprie capacità e riceve secondo i propri bisogni. E’ gratuito per tutti.
Il tempio per eccellenza è il santuario Harmandir Sahib ad Amritsar, nel Punjab, conosciuto anche come il ‘Tempio d’oro’ e risale al XVI secolo. Le sue cupole ed il soffitto a forma di loto rovesciato sono ricoperti di lamine d’oro. Nel ‘Langar’ di questo tempio si cucinano pasti per circa 100.000 persone al giorno. Centro politico e religioso, oltre che commerciale, il tempio fu da sempre teatro di innumerevoli conflitti. Fu occupato e profanato dagli Afgani nel 1756 e fu distrutto nel 1764. L’ultima profanazione è del 1984 quando l’esercito indiano lo ha danneggiato gravemente bombardandolo ed incendiandolo dovuto alle differenze fra il movimento separatista dei Sikh e il governo di New Dehli, che ebbe origine da quando nel 1947 si stabilì il confine fra India e Pakistan che tagliò il Punjab in due. Ripetuti episodi di violenza si successero fino alla metà degli anni 90 del secolo scorso.
Il simbolo più importante del Sikhismo è il ‘Khanda’, che rappresenta il potere creativo universale e prende il nome dalla spada a due tagli che è al centro, simbolo della Divina Conoscenza; il cerchio simboleggia l’infinito; le due spade all’esterno stanno per l’equilibrio spirituale e temporale dell’universo.
Su ogni tempio viene posta una bandiera gialla, la Nishan Sahib, con il disegno del ‘Khanda’.
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1.- ‘Guru’ significa maestro, guida spirituale, ‘Granth’ libro, ‘Sahib’ è un titolo onorifico, signore
2.- ‘Sikh’ significa discepolo
3.- I cinque vizi sono: lussuria, rabbia, attaccamento, superbia e avidità
4.- Recitare quotidianamente e ripetutamente il Nome del Signore (Nam), anche attraverso il canto di inni, è un precetto di estrema importanza per il credente per raggiungere la liberazione.