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Reliquiosamente

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Archivi autore: Nicoletta De Matthaeis

La febbre dell’Arca di Noè

11 sabato Gen 2025

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Pellegrinaggi, Reliquie, Storia

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Tag

Anomalia dell’Ararat, Ararat, Arca di Noè, David Fasold, Diluvio Universale, Durupinar, Epopea di Gilgamesh, Fernand Navarra, Ron Wyatt, Utpanishtim

– Le storie dell’Arca di Noè. Affresco di A. Luini, 1556. Chiesa di San Maurizio, Milano

“Allora Dio disse a Noè: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori.[ …..] Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita; quanto è sulla terra perirà. Ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. [….] Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e raccoglilo presso di te: sarà di nutrimento per te e per loro». Noè eseguì tutto; come Dio gli aveva comandato, così egli fece.” (Gen 6, 13-22)

“Nel settimo mese, il diciassette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat.” (Gen 8,4)

Per secoli si sono succedute spedizioni al Monte Ararat alla ricerca del suo tesoro nascosto: l’Arca di Noè. Questo monte, in realtà un vulcano, alto più di 5.000 metri, si trova ai confini tra l’Armenia e la Turchia. Oggi appartiene a quest’ultima ma aveva sempre fatto parte dell’Armenia storica, che si estendeva dal Sud del Caucaso fino ai monti del Tauro. Però la Bibbia dice che l’arca si posò sui monti dell’Ararat, al plurale. E in realtà sono due, il grande e piccolo Ararat (in armeno il Masi e il Sis), ma la Bibbia potrebbe solo indicare la zona.  

– Il Grande e il Piccolo Ararat

Esploratori di ogni epoca sono andati alla ricerca del relitto e di alcuni di loro ne sono giunte le testimonianze. Beroso il Caldeo sacerdote, astronomo e storico babilonese, nel 275 a.C. ha scritto circa le abitudini dei pellegrini che scalavano l’Ararat per ‘grattare via la pece dalle pareti dell’Arca per farne amuleti,’ e descrive l’Arca visibile sul Monte Ararat. Lo stesso racconta Flavio Giuseppe, storico ebreo del primo secolo, nel suo libro “La storia dei giudei”. La tradizione vuole che l’imperatore bizantino Eraclio abbia tentato il viaggio nel VII secolo. Tra le testimonianze più celebri c’è quella di Marco Polo riportata nel suo racconto “Il Milione” del 1299, dove narra che all’epoca c’erano moltissime visite all’arca. Molti di questi pellegrinaggi sono stati più recentemente sostituiti da viaggi di esploratori e da spedizioni scientifiche.   

– Il Diluvio Universale. Michelangelo Buonarroti. Cappella Sistina

Ma è esistito davvero il Diluvio Universale? Quello che in passato veniva accettato come un fatto storico poi, per mancanza di evidenze scientifiche, passò ad essere considerato un racconto o un mito. Ma adesso entra di nuovo in gioco la storicità del fatto: forse non fu esattamente un diluvio, ma potrebbe essere stato un disastro naturale, a livello locale o mondiale.

Ecco le teorie principali: lo scioglimento del ghiacciaio Laurentide nel nono millennio a.C. con aumento del livello del Mar Nero con conseguente grande inondazione;  una grande esondazione del Tigri e dell’Eufrate che annegò tutto il mondo conosciuto; grandi caverne sotterranee collegate e piene d’acqua fortemente compresse sotto uno spessore di 10 miglia dalla crosta terrestre che eruppero improvvisamente provocando una reazione a catena ed eruzioni similari in molti altri punti del mondo, inondando la terra dal basso verso l’alto (teoria delle idroplacche); scioglimento di una glaciazione intorno al 9.500 che provocò un maremoto a scala mondiale, che tutte le culture avrebbero chiamato ‘diluvio’.

Non a caso il Diluvio Universale ha dei parallelismi in altre culture. Più di 200 miti ci parlano di un diluvio o di grandi catastrofi, alcuni anteriori e altri posteriori al nostro diluvio, provocati da divinità per punire l’iniquità degli uomini. Ma fu nell’epopea di Gilgamesh (secondo-terzo millennio a.C.) dove si parla per la prima volta di un diluvio.

– Tavoletta di argilla con scrittura cuneiforme dove viene descritto il Diluvio Universale, trovata nella bibliteca del palazzo di Ninive. British Museum, Londra

La scoperta nel 1844 dei ruderi del palazzo di Ninive, capitale dell’Assiria, porta con sé il ritrovamento di migliaia di tavolette d’argilla scritte con scrittura cuneiforme. Nel 1872 vengono decifrate e una di queste narra la storia del Diluvio. L’arca descritta era di forma circolare, come un coracle molto grande, della quale vengono riportate anche le misure. A poco a poco tutte le tavolette sono decifrate e così è stato possibile ricostruire l’epopea di Gilgamesh, il poema più antico del mondo, di mille anni anteriore all’Iliade, contenuta in dodici di queste tavolette.

Gilgamesh era re della città sumera di Uruk, in Mesopotamia, intorno al 2.750 a.C.,  il quale, dopo aver perso il suo grande amico Enkidu va in cerca di un rimedio contro la morte. Ricorre al saggio Utpanishtim, che gli racconta che gli dei lo salvarono dal diluvio universale, insieme a sua moglie, e gli concessero l’immortalità. E per questo motivo non poteva essere concessa di nuovo.

– Utpanishtim sull’Arca. Una delle tavolette dell’Epopea di Gilgamesh

Il Diluvio è presente, in un modo o nell’altro, nella storia di tutte le civilizzazioni. Questo è il motivo principale che porta a dedurre che non si tratta solo di un racconto letterario ma anche di un resoconto di un qualche fenomeno naturale. Citeremo solo alcuni di questi racconti.

Vaivasvata Manu è per gli indiani il progenitore della razza umana. È avvisato da un pesce che l’umanità sarà distrutta da un diluvio e quindi deve costruire un’arca per salvare sé stesso e la sua famiglia. Nella letteratura greco-romana Deucalione e sua moglie Pirra emulano Noè e si salvano dal diluvio. Ricevono poi l’ordine da Zeus di ripopolare la terra lanciando pietre indietro che diventano uomini e donne. Nella mitologia incaica si racconta che il dio Huiracocha inonda la Terra per distruggere una razza di giganti. Nel continente americano una leggenda degli indios Mapuche racconta di come un uomo, la moglie e i figli sopravvivono a un diluvio mentre il resto degli uomini si trasformano in pesci.

– Vaisvasvata Manu e Saptarishi. Miniatura del 1890

E adesso veniamo ai punti salienti degli ultimi due secoli che riguardano la possibile scoperta dell’Arca.

Nel 1840, l’ultima eruzione dell’Ararat causa un gigantesco terremoto creando una grande crepa in un burrone che provoca lo spostamento di un ghiacciaio facendo sì che la ‘possibile’ arca scompaia nel ghiaccio.  

Nel 1876 l’avvocato e politico britannico James Bryce sale sul monte Ararat e afferma di aver trovato un pezzo di legno lavorato, lungo circa 1,20 m. dello spessore di 20 cm, che aveva tutti i requisiti per essere una parte dell’arca.

Nel 1916, Vladimir Rosskowizky, un esploratore russo, assicura di aver trovato, a 4.000 m di altitudine sul Monte Ararat, un’imbarcazione seminterrata sotto il ghiaccio. Lo zar Nicola II invia quindi una spedizione che conferma che la scoperta corrisponde all’Arca. Si prendono campioni e foto che furono considerati prove definitive. La Rivoluzione Sovietica pone fine al regime zarista e le prove scompaiono per sempre.

Nonostante la salita sul Monte Ararat abbia bisogno di un permesso speciale, dovuto soprattutto al fatto che la maggior parte del tempo è ghiacciato (ma anche, in alcuni periodi, per la situazione geopolitica), questo non ha scoraggiato, dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti esploratori e spedizioni.

– Prima foto aerea del l’Anomalia dell’Ararat’

Nel 1949 un aereo spia della Forza Aerea degli Stati Uniti, mentre fa una mappatura della zona dell’Ararat, fotografa una struttura a 4.650 m, nel sito archeologico di Durupinar, a 29 Km dal Monte Ararat, quella che poi sarà chiamata “l’Anomalia dell’Ararat”. Ma la foto non fu divulgata perché ritenuta segreta, come molte altre prese posteriormente in altre occasioni, nei decenni successivi, sia da un aereo che da un satellite.

Nel 1955, Fernand Navarra, un alpinista francese, tira fuori dal fondo di un crepaccio profondo ventiquattro metri un pezzo di legno lavorato. Cosciente che le autorità non gli avrebbero permesso di portarselo via lo fa a pezzi e lo porta via di nascosto. I pezzi sono esaminati da varie università ma non si è potuto stabilire che appartenessero all’arca, nonostante la loro antichità.  

– Formazione geologica a forma di barca. Sito archeologico di Durupinar

Nel 1965 un aviatore turco fotografa quello che si credeva fosse l’impronta di un’imbarcazione fra due campi di ghiaccio sull’Ararat. Quest’ ‘impronta’, è uguale a quella già fotografata dal satellite, chiamata ‘l’Anomalia dell’Ararat’, che ancora non era stata pubblicata. Si tratta di una formazione geologica inusuale a forma di foglia o barca, le cui misure son abbastanza simili a quelle descritte nella Bibbia1.

del 1974, due gruppi vanno sul monte Ararat per filmare dei documentari sulle ricerche dell’arca. Entrambi i gruppi asseriscono di avere visitato il luogo dove Fernand Navarra trovò il legno, ma non trovano nulla che possa provare in modo conclusivo la presenza dell’arca di Noè.

A questo riguardo è interessante sottolineare la notevole mancanza di fiducia e cooperazione tra i gruppi partecipanti alle ricerche. Navarra racconta che, quando il suo gruppo tornava dall’Ararat con il legno reputato di provenienza dell’arca, incontrarono altri due gruppi diretti al monte. Navarra racconta che il suo gruppo non rese gli altri partecipi della propria scoperta. Era evidente lo spirito di rivalità.

– Ron Wyatt a Durupinar

Nel 1977 Ron Wyatt2, vede una foto del sito di Durupinar e decide di fare una spedizione che sarà ripetuta nel 1985 insieme a David Fasold (ex ufficiale della Marina Mercantile americana) e al geofisico Baumgardne. Con l’aiuto di un radar rilevano una grande struttura sotterranea a forma di barca e credono di aver trovato l’arca pietrificata oltre ad una trave di legno coperta di resina e bitume, anch’essa pietrificata. Trovano dei peli di color rosso ed escrementi di animali. E anche delle grosse pietre, che poi chiamò ‘ancore’3 , che sarebbero servite a mantenere ferma l’arca. Le misure della struttura coincidono con quelle dell’arca della Bibbia.  

– Teoria delle ancore di David Fasold
– David Fasold con una pietra-ancora

Nel 1995 vengono finalmente pubblicate le foto de “l’Anomalia dell’Ararat” e questo ravviva la febbre dell’arca.

Nel 2010, dei ricercatori evangelici cinesi e turchi assicurano di aver trovato una parte importante dell’imbarcazione, a cui l’esame del carbonio 14 le avrebbe assegnato un’antichità di 4.800 anni. Però presto venne dimostrato che se trattava di un montaggio fraudolento.   

Nel 2022-23 una spedizione di scienziati di università turche e americane assicurarono di aver trovato i resti dell’Arca di Noè a Durupinar. Analizzano circa 30 campioni di roccia e terreno trovati in una concrezione della grande struttura a forma di nave, e i risultati rivelano che hanno circa 5.000 anni di antichità. Trovano anche segni di attività umana fra il 5.500 ed il 3.000 a.C. Però mancano ulteriori studi per avallare quest’ipotesi.

Non solo, ma è stato ultimamente accertato che la formazione di Durupinar è una roccia del tutto naturale, e che la sua forma, che fa pensare ad un’imbarcazione, è del tutto casuale. Questo non toglie che è evidente che una sorta di diluvio o catastrofe naturale deve essere avvenuta, ma gli scienziati non sono ancora d’accordo su quale esattamente, e come. Mentre alcuni sostengono la possibilità di un’inondazione su larga scala, altri puntano a eventi più localizzati.

Quindi, fino a quando non ci saranno evidenze inconfutabili, le supposte prove che ‘dimostrano’ il ritrovamento dell’Arca di Noè non hanno per il momento valore scientifico.

Nonostante ciò, la passione e la curiosità degli studiosi non si sono affievolite, spinti dalla speranza di scoprire il gran tesoro nascosto.

– Centro visitatori nel Parco Nazionale dell’ Arca di Noè, che include il sito di Durupinar. Si trova sulle colline a est della città di Dogubabyazit

A questo punto sembra chiara l’unica verità emersa finora: nel villaggio di Dogubabyazit, ai piedi del monte Ararat, una generazione di pastori, guide montane, lavoratori e politici si sta arricchendo con gruppi di scienziati, scalatori o pellegrini alla ricerca di una prova tangibile della famosa imbarcazione.

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1.- La Bibbia indica quale erano se misure dell’Arca: 300 cubiti di Lunghezza = 150 metri, 50 cubiti di larghezza = 25 metri e 30 cubiti di altezza = 15 metri.

2.- Wyatt, di religione avventista, lasciò la sua professione di infermiere-anestesista per dedicarsi all’archeologia biblica. Fu un “archeologo dilettante” che dedicò gran parte della sua vita a questa sua passione. Si dice che fra le decine di oggetti o siti da lui scoperti, ci sia anche l’Arca dell’Alleanza.

3.- Sono pietre a forma oblunga che Wyatt mise in piedi, come se fossero monoliti. Fasold ipotizzò che fossero ancore o pesi usati per stabilizzare l’arca mentre galleggiava, fra l’altro perché presentano dei fori nella parte superiore che potrebbero essere serviti per far passare una corda, essendo tipiche nelle imbarcazioni antiche.

La Corona de Espinas vuelve a Notre Dame

22 domenica Dic 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español

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Corona de Epinas, Fondation de Coubertin, Laurent Ulrich, Notre Dame de Paris, Relicarios, reliquias, Sylvain Dubuisson

La Corona di Spine torna a Notre Dame. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

Después de cinco años del incendio que ha devastado la catedral de Notre Dame, ocurrido un triste 15 de abril de 2019, el pasado 8 de diciembre se han vuelto a abrir, de manera solemne, las puertas de la nueva Notre Dame, completamente restaurada, con una suntuosa ceremonia encabezada por el arzobispo de París, Laurent Ulrich, y a la cual has asistido el presidente Macron y muchos líderes mundiales.

Afortunadamente, en ese terrible incendio las reliquias más preciosas de la catedral pudieron ser salvadas1 y guardadas, hasta la reapertura de la catedral, en una caja fuerte en el Ayuntamiento de París.

Entre estas reliquias, la más preciosa es la Corona de Espinas que ha sido devuelta a su catedral el pasado 13 de diciembre, con una solemne ceremonia presidida por el arzobispo de París con la presencia de los Caballeros de la Orden del Santo Sepulcro y ante unos 2.000 feligreses. La corona, apoyada sobre un cojín de terciopelo, fue llevada en procesión desde el altar mayor hasta su nuevo relicario, situado en la nave derecha.

El relicario ha sido realizado por artesanos de la Fondation de Coubertin de París a partir de un diseño de Sylvain Dubuisson. Se trata de una gran custodia de forma circular, alta casi cuatro metros, engarzada con espinas de bronce y apoyada sobre una estructura de madera de cedro2. Está decorada son 396 cabujones de vidrio grabados con una marca en forma di cruz que reflejan la luz, con en el centro una semiesfera de acero inoxidable azul intenso, que alberga la reliquia, y que destaca sobre el halo de doce círculos concéntricos formados por los cabujones cuadrangulares. Está previsto un sistema de iluminación de fibras ópticas para realzar la reliquia garantizando, al mismo tiempo, su óptima conservación.

El relicario contiene también un clavo de la crucifixión y un fragmento de la cruz, aunque estas últimas dos reliquias no serán expuestas al público.

La Corona de Espinas se expondrá a la veneración pública todos los viernes entre el 10 de enero y el 18 de abril de 2025, que será viernes santo. Después, todos los primeros viernes del mes.

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1.- Las reliquias de los santos patronos de la ciudad, San Denis y Santa Geneviève; la túnica de Luis IX, el rey santo; un presunto clavo de la crucifixión de Cristo y la Corona de Espinas. Ésta, estaba precedentemente conservada en la cercana Sainte Chapelle. En Notre Dame se mostraba a los fieles cada viernes de cuaresma.

2.- Según algunos estudiosos es la madera de la Cruz de Cristo

3.- Para profundizar más sobre la Corona de Espinas puedes leer mi artículo sobre el argumento.

4.- Para profundizar más sobre los Clavos de Cristo, puedes leer mi artículo sobre el argumento.

La Corona di Spine torna a Notre Dame

16 lunedì Dic 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in reliquiari, Reliquie

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corona di spine, Fondation de Coubertin, Laurent Ulrich, Notre Dame de Paris, reliquiari, Reliquie, Sylvain Dubuisson

La Corona de Espinas vuelve a Notre Dame. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

Dopo cinque anni dall’incendio che ha devastato la cattedrale di Notre Dame, avvenuto un triste 15 aprile 2019, l’8 dicembre scorso si sono riaperte solennemente le porte della nuova Notre Dame, completamente restaurata, con una spettacolare cerimonia guidata dall’arcivescovo di Parigi Laurent Ulrich e alla quale hanno assistito il presidente Macron e molti leader mondiali.

Fortunatamente in quel terribile incendio le reliquie più preziose delle cattedrale poterono essere salvate1 e conservate, fino alla riapertura della cattedrale, in una cassaforte nel municipio di Parigi.

Fra queste reliquie, la più preziosa è la Corona di Spine che è stata riportata nella cattedrale lo scorso 13 dicembre, con una solenne cerimonia presieduta dall’arcivescovo di Parigi, la presenza dei Cavalieri dell’Ordine del Santo Sepolcro e dinanzi a 2.000 fedeli. La corona, appoggiata su un cuscino di velluto, fu portata in processione dall’altare maggiore al suo nuovo reliquiario, situato nella navata di destra.

Il reliquiario è stato realizzato da artigiani della Fondation de Coubertin di Parigi su disegno di Sylvain Dubuisson. Si tratta di una grande custodia circolare, alta quasi 4 metri, incastonata di spine di bronzo e appoggiata su una struttura di legno di cedro2 . È decorata con 396 cabochon di vetro impressi con un marchio a forma di croce che riflettono la luce, con al centro una semisfera in acciaio inossidabile blu intenso, che ospita la reliquia, che stacca sull’alone dei dodici circoli concentrici formato dai cabochon quadrangolari. Il tutto prevede un sistema di illuminazione a fibre ottiche per valorizzare la reliquia garantendone, al tempo stesso, una conservazione ottimale.

Il reliquiario ospita anche un chiodo della crocifissione e un frammento della croce, sebbene queste ultime due reliquie non saranno esposte al pubblico.

La Corona di Spine sarà esposta alla venerazione pubblica tutti i venerdì fra il 10 gennaio ed il 18 aprile 2025, che sarà Venerdì Santo. Poi, tutti i primi venerdì del mese.

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1.- Leggi anche: Notre Dame de Paris, le reliquie salvate

2.- Secondo alcuni studiosi, è il legno della Croce di Cristo

3.- Per un approfondimento sulla corona di spine puoi leggere il mio articolo sull’argomento

4.- Per un approfondimento sui chiodi di Cristo, puoi leggere il mio articolo sull’argomento

Y, sin embargo, se mueve… Las reliquias de Galileo Galilei

30 sabato Nov 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español

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Angelo Maria Bandini, Anton Francesco Gori, Basílica de Santa Croce, Copérnico, Galileo Galilei, Gian Gastone de’ Medici, Museo de la Historia y de la Ciencia de Florencia, Museo Galileo, reliquias, Teoría heliocéntrica, Vincenzo Capponi, Vincenzo Viviani, Y sin embargo se mueve

Eppur si muove…. Le reliquie di Galileo Galilei.   Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

El 8 de enero di 1642 murió Galileo Galilei uno de los más grandes científicos de todos los tiempos, después de haber sido obligado en 1633 ante el Tribunal del Santo Oficio a renegar de la teoría heliocéntrica, ya formulada por Copérnico, que sostiene que la Tierra y los planetas giran alrededor del sol.

Su sepulcro monumental está en la Basílica de Santa Croce de Florencia, lugar que alberga las sepulturas de muchos famosos personajes de la cultura y del arte. Galileo dejó escrito en su testamento su expreso deseo de ser sepultado en este lugar, siendo ésta también la voluntad del Gran Duque de Toscana.

Pero, debido a la fuerte oposición e intransigencia de la Iglesia, que aún lo consideraba como un hereje, fue sepultado en Santa Croce, esto sí, pero en un cuartito al lado de la capilla de los Novicios, en la misma basílica. Vincenzo Viviani, su discípulo predilecto, invirtió todos sus bienes, toda su ciencia y el resto de su vida en dar a conocer y perpetuar las obras del maestro y para que le construyeran un mausoleo digno. Éste fue finalmente inaugurado en el 1737, fecha en la que la Iglesia finalmente consintió, aún con ciertas reticencias, a que trasladasen los restos del genio desde el cuartito donde aún se hallaban al nuevo sepulcro. Pero no fue un gesto de reconciliación entre Iglesia y Estado, o entre Curia y Ciencia. Al nuevo sepulcro fueron llevados también los restos de Viviani, que murió en el 1703 sin poder haber visto cumplirse el fruto de su incesante labor.

La ceremonia se desarrolló en presencia de muchos importantes exponentes de la sociedad de la época pero con total ausencia de representantes de la Iglesia que, todavía casi un siglo después de su muerte, seguía considerando las teorías de Galileo como una amenaza al orden preestablecido.

Pero cuando fue abierto el ataúd para el reconocimiento del cadáver, sucedió algo extraño: algunos hombres ilustres allí presentes, es decir Anton Francesco Gori, anticuario florentino, Vincenzo Capponi, marqués y Superintendente de la Academia Florentina, y Antonio Cocchi, médico, literato y primer Masón de la Toscana, “extirparon” del cuerpo de Galileo, utilizando un cuchillo, tres dedos de la mano derecha, o sea pulgar, índice y medio, la quinta vértebra lumbar y un diente, con el fin de guardarlos para sí.

Esto demostraba cuánto fuera apreciado y estimado Galileo en los ambientes cultos de la época, hasta tal punto que a menos de un siglo de su muerte ya se había convertido en un mito, un ‘monstruo sagrado’ de la ciencia y por consiguiente se consideraba que sus reliquias tenían un gran valor simbólico.

– Sepulcro de Galileo. 1737 . Basílica de Santa Croce, Florencia

El dedo medio, sustraído por Gori, pasó, alrededor de 1760, a Angelo Maria Bandini, quien lo hizo exponer en la biblioteca Laurenziana de la que era director. En 1841 fue trasladado a la Tribuna de Galileo en el Museo de Física e Historia Natural de Florencia y finalmente, en 1927, al el Museo de la Historia y de la Ciencia, donde se encuentra actualmente.

– Dedo medio de Galileo
 – Relicario en madera con las reliquias de Galileo: los dedos índice y medio de la mano derecha y un diente. Está coronado por un pequeño busto de Galileo. Museo Galileo, Florencia
-Quinta vértebra lumbar de Galileo. Universidad de Padua

La vértebra cogida por el Doctor Cocchi llegó en 1823 a la Universidad de Padua, donde Galileo había enseñado durante veinte años, y donde está actualmente expuesta. El pulgar, el índice y el diente, cogidos por el marqués Capponi pasaron por diferentes manos hasta que en 1905 se perdió su rastro. Fueron descubiertos fortuitamente en 2009 en una subasta pública. Se puso a la venta un extraño relicario de madera, rematado por un busto en miniatura, también de madera, que contenía una ampolla de vidrio con dos dedos y un diente. El comprador, un coleccionista florentino, se dio cuenta de la semejanza del pequeño busto con Galileo y sospechó de lo que podía tratarse. Una vez adquirido, se puso en contacto con la Superintendencia del Patrimonio Histórico que, después de muchos estudios, confirmó que se trataba de los restos perdidos de Galileo. Ahora están expuestos junto con el dedo medio y al resto de otros objetos de Galileo, en el Museo de la Historia y de la Ciencia de Florencia, rebautizado en el 2010 con el nombre de Museo Galileo, en una sala dedicada al gran científico, la Sala VII, “El nuevo mundo de Galileo”. Reporto, a continuación, el texto que describe esta sala:

“La sala dedicada al científico pisano constituye el corazón del Museo Galileo. Aquí están expuestos los únicos dos catalejos que nos han llegado; la lente objetiva del catalejo con el cual, en enero de 1610, el científico observó por primera vez los satélites de Júpiter; el compás geométrico y militar que puso a punto en los años paduanos; ejemplares de otros instrumentos ideados por él y modelos didácticos para ilustrar los resultados fundamentales adquiridos en sus investigaciones de mecánica. A lo largo del eje central de la sala se encuentra el busto de mármol esculpido por Carlo Marcellini por encargo de Cósimo III de Médicis. Se observan, además, algunas reliquias del Galileo santo laico de la ciencia: el pulgar, el índice y el dedo medio de la mano derecha, además de un diente, extirpados del cuerpo de Galileo en el momento de la traslación de sus restos al sepulcro monumental de Santa Croce”.1

– Museo Galileo, Florencia. Sala VII: El nuevo mundo de Galileo
-Relicarios con tres dedos y un diente de Galileo. Museo Galileo, Florencia

Pero si Galileo pudo tener una sepultura más digna después de casi un siglo desde su muerte se debió sobre todo al empeño del último de los Médicis, Gian Gastone quien, aconsejado por un grupo de influyentes intelectuales, estaba decidido a limitar el poder y la injerencia de la Iglesia a través de la laicización del Estado. Y también fue gracias a la influencia de la masonería, que llegó a la Toscana en 1735, que impulsó una modernización de la cultura y de la ciencia manteniendo una neta posición anticlerical. Por lo tanto, sepultar con todos los honores al ‘hereje’ Galileo significaba enviar un claro mensaje de desvinculación del poder de la Iglesia por parte del poder del Estado, además de rendirle homenaje, no solo por su gran contribución a la ciencia sino también por ser símbolo y mártir de la libertad de pensamiento. Como también lo era el gesto, por parte de los eruditos, de adueñarse de una práctica religiosa, la de la veneración de las reliquias, confiriéndole nuevos significados y diferentes valores.

Pero las verdaderas reliquias de Galileo, los verdaderos tesoros, son los instrumentos creados por él y sus obras que hablan de sus teorías y de sus descubrimientos.

Galileo fue rehabilitado por la Iglesia tan solo el 31 de Octubre del 1992, cuando Juan Pablo II anuló la condena infligida por el Santo Oficio al científico, es decir después de 360 años desde que fue condenado ‘al silencio’.

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1.- En el Museo Virtual de Galileo es posible ver todos los objetos expuestos en la Sala VII, con explicaciones y vídeo.

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Para saber más: A. Castronuovo. A indicare astri: Il dito di Galileo; en: Ossa, cervelli, mummie e capelli. Macerata 2016

También puede interesarte: Leonardo: en busca del ADN del genio

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Le tuniche di San Pietro e San Giovanni esposte nei Musei Vaticani

10 domenica Nov 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Reliquie

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Florian Jubaru, Leone XIII, Patriarchio lateranense, Pelagio I, Pio X, Sala degli Indirizzi, Sancta Sanctorum, Tunica di San Giovanni, Tunica di San Pascasio, Tunica di San Pietro, Tuniche di San Pietro e San Giovanni

Dal mese di maggio 2024, e dopo circa cinque anni di restauri e alle soglie del Giubileo 2025, le tuniche di San Pietro e San Giovanni Evangelista, sono esposte nella sala degli Indirizzi di Pio IX, la sala situata all’uscita della Cappella Sistina.

Sono più precisamente una tunica e una dalmatica, di probabile manifattura copta egiziana. Come altre inestimabili reliquie, provengono dal tesoro del Sancta Sanctorum, ossia la cappella privata dei papi nel Patriarchio Lateranense, in cima alla Scala Santa1, a pochi passi dalla basilica di San Giovanni in Laterano.

Dato che le due tuniche sono pervenute senza iscrizione di autentica né altri elementi identificativi, né tanto meno sono menzionate in inventari antichi, l’attribuzione a questi due apostoli va ricercata in un passo della biografia di papa Gregorio Magno, redatta da Giovanni Diacono nel IX secolo, nella quale documenta la presenza, fra le reliquie del Laterano, di una tunica e una dalmatica, rispettivamente appartenute a  San Giovanni Evangelista e a San Pascasio. Ma che c’entra San Pascasio? Ci torniamo dopo.

– Cappella di San Lorenzo in Palatio, più conosciuta come Sancta Sanctorum. Sull’altare l’immagine dell’Acheropita del Salvatore e sotto l’altare rinchiusa dietro una grata, v’era la cassa con le reliquie
– Cassa di legno di cipresso che conteneva il tesoro del Sancta Sanctorum, situata sotto l’altare maggiore della cappella

Intanto parliamo un attimo del Sancta Sanctorum. Perché si chiama così? Perché in questa cappella erano custodite molte preziosissime reliquie, riposte in una cassa di legno di cipresso collocata sotto l’altare maggiore, dietro una grata chiusa a chiave. La cappella risale all’VIII secolo ed è fra le poche cose che rimangono del palazzo dove abitavano i papi fino alla sua quasi demolizione nell’ambito dei lavori promossi da Sisto V alla fine del XVI secolo. Sull’altare della cappella si trova quella che è considerata l’immagine più sacra in assoluto, ossia l’Acheropita del Salvatore2. Nel 1903 papa Leone XIII concesse al gesuita francese Florian Jubaru l’autorizzazione per ispezionare il tesoro contenuto nella cassa per i suoi studi. Dopo vari tentativi un fabbro riuscì finalmente a rompere le pesanti serrature che chiudevano la grata. Una volta aperta la cassa, si constatò che il contenuto conservava reliquie di straordinaria importanza oltre che reliquiari capolavori dell’arte bizantina, copta, siriaca… essendo doni diplomatici interscambiati fra capi di gerarchie ecclesiastiche, soprattutto fra i papi ed i patriarchi di Gerusalemme. Fino a quel momento nessuno aveva visto questo tesoro, conoscendone più o meno il suo contenuto attraverso antichi inventari, anche se poco attendibili. La scoperta scatenò una feroce competizione fra le comunità scientifiche del tempo oltre che all’interno di ordini religiosi per lo studio delle stesse. Per questo motivo, oltre che per evitar problemi con lo stato italiano sulla proprietà dei beni storico artistici dell’antico Stato Pontificio, visto che non erano ancora stati firmati i Patti Lateranensi3, Pio X nel 1905 fece trasportare frettolosamente il contenuto della cassa al Museo Sacro della Biblioteca Apostolica Vaticana, dove rimasero fino al 1999 quando passarono di competenza ai Musei Vaticani.

Tornando alle tuniche descritte da Giovanni Diacono, quella di San Giovanni sarebbe da identificare con quella che papa Gregorio Magno avrebbe chiesto nel 592 all’abate del monastero di Santa Lucia di Siracusa. Quella di San Pascasio, invece, sarebbe stata protagonista, agli inizi del VI secolo, di un miracolo conclusosi con la resurrezione di un giovane defunto.

Le analisi al Carbonio 14 eseguite su queste due reliquie, hanno datato la tunica di San Pietro, quella a le maniche strette, tra il VI ed il VII secolo, mentre la dalmatica di San Giovanni tra la fine del I e inizi del III secolo. Questo sta a indicare che nessuna delle due vesti sarebbe attribuibile a San Pascasio, perché visse tra l’VIII ed il IX secolo. Però sia l’una che l’altra potrebbero essere quella inviata al papa dall’abate siracusano. Però Giovanni Diacono scrive dopo ben tre secoli e lui stesso esprime dubbi sulla tunica di San Pascasio però è completamente certo sulla seconda, quella a maniche strette. Ma se è del VI secolo, è impossibile che fosse appartenuta a San Giovanni, né a San Pietro e né a nessuno degli apostoli.

Una lettera del papa Pelagio I, della metà del VI secolo, descrive una delle diverse pratiche per ottenere reliquie secondarie. Una tunica poteva essere messa a contatto con il sepolcro di un santo e dopo tre giorni avrebbe assorbito le virtù santificanti e sarebbe diventata una reliquia per contatto. Quindi questa tunica, prima di arrivare a Siracusa, sarebbe stata messa a contatto con il sepolcro dell’apostolo Giovanni ad Efeso. Non ci sono ulteriori notizie sull’altra tunica, la dalmatica, e non capisco perché quella a maniche strette viene adesso attribuita a San Pietro e non a San Giovanni.

Prima del lungo processo di restauro, le due tuniche erano conservate all’interno di due teche, compresse tra due vetri. Le due tuniche erano molto degradate, ma quella a maniche strette, attribuita a San Pietro, molto di più e in alcuni parti le fibre si polverizzavano al contatto. È di lino e lana e le misure sono 130 (H) x 183 (A). La dalmatica di San Giovanni, di lino e fibra cellulosica, misura 126 (H) x 118 (A). Su entrambe le tuniche ci sono state varie asportazioni di tessuto, proprio perché considerate delle reliquie.

La tunica di San Pietra era montata su una fodera rossa che è stata rimossa, e ‘ricostruita’ inserendo all’interno un tessuto di tela di lino e sull’esterno un tessuto di seta trasparente. In quella di San Giovanni, molto meno deteriorata, sono stati inseriti solo dei supporti locali e sulle maniche si è sovrapposto un tessuto di seta trasparente.

Anche se non sono le autentiche tuniche dei santi, sono però degli esemplari unici antichissimi che meriterebbero una visita.

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1.- Per saperne di più sulla Scala Santa invito alla lettura dell’articolo ‘La Scala Santa’

2.- Per saperne di più su quest’immagine invito alla lettura dell’articolo ‘Le sante immagini acheropite: L’acheropita del Salvatore nel Sancta Sanctorum’

3.- I Patti Lateranensi fra il Regno d’Italia e la Santa Sede, firmati l’11 febbraio 1929, ristabilirono i rapporti tra i due stati interrotti nel 1870 a causa della Presa di Roma e l’annessione di questa al Regno d’Italia, che era quanto rimaneva degli Stati della Chiesa, ponendo fine al potere temporale dei papi. Venne anche istituita la Città del Vaticano come stato indipendente.

Tras las huellas de los apóstoles: las reliquias de San Felipe

25 venerdì Ott 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Reliquie

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Basílica SS XII Apóstoles, Esmirna, Hierapolis, Martyrion, reliquias, San Felipe

Sulle orme degli apostoli: le reliquie di San Filippo. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

– San Felipe. G. Mazzuoli (1643-1725) – Basílica de San Juan de Letrán, Roma

Felipe era originario de Betsaida, por lo tanto era galileo, pero como Andrés, tenía un nombre griego. Nació hacia el año 5 y tal vez estuviera casado y con hijos. Fue el que condujo Bartolomé a Jesús. Una de las veces en las que se cita en el Evangelio es en el momento de la multiplicación de los panes y de los peces.

“Cuando alzó Jesús los ojos, y vio que había venido a él gran multitud, dijo a Felipe: ‘¿De dónde compraremos pan para que coman estos?’ Pero esto decía para probarle; porque él sabía lo que había de hacer. Felipe le respondió: Doscientos denarios de pan no bastarían para que cada uno de ellos tomase un poco’”. (Jn 6, 5-7)

Debido a este episodio del Evangelio, en la iconografía a veces se le representa con un trozo de pan en la mano, y otras veces con la cruz, el instrumento de su martirio.

Según la tradición, habría predicado en Escitia (parte de la actual Ucrania), Lidia y sobre todo en Frigia (parte de la Turquía asiática), donde pasó los últimos años de su vida y donde fue martirizado, crucificado bocabajo, como Pedro, en el año 80.

La tradición había situado su sepultura en Hierapolis, actual Pamukkale donde, de hecho fue hallada en el 2011 por una expedición arqueológica italiana guiada por el Prof. Francesco d’Andria, entre los restos de una basílica del siglo V de tres naves, en la parte central del templo. Una típica tumba romana del siglo I que se encuentra en el lugar donde surgía una necrópolis romana. En las paredes del pequeño edificio hay muchos grafitis con cruces. Un sello de bronce de aproximadamente un cm de diámetro, presente en el Museum of Fine Arts de Richmond en los Estados Unidos y que procede de Hierapolis, avala la hipótesis de la atribución a Felipe de esta tumba.

En el sello, que servía para autentificar el pan de San Felipe que se distribuía a los peregrinos, aparece la imagen de un santo con una inscripción que reza ‘San Felipe’ y alrededor del borde un trisagio en griego1. La figura del santo está representada entre dos edificios: el de la derecha está cubierto por una cúpula, y representa el Martyrion octogonal, del que hablaremos más adelante; el de la izquierda, con el tejado a dos aguas, es la basílica, con una lámpara colgada en la entrada, e indica el sepulcro del santo.

– Tumba de San Felipe, Hierápolis
– A la izquierda, la tumba de San Felipe, que estaba situada en el centro de una basílica de tres naves, de la que aun pueden verse los restos – Hierápolis
– Sello de bronce que servía para autentificar el ‘Pan de San Felipe’ – Museum of Fine Arts, Richmond, USA

A pocos pasos de la tumba ha sido localizado el Martyrium. Hoy quedan solo unas pocas ruinas de un edificio octogonal construido en el V ó VI siglo sobre el lugar en el que fue martirizado el apóstol. Estaba abierto en todos sus lados pudiendo los peregrinos circular libremente por todo el edificio y estaba considerado un santuario de sanación. Pero no solo venían a buscar curaciones, sino también a encontrar conforto moral e inspiraciones. Hacia la mitad del siglo V fue transformado en iglesia con la construcción de un synthronon2, una cúpula centralizada y el cierre de los ambientes que antes estaban abiertos mediante el estrechamiento de las aperturas y la colocación de puertas. Desafortunadamente hacia finales del siglo V hubo un incendio que provocó la progresiva expoliación del lugar. Sucesivamente, hacia el siglo X, se construyeron dos capillas y viviendas precarias entre las partes no destruidas del santuario.

– Martyrium de San Felipe – Vista aérea
– Martyrium de San Felipe – Hierápolis
– Reconstrucción del Santuario del Martyrium

La tumba, en el momento del hallazgo, estaba vacía, porque los restos del apóstol, ya desde el sigo VI, están en Roma, junto con los de Santiago el menor3, en la iglesia de los Santos XII Apóstoles, donde hoy se veneran en la cripta bajo el altar mayor, custodiados en un sarcófago de mármol. De hecho, la Iglesia los festeja juntos, el 3 de mayo.

– Basílica de los Santos XII Apóstoles, Roma
– Sarcófago que contiene las reliquias de los apóstoles Felipe y Santiago el Menor. Basílica de los Santos XII Apóstoles, Roma

Las reliquias, o por lo menos parte de éstas, fueron llevadas a Roma desde Constantinopla alrededor del 560, al tiempo de los papas Pelayo (556-561) y Juan (561-574), y colocadas en la primitiva basílica, dedicada a estos dos apóstoles, construida como exvoto por la liberación de Roma de los Godos. No tenemos noticias de cómo fueron llevadas desde Hierapolis a Constantinopla.

Las reliquias, fueron descubiertas de nuevo en 1973 en la misma iglesia, bajo el altar mayor. Pero tuvieron que cavar para encontrarlas. Apareció un pequeño lóculo que contenía una caja con muchos fragmentos de huesos, algunos dientes, otro material óseo y tejidos con trazas de color púrpura, todo bajo una losa de mármol frigio probablemente del siglo VI. Gracias a los pocos huesos que quedaron íntegros el estudio de los restos reveló que pertenecían a dos personas de sexo masculino, uno de constitución más robusta (Santiago) y el otro (Felipe), de constitución más menuda. Hasta ese momento en la misma basílica se veneraba un relicario con el pie intacto de Felipe y otro relicario con el fémur de Santiago, reliquias que se demostraron compatibles con las encontradas posteriormente.

En 2017, una delegación de Frailes Menores Conventuales, que están al cargo de la basílica de los Santos XII Apóstoles de Roma, ha entregado dos reliquias insignes del apóstol Felipe a dos iglesias de Esmirna, simbolizando, de esta manera, el ‘retorno’ de San Felipe a Turquía.

Además de las citadas, reliquias de este apóstol se encuentran también en otras iglesias de Roma y de otros lugares. Por ejemplo, un brazo del apóstol llegó a Florencia en 1205 por voluntad del patriarca de Jerusalén Mónaco, de origen florentina. Y se encuentra en la catedral.

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1.- La oración del trisagio es: « Santo Dios, Santo Fuerte, Santo Inmortal, ten piedad de nosotros»

2.- Estructura semicircular que en las iglesias paleocristianas estaba situada en el ábside, o detrás de ésta, y estaba reservada al clero.

3.- Para las reliquias de Santiago el Menor remito a la lectura del artículo “Le cabezas de Santiago el Mayor y Santiago el Menor: pero ¡qué confusión!!”

También te podrían interesar:

Las reliquias de San Pedro, de San Pablo, de San Juan Evangelista, de Santiago el Mayor, de San Tomás, de San Andrés, de San Mateo, de San Bartolomé, de Simón y Judas Tadeo y Las cabezas de Santiago el Mayor y Santiago el Menor: pero qué confusión!!

La “Tabula Puteolana”, ovvero la crocifissione e altri supplizi fatti per bene

06 domenica Ott 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Storia

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crocifissione, Lex Libitinaria, Lex Locationis, Pozzuoli, Tabula Cumana, Tabula Puteolana

Si tratta di un incredibile reperto archeologico del I secolo a.C. trovato nella zona di Pozzuoli nel 1940. La Tabula Puteolana è attualmente conservata nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei di Baia (Napoli). E’ un graffito di 157 x 80 cm (della quale ne rimangono tre grandi frammenti combacianti) che riporta su tre colonne (delle probabili cinque originarie) la Lex Libitinaria o Lex Locationis, riguardante il modus operandi nei diversi servizi relativi a funerali e a supplizi pubblici e privati. La legge prende il nome da Libitina, divinità della morte e della sepoltura e gli addetti all’esecuzione di queste operazioni erano chiamati libitinarii. Il titolo che possiamo leggere sulla lapide, ricostruito, è [DE MUNERE PUBLI]CO LIBITINA[RIO], ossia ‘Riguardo al Servizio Funebre Pubblico’. Questa legge potrebbe essere datata fra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero (metà del I secolo a.C.), un periodo relativamente prossimo alla crocifissione di Cristo.

Il testo della legge non solo specifica le modalità di un funerale e i dettagli tecnici di un castigo, ma riconosce anche il diritto di vita e di morte del padrone sullo schiavo, perfino sulla scelta dei supplizi da inferire. Uno di questi è soprattutto quello della crocifissione.

Tutti questi servizi dovevano essere forniti da una ‘impresa’ specializzata e diretta da un impresario o appaltatore, il manceps. E la legge specifica tutte le regole e ogni piccolo dettaglio tecnico da tener presente. Il manceps o appaltatore, si incaricava sia delle esecuzioni come dei riti funerari, questi ultimi dovevano essere forniti gratuitamente. A questo fine impiegava operae (operai) con funzioni specifiche, normalmente schiavi, con età fra i 20 e i 50 anni e con buona salute. Questi, come i carnefici, dovevano abitare fuori città, in zone specifiche, e potevano entrarvi solo per assolvere i compiti assegnati e sempre indossando un berretto rosso in modo da essere riconosciuti. Era compito degli operae scavare il buco dove veniva inserita la croce, alzare la vittima e fissarla allo stipes (palo). Poi, quando tutto era terminato, si occupavano di togliere i chiodi e portar via il corpo. Trentadue era il numero minimo di addetti che il manceps era obbligato ad avere. L’appaltatore, inoltre, aveva l’obbligo di esporre il testo della legge presso i locali della sua ‘sede’, in modo da poter essere letta dagli interessati, e di rispettare l’ordine di entrata delle richieste di prestazione, salvo le eccezioni previste. Erano previste delle sanzioni per gli appaltatori che non rispettavano gli accordi presi o che ne ritardavano l’adempimento, regolandone anche l’esercizio abusivo. I vari compiti erano espletati da diversi categorie professionali di individui: ustores (addetti alla cremazione), verberatores (flagellatori), carnifices (boia, carnefici), mercenarii e operae, queste ultime due categorie erano lavoratori salariati, impiegati occasionalmente o a servizio permanente. La Tabula offre anche molte altre informazioni, come le tariffe applicabili ai differenti servizi disponibili.

Un paragrafo interessante di questo documento è quello che riguarda la richiesta di crocifissione (o altro supplizio) di uno schiavo o schiava da parte di un privato. Il privato doveva attenersi alle regole stabilite. Nel caso della crocifissione, la ‘ditta’ specializzata, si occupava di fornire la traversa della croce, legacci, le corde per i flagellatori, i flagellatori stessi e qualsiasi altro accessorio e materiale necessario per la costruzione della croce e per fissarla al terreno. Il cliente doveva pagare la somma di quattro sesterzi ciascuno agli operai che portavano la croce, ai flagellatori e al carnefice. In pratica, lo schiavo veniva consegnato all’appaltatore e questi si occupava di infliggergli il tipo supplizio richiesto, anche che lo portava alla morte.

Per quanto riguarda le pene pubbliche, imposte da un magistrato, l’appaltatore non solo doveva prestare il servizio gratuitamente, ma anche fornire tutto il necessario per il supplizio. Inoltre, se il corpo del condannato non era reclamato dai familiari, al suono di un campanello gli operae dell’appaltatore dovevano provvedere a trascinarlo via con un uncino che veniva conficcato nella gola, perché non poteva essere toccato, e a deporlo su di una pira per essere cremato o in una fossa dove probabilmente veniva sotterrato insieme alla croce.

C’erano due principali varianti di crocifissione: la crux, un palo semplice, condanna che probabilmente terminava con la cremazione della vittima viva; e il patibulum, la croce come noi la intendiamo che, con l’aiuto di un sedile o di una pedana, prolungava l’agonia del crocifisso per diversi giorni il quale terminava per morire per asfissia. Questi erano i due più terribili tipi di esecuzioni, ragion per cui, nel caso di condanne pubbliche, erano affidate ad un appaltatore. Per altri tipi di esecuzioni meno cruente, come strangolamento, annegamento o decapitazione, se ne occupavano le stesse autorità. Il patibulum era considerata la peggiore delle condanne. Inizialmente riservata agli schiavi, fu applicata in seguito anche a persone libere, volendo significare il maggior disonore perché così venivano annoverate nella categoria più spregevole del genere umano.

Le regole della Tabula Puteolana vengono riprese più tardi, e aggiornate, nella Tabula Cumana, posteriore di circa un secolo a quella Puteolana e trovata nel 1965, anch’essa conservata nello stesso museo.

La maggior parte delle teorie e studi sull’origine della pratica della crocifissione la fanno risalire all’ambito fenicio-punico e sarebbe stata adottata da Roma intorno al II secolo a.C. dove ci sarebbe rimasta fino al III secolo d.C. Anche se la Lex Libitinaria era di applicazione a Pozzuoli non sarebbe  inverosimile dedurre che in altre città dell’Impero o controllate da Roma ce ne fossero di simili. Forse anche a Gerusalemme? 

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Per saperne di più:  G. Zaninotto: The penalty.of the cross – According to the Tabula Puteolana, Shroud Spectrum International No. 25 Part 3.   L. Bove, in Rend. Acc. Arch. Napoli, 41, 1967, pp. 207 ss.

La ‘Mensa Christi’

22 domenica Set 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Curiosità

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Lago Tiberíades, Mensa Christi, Mesa de Cristo, Nazareth, Pesca milagrosa, Primado de San Pedro, San Pedro, Tabgha

La Mensa Christi.   Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

La Mensa Christi, o Mesa de Cristo, es un bloque de piedra calcárea sobre la cual, según la tradición, cenó Cristo con los apóstoles después de su resurrección, después del episodio de Emaús. Se encuentra en una iglesia de nombre homónimo en el barrio árabe de Nazareth, muy cercana a la iglesia de la Anunciación.

– Iglesia de la ‘Mensa Christi’ en Nazareth

En la segunda mitad del siglo XVIII los franciscanos construyeron una capilla que posteriormente se convertiría en la actual iglesia en 1861, que fue restaurada en ocasión de las celebraciones del segundo milenio. Sobre la roca, que actualmente se utiliza como altar, pueden observarse numerosos grafitos dejados por los peregrinos. Un letrero en latín explica de lo que se trata y una pintura en la pared posterior representa la escena.

– Interior de la iglesia de la ‘Mensa Christi’ en Nazareth
– Inscripción situada en el interior de la iglesia de la “Mensa Christi” en Nazareth1
– Iglesia de la “Mensa Christi”, Nazareth (interior). Cuadro que reproduce la escena

Para visitar esta iglesia hay que pedir la llave al guarda que suele estar por los alrededores.

– Iglesia del Primado de San Pedro a orillas del lago Tiberíades

Pero ésta no es la única ‘Mensa Christi’. De hecho, en Tabgha, a orillas del lago Tiberíades, a 3 Km de Cafarnaúm, encontramos otra, en la Iglesia del Primado de Pedro. Esta pequeña iglesia custodia una gran roca que sería, según la tradición, el lugar donde los discípulos comieron con Jesús después de su resurrección, siendo ésta la tercera vez que Jesús se manifestaba a los discípulos tras su muerte. La iglesia fue construida por los franciscanos en 1993. También esta roca es llamada la ‘Mensa Christi’, como reza un letrero apoyado sobre la misma. Pero este lugar es más recordado porque aquí fue donde Jesús propició la segunda pesca milagrosa y otorgó el Primado a Pedro confirmándolo como cabeza de la Iglesia, con la expresión «Apacienta mis corderos» «Pastorea mis ovejas», como se describe en el evangelio de Juan (Jn 21, 1-23), aunque ésta no era la primera vez que dio el encargo al apóstol, que por este motivo cambió su nombre de Simón a Pedro2. 

– Interior de la iglesia del Primado de San Pedro con la ‘Mensa Christi’

Excavaciones arqueológicas realizadas en 1969 confirmaron que bajo la iglesia del Primado se encuentran las ruinas de dos santuarios, uno del siglo IV y otro del siglo V, destruidos en el siglo XIII. Ambos tenían en el centro una roca llamada por los peregrinos ‘Mensa Christi’, que hoy sigue siendo venerada como la mesa utilizada por Cristo y los apóstoles para la comida después de la pesca milagrosa.

A mi juicio, los dos lugares, más que ofrecer una evidencia histórica, pretender recordar momentos clave de la vida de Cristo o, mejor dicho, de su vida después de la muerte, según describen los evangelios.

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1.- Sacellum hoc in quo lapis asservatur super quem christum cum discipulis comedisse continua tenet traditio temporum injuria et vetustate collapsum (Esta capilla, en la que se conserva la piedra sobre la que Cristo comió con sus discípulos, mantiene una tradición continuada, deteriorada por los tiempos y derrumbada por la edad).

2.- “Yo te digo que tú eres Pedro. Sobre esta piedra edificaré mi iglesia y las puertas de los dominios de la muerte no prevalecerán contra ella. Te daré las llaves del reino de los cielos; todo lo que ates en la tierra quedará atado en el cielo y todo lo que desates en la tierra quedará desatado en el cielo”. (Mt 16, 18-20)

San Pietro in Puglia

08 domenica Set 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Pellegrinaggi

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Ara di Minerva, Canale dei Samari, Columna Sancti Petri, Cripta del Redentore, Galatina, La Via Petrina, Manduria, San Pietro, San Pietro in Bevagna, San Pietro Mandurino, Santa Maria ‘de Finibus Terrae’

– Chiesa di San Pietro Mandurino, Manduria. Cripta. Immagine di San Pietro

È facile immaginare la presenza di Pietro a Roma, città dove passò gli ultimi anni della sua vita e dove molteplici luoghi ricordano l’apostolo, aiutati anche dall’abbondante filmografia: la casa di Pudente e quella di Priscilla e Aquila, dove fu ospite; il carcere Mamertino, dove fu imprigionato; la chiesa di San Pietro in Vincoli, dove si conservano le sue catene; l’ager Vaticanus, dove fu crocifisso e dove sorge la basilica a lui dedicata, sede del papato, dove si conservano le sue reliquie, e molti altri posti ancora. Molti dati sulla vita di Pietro a Roma ce li forniscono gli apocrifi gli  “Atti di Pietro” e gli “Atti dei beati apostoli Pietro e Paolo”, scritti nel II secolo, oltre che la tradizione1.

Secondo gli Atti di Pietro il viaggio dell’apostolo a Roma fu motivato dalla preoccupazione da parte della comunità cristiana per lo scompiglio che aveva creato Simon Mago fra i credenti in quella città. Simon Mago, una sorta di falso capo religioso, era già da tempo conosciuto per ammaliare la gente con trucchi di magia e con il quale Pietro si era già scontrato in altre occasioni, perché pretendeva di comprare dagli apostoli il potere di amministrare lo Spirito Santo con la semplice imposizione delle mani2.

E così Pietro, dopo aver fondato la chiesa di Antiochia e aver visitato anche la Cappadocia, l’Asia minore e la Grecia, s’imbarcò a Cesarea con destinazione a Roma. Gli Atti di Pietro dicono che sbarcò a Pozzuoli, ma non vi è alcuna indicazione sulle sue possibili tappe intermedie.

– Cripta del Redentore, Taranto

Però in Puglia esiste da secoli una tradizione secondo la quale Pietro, nel suo viaggio verso Roma, sarebbe sbarcato in questa regione dove avrebbe convertito, battezzato, fondato comunità cristiane, predicato o nominato vescovi. Si basa fondamentalmente sul gran numero di toponimi e luoghi sacri che fanno riferimento a San Pietro così come leggende create su ciascuno di essi e tradizioni popolari legate alle stesse. Questa tradizione è anche rafforzata dal fatto che le antiche rotte marittime che facevano arrivare a Roma persone e merci avevano approdi in molti luoghi della penisola salentina. Tanto è così che intorno al 2010 nacque il progetto denominato ‘La Via Petrina’, per iniziativa della Soc. Coop. Polisviluppo, che ottenne in seguito il sostegno della Regione Puglia. Sostanzialmente si tratta di una mappatura di tutti i luoghi pugliesi che rivendicano il presunto passaggio di Pietro. Non si tratta di dimostrare la storicità delle tradizioni ma di farle conoscere, mettendo anche in valore il patrimonio culturale e naturalistico collegato a questi luoghi. Quindi non è un unico percorso inteso come un pellegrinaggio classico, ma diversi itinerari, ciascuno con le loro particolarità.

– Cripta del Redentore. Fonte d’acqua. Taranto

Molte città vantano lo sbarco dell’apostolo, o il passaggio, il soggiorno o il semplice pernottamento. Citeremo solo i luoghi più importanti essendo coscienti che la lista completa è molto più esaustiva che comprende la quasi totalità della regione.

Cominciamo da Taranto. Secondo la Historia Sancti Petri, testo del IX-X secolo (che attinge anche dalla tradizione e dalla leggenda) Pietro, nel suo viaggio verso la città eterna ai tempi dell’imperatore Claudio (41-54 d.C.), si fermò in questa città, anzi, prima ancora sull’isola antistante, oggi chiamata isola di San Pietro. Pietro, si sarebbe inginocchiato per ringraziare il Signore dopo l’approdo e avrebbe lasciato un’impronta sulla pietra toccata dalle sue ginocchia che successivamente sarebbe stata portata via dai veneziani. In quest’isola Pietro avrebbe evangelizzato e battezzato gli abitanti e nominato vescovi. Successivamente, una volta sbarcato nel porto di Taranto l’apostolo si sarebbe imbattuto in una fonte d’acqua dedicata al dio Sole, Helios, dominata da una colossale statua dello stesso. Pietro con il segno della croce avrebbe fatto crollare la statua. Poi dedicò la fonte a San Giovanni Battista e la utilizzò per battezzare i tarantini. Il luogo è oggi conosciuto come ‘Cripta del Redentore’ un’antica tomba romana trasformata in chiesa durante il medioevo. I marmi dell’antica acropoli greca di Taranto, probabilmente ubicata dove oggi si trova il canale navigabile, sarebbero stati rimpiegati per costruire una chiesa dedicata all’apostolo, San Pietro alla Porta, abbattuta nel XVI secolo dagli spagnoli per ampliare le fortificazioni cittadine. Solo si è salvato il cippo d’altare su cui, secondo la tradizione, Pietro avrebbe celebrato la prima messa tarantina. È conosciuto come la ‘Columna Sancti Petri’ ed è oggi conservato pressa la Chiesa del Carmine. Nel complesso di San Domenico, costruito sui resti un di un tempio greco nell’area dell’acropoli, troviamo la chiesa di San Pietro Imperiale, costruita intorno al X secolo, con le statue di San Pietro e Paolo. Molte altre testimonianze ancora sono presenti in questa città.

– Chiesa di San Pietro Mandurino, Manduria

San Pietro di Bevagna (Marina di Manduria), è a metà strada tra Taranto e Gallipoli. Qui sorge l’antichissima chiesetta di San Pietro Mandurino, che un’antica iscrizione dedica all’apostolo, con colonne scavate nel tufo e affreschi paleocristiani. Da Manduria a San Pietro in Bevagna si svolge da tempi antichissimi una processione che intende ricordare lo sbarco dell’apostolo dovuto, secondo la tradizione, ad un naufragio. Di fatto, a pochi metri dalla costa sul fondo marino, nei pressi della foce del fiume Chidro, sono visibili ventitré sarcofagi di marmo, di fattura romana risalenti, secondo una recente datazione, al III secolo della nostra era. Il carico sarebbe stato molto probabilmente destinato al mercato di Roma. La tradizione voleva che si trattasse dell’imbarcazione su cui arrivava Pietro, alimentata dal fatto che il luogo era spesso tappa obbligata per gli antichi naviganti per fare rifornimento.

– San Pietro di Bevagna, Sarcofagi del III secolo d.C.
– Chiesa di San Pietro in Bevagna
– Fonte battesimale. Chiesa di San Pietro in Bevagna

Nella chiesetta costiera di San Pietro in Bevagna, un santuario dedicato a San Pietro (addossato ad una torre di avvistamento cinquecentesca) sono conservati nella cripta il ‘Fonte battesimale’ di San Pietro e la ‘Pietra dell’altare’ su cui avrebbe celebrato le messe. Inoltre, in una nicchia, sono visibili simboli petrini in argento (barca del pescatore, la croce papale, la mitra e le chiavi). Tra la chiesa di San Pietro Mandurino e la necropoli preromana, è stata rinvenuta una lapide che è stata datata di circa duemila anni, con incisa la scritta “PETRO VI.SI.ET.” (“A Pietro sia la vita eterna”) con accanto l’ancora, simbolo cristiano.

Nei pressi del fosso Canale dei Samari, a poca distanza da Gallipoli, troviamo la chiesa di San Pietro dei Samari costruita nel secolo XII. Qui Pietro celebrò messa, battezzò e nominò il discepolo San Pancrazio, primo vescovo di Gallipoli. Questo tempio, molto importante nel XVI secolo, fu meta di pellegrinaggi. Oggi purtroppo è ridotto a un rudere.

Anche la comunità cristiana di Otranto sarebbe stata fondata da Pietro, dove avrebbe eretto la prima chiesa, come attestava un’antica iscrizione in greco, oggi perduta, all’esterno della chiesa bizantina di San Pietro di Otranto.

– Masso di San Pietro. Chiesa Madre dei SS. Pietro e Paolo, Galatina

San Pietro in Galatina: qui avrebbe transitato Pietro nel suo viaggio verso Roma, dove si sarebbe riposato su un masso che attualmente si conserva in una cappella della Chiesa Madre dedicata ai SS. Pietro e Paolo. La chiesa è barocca con rifacimenti posteriori, dove un ciclo di affreschi rappresenta la vita dell’apostolo. Il culto do San Pietro era molto forte di questo luogo, come dimostra il nome del toponimo, che solo dopo l’Unità d’Italia passò a chiamarsi semplicemente Galatina. Ma le chiavi del vicario di Cristo continuano ad essere presenti nello stemma del paese.

– Ara di Minerva. Santuario Santa Maria de Finibus Taerre, Castrignano del Capo
– Pozzo di San Pietro. Giuliano di Lecce

Anche a Castrignano del Capo, presso Santa María di Leuca, la tradizione vuole che approdasse Pietro. Qui trovò un tempio pagano dedicato a Minerva che avrebbe convertito al cristianesimo dedicandolo alla madre di Cristo, il santuario Santa Maria ‘de Finibus Terrae’. Nel suo interno è ancora conservata ‘l’ara di Minerva’ un blocco di pietra con incavo per le offerte alla dea, testimonianza del precedente culto pagano. La prima costruzione del santuario risale al IV secolo con numerosi rifacimenti posteriori, avendo subito numerose distruzioni. Nella vicina frazione di Giuliano di Lecce, la chiesa di San Pietro a Giuliano ricorda che Pietro, nel suo passaggio, avrebbe riportato in vita un defunto. La chiesa sarebbe sorta vicino a un pozzo dove l’apostolo si sarebbe dissetato. E’ il pozzo di San Pietro, attualmente coperto da una grata e protetto da un recinto di ferro. Poco distante, a Salignano, si trova la grotta di San Pietro, una grotta rupestre dove Pietro avrebbe trovato rifugio dalle persecuzioni romane.

A questi luoghi potremmo aggiungerne molti altri, nonché molte tradizioni popolari, eventi e cerimonie religiose legate al culto del santo che affondano le loro radici nei secoli e che continuano ad essere più vive che mai.

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1.- Per saperne di più sulla presenza di San Pietro a Roma, invito alla lettura dei seguenti articoli: ‘Le reliquie di San Pietro’, ‘Quando Pietro incontrò Simon Mago a Roma’, ‘Le catene di San Pietro’, ‘Dove fu martirizzato San Pietro?’, ‘Dov’è la cattedra di San Pietro?’. E per l’episodio di ‘Quo Vadis’: ‘Sapevi che esistono le impronte dei piedi di Cristo?.

2.- Per questo motivo il commercio di cose sacre prende di nome di ‘simonia’.

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Per saperne di più consulta il sito ‘La via petrina’

Relicarios fantásticos: El relicario de Bimaran

23 venerdì Ago 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Arte

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Arte del Gandhara, Azes, Brahama, Buddha, Charles Masson, Estupa 2, Indra, Relicario de Bimaran

Reliquiari fantastici: Il reliquiario di Bimaran    Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

– Relicario de Bimaran. En primer plano la imagen de Buda, a la izquierda Brahma y a la derecha Indra

Mide solo 7 cm de diámetro, es de oro, se encuentra en el British Museum y está considerado como una obra maestra del arte griego-budista del Gandhara.

Este pequeño relicario, de valor inestimable, se remonta al siglo I a.C., y no solo es importante en sí mismo por ser el ejemplo mejor conservado de la orfebrería de la India antigua, sino también porque presenta una de las más antiguas imágenes de Buda que se conocen en la zona del Gandhara.

– Estupa nº 2 de Bimaran. Dibujo de C. Masson, 1841

Fue hallado en 1834 por el arqueólogo Charles Masson en el estupa nº2 de Bimaran, cerca de Jalalabad, actual Afghanistan oriental, en el antiguo Gandhara. Junto con el relicario fueron halladas 4 monedas del rey indoescita Azes II, pero atribuidas al rey Indoescita Kharahostes o a su hijo Mujatria quien las mandó acuñar con el nombre de Azes, que han contribuido a la datación del objeto.

– Flor de loto grabada en el fondo del relicario

Sus dimensiones son: 7 cm de alto x 6,7 de diámetro, y ha sido realizado completamente en oro y decorado con granates. Se representa al Buda rodeado por las divinidades hindúes Brahma e Indra, y por bodhisattvas. Es una sucesión de dos grupos idénticos: Brahama-Buda-Indra, y los dos bodhisattvas. En total ocho figuras en alto relieve, repujadas. La mirada y la postura de las divinidades hindúes se dirigen a Buda. La base del objeto está decorada con la representación de una flor de loto con ocho pétalos que ocupa toda su superficie. Estas representaciones tienen una fuerte influencia del arte helenístico, como demuestran las posturas de los sujetos enfrentados, la vestimenta de tipo griego, y otros detalles. Los sujetos están representados bajo arcos apuntados, denominados caitya, que descansan sobre pilastras. El espacio externo entre los arcos está ocupado por un hansa, palabra sanscrita que identifica a un pato indio, considerado como un ave sagrada, además de ser utilizado como símbolo decorativo.

– Relicario de Bimaran, la vasija de esteatita y los objetos que contenía. Exposición British Museum

Este relicario, desafortunadamente hallado sin la tapa, se encontraba dentro de una vasija de esteatita, con inscripciones que indicaban que contenía algunas reliquias de Buda, pero éstas no pudieron ser identificadas cuando la vasija fue hallada en el siglo XIX. Se encontraron, en cambio, cuatro monedas, como ya se apuntó antes, algunas perlas y piedras preciosas y semipreciosas. Inicialmente, las reliquias que podían contener este tipo de relicarios eran restos físicos, por ejemplo huesos del mismo Buda o de sus discípulos más importantes. Más tarde podían ser de todo tipo, por ejemplo fragmentos de vestimenta de algún sacerdote importante, piedras preciosas u otras cosas.

– Relicario de Bimaran. En primer plano el dios Indra, que mira hacia Buddha quien está a la izquierda de la imagen. A la derecha, uno de los dos bodhisattvas.

En el arte del Gandhara, el Buda del relicario de Bimaran está considerado como la primera imagen conocida de Buda. La región de Gandhara (norte del actual Pakistan y este de Afghanistan) fue un importante punto de encuentro de varias influencias artísticas, y donde nació la escuela griego-budista. Varios siglos después de la expedición de Alejandro Magno en el Gandhara, en el 327 a.C., la influencia del arte griego y romano seguía siendo importante. Muchas esculturas revelan una mezcla de estilos orientales y occidentales. Pero este sincretismo no solo se limitaba al campo artístico, sino también al religioso, como demuestra este relicario en el que importantes divinidades hindúes están representadas junto a Buda, probablemente interactuando o rezando juntas.

Es la imagen más antigua fechable de Buda bajo forma humana y la más grande. Antes de esto Buda estaba representado de forma simbólica, como las huellas de los pies o un trono con un parasol. El budismo nació alrededor del VI-V siglo a.C. pero llegó a la zona del Gandhara hacia la mitad del II a.C. desde el valle del Ganges donde predicó Buda y desde donde se empezaron a construir los primeros estupas y monasterios.

Por el valor intrínseco, histórico, artístico y religioso este relicario está considerado como uno de los objetos más importantes del British Museum, y sin duda del arte universal.

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