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Reliquiosamente

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Archivi autore: Nicoletta De Matthaeis

Una famosa reliquia del sangue di Cristo rubata e restituita

12 venerdì Lug 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in reliquiari, Reliquie

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Abbazia della Santa Trinità, Arthur Brand, Fécamp, Nicodemo, Prezioso Sangue, Reliquie, Riccardo I, Santo Volto di Lucca

La notte fra l’1 e il 2 giugno 2022 un reliquiario contenente 2 fiale di piombo con il sangue di Cristo ed altri 14 oggetti sacri, furono sottratti dall’abbazia di Fécamp, in Normandia, e restituiti dai ladri solo poco più di un mese dopo.

Il collezionista d’arte e storico olandese Arthur Brand, chiamato anche l’Indiana Jones del mondo dell’arte, specialista nel recuperare opere d’arte rubate, pochi giorni dopo la rapina ricevette un’e-mail da un mittente anonimo affermando che agiva per conto di un’altra persona nella cui casa si trovavano gli oggetti sacri rubati. O li distruggevano o glieli inviavano per la loro restituzione. Dopo circa una settimana qualcuno suonò al campanello della sua casa in Olanda. Quando il collezionista aprì la porta, non c’era nessuno, solo una scatola per terra.

– Arthur Brand nella sua casa in Olanda dopo aver ricevuto gli oggetti rubati

Si dice che avere una reliquia rubata del Prezioso Sangue di Cristo è una maledizione. E quando i ladri, attraverso le notizie sulla stampa, si resero conto di cosa avevano rubato, se ne vollero disfare immediatamente. Ma più che di una maledizione si resero conto che il bottino era invendibile. Arthur Brand lo consegnò alla polizia olandese e il Prezioso Sangue, insieme al resto degli oggetti sottratti, dopo oltre un anno di investigazione, fu inviato alla polizia francese e il 13 settembre 2023 è finalmente tornato a Fécamp. Ma i ladri non sono stati ancora trovati.

L’abbazia della Santa Trinità di Fécamp è il secondo centro di pellegrinaggio più importante della Francia dopo il Mont Saint Michel. Da oltre mille anni milioni di fedeli hanno pregato davanti alla reliquia del Prezioso Sangue, alla quale sono stati attribuiti anche molti miracoli, per chiedere ogni tipo di grazia. La reliquia è stata anche il motivo della creazione di quest’abbazia. Secondo la tradizione, si tratterebbe di alcune particelle del sangue coagulato di Cristo raccolte da Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, che furono coloro che si occuparono di dare sepoltura a Cristo. Ricordiamo anche che a Giuseppe d’Arimatea è attribuita la raccolta del sangue di Cristo nel Santo Graal, proveniente dalla ferita del costato di Cristo inferta da Longino1 quando Cristo era ancora sulla croce.

Le due ampolle di sangue sono rinchiuse in un reliquiario di rame dorato del secolo XIX, decorato con smalti azzurri e gemme, alto circa 30 cm, che riproduce una chiesa in miniatura.

Ma come sarebbe arrivata la reliquia del Prezioso Sangue a Fécamp? La sua storia prende corpo e forma definitiva agli inizi del XII secolo quando questa viene ritrovata fra le rovine dell’abbazia, murata in una colonna della chiesa. A quei tempi la storia leggendaria del Santo Volto di Lucca2, elaborata intorno al secolo XII, era già molto famosa in tutto l’occidente cristiano. In questa Nicodemo diventa lo scultore dell’immagine sacra che arriverà a Lucca nel 782, con dentro una o due fiale contenenti il sangue di Cristo che rimasero a Luni.

– Abbazia di Fécamp

A Fécamp, ispirandosi a questa storia e al periplo di quest’immagine fino a destinazione, verrà costruita una storia ‘simile’. Essendosi Nicodemo occupato della sepoltura del corpo di Cristo ne avrebbe approfittato per asportare dal suo corpo delle particelle di sangue rappreso. Diede la reliquia a un suo nipote, Isaac, che la mise in due fiale di piombo e che poi nascose nel tronco di un albero di fico.  Successivamente, al fine di evitare possibili pericoli, tagliò il tronco e lo gettò in mare. Il tronco, galleggiando, arrivò dall’estremo orientale del Mediterraneo fino alle rive della regione di Caux (Normandia), dove fu trascinato dalla corrente fino ad un campo che da allora fu chiamato Fécamp. Quindi la barca che portò il Santo Volto di Lucca divenne in questa storia un tronco di fico, perché sul luogo preesisteva al culto del Prezioso Sangue un culto popolare e pagano per quest’albero e che un fenomeno di falsa etimologia faceva di Fécamp, Fiscannum, luogo ricco di pesci, una pianura, un campo di fichi, fici campus, adattandolo quindi alla realtà locale e allo stesso tempo emancipandolo in parte dalla leggenda ispiratrice.

Come l’arrivo del carro tirato dai buoi a Lucca, l’arrivo del tronco di fico del Prezioso Sangue ha delle caratteristiche miracolose. Come era impossibile staccarlo dalla terra per caricarlo su un carro, un misterioso personaggio si occuperà di svolgere questo compito. Dio conduce il carico al luogo dove doveva erigersi la chiesa della Santa Trinità. In quel luogo, il tronco diventa così pesante da rompere il carro. Il pellegrino, prima di sparire, ricopre il tronco di pietre. L’imitazione è evidente anche se nel caso di trasporto di oggetti rituali e statue di divinità esistono degli schemi letterari che sono patrimonio della mitologia in generale e sono sempre presenti nelle loro narrazioni. C’è anche da segnalare che il discepolo a cui Nicodemo affida il Santo Volto si chiamava Isacar, che nella tradizione del Prezioso Sangue diventa il suo nipote Isaac. È importante segnalare come anche in questo caso incorporare culti locali, come il culto dell’albero di fico, si rivela fondamentale per il progressivo adattamento al culto cristiano.

– Tabernacolo del XVI secolo che custodisce la reliquia del Prezioso Sangue. Chiesa dell’abbazia di Fécamp

L’abbazia di Fécamp è il primo di tre monasteri benedettini femminili fondati nel VII secolo in questa regione. Costruito nel 658, fu distrutto dalle invasioni vichinghe (841) rimanendo abbandonato per molto tempo. Nella seconda metà del X secolo si costruisce il palazzo dei Duchi di Normandia sul terreno dell’abbazia in rovina. Riccardo I (933-996) restaurò la chiesa nella quale trovò la reliquia del Prezioso Sangue. Nel 990 fu consacrata la nuova chiesa, dedicata alla Santissima Trinità, gestita da canonici regolari, dove Riccardo fece incorporare il tronco in un pilastro della chiesa, da dove si diceva che emetteva radiazioni taumaturgiche. Dopo la distruzione dell’edificio a causa di un incendio negli anni 1168-1170, le ampolle metalliche furono ritrovate fra gli sgombri nel 1171 e poste all’adorazione dei fedeli, fatto questo che diede luogo a un importante pellegrinaggio. Poi ci fu un periodo di ‘stasi’ in cui la fama del Prezioso Sangue diminuì e poco a poco si interruppero i pellegrinaggi. Nella seconda metà del XIX secolo il pellegrinaggio a Fécamp conosce una netta ripresa. Nel 1906 si fonda la Confraternita del Prezioso Sangue. Ancora oggi la processione del Prezioso Sangue si tiene nella festa della Santa Trinità, la domenica seguente a Pentecoste, che era stata sospesa a causa del furto.

Esiste una discreta quantità di reliquie del Santo Sangue in Europa, presenti tutte a partire del secolo VIII. Mantova, Bruges, Fécamp, Westminster4, Weingarten, Luni…  E una ventina di altri luoghi ancora. I potenti europei per sacralizzare il loro potere gestiscono il sacro con fini politici, e il possesso di reliquie ne diventa lo strumento principale. Fécamp diventa uno dei santuari emblema della dinastia normanna, così come un’opportuna scoperta di una reliquia del Santo Sangue da parte di Enrico II Plantagenet, venerato a Westminster, riesce a rinsaldare il suo potere indebolito dall’assassinio di Tommaso Becket3. La storia di Mantova5, invece, va di pari passo con la sua più importante reliquia. Per citare solo alcuni esempi.

Quanto alle due fiale del Prezioso Sangue di Fécamp è possibile che una sia stata portata dai Crociati e l’altra forse è di origine locale. Una compare poco prima dell’anno 1000 in un villaggio della regione di Fécamp e sarebbe legata a un miracolo eucaristico6 avvenuto nella chiesa locale, e il miracolo sarebbe stato confermato solo nel 1215. La reliquia sarebbe stata trasferita a Fécamp  per essere incorporata nell’altare maggiore della chiesa abbaziale. La seconda fu scoperta durante i lavori di ricostruzione citati, agli inizi del 1170, e da lì la costruzione della leggenda e dei primi miracoli attribuiti alla reliquia. Quale delle due sarebbe arrivata dalla Palestina in un tronco di Fico?

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  1. Per approfondire su Longino e le reliquie del sangue di Cristo rinvio alla lettura dell’articolo: ‘Il Sangue di Cristo’
  2. Per approfondire sul Santo Volto di Lucca e la sua leggenda rinvio alla lettura dell’articolo: ‘Le Sante immagini acheropite (5) : I Volti Santi di Lucca e di Sansepolcro’.
  3. Per approfondire su Tommaso Becket e la sua morte rinvio alla lettura dell’articolo: ‘Tommaso Becket e la ragion di  stato’.
  4. Per approfondire sui i sovrani collezionisti di reliquie rinvio alla lettura degli articolo ‘I Sovrani collezionisti di Reliquie’ e ‘La gran collezione di reliquie di Federico III di Sassonia e Lutero’
  5. Per approfondire sul Preziosissimo Sangue di Mantova: ‘Il Preziosissimo Sangue di Mantova: una reliquia opportuna’, in N. De Matthaeis, Legati a una reliquia. 2020.
  6. Per approfondire sui miracoli eucaristici rinvio alla lettura dell’Articolo ‘Le reliquie di Lanciano e i miracoli eucaristici’.

Per saperne di più :

Jean-Guy Gouttebrose. À l’origine du culte du Précieux Sang de Fécamp. Le Saint Voult de Lucques. In Guillaume de Volpiano : Fécamp et l’histoire normande. Tabularia, Sources et écrits des mondes normands médiévaux.

Las reliquias de Mártioda

29 sabato Giu 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español

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Antonia Hurtado de Mendoza, besloten hofjes, Juan de Necolalde, Legión Tebana, Museo de Bellas Artes de Vitoria, Reliquias de Mártioda, Santa Úrsula


Le reliquie di Mártioda.   Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

El Museo de Bellas Artes de Vitoria (España), entre mayo 2021 y junio 2022 expuso una curiosa colección de reliquias, tras un trabajo de restauración que duró unos seis años. Estas reliquias se encontraban en la iglesia de San Juan Evangelista de la localidad de Mártioda, en la provincia de Álava. Desde abril de 2023 forman parte de la colección permanente de dicho museo, y están expuestas en la capilla del Palacio Augustín Zulueta, sede del mismo.

La colección se compone de 17 cráneos y fragmentos de otros huesos, todos adornados con lujosos tejidos bordados y encajes. Se trataría nada menos que de una parte de las reliquias de los mártires de la legión Tebana y de las de algunas de las 11.000 vírgenes que formaban el séquito de Santa Úrsula. El primer martirio tuvo lugar en Suiza en el siglo III. Se trataba de una legión romana guiada por soldados cristiano-coptos procedentes de Egipto al mando de San Mauricio. Fueron enviados al Norte-Europa para someter a las poblaciones locales, y fueron martirizados porque se negaron a matar a las poblaciones convertidas al cristianismo. El segundo martirio tuvo lugar en Colonia en el siglo V, a manos de los Hunos. El cortejo de vírgenes que formaba parte del séquito de Santa Úrsula, volvía de una peregrinación a Roma, y las jóvenes prefirieron dejarse matar antes que perder la virginidad1. Mientras las reliquias de Santa Úrsula y las 11.000 vírgenes se encuentran casi totalmente en Colonia, en la Cámara Dorada (Goldene Kammer), las de los mártires de la Legión Tebana pueden encontrarse en monasterios e iglesias de toda la cristiandad. Sin embargo, a pesar de su atribución a estos mártires, también existe la posibilidad que fueran halladas en una necrópolis de la misma época, práctica ésta bastante frecuente.

La atribución a los mártires de la Legión Tebana y a las vírgenes del séquito de Santa Úrsula se debe a los diferentes papiros manuscritos que acompañan a la mayoría de las piezas. Esta colección de reliquias pertenecieron a la familia de los Hurtado de Mendoza, originaria de la homónima localidad vasca (Mendoza, Álava), y que a lo largo de los siglos ha prestado servicio a la corte de los Habsburgo, sobre todo en el campo diplomático. Antonia Hurtado de Mendoza y Salvatierra, Señora de Mártioda, vivió en Bruselas hacia la mitad del siglo XVI con su marido Juan de Necolalde, comerciante vasco e inspector de las armas de las fortalezas de Flandes. Se llevarían consigo estas reliquias a su retorno en patria2.  Hay que tener en cuenta que las reliquias en general se consideraban objetos de gran valor por lo que reyes y nobles querían poseerlas, ya que su cercanía proporcionaba, además de prestigio, protección. Otra cosa es saber cómo esta familia entró en posesión de las mismas. Podría haber sido una tentativa de ‘rescate’, para ponerlas a salvo de su probable destrucción por parte de los reformistas que cuestionaban la veneración de las mismas. De hecho hubo un gran movimiento de reliquias que viajaron desde el norte hacia el sur de Europa donde la Contrarreforma se había convertido en un baluarte de defensa de la verdadera fe, siendo el rey Felipe II de España su mayor paladín.

– Inventario de los bienes que llevó Juan de Nicolalde a su retorno en patria2

Independientemente de las reliquias en sí, lo que más llama la atención son los relicarios. De hecho, muy diferentes a los que estamos acostumbrados a ver. Hechos en Flandes, están realizados con ricos tejidos del siglo XVII, bordados con hilos de oro y plata, y diferentes entre sí. En algunos casos las calaveras llevan una suerte de mascarilla que cubre nariz y boca, o casi toda la cara, junto con una especie de aureola, ambas ricamente bordadas. En otros casos hay otros adornos añadidos alrededor del cráneo, que a veces recuerdan un portal de una iglesia o los ‘jardines cerrados’ (bestolen hofjes en holandés), un género artístico flamenco que reproduce jardines en miniatura evocando el paraíso celeste donde residen estos mártires. En otros más, los huesos están en parte forrados de tejido y luego pintados. Se trata probablemente de un caso único de tipos de ‘relicarios’ o de ‘embellecimiento’ de reliquias.

Un panel informativo explica las diferentes fases del proceso de restauración, mostrando cómo se presentaban antes del mismo. Se ha tratado de aportar la mínima intervención posible respetando la integridad histórica, física y estética. Exámenes, como la datación al radiocarbono 14, rayos X o sigilografía, demuestran que los relicarios son de los siglos XVI-XVII, siendo algunos huesos del siglo III. El estudio antropológico efectuado sobre el conjunto de los huesos revela que pertenecieron principalmente a individuos de sexo masculino entre los 21 y 55 años de edad (aunque algunos huesos son femeninos) y las características de los cráneos son compatibles con el tipo euroafricano-mediterráneo, presente tanto en las poblaciones del norte de África como en el Sur de Europa.

– La reliquia antes de su restauración

Lamentablemente, como ya hemos mencionado, de momento no solo no es posible saber cómo la familia Hurtado de Mendoza entró en posesión de las mismas, sino que tampoco de dónde provienen.

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1.- Ambos acontecimientos están tratados en sendos artículos en esta misma publicación. Para saber más sobre el martirio de la Legión Tebana aconsejo la lectura de “Relicarios fantásticos: el Jarrón de San Martín”; para la historia de Santa Úrsula y las 11.000 vírgenes: “Santa Úrsula y las 11.000 vírgenes”.

2.- Inventario de los bienes que llevó Juan de Necolalde, entre los cuales podemos leer: “Oratorio. Doce cabezas de santos, las seis de los tebeos y las otras seis de las once mil vírgenes puestos en sus nichos con vidrio por frente de cada nicho.

I martiri di Otranto

15 sabato Giu 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Reliquie

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Antonio Pezzulla, Baia dei Turchi, Cappella dei Martiri, Collina della Minerva, Francesca Levote, Gedik Ahmet Pascià, Martiri di Otranto, monaco Pantaleone, Primaldo, Santa María dei Martiri

Si tratta di 813 abitanti di Otranto trucidati il 14 agosto 1480 dalle truppe turche nell’intento di espandere il loro dominio nella penisola italica e sul Mediterraneo.

Il 28 luglio 1480 circa 18.000 soldati appartenenti all’impero ottomano di Maometto II, su circa centocinquanta imbarcazioni approdarono nel Salento, per conquistare la città di Otranto, essendo partiti da Valona, Albania. Appoggiati in un primo tempo dal Re Ferrante di Napoli, gli otrantini tentarono di fermare gli invasori sui Laghi Alimini, zona dove sbarcarono e che fu successivamente conosciuta come ‘Baia dei Turchi’, a circa 6 km al nord di Otranto. La piccola città non poté resistere agli attacchi dei turchi e tutti i cittadini si ritirarono nella cittadella. Durante l’assedio gli otrantini chiesero invano aiuto al re Ferrante e all’arcivescovo Arenis. Gedik Ahmet Pascià, che era al fronte della spedizione, chiese la resa della città, ma gli otrantini rifiutarono. Dopo i primi attacchi fu inviato un secondo messaggero, il quale non riuscì nemmeno ad avvicinarsi a Otranto perché fu trafitto da una freccia alle porte della città. Per cui ripresero gli attacchi che durarono 15 giorni fino a che la cittadella non fu espugnata. Ne seguì un massacro: gli uomini al di sopra dei quindici anni vennero uccisi, donne e bambini ridotti in schiavitù.

Anche se non poté evitare l’assedio di Otranto, la flotta cristiana stava riorganizzandosi per fare fronte all’invasione turca. Ma un evento inaspettato venne in aiuto dei cristiani: la morte del sultano Maometto II, avvenuta il 4 maggio 1481 avendo aperto le ostilità tra i suoi due figli, Bayazid e Djem che provocò una crisi nell’impero turco. Per cui Ahmet venne richiamato in patria. Il 10 settembre 1481 i turchi restituivano una città ridotta a un cumulo di macerie.

– Cappella dei Martiri. Cattedrale di Otranto

Secondo la tradizione cattolica vi furono alcuni superstiti che si erano rifugiati nella cattedrale di Santa Maria Annunziata, guidati da Antonio Pezzulla, un anziano sarto, detto il Primaldo, con l’arcivescovo Stefano Pendinelli. Gedik Ahmet Pascià disse loro di rinnegare della loro fede e di convertirsi all’Islam. Ne ricevettero un netto rifiuto, per cui furono portati sulla collina della Minerva, chiamata da allora ‘collina dei Martiri’, e decapitati. L’arcivescovo fu fatto a pezzi. Erano 813. Il primo ad essere decapitato fu Antonio Primaldo e la tradizione racconta che il suo corpo rimase in piedi senza testa fino a che non furono tutti decapitati. Dopo più di un anno, il 13 ottobre 1481, questi corpi furono trovati incorrotti e traslati nella cattedrale di Otranto, dove ancora si trovano i loro resti, salvo una parte che fu in seguito mandata a Napoli e ad altre città, soprattutto pugliesi.

– Chiesa Santa Maria dei Martiri, eretta sulla collina della Minerva

Il processo di canonizzazione di questi martiri fu estremamente lungo: infatti iniziò nel 1539 e terminò nel 2013 con fasi intermedie: nel 1771 furono dichiarati beati dal papa Clemente XIV per cui ne fu autorizzato il culto; il processo fu riaperto nel 2007 da Benedetto XVI che nel 2012 attribuisce il miracolo della guarigione della suora Francesca Levote all’intercessione dei martiri di Otranto. Un miracolo è la condizione necessaria per la canonizzazione. Quindi il 12 maggio 2013 furono dichiarati santi da papa Francesco.

La suora in questione era malata di cancro e ricoverata a Genova dal 1979 al 1982. In occasione di una peregrinazione di un’urna contenente delle reliquie di quei martiri che passò nel 1980 dal monastero delle Clarisse di Spoleto, le sue consorelle misero sul suo letto quest’urna  invocando la loro intercessione per la guarigione di suor Francesca. Suor Francesca morì nel 2011 per cause estranee a quella malattia.

Una delle cause per cui il processo di canonizzazione è stato così lungo è legata alle testimonianze raccolte nel 1539 dall’arcivescovo Pietro Antonio de Capua in sede del primo processo perché a quanto pare i sopravvissuti all’eccidio non fornirono prove documentali certe sul martirio per fede, il che bloccò fin dal principio la causa di beatificazione, che fu riaperta nel settecento ricostruendo l’accaduto su fonti non molto chiare.

– Cattedrale di Santa Maria Annunziata, Otranto

Proprio per ciò, il movente della stage otrantina – per molti studiosi – non è solo religioso. Esso può essere associato anche alla combinazione di più fattori: tra questi la punizione verso chi ha rifiutato di arrendersi, la vendetta per l’uccisione dell’ambasciatore turco durante la lotta; non per ultime – però – vanno considerate le motivazioni militari, ovvero l’intento di seminare il panico per indebolire la resistenza dell’esercito locale.

Dal 1711 le ossa della maggior parte di essi sono custodite in cattedrale, nell’abside della navata di destra, in sette grandi armadi. In piccoli armadi laterali sono conservati resti di carne, rimasti integri, senza alcun trattamento, dopo oltre cinque secoli. Nella cattedrale vi è inoltre  il ceppo della decapitazione. I martiri di Otranto divennero i protettori della città. Sulla collina della Minerva venne edificata una chiesa sul luogo del martirio. In quest’ultima una lapide sintetizza i fatti accaduti. Inoltre, dal 1980 un’altra lapide, posta sul lungomare della città in occasione della visita di papa Giovanni Paolo II, li ricorda nel cinquecentesimo anniversario del martirio.

Presso le mura della città si erge il Monumento ai Martiri di Otranto, inaugurato nel 1924 dal Principe ereditario Umberto di Savoia. Ricorda la fiera resistenza di Otranto e dei suoi cittadini all’assedio turco del 1480.  

– Lapide commemorativa de Martiri di Otranto nel 500º anniversario
– Monumento ai Martiri di Otranto
– Mosaico della cattedrale di Otranto

Senza dubbio la cattedrale di Otranto merita una visita e non solo per il ricordo dei martiri di Otranto ma anche per la bellezza della stessa soprattutto per lo spettacolare mosaico del pavimento, di ben 52 metri di lunghezza. Realizzato dal monaco basiliano Pantaleone, vissuto nel XII secolo, è uno dei più grandi al mondo. La sua struttura iconografica ha per tema centrale l’albero della vita, quello che Dio piantò nel Giardino dell’Eden, lungo il quale si mostrano oltre a diversi temi biblici anche animali reali o mitologici, personaggi della mitologia greca o del ciclo bretone. E addirittura una raffigurazione di Alessandro Magno che vola in cielo portato da due grifoni.  

La Piedra Negra

27 lunedì Mag 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español

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Abraham, Al-atim, Al-higr Ismail, betilos, Cármatas, circunvalación, Dhul Hijjah, hajj, Islamismo, Ka’ba, kiswa, La Meca, Mahoma, Maqam Ibrahim, Masjod al-Haram, Medina, Piedra Negra, reliquias, tawāf

La Pietra Nera          Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

Se encuentra en la esquina oriental de la Ka’ba, un edificio cúbico, situado en el centro del patio de la gran mezquita de La Meca, la Masjod al-Haram. Se trata de una piedra de color negro, de unos 30 cm de diámetro, engarzada en un marco de plata, que sirve para mantener juntas las piezas, y que tiene el aspecto de una gran pupila. Pero hubo un tiempo en que todo ello formaba un único bloque, antes de que el impacto de una piedra lanzada desde una catapulta durante el asedio de la ciudad de La Meca por parte de las tropas Omeyas, en el 663, provocó su ruptura en diferentes pedazos.

Pero éste no ha sido el único daño que ha sufrido la Piedra a lo largo de los siglos. En el 930 fue sustraída por la secta de los Cármatas y fue devuelta en el 952 previo pago de un rescate. Fue profanada varias veces y hasta cubierta de excrementos.

Todos los años, en la fecha señalada, recibe millones de peregrinos1 quienes, siguiendo los rituales prestablecidos, giran alrededor de la Ka’ba en sentido antihorario. Esta deambulación es denominada tawāf, o circunvalación. En el transcurso de la misma los fieles hacen una pequeña parada delante de la Piedra Negra para besarla, y si la gran muchedumbre no lo permite, la señalan en sus siete tránsitos (o vueltas) con el brazo extendido. Recordemos que la peregrinación (Hajj) a La Meca, se realiza entre el octavo y el décimo-tercer día del Dhul Hijjah, el último mes del calendario islámico, y debe hacerse por lo menos una vez en la vida del creyente, porque es uno de los cinco preceptos de la religión musulmana. Existe una tradición según la cual la Piedra Negra sería el ojo de un ángel que controla quiénes son los peregrinos que cumplen con esta obligación. En realidad esta peregrinación quiere evocar la que hizo Mahoma durante su segunda peregrinación después de la Hégira2.

– La Piedra Negra visible en el ángulo oriental de la Ka’ba

La piedra existe desde tiempo inmemorial. La tradición dice que era la única piedra que quedaba de la ‘Casa Antigua’ hecha por Allah en la tierra, que fue salvada del Diluvio Universal por Noé y recuperada por Abraham quien construyó, junto con su hijo Ismael, la Ka’ba, como santuario para conservarla. Siempre según esta tradición, la piedra inicialmente era blanca y con los siglos, poco a poco, se puso negra porque los fieles, al besarla, le transferían sus pecados. Cuando se acabe el mundo la piedra volverá a su estado original y a su lugar de origen. Además, la piedra habría sido situada por el profeta Mahoma en el 605 en el ángulo este de la Ka’ba, a metro y medio de altura, donde aún se encuentra.

– El Kiswa, lona negra de seda bordada en oro que cupre la Ka’ba, y la puerta de oro, en el lado sur-este de la Ka’ba

La Ka’ba mide 15,2 metros de alto, 10,7 de ancho y 12,2 de largo y el edificio descansa sobre una base de mármol de unos 30 cm. Está cubierta por una lona de seda negra (el kiswa) con frases bordadas en oro que reproducen versículos del Corán. Hasta 1927 se tejía de nuevo cada año en Egipto siendo un regalo del rey de este país. Pero a partir de esa fecha se hace en Arabia Saudita por una fábrica exclusiva. Pesa unos 800 kg y cuesta unos 4 millones de euros. La lona se renueva cada año y la vieja se corta en pedazos de diferentes tamaños con los que se obsequian personas importantes y organizaciones del mundo musulmán, o se utilizan para decoran edificios o embajadas. Se accede en el interior de la ka’ba por una puerta de oro, de unos 300 kg, situada en el lado sur-oeste de la misma, a 2,3 metros del suelo. El pavimento es de mármol y piedra calcárea y el techo está sujeto por tres pilastras de madera. En el interior, la única decoración está constituida por lámparas votivas y alfombras. El acceso a la Ka’ba solo está reservado a los custodios de la misma y a los miembros de la familia real de Arabia Saudita.

La veneración de la Piedra Negra no se debe al objeto en sí sino por el hecho de que fue tocada por Mahoma. De hecho, la religión islámica no admite ni santos, ni imágenes u objetos de devoción porque solo Allah es digno de veneración. Pero hace una excepción con lo que se refiere a Mahoma, sus huellas, algunos restos de su cuerpo, y ésta es también una de las razones de desacuerdo entre las dos principales corrientes: sunitas y chiitas3.

Muchas son las teorías sobre el origen de esta piedra, entre las cuales que se trate de un meteorito, basándose en el hecho de que sea de origen extraterrestre, como manda la tradición. La hipótesis que la Piedra Negra sea un meteorito, aun siendo la más aceptada, no es la única. Otra teoría sostiene que se trata de un ágata y otras que sea de origen magmático. Y seguimos hablando de teorías, porque nunca ha sido posible analizar la piedra, ya que tratándose de un objeto sagrado, se consideraría como una profanación. Pero en 2021 la piedra fue sometida a una larga sesión fotográfica a altísima resolución que revela que ésta, a pesar de su nombre, no es propiamente negra, sino rojo muy oscuro con vetas amarillentas.

-La Piedra Negra fotografiada en alta resolución (49 mil píxeles)

Lo que sí está claro es que forma parte de una de las tantas piedras que se veneraban en la antigüedad, aunque sea ésta la más famosa. Estas piedras sagradas, que reciben el nombre genérico de betilos4, eran particularmente veneradas por la poblaciones semitas occidentales y meridionales, además de otros lugares, porque estaban consideradas, como su nombre indica, como la morada de la divinidad.

Por lo tanto el culto a la Piedra Negra no lo introdujo Mahoma: ya existía por parte de las poblaciones preislámicas en un lugar donde ya estaba considerado sagrado. Y Mahoma, como también hizo la religión cristiana en la conversión de los pueblos paganos, capitalizó a su favor un culto ya existente, llevando a cabo una transición, aunque no siempre indolora, desde el politeísmo de los pueblos autóctonos a la nueva religión. En este caso el intento de poner en acto un cambio en las creencias religiosas provocó un desequilibrio social y político entre las tribus amigas de la zona de La Meca que derivó en una abierta hostilidad hacia aquél que declaraba haber recibido una revelación de un dios único e indivisible. La situación llegó a tal punto que Mahoma se vio obligado a emigrar, y en el 622 alcanzó con sus secuaces Medina, donde el ambiente no le era hostil.

-‘Al-atim’, el murete semicircular que delimita el Al-higr Ismail, espacio próximo a la Ka’ba donde estarían sepultados Ismael, un hijo de Abraham, y su madre Agar, la esclava y concubina de Abraham. A la izquierda es visible la Maqam Ibrahim
– La Maqam Ibrahim, o estación de Abraham
– Huellas de Abraham, en el interior de la Maqam Ibrahim

La peregrinación a La Meca es el momento más importante en la vida del creyente musulmán, porque conduce al lugar donde todo empezó, donde nació el Profeta, el Sancta Sanctorum. La visita comprende también otros dos espacios presentes en el patio de la mezquita, a poco pasos de la Ka’ba: el lugar donde estarían sepultados Ismael y su madre Agar y el oratorio de Abraham. El primero es un murete semicircular de mármol blanco de 90 cm de alto y 1,5 m de largo llamado al-atim, que delimita un espacio llamado al-higr-Ismail. El segundo, llamado Maqam Ibrahim, es una especie de edículo donde está custodiada una piedra sobre la cual estarían impresas las huellas de los pies de Abraham.

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1.- Hombres vestidos de blanco, envueltos en una suerte de sábana

2.-  (del diccionario de la RAE) ‘Era musulmana’: «El 15 de julio de 622, día de la huida de Mahoma a Medina, señaló el comienzo de la hégira» (Informaciones [Arg.] 1990). Procede de una voz árabe que significa ‘huida’, pues fue la huida de Mahoma de La Meca a Medina el acontecimiento que se tomó como punto de partida para el cómputo de la era musulmana.

3.- Para profundizar más sobre las reliquias del Islam remito a la lectura de mi artículo ‘Athar, la huella de Mahoma’.

4.- El término betilo,  (en latino “Baetylus”, y griego “Baitylos”) deriva del ebreo Beith-El que significa “Casa de Dios”. La adoración del betilo es lamada “Litolatría”.

Il cuore di Chopin

12 domenica Mag 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Arte, Curiosità, Reliquie

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Tag

Auguste Clésinger, Chopin, Cuore di Chopin, George Sand, Parco Lazienki, Père-Lachaise, reliquias, Valldemossa, Varsavia

Chopin, grandissimo compositore e pianista che non ha bisogno di presentazioni, ha sempre avuto la sua Polonia nel cuore. Nel 1830, quando scoppiò la rivolta di Varsavia contro l’occupazione russa, lui si trovava a Parigi e fu costretto a rimanervi, scegliendo un esilio forzato, per sottrarsi all’autocratico governo zarista.

Frédéric Chopin nasce nel 1810 nei pressi di Varsavia da madre polacca e padre francese e all’età di sette anni compone la sua prima opera. Da quel momento in poi non smette più di comporre. Da quando lascia la Polonia visita Praga, Vienna e Parigi, città quest’ultima dove trascorre circa 17 anni e dove muore nel 1849. Frequentando gli ambienti culturali parigini, nel 1836, in casa si Franz Liszt, conosce Aurora Dupin, baronessa di Dudevant, scrittrice e divorziata con due figli, che si faceva chiamare George Sand. George Sand diviene la sua amante e la loro relazione durò per circa otto anni.

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La gruta de la Natividad

28 domenica Apr 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español

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Basílica de la Natividad, Belén, Gruta de la Natividad, Gruta de los Inocentes, Gruta de San Jerónimo, Gruta de San José, Iglesia de Santa Catalina, Puerta de la Humildad, San Jerónimo

La grotta della Natività. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

Es uno de los lugares más sagrados de la cristiandad donde, según la tradición, la Virgen María dio a luz a un niño destinado a fundar una nueva religión. Ha sido tal la trascendencia de este evento que la fecha de nacimiento de este niño ha sido sucesivamente tomada como punto de referencia para la reforma del calendario, de modo que a partir de este acontecimiento, todas las fechas pasan a denominarse ‘antes o después de Cristo’ dando lugar a la ‘era cristiana’, adoptada gradualmente en el curso de los siglos y en la cual nos encontramos.

La gruta de la Natividad se encuentra en Belén (actualmente Cisjordania, Palestina), a pocos kilómetros de Jerusalén. Hacia la mitad del siglo II San Justino, originario de Flavia Neapolis, la actual Nablus (Palestina), se hizo eco de una tradición local que afirmaba que en este lugar había nacido Jesús. Este hecho habría sido también confirmado por el antiquísimo apócrifo llamado Protoevangelio de Santiago (siglo II) y repetido por Orígenes (siglo III). Basándose en esta tradición el emperador Constantino, alrededor del año 330, mandó construir una basílica sobre la gruta. Como todos los lugares sagrados ligados a Cristo en Tierra Santa, éste está custodiado por diferentes comunidades religiosas o Iglesias, en particular está compartido por la Iglesia Ortodoxa, la Apostólica Armenia y la Católica (Franciscanos), pero también, con una presencia menor, por los ortodoxos sirios y coptos.

– Basílica dela Natividad, Belén. Interior

No queda mucho de la primitiva basílica que fue saqueada y destruida durante la sublevación de los samaritanos en el año 529. Una vez restablecida la paz, la primitiva iglesia paleocristiana fue ampliada por Justiniano. Es la que se mantiene hasta hoy, con pocas diferencias. Es de planta basilical con 5 naves y 44 columnas, con capiteles corintios de mármol blanco. En el pavimento hay algunas trampillas que permiten ver el antiguo mosaico de la primitiva basílica constantiniana. Los restos de mosaicos aún visibles en las paredes son de la época de las cruzadas, del siglo XII. El techo es del siglo XVII, sucesivamente reparado en el siglo XIX. El acceso a la basílica es posible a través de una pequeñísima puerta, llamada ‘Puerta de la Humildad’, que obliga a entran agachado y de uno en uno. La entrada original, de más de 5 metros de alto, fue redimensionada para evitar que se entrara a caballo, como inicialmente hacían califas y emperadores. Desde 2012 la basílica de la Natividad pertenece a la lista de lugares patrimonio mundial de la humanidad de la UNESCO. En 2013 se empezaron las obras de restauración que terminaron en 2020.

– Puerta de la Humildad. Basílica de la Natividad, Belén. Pueden verse claramente las marcas de la primitiva puerta.

Pero la basílica de la Natividad forma parte de un complejo más grande que comprende, además de la misma basílica y la Gruta de la Natividad, la Iglesia de Santa Catalina, adyacente, desde la cual se tiene acceso a otras grutas subterráneas y que son comunicantes, incluida la Gruta de la Natividad: la Gruta de San José, la Gruta de los Inocentes y la Gruta de San Jerónimo. La iglesia de Santa Catalina fue construida en la edad media y comprende el convento de los franciscanos. Es la iglesia parroquial de la comunidad católica de rito latino. Forman parte del complejo también el convento de los griegos-ortodoxos y el monasterio armenio. Las tres comunidades disponen de un acceso directo tanto a la basílica como a las grutas.

– Gruta de la Natividad, Belén. Altar bajo el cual está la estrella que indica el punto exacto del nacimiento de Jesús.

Pero volvamos a la Gruta de la Natividad. Se accede por dos escaleras situadas a ambos lados del altar mayor de la Basílica de la Natividad. La gruta tiene forma de triángulo, de pequeñas dimensiones (12,3 m x 3,5), con las paredes de roca que apenas pueden verse debajo de los pesados tapices o cortinas. Lo primero que llama la atención es una estrella de plata de 14 puntas encrustada en el pavimento, con un altar detrás, que indicaría el lugar exacto donde nació Jesús. Está adornada con una inscripción que dice: “Hic de Virgine Maria Jesus Christus natus est”. La estrella fue colocada en 1717 por voluntad de los católicos, retirada por los griegos ortodoxos en 1847 y pocos años después vuelta a poner. Por encima de la estrella cuelgan quince lámparas pertenecientes a las tres Iglesias que custodian este santo lugar: seis de la Iglesia Griega, cinco de la Armenia y cuatro de la Católica Romana. También las cincuenta y tres lámparas que iluminan la gruta en su conjunto están repartidas entre estas tres Iglesias.

– Gruta de la Natividad, Belén. A la derecha de la imagen, el nicho donde María habría recostado al niño en un pesebre.

A pocos pasos desde el punto del nacimiento, en un nicho, se encuentra el lugar donde se cree que estaba el pesebre, donde María puso al niño nada más nacer, y en frente está un pequeño altar dedicado a los Reyes Magos, con un cuadro que representa una escena de la Epifanía. En realidad es una cavidad en la roca, que hoy está recubierta de mármol y anteriormente lo estaba de plata.

La Gruta de la Natividad se comunica con las otras grutas. Un pequeño túnel lleva a la de San José, ahora convertida en una capilla donde se conservan restos de un arco pre-constantiniano de los siglos I-II. Según la tradición, es en esta gruta donde un ángel habría aparecido a San José para decirle que huyera con la familia porque corrían un gran peligro, lo que les llevó a emprender su huida a Egipto.

– Gruta de San José, bajo la basílica de la Natividad. Belén

En la gruta posterior a la de San José se abre otra estancia subterránea dedicada a los Inocentes que fueron asesinados por orden de Herodes I el Grande y, en una sala adyacente existía un osario común que se remonta a los primeros siglos, como demuestran los huesos encontrados en este lugar. Según algunas tradiciones, aquí habrían sido depositados los cuerpos de los inocentes que no pudieron escapar de la masacre.

La Gruta de San Jerónimo recibe su nombre porque, según la tradición, aquí vivió San Jerónimo gran parte de su vida y fue donde tradujo la Biblia del hebreo y del griego al latín, la famosa ‘Vulgata’, que se convirtió en la oficial en la Iglesia de Occidente. Se encuentra bajo la iglesia de Santa Catalina y se comunica con las precedentes. En realidad San Jerónimo vivió en un monasterio que él mismo fundó, cerca de la basílica, desde el 386 hasta su muerte, en el 420.

– Gruta de San Jerónimo, bajo la basílica de la Natividad. Belén

La Gruta y la Basílica de la Natividad están considerados como uno de los lugares más santos y más emblemáticos del cristianismo y por este motivo son visitadas cada año por millones de peregrinos, a pesar de la difícil situación política de la zona. Las tres comunidades que están al cargo de este lugar compiten entre sí para demostrar su esmero en protegerlo, conservarlo y mantenerlo. Tanto, que a veces exageran y a menudo se han producido disputas, como en un famoso 29 de diciembre de 2009.

El 29 de diciembre es el día dedicado a la limpieza de la basílica. En esa ocasión, religiosos de las tres Iglesias se disponían a limpiar el suelo y las paredes después de haberse puesto de acuerdo sobre el número de personas destinadas para llevar a cabo dicha tarea: seis por cada comunidad. Pero a medida que procedía al trabajo, otros armenios y otros griegos-ortodoxos se iban sumando, queriendo cada grupo ser el más numeroso. Hasta que se podían contar cincuenta armenios y cincuenta griegos-ortodoxos por lo que la ‘reunión’ se convirtió en una verdadera pelea, con la intervención de la policía, rotura de lámparas y otros objetos, algunos heridos y dos religiosos con la pierna rota ingresados en el hospital.

Esto provocó el cierre temporal de la basílica con centenares de peregrinos fuera, muchos de los cuales, no pudiendo volver otro día, vieron esfumarse el sueño de su vida de visitar la Gruta donde nació Jesús.

¡Hay amores que matan!

La spada di San Paolo

12 venerdì Apr 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Reliquie

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Cardinale Gil Álvarez de Albornoz. Convento San Pablo Toledo, Coltello di Nerone, Desamortización de Mendizábal, Francisco Franco, Francisco J. Rodríguez, Guerra Civile Spagnola, Museo dell'Esercito di Toledo, Santa Maria de la Sisla Toledo, Spada di San Paolo, Urbano V

La espada de San Pablo. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

– Martirio di San Paolo, Mosaico Sec, XII-XIII. Duomo di Monreale

Erroneamente chiamata la ‘Spada di San Paolo’ non sarebbe una spada appartenuta a San Paolo, ma quella utilizzata per il suo martirio per decapitazione all’epoca di Nerone. E’ anche chiamata ‘Coltello di Nerone’. La spada aveva una lunghezza di 85 cm, pesava più di 3 chili e su un lato recava incisa la frase “Neronis Cesaris mucro” e sull’altro “Quo Paulus truncatus capite fuit”.

La spada fu un regalo del papa Urbano V (1362-1370) al cardinale Gil Álvarez de Albornoz (1340-1367), arcivescovo di Toledo e successivamente legato papale, che la portò nella sua città. Il dono sarebbe stato il riconoscimento del papa per i servizi prestati alla Santa Sede. Infatti Gil de Albornoz fu uno dei principali artefici della ritorno della sede papale a Roma dopo la parentesi di Avignone. Non sappiamo come sarebbe arrivata la spada nelle mani del papato e quali le sue peripezie.

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La Corona Férrea

26 martedì Mar 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español, Arte

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Catedral de Monza, Corona Férrea, Coronación reyes de Italia, De obitu Teodosii, Familia Zavattari, Gregorio Magno, Orden de los Humillados, reliquias, Sagrado Clavo, San Ambrosio, Santa Elena, Teodolinda, Teodorico, Yelmo de Costantino

La corona ferrea  – Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

Es probable que no exista en el mundo una corona tan cargada de historia, leyenda y misterio como la Corona Férrea. Una corona que simbolizaba que el poder regio que otorgaba a quien con ella era coronado era de origen divino, por su conexión con la pasión de Cristo. Representaba, al mismo tiempo, la continuidad con el Imperio Romano, por ser el punto de unión entre la crucifixión y el emperador Constantino. Nada menos. Y todo esto porque, hasta hace muy poco tiempo (1993) se creía que el aro metálico que se encuentra en el interior de la Corona Férrea estaba hecho a partir de un clavo de la crucifixión fundido.

Por este motivo la Corona Férrea fue utilizada durante siglos para la coronación de numerosos soberanos, como muchos reyes de Italia, entre los cuales Carlomagno (800), Berengario I (920), Enrique IV (1081), Federico Barbarroja (1154), Carlos IV (1355), Carlos V de Habsburgo (y Primero de España, 1530), Francisco I (1792), Ferdinando I de Austria (1838) y Napoleón (1805). Este último se colocó él mismo la corona pronunciando la famosa frase “Dios me la ha dado y ¡ay de aquél que me la quite!”. La coronación se desarrollaba generalmente en Milán, en la basílica de San Ambrosio, salvo en algunas ocasiones en la que tuvo lugar en Monza o en Pavía, y de forma excepcional en otras ciudades. Como la de Carlos V que fue en Bolonia, en la basílica de San Petronio. Sin embargo, ningún rey de los Saboya se coronó con ella. Ésta tan solo fue expuesta en Roma en ocasión de las exequias de Victor Emanuel II (1878) y de Humberto I (1900).

– San Miguel Mayor, Pavia. En la nave central fue coronado con la Corona Férrea Federico Barbarroja
– Punto en la nave central de San Miguel Mayor de Pavía donde fue coronado Federico Barbarroja
– Coronación de Napoleón como re de Italia (1811-1814) Gaetano M. Monti. Pinacoteca de Brera, Milán

Según la tradición transmitida (o creada) por San Ambrosio a través de su famosa oración fúnebre por la muerte de Teodosio el Grande (de obitu Teodosii) del año 395, la emperatriz Elena, madre de Constantino, descubrió en Jerusalén la Vera Cruz1  y los clavos de la crucifixión2. La emperatriz utilizó uno de estos clavos para hacer el bocado3 (o freno) del caballo de su hijo, para asegurarle protección en batalla, y otro lo mandó engarzar en una corona-diadema:

«De uno clauo frenum fieri praecepit, de altero diadema intexuit; unum ad decorem, alterum ad deuotionem uertit»4.

(«De un calvo recabó un bocado, el otro lo engarzó en una diadema; uno para que sirviera de ornamento, el otro como piedad religiosa»)

Ahora sabemos que el aro metálico no es de hierro sino de plata, por lo que se desmontaría la secular tradición de la conexión entre la corona, el clavo de la crucifixión y el yelmo de Constantino. ¿O no?

En ausencia de documentación, se han formulado varias hipótesis sobre el origen de este precioso objeto, algunas corroboradas por el análisis del carbono-14 según el cual algunas partes de la corona se remontarían al V-VI siglo y otras serían datables entre el 690 y el 975.

La corona está formada por 6 placas de oro y plata altas 53 mm, decoradas con gemas, y unidas entre ellas con unas bisagras. Tiene una circunferencia de 48 cm y un diámetro interior de 15 cm.

– La reina Teodolinda. Capilla de Teodolinda o Zavattari. Catedral de Monza

Según algunas hipótesis la diadema de Constantino habría sido traída a Italia por el mismo Teodosio y sucesivamente enviada a Constantinopla por Odoacro, a la caída del Imperio Romano de Occidente, junto con otras ornamenta palatii. Pero el emperador bizantino Anastasio I Dicoro, la habría devuelto a Teodorico (493) que la habría reclamado para él. Éste la habría enganchado a su yelmo (kamelaukion). Existe también una tradición según la cual el papa Gregorio Magno habría donado el clavo a Teodolinda, reina de los Longobardos, que mandó construir la catedral de Monza, quien lo hizo encrustar en una corona que ella misma habría encargado.

La corona estaba normalmente custodiada en la catedral de Monza que, por el privilegio de albergar la corona, fue declarada ciudad regia, propiedad directa del emperador. Pero algunas vicisitudes hicieron que la corona, en 1248, fue dada en prenda a la Orden de los Humillados, como garantía de un fuerte préstamo para pagar un impuesto extraordinario de guerra. Fue recuperada en 1319. Sucesivamente fue trasladada a Aviñón, durante la cruzada papal contra los Visconti, donde permaneció desde 1324 a 1345.

– Catedral de Monza

Con sus medidas actuales, la Corona Férrea es demasiado pequeña para poder ser utilizada sobre la cabeza de una persona adulta. Los estudios sobre la simetría de las placas y decoración de las gemas, además de revelar que ha habido varias intervenciones de restauración/sustitución en diferentes épocas, demuestran claramente que faltan algunas placas, que en origen habrían sido ocho, o según otros estudios, nueve, teniendo por lo tanto un diámetro adecuado para su función. Las placas que faltan habrían sido sustraídas durante el período en el que la corona permaneció bajo la custodia de la Orden de los Humillados. De hecho, sólo los documentos sucesivos al 1300 la describen como ‘pequeña’, y para las coronaciones que hubo desde aquél momento en adelante se tuvo que recurrir a una suerte de ‘soporte’, o cubrecabeza, en forma de cono para poder ser llevada.

La identificación del aro metálico interior con el clavo de Cristo, que habría sido añadido para ayudar a mantener juntas las placas tras el robo, probablemente se remonta al siglo XVI, y más precisamente a la época de San Carlos Borromeo, quien fue también quien relanzó la veneración del ‘Sacro Morso’ (el bocado sagrado)3. A principios del siglo XVIII, a pesar de la absoluta falta de pruebas de que en la corona hubiera un clavo de la crucifixión, las autoridades eclesiásticas autorizaron la veneración de la misma como reliquia, tan solo basándose en una tradición secular.

– Medallón con la efigie de Constantino el Grande (315)

Pero volviendo al origen de la Corona Férrea, recientes estudios de Valeriana Maspero5, indicarían que ésta habría realmente sido la diadema de Constantino basándose, entre otras cosas, en un medallón del año 315 con la efigie de Constantino llevando la corona enganchada al yelmo. Pero la investigadora va más allá: habiendo constatado la existencia de pequeños agujeros en el borde de algunas placas, concluye que éstos habrían sido utilizados para que en ellos pudieran pasar unos enganches metálicos, necesarios para sujetar la corona al yelmo. Y estos enganches podrían haber sido recabados del sagrado clavo. Cuando los bizantinos desengancharon la diadema del yelmo para enviarla a Teodorico, se quedaron, además de con el yelmo, también con los enganches, o aritos. Avala esta hipótesis el hecho de que durante los análisis científicos se han hallado en estos agujeros unos residuos ferrosos. Los análisis realizados con el carbono-14 que datan la corona no antes del siglo V, probablemente no habrían llegado hasta el cuerpo primitivo de la corona, que ya desde la época de Teodorico sufrió varias intervenciones de adaptación, además de las, numerosas, de restauración y sustitución posteriores de partes perdidas o dañadas, como antes indicado.

Pero los enganches podían también ser utilizados para suspender o colgar la corona, teniendo en este caso también la función de corona votiva.

– Capilla de Teodolinda o Zavattari. En el tabernáculo del altar mayor está custodiada la Corona Férrea.
– Altar mayor de la capilla de Teodolinda. en el tabernáculo abierto (fondo rojo) se entrevé la Corona Férrea

La corona aún está en la catedral de Monza, y puede ser admirada en la capilla de Teodolinda o Zavattari, decorada con frescos del siglo V por el taller de la familia Zavattari. A finales de 1800 el Rey Humberto I comisionó un altar relicario destinado a contener el precioso objeto y en el interior de la capilla se colocó el sarcófago de la reina. En 2015 se concluyó la restauración, que tuvo una duración de 6 años, que ha devuelto su original esplendor a las 45 escenas que narran la historia de Teodolinda, obra maestra de la pintura gótico-lombarda.

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1.- Véase el artículo “Historia de la Vera Cruz, de Antoniazzo Romano”

2.- Lee también “Dónde están los verdaderos clavos de Cristo?”

3.- Está actualmente en el Duomo de Milán. Para saber más aconsejo la lectura del artículo “El bocado del caballo de Constantino”

4.- da Sancti Ambrosii mediolanensis episcopi [c. 340-397] De Obitu Theodosii – oratio in “Patrologiae” cursus completus Series prima – Accurante Jaques Paul Migne Patrologiae T. XVI – S. Ambrosii tomi secundi Parisiis, Excudebat Vrayet 1845

5.- V. Maspero, La corona ferrea. La storia del più antico e celebre simbolo del potere in Europa, Monza, 2003. – V. Maspero, “Alla ricerca del Sacro Chiodo. La ricostruzione dell’elmo diademico di Costantino”, en Arte Cristiana, fasc. 823, vol. XCII (julio-agosto 2004), pp. 299-310

La Corona Férrea es el sujeto de una película de 1941 de Alessandro Blasetti, con el título homónimo, que puede verse abriendo este enlace.  https://www.youtube.com/watch?v=ETLjUr6KdJU

Sulle orme di Ponzio Pilato

10 domenica Mar 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Curiosità, Storia

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Atti di Pilato, Bisenti, Fonte Fraterna, Fonte Vecchia, Paradosis di Pilato, Peltuinum, Ponzio Pilato, Procula, Qanat, San Pio di Fontecchio, Tussio

Tras las huellas de Poncio Pilato. Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

– Pilato si lava le mani. Pala della Maestà (particolare) 1308-1311. Duccio da Boninsegna. Museo dell’Opera del Duomo, Siena

‘Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.’(Mt 27:24-26)

Questo gesto di Pilato che tutti conosciamo e che dal quale deriva la frase ‘me ne lavo le mani’ usata normalmente nel nostro linguaggio quotidiano è forse l’unica cosa, o poco più, che generalmente si conosce su Pilato, governatore della Giudea.

Ma la sua vita e la sua morte sono state narrate sia da fonti storiche che da altre considerate apocrife o appartenenti alla tradizione. In alcune Chiese cristiane è considerato santo ed è oggetto di culto. In particolare in quella etiope, dove gode di una liturgia propria celebrata il 25 del mese di Sané, attualmente 25 giugno. O anche in quella copta, in Egitto. Per altre confessioni cristiane non solo è santo, ma anche martire della fede, che fu giustiziato a Roma. Infatti, una leggenda narra che dopo essere stato destituito dalla sua carica in Giudea tornò a Roma e si fece cristiano per influenza della moglie Procula. E questo suo martirio è narrato in vari scritti come ‘Gli atti di Pilato’ o ‘La Paradosis di Pilato’, datati circa tre secoli dopo i fatti a cui alludono. E anche se si tratta di storie inventate, furono tradotte in molte lingue dell’oriente mediterraneo, perfino in arabo, e il loro contenuto calò fino al punto di santificarlo perché considerato come un mezzo necessario che permette al Cristo di compiere la sua missione.

Pilato, con la aureola di santo, si lava le mani. Codice etiope, XV secolo

Le vicende di Ponzio Pilato ci sono note fondamentalmente anche dai resoconti degli storici Flavio Giuseppe, Filone di Alessandria e Tacito. Pilato, mentre era governatore della Giudea, prese delle decisioni che lo resero molto impopolare e che provocarono la sua destituzione intorno al 36-37. Ma prima che Pilato potesse raggiungere Roma Tiberio morì. Da questo momento in poi  le sue vicende non sono più presenti nelle fonti, se non in quelle leggendarie o apocrife. La morte di Pilato avvenne intorno all’anno 39. Ci sarebbero varie versioni: Caligola lo avrebbe mandato in Gallia (37-41 d.C.) dove si sarebbe suicidato nella città di Vienne; o che sarebbe stato giustiziato per ordine dell’imperatore Tito Vespasiano1, proprio per non aver impedito la crocefissione di Gesù, e che il suo corpo fu caricato su un carro trainato da due bufali che da Roma lo trasportarono fino ai Monti Sibillini, alle pendici del monte Vettore, nelle attuali Marche, gettandolo infine nel lago che oggi ha proprio il nome del prefetto romano: il Lago di Pilato; semplicemente si sarebbe suicidato durante il primo anno del regno di Caligola; o sarebbe stato giustiziato per ordine di questi. Ci sono altre versioni ancora più fantasiose. Nel caso che fosse morto a Roma non è possibile localizzare il luogo dove fu deposto il suo corpo perché sarebbe stato gettato nel Tevere. Da lì avrebbe viaggiato misteriosamente fino al Rodano dove le acque lo avrebbero depositato a Vienne, Francia. O addirittura sarebbe arrivato in Svizzera o a Vienna e in molti altri posti ancora.

– Viennes, Francia. Piramide romana che la tradizione designava come la tomba di Pilato

La famiglia di Pilato era di origine sannita. Si dice che un suo avo avesse partecipato alle Idi di Marzo, la congiura contro Giulio Cesare dell’anno 44 a.C.  I Cesaricidi e le loro famiglie furono mandati in esilio nelle colonie romane. La famiglia di Pilato fu esiliata a Berethra, l’attuale Bisenti (Teramo), nella Vallata del Fino. Per cui Pilato sarebbe nato e cresciuto in questa località abruzzese dove avrebbe anche imparato l’aramaico. E questo era possibile perché in quell’area (Centro-adriatica) si era insediata intorno al 580 a.C. (dopo la distruzione del primo tempio di Gerusalemme) una comunità di ebrei e filistei proveniente dalla terra di Canaan, e per questo motivo era conosciuta come ‘Palestina Piceni’ dove, all’epoca di Pilato, ancora si parlava l’aramaico. Ancora oggi a Bisenti si può visitare ciò che resta della casa attribuita a Pilato.

– Portico della casa di Pilato. Bisenti (Teramo)
-Fonte vecchia, Bisenti

Anche se ristrutturato nel corso dei secoli, l’edificio conserva ancora le caratteristiche di una domus romana: un lato dello stabile presenta un porticato con un cortiletto o “vestibolo”. Sul lastrico di tale corte si notano dei resti di un’antica pavimentazione e a ridosso di tale cortiletto si trova un locale, l’atrium. Al di sotto di tale area dell’edificio sono presenti due enormi cisterne che, per le loro caratteristiche tecniche costruttive, possono essere fatte risalire all’epoca romana. Una delle ragioni a sostegno della teoria che questa sia stata effettivamente la casa di Ponzio Pilato è perché sotto l’impluvium, è ancora perfettamente conservato un ‘qanat’, un sistema di distribuzione idrico molto diffuso nei territori mediorientali. Si tratta di un sistema per captare le acque da una falda freatica e incanalarle mediante una galleria sotterranea. L’acqua di uso domestico poteva essere prelevata da un pozzo situato all’interno della sua casa; ma la canalizzazione arrivava anche fino a una fonte pubblica, oggi denominata “Fonte vecchia”, della quale si possono ancora ammirare i cunicoli di adduzione e le vasche di decantazione. Lo storico Flavio Giuseppe narra che Pilato costruì un canale simile a Gerusalemme, con il denaro del tempio di Jahvè (quindi in modo sacrilego!). Pertanto era perfettamente a conoscenza di questo sistema che avrebbe riprodotto al suo ritorno dalla Giudea.

Ma Bisenti non è l’unica località che reclama alcun legame con Pilato. A San Pio di Fontecchio (l’Aquila), dove vi è una ‘Montagna di Pilato’ ci sarebbe stata la sua ultima villa, dove si ritirò prima di morire. Un’altra leggenda sostiene invece che la casa fosse a Tussio (Aq), nei pressi dell’antica Peltuinum, dove sono stati scoperti due leoni del I secolo, che potrebbero indicarne la tomba. Anche Isernia si rivendica come città natale di Pilato dovuto ad un’iscrizione romana di dedica sulla storica Fontana Fraterna. Molti altri toponimi, palazzi o altro della più svariata geografia europea portano il nome di Pilato

-Uno dei leoni scoperti a Tussio (l’Aquila)
– Fonte fraterna, Isernia

Pilato, a seconda dell’epoca è passato per diverse fasi: morto cristianamente, giustiziato, suicidato, detestato, santificato, martirizzato… Il primitivo cristianesimo tendeva a diminuire le responsabilità del governatore nella morte di Gesù. Ancora nel III secolo viene presentato come un buon cristiano. Però dal secolo IV in poi, da quando il Cristianesimo diviene la religione ufficiale dell’Impero, Pilato è considerato l’infame governatore pagano.

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  1. Tito governò dal 79 all’81 d.C. (!!!)

Per saperne di più:

G. Paolone, A. Panzone. Io, Ponzio Pilato di Bisenti” , Teramo 2015. Gli autori di questo libro sostengono che la casa di Bisenti sia effettivamente appartenuta alla famiglia di Pilato, dove questi sarebbe nato e vissuto.

Las reliquias de San José

25 domenica Feb 2024

Posted by Nicoletta De Matthaeis in Artículos en español

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Ambrogio Traversari, Bastón de San José, Cardenal Bessarione, cíngulo de San José, Jean de Joinville, Monasterio de Camaldoli, Nicola Grimaldi, Nicolini, Obispo de Châlons, reliquias, San Giuseppe dell’Opera di Vestire i Nudi, Santa Anastasia en el Palatino

Le reliquie di San Giuseppe. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

– San Giuseppe con la vara florida. Guercino (1591-1666) – Moretti Gallery, Londres

Los Evangelios nos hablan muy poco de San José que murió antes de que Jesús empezara su vida pública. Algunos datos más los encontramos en los los apócrifos, en particular a la ‘Historia de José el Carpintero’1. Cuando José se casó con la Virgen ya era un anciano, viudo y padre de 6 hijos, dos mujeres y cuatro varones, uno de los cuales tal vez fuera Santiago, varias veces citado en los Evangelios como ‘el hermano del Señor’. Parece ser que fue el único en permanecer en el hogar familiar, porque era el más pequeño, y sucesivamente sería apóstol de Cristo, conocido como Santiago el Menor. José, hasta el día de su muerte, a la edad de 111 años, habría disfrutado de una salud excelente, continuando a desempeñar su oficio de carpintero hasta el final.

“Con el pasar de los años, su vejez avanzaba cada vez más. Pero no padecía de ninguna enfermedad corporal, no vaciló su vista, tampoco perdió ningún diente su boca; en toda su vida, siempre tuvo la mente lúcida. En sus asuntos siempre tuvo un vigor juvenil, como el de un muchacho, sus miembros siempre fueron íntegros y libres de todo dolor. Toda su vida de ciento y once años: una vejez muy avanzada”2.

Cuando murió fue sepultado con todos los honores en Nazareth, después de que su alma fuera llevada al cielo por los ángeles:

“Llegaron entonces Miguel y Gabriel cerca del alma de mi padre José, la cogieron y la envolvieron en un envoltorio resplandeciente. Encomendó así su espíritu en las manos de mi Padre bueno, y él le dio la paz. Ninguno de sus hijos aún no se había dado cuenta que se había dormido. Pero los ángeles preservaron su alma de los demonios de las tinieblas que estaban en la vía, y alabaron a Dios hasta que le acompañaron a la morada de los píos.”3

El lugar de su sepulcro no ha sido nunca localizado con precisión. Los estudiosos barajan diversas hipótesis, pero solo son conjeturas. ¿Qué nos queda, entonces, de José? Un jirón de su manto, su cíngulo y su bastón, además de centenares de fragmentos diseminados en muchos lugares del mundo que serían partes de las citadas reliquias.

– Relicario que contiene una parte del manto de San José, en la parte inferior, y un fragmento del velo de la Virgin María, en la parte superior. Iglesia de Santa Anastasia al Palatino, Roma

En Roma, en la iglesia de Santa Anastasia en el Palatino encontramos una parte de su manto, presente desde el siglo IV. Esta reliquia la habría traído a Roma San Jerónimo, junto con un fragmento del velo de la Virgen. Ambas reliquias están dentro de un relicario del siglo XVII que normalmente se conserva en un armario blindado. El relicario se expone en ocasiones especiales.

En Joinville (Haute-Marne, Francia), en la iglesia de Notre Dame, se conserva su cíngulo, o cinturón. Lo habría llevado a esta ciudad en 1248 un tal Jean de Joinville, cronista de la Séptima Cruzada y amigo del rey Luis IX (el futuro San Luis de los Franceses), a la vuelta de la misma. La entregó al capítulo de San Lorenzo y más tarde mandó construir una capilla para albergar la reliquia en la iglesia de San Lorenzo. En el transcurso de los siglos a la reliquia le fueron sustrayendo pequeñas partes para satisfacer la demanda de diferentes iglesias también situadas en Francia. El último trozo que se quitó, cortado personalmente por el obispo de Châlons en 1662, fue contra la voluntad del capítulo de San Lorenzo y de los habitantes de Joinville. A partir de ese momento estuvo terminantemente prohibido tocar la reliquia y se impidión que fuera separado ningún trozo, aunque fuera pequeñísimo, so pena de excomunión.

-El cíngulo de San José. Iglesia de Notre Dame, Joinville, Francia

Actualmente está custodiada en un relicario de 1868, porque el primero se perdió a causa de la Revolución Francesa y la iglesia de San Lorenzo fue destruida. El relicario está situado en una teca en la capilla dedicada al santo en la citada iglesia de Notre Dame. Se presenta enrollada sobre un cilindro de cristal sostenido por seis personajes, a modo de palanquín: el mismo Jean de Joinville, el rey Luis IX, el obispo de Châlons, un monje de St. Urbain y dos ángeles.

– Cíngulo de San José visible a través de una de las aperturas o ventanitas hechas ex profeso.
– Cíngulo de San José. Detalle de la funda de seda con el broche de marfil

El cíngulo, visible a través de doce pequeñas aperturas rectangulares o ventanitas, mide aproximadamente un metro y medio y tiene unos cuatro centímetros de ancho. Está hecho con un tejido crudo de color grisáceo. La funda de seda que lo contiene mide un metro cincuenta por diez cm y muestra los emblemas de Joinville. Tiene frases bordadas que describen las virtudes de San José, y unas azucenas, también bordadas. En los extremos se exhiben botones y está sellado con un broche de marfil, o hueso. Después de la llegada de esta reliquia se habría desarrollado el culto a San José en esta región.

Y ahora vamos a hablar del bastón … o de los bastones.

En Nápoles, la “Archiconfraternita di San Giuseppe dell’Opera di Vestire i Nudi” (Archihermandad de San José de la Obra de Vestir a los Desnudos), que se encuentra en la colina de San Potito, está en poder de la que está considerado como la vara de San José, aquélla que, según los Evangelios apócrifos, floreció milagrosamente indicando, con esta señal, que debía ser, entre los varios pretendientes, precisamente José el esposo de María.

– Vara de San José (la ‘mazzarella’) – Iglesia de San José de los Desnudos, Nápoles
– Vara de San José, detalle

La historia de esta reliquia está ligada a la del cantante lírico napolitano Nicola Grimaldi, también llamado Nicolini, una voz blanca muy apreciada en el siglo XVI en los ambientes más aristocráticos. Entre sus admiradores estaba también la reina Ana de Inglaterra. En 1712 el cantante, gracias a los favores de los que gozaba en la corte inglesa, consiguió que no condenaran a muerte a un amigo suyo. Y la madre de éste, en agradecimiento, le hizo obsequio de la reliquia que su familia custodiaba desde hacía siglos, desde cuando fue llevada a Inglaterra por algunos cruzados.

Según otra versión, el mismo Grimaldi lo habría comprado en Inglaterra como el bastón usado por José para acompañar a María a la gruta de Belén. Y otra versión más, que Grimaldi lo había recibido en circunstancias misteriosas de los herederos del comandante del condado de Sussex que lo había sustraído de un convento de carmelitanos, donde estaba custodiado.

Lo cierto es que lo llevó consigo a Nápoles y lo expuso, a la pública veneración, en la capilla privada de su casa. Con el paso de los años, ante del deterioro de la reliquia por el contacto continuo con los devotos, fue entregada en custodia a la citada hermandad y sucesivamente, en 1795,muchos años después de la muerte del cantante, cedida a la misma. A partir de 1732, año de la muerte del cantante, la reliquia no fue expuesta más al público.

Pero desde el 19 de marzo de 2019, y después de casi tres siglos, la ‘mazzarella’ (el bastoncito) de San José, que es cómo la llaman los napolitanos, se puede visitar en la iglesia de San Giuseppe dei Nudi (San José de los Desnudos), donde está expuesta permanentemente dentro de una teca de cristal, para que los fieles pueden visitarla sin ‘sfruculiarla’ (restregarla).

Pero este bastón de San José no es el único.

– Vara de San José. Monasterio de Camaldoli (Arezzo)
– Sagrada Familia con el cordero. 1507 – Rafael Sanzio – Museo del Prado (Madrid)

Otro bastón se encontraba en Florencia ya desde el siglo XV en el monasterio camaldolés María de los Ángeles, siendo éste también el que habría florecido milagrosamente en el momento de escoger al esposo de María. Lo llevó a Florencia el cardenal Bessarione, patriarca de Constantinopla, durante el Concilio de Florencia que empezó en 1439.  Fue entregado al Prior general de la Orden de los Camaldoleses, Ambrogio Traversari, y fue custodiado en el monasterio hasta 1935, cuando se llevó al Monasterio de Camaldoli (Arezzo) donde todavía se conserva en una teca de oro. Son muchas las curaciones atribuidas a esta reliquia y las gracias recibidas. El bastón de San José estaba protegido por una custodia de plata para impedir su deterioro y que los fieles se llevasen pequeños fragmentos. Se trata de un bastón de madera, delgado y liso, y ha sido representado por Rafael en algunos de sus cuadros.

– Sagrada Familia con la palmera 1506 – Raffael Sanzio – National Gallery of Scotland, Edimburgo

Come es evidente, es bien distinto del anterior. En la Edad Media, y sobre todo en la época de las Cruzadas, un gran número de reliquias ligadas a Cristo y a sus allegados, auténticas, falsas o presuntas, han llegado a Occidente, y lamentablemente, en la mayoría de los casos, es imposible remontarse a su origen. Y en esa época casi todo se daba por bueno. Algunas han sido objeto de especulación pero también han servido para alimentar la fe de muchas personas. Dos caras de la misma moneda.

——

(1) –  Storia di Giuseppe il Falegname (recensione arabo-latina), in: Vangeli della Natività e dell’infanzia, in: Apocrifi del Nuovo Testamento, Vol, 1 – Torino 1971 – (2) – Ibidem. 10, 1-2. – (3) – Ibidem 23, 1-2.

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