Le tuniche di San Pietro e San Giovanni esposte nei Musei Vaticani

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Dal mese di maggio 2024, e dopo circa cinque anni di restauri e alle soglie del Giubileo 2025, le tuniche di San Pietro e San Giovanni Evangelista, sono esposte nella sala degli Indirizzi di Pio IX, la sala situata all’uscita della Cappella Sistina.

Sono più precisamente una tunica e una dalmatica, di probabile manifattura copta egiziana. Come altre inestimabili reliquie, provengono dal tesoro del Sancta Sanctorum, ossia la cappella privata dei papi nel Patriarchio Lateranense, in cima alla Scala Santa1, a pochi passi dalla basilica di San Giovanni in Laterano.

Dato che le due tuniche sono pervenute senza iscrizione di autentica né altri elementi identificativi, né tanto meno sono menzionate in inventari antichi, l’attribuzione a questi due apostoli va ricercata in un passo della biografia di papa Gregorio Magno, redatta da Giovanni Diacono nel IX secolo, nella quale documenta la presenza, fra le reliquie del Laterano, di una tunica e una dalmatica, rispettivamente appartenute a  San Giovanni Evangelista e a San Pascasio. Ma che c’entra San Pascasio? Ci torniamo dopo.

– Cappella di San Lorenzo in Palatio, più conosciuta come Sancta Sanctorum. Sull’altare l’immagine dell’Acheropita del Salvatore e sotto l’altare rinchiusa dietro una grata, v’era la cassa con le reliquie
– Cassa di legno di cipresso che conteneva il tesoro del Sancta Sanctorum, situata sotto l’altare maggiore della cappella

Intanto parliamo un attimo del Sancta Sanctorum. Perché si chiama così? Perché in questa cappella erano custodite molte preziosissime reliquie, riposte in una cassa di legno di cipresso collocata sotto l’altare maggiore, dietro una grata chiusa a chiave. La cappella risale all’VIII secolo ed è fra le poche cose che rimangono del palazzo dove abitavano i papi fino alla sua quasi demolizione nell’ambito dei lavori promossi da Sisto V alla fine del XVI secolo. Sull’altare della cappella si trova quella che è considerata l’immagine più sacra in assoluto, ossia l’Acheropita del Salvatore2. Nel 1903 papa Leone XIII concesse al gesuita francese Florian Jubaru l’autorizzazione per ispezionare il tesoro contenuto nella cassa per i suoi studi. Dopo vari tentativi un fabbro riuscì finalmente a rompere le pesanti serrature che chiudevano la grata. Una volta aperta la cassa, si constatò che il contenuto conservava reliquie di straordinaria importanza oltre che reliquiari capolavori dell’arte bizantina, copta, siriaca… essendo doni diplomatici interscambiati fra capi di gerarchie ecclesiastiche, soprattutto fra i papi ed i patriarchi di Gerusalemme. Fino a quel momento nessuno aveva visto questo tesoro, conoscendone più o meno il suo contenuto attraverso antichi inventari, anche se poco attendibili. La scoperta scatenò una feroce competizione fra le comunità scientifiche del tempo oltre che all’interno di ordini religiosi per lo studio delle stesse. Per questo motivo, oltre che per evitar problemi con lo stato italiano sulla proprietà dei beni storico artistici dell’antico Stato Pontificio, visto che non erano ancora stati firmati i Patti Lateranensi3, Pio X nel 1905 fece trasportare frettolosamente il contenuto della cassa al Museo Sacro della Biblioteca Apostolica Vaticana, dove rimasero fino al 1999 quando passarono di competenza ai Musei Vaticani.

Tornando alle tuniche descritte da Giovanni Diacono, quella di San Giovanni sarebbe da identificare con quella che papa Gregorio Magno avrebbe chiesto nel 592 all’abate del monastero di Santa Lucia di Siracusa. Quella di San Pascasio, invece, sarebbe stata protagonista, agli inizi del VI secolo, di un miracolo conclusosi con la resurrezione di un giovane defunto.

Le analisi al Carbonio 14 eseguite su queste due reliquie, hanno datato la tunica di San Pietro, quella a le maniche strette, tra il VI ed il VII secolo, mentre la dalmatica di San Giovanni tra la fine del I e inizi del III secolo. Questo sta a indicare che nessuna delle due vesti sarebbe attribuibile a San Pascasio, perché visse tra l’VIII ed il IX secolo. Però sia l’una che l’altra potrebbero essere quella inviata al papa dall’abate siracusano. Però Giovanni Diacono scrive dopo ben tre secoli e lui stesso esprime dubbi sulla tunica di San Pascasio però è completamente certo sulla seconda, quella a maniche strette. Ma se è del VI secolo, è impossibile che fosse appartenuta a San Giovanni, né a San Pietro e né a nessuno degli apostoli.

Una lettera del papa Pelagio I, della metà del VI secolo, descrive una delle diverse pratiche per ottenere reliquie secondarie. Una tunica poteva essere messa a contatto con il sepolcro di un santo e dopo tre giorni avrebbe assorbito le virtù santificanti e sarebbe diventata una reliquia per contatto. Quindi questa tunica, prima di arrivare a Siracusa, sarebbe stata messa a contatto con il sepolcro dell’apostolo Giovanni ad Efeso. Non ci sono ulteriori notizie sull’altra tunica, la dalmatica, e non capisco perché quella a maniche strette viene adesso attribuita a San Pietro e non a San Giovanni.

Prima del lungo processo di restauro, le due tuniche erano conservate all’interno di due teche, compresse tra due vetri. Le due tuniche erano molto degradate, ma quella a maniche strette, attribuita a San Pietro, molto di più e in alcuni parti le fibre si polverizzavano al contatto. È di lino e lana e le misure sono 130 (H) x 183 (A). La dalmatica di San Giovanni, di lino e fibra cellulosica, misura 126 (H) x 118 (A). Su entrambe le tuniche ci sono state varie asportazioni di tessuto, proprio perché considerate delle reliquie.

La tunica di San Pietra era montata su una fodera rossa che è stata rimossa, e ‘ricostruita’ inserendo all’interno un tessuto di tela di lino e sull’esterno un tessuto di seta trasparente. In quella di San Giovanni, molto meno deteriorata, sono stati inseriti solo dei supporti locali e sulle maniche si è sovrapposto un tessuto di seta trasparente.

Anche se non sono le autentiche tuniche dei santi, sono però degli esemplari unici antichissimi che meriterebbero una visita.

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1.- Per saperne di più sulla Scala Santa invito alla lettura dell’articolo ‘La Scala Santa

2.- Per saperne di più su quest’immagine invito alla lettura dell’articolo ‘Le sante immagini acheropite: L’acheropita del Salvatore nel Sancta Sanctorum

3.- I Patti Lateranensi fra il Regno d’Italia e la Santa Sede, firmati l’11 febbraio 1929, ristabilirono i rapporti tra i due stati interrotti nel 1870 a causa della Presa di Roma e l’annessione di questa al Regno d’Italia, che era quanto rimaneva degli Stati della Chiesa, ponendo fine al potere temporale dei papi. Venne anche istituita la Città del Vaticano come stato indipendente.

Tras las huellas de los apóstoles: las reliquias de San Felipe

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Sulle orme degli apostoli: le reliquie di San Filippo. Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

– San Felipe. G. Mazzuoli (1643-1725) – Basílica de San Juan de Letrán, Roma

Felipe era originario de Betsaida, por lo tanto era galileo, pero como Andrés, tenía un nombre griego. Nació hacia el año 5 y tal vez estuviera casado y con hijos. Fue el que condujo Bartolomé a Jesús. Una de las veces en las que se cita en el Evangelio es en el momento de la multiplicación de los panes y de los peces.

Cuando alzó Jesús los ojos, y vio que había venido a él gran multitud, dijo a Felipe: ‘¿De dónde compraremos pan para que coman estos?’ Pero esto decía para probarle; porque él sabía lo que había de hacer. Felipe le respondió: Doscientos denarios de pan no bastarían para que cada uno de ellos tomase un poco’”. (Jn 6, 5-7)

Debido a este episodio del Evangelio, en la iconografía a veces se le representa con un trozo de pan en la mano, y otras veces con la cruz, el instrumento de su martirio.

Según la tradición, habría predicado en Escitia (parte de la actual Ucrania), Lidia y sobre todo en Frigia (parte de la Turquía asiática), donde pasó los últimos años de su vida y donde fue martirizado, crucificado bocabajo, como Pedro, en el año 80.

La tradición había situado su sepultura en Hierapolis, actual Pamukkale donde, de hecho fue hallada en el 2011 por una expedición arqueológica italiana guiada por el Prof. Francesco d’Andria, entre los restos de una basílica del siglo V de tres naves, en la parte central del templo. Una típica tumba romana del siglo I que se encuentra en el lugar donde surgía una necrópolis romana. En las paredes del pequeño edificio hay muchos grafitis con cruces. Un sello de bronce de aproximadamente un cm de diámetro, presente en el Museum of Fine Arts de Richmond en los Estados Unidos y que procede de Hierapolis, avala la hipótesis de la atribución a Felipe de esta tumba.

En el sello, que servía para autentificar el pan de San Felipe que se distribuía a los peregrinos, aparece la imagen de un santo con una inscripción que reza ‘San Felipe’ y alrededor del borde un trisagio en griego1. La figura del santo está representada entre dos edificios: el de la derecha está cubierto por una cúpula, y representa el Martyrion octogonal, del que hablaremos más adelante; el de la izquierda, con el tejado a dos aguas, es la basílica, con una lámpara colgada en la entrada, e indica el sepulcro del santo.

– Tumba de San Felipe, Hierápolis
– A la izquierda, la tumba de San Felipe, que estaba situada en el centro de una basílica de tres naves, de la que aun pueden verse los restos – Hierápolis
– Sello de bronce que servía para autentificar el ‘Pan de San Felipe’ – Museum of Fine Arts, Richmond, USA

A pocos pasos de la tumba ha sido localizado el Martyrium. Hoy quedan solo unas pocas ruinas de un edificio octogonal construido en el V ó VI siglo sobre el lugar en el que fue martirizado el apóstol. Estaba abierto en todos sus lados pudiendo los peregrinos circular libremente por todo el edificio y estaba considerado un santuario de sanación. Pero no solo venían a buscar curaciones, sino también a encontrar conforto moral e inspiraciones. Hacia la mitad del siglo V fue transformado en iglesia con la construcción de un synthronon2, una cúpula centralizada y el cierre de los ambientes que antes estaban abiertos mediante el estrechamiento de las aperturas y la colocación de puertas. Desafortunadamente hacia finales del siglo V hubo un incendio que provocó la progresiva expoliación del lugar. Sucesivamente, hacia el siglo X, se construyeron dos capillas y viviendas precarias entre las partes no destruidas del santuario.

– Martyrium de San Felipe – Vista aérea
– Martyrium de San Felipe – Hierápolis
– Reconstrucción del Santuario del Martyrium

La tumba, en el momento del hallazgo, estaba vacía, porque los restos del apóstol, ya desde el sigo VI, están en Roma, junto con los de Santiago el menor3, en la iglesia de los Santos XII Apóstoles, donde hoy se veneran en la cripta bajo el altar mayor, custodiados en un sarcófago de mármol. De hecho, la Iglesia los festeja juntos, el 3 de mayo.

– Basílica de los Santos XII Apóstoles, Roma
– Sarcófago que contiene las reliquias de los apóstoles Felipe y Santiago el Menor. Basílica de los Santos XII Apóstoles, Roma

Las reliquias, o por lo menos parte de éstas, fueron llevadas a Roma desde Constantinopla alrededor del 560, al tiempo de los papas Pelayo (556-561) y Juan (561-574), y colocadas en la primitiva basílica, dedicada a estos dos apóstoles, construida como exvoto por la liberación de Roma de los Godos. No tenemos noticias de cómo fueron llevadas desde Hierapolis a Constantinopla.

Las reliquias, fueron descubiertas de nuevo en 1973 en la misma iglesia, bajo el altar mayor. Pero tuvieron que cavar para encontrarlas. Apareció un pequeño lóculo que contenía una caja con muchos fragmentos de huesos, algunos dientes, otro material óseo y tejidos con trazas de color púrpura, todo bajo una losa de mármol frigio probablemente del siglo VI. Gracias a los pocos huesos que quedaron íntegros el estudio de los restos reveló que pertenecían a dos personas de sexo masculino, uno de constitución más robusta (Santiago) y el otro (Felipe), de constitución más menuda. Hasta ese momento en la misma basílica se veneraba un relicario con el pie intacto de Felipe y otro relicario con el fémur de Santiago, reliquias que se demostraron compatibles con las encontradas posteriormente.

En 2017, una delegación de Frailes Menores Conventuales, que están al cargo de la basílica de los Santos XII Apóstoles de Roma, ha entregado dos reliquias insignes del apóstol Felipe a dos iglesias de Esmirna, simbolizando, de esta manera, el ‘retorno’ de San Felipe a Turquía.

Además de las citadas, reliquias de este apóstol se encuentran también en otras iglesias de Roma y de otros lugares. Por ejemplo, un brazo del apóstol llegó a Florencia en 1205 por voluntad del patriarca de Jerusalén Mónaco, de origen florentina. Y se encuentra en la catedral.

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1.- La oración del trisagio es: « Santo Dios, Santo Fuerte, Santo Inmortal, ten piedad de nosotros»

2.- Estructura semicircular que en las iglesias paleocristianas estaba situada en el ábside, o detrás de ésta, y estaba reservada al clero.

3.- Para las reliquias de Santiago el Menor remito a la lectura del artículo “Le cabezas de Santiago el Mayor y Santiago el Menor: pero ¡qué confusión!!”

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Las reliquias de San Pedro, de San Pablo, de San Juan Evangelista, de Santiago el Mayor, de San Tomás, de San Andrés, de San Mateo, de San Bartolomé, de Simón y Judas TadeoLas cabezas de Santiago el Mayor y Santiago el Menor: pero qué confusión!!

La “Tabula Puteolana”, ovvero la crocifissione e altri supplizi fatti per bene

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Si tratta di un incredibile reperto archeologico del I secolo a.C. trovato nella zona di Pozzuoli nel 1940. La Tabula Puteolana è attualmente conservata nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei di Baia (Napoli). E’ un graffito di 157 x 80 cm (della quale ne rimangono tre grandi frammenti combacianti) che riporta su tre colonne (delle probabili cinque originarie) la Lex Libitinaria o Lex Locationis, riguardante il modus operandi nei diversi servizi relativi a funerali e a supplizi pubblici e privati. La legge prende il nome da Libitina, divinità della morte e della sepoltura e gli addetti all’esecuzione di queste operazioni erano chiamati libitinarii. Il titolo che possiamo leggere sulla lapide, ricostruito, è [DE MUNERE PUBLI]CO LIBITINA[RIO], ossia ‘Riguardo al Servizio Funebre Pubblico’. Questa legge potrebbe essere datata fra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero (metà del I secolo a.C.), un periodo relativamente prossimo alla crocifissione di Cristo.

Il testo della legge non solo specifica le modalità di un funerale e i dettagli tecnici di un castigo, ma riconosce anche il diritto di vita e di morte del padrone sullo schiavo, perfino sulla scelta dei supplizi da inferire. Uno di questi è soprattutto quello della crocifissione.

Tutti questi servizi dovevano essere forniti da una ‘impresa’ specializzata e diretta da un impresario o appaltatore, il manceps. E la legge specifica tutte le regole e ogni piccolo dettaglio tecnico da tener presente. Il manceps o appaltatore, si incaricava sia delle esecuzioni come dei riti funerari, questi ultimi dovevano essere forniti gratuitamente. A questo fine impiegava operae (operai) con funzioni specifiche, normalmente schiavi, con età fra i 20 e i 50 anni e con buona salute. Questi, come i carnefici, dovevano abitare fuori città, in zone specifiche, e potevano entrarvi solo per assolvere i compiti assegnati e sempre indossando un berretto rosso in modo da essere riconosciuti. Era compito degli operae scavare il buco dove veniva inserita la croce, alzare la vittima e fissarla allo stipes (palo). Poi, quando tutto era terminato, si occupavano di togliere i chiodi e portar via il corpo. Trentadue era il numero minimo di addetti che il manceps era obbligato ad avere. L’appaltatore, inoltre, aveva l’obbligo di esporre il testo della legge presso i locali della sua ‘sede’, in modo da poter essere letta dagli interessati, e di rispettare l’ordine di entrata delle richieste di prestazione, salvo le eccezioni previste. Erano previste delle sanzioni per gli appaltatori che non rispettavano gli accordi presi o che ne ritardavano l’adempimento, regolandone anche l’esercizio abusivo. I vari compiti erano espletati da diversi categorie professionali di individui: ustores (addetti alla cremazione), verberatores (flagellatori), carnifices (boia, carnefici), mercenarii e operae, queste ultime due categorie erano lavoratori salariati, impiegati occasionalmente o a servizio permanente. La Tabula offre anche molte altre informazioni, come le tariffe applicabili ai differenti servizi disponibili.

Un paragrafo interessante di questo documento è quello che riguarda la richiesta di crocifissione (o altro supplizio) di uno schiavo o schiava da parte di un privato. Il privato doveva attenersi alle regole stabilite. Nel caso della crocifissione, la ‘ditta’ specializzata, si occupava di fornire la traversa della croce, legacci, le corde per i flagellatori, i flagellatori stessi e qualsiasi altro accessorio e materiale necessario per la costruzione della croce e per fissarla al terreno. Il cliente doveva pagare la somma di quattro sesterzi ciascuno agli operai che portavano la croce, ai flagellatori e al carnefice. In pratica, lo schiavo veniva consegnato all’appaltatore e questi si occupava di infliggergli il tipo supplizio richiesto, anche che lo portava alla morte.

Per quanto riguarda le pene pubbliche, imposte da un magistrato, l’appaltatore non solo doveva prestare il servizio gratuitamente, ma anche fornire tutto il necessario per il supplizio. Inoltre, se il corpo del condannato non era reclamato dai familiari, al suono di un campanello gli operae dell’appaltatore dovevano provvedere a trascinarlo via con un uncino che veniva conficcato nella gola, perché non poteva essere toccato, e a deporlo su di una pira per essere cremato o in una fossa dove probabilmente veniva sotterrato insieme alla croce.

C’erano due principali varianti di crocifissione: la crux, un palo semplice, condanna che probabilmente terminava con la cremazione della vittima viva; e il patibulum, la croce come noi la intendiamo che, con l’aiuto di un sedile o di una pedana, prolungava l’agonia del crocifisso per diversi giorni il quale terminava per morire per asfissia. Questi erano i due più terribili tipi di esecuzioni, ragion per cui, nel caso di condanne pubbliche, erano affidate ad un appaltatore. Per altri tipi di esecuzioni meno cruente, come strangolamento, annegamento o decapitazione, se ne occupavano le stesse autorità. Il patibulum era considerata la peggiore delle condanne. Inizialmente riservata agli schiavi, fu applicata in seguito anche a persone libere, volendo significare il maggior disonore perché così venivano annoverate nella categoria più spregevole del genere umano.

Le regole della Tabula Puteolana vengono riprese più tardi, e aggiornate, nella Tabula Cumana, posteriore di circa un secolo a quella Puteolana e trovata nel 1965, anch’essa conservata nello stesso museo.

La maggior parte delle teorie e studi sull’origine della pratica della crocifissione la fanno risalire all’ambito fenicio-punico e sarebbe stata adottata da Roma intorno al II secolo a.C. dove ci sarebbe rimasta fino al III secolo d.C. Anche se la Lex Libitinaria era di applicazione a Pozzuoli non sarebbe  inverosimile dedurre che in altre città dell’Impero o controllate da Roma ce ne fossero di simili. Forse anche a Gerusalemme? 

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Per saperne di più:  G. Zaninotto: The penalty.of the cross – According to the Tabula Puteolana, Shroud Spectrum International No. 25 Part 3.   L. Bove, in Rend. Acc. Arch. Napoli, 41, 1967, pp. 207 ss.

La ‘Mensa Christi’

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La Mensa Christi.   Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

La Mensa Christi, o Mesa de Cristo, es un bloque de piedra calcárea sobre la cual, según la tradición, cenó Cristo con los apóstoles después de su resurrección, después del episodio de Emaús. Se encuentra en una iglesia de nombre homónimo en el barrio árabe de Nazareth, muy cercana a la iglesia de la Anunciación.

– Iglesia de la ‘Mensa Christi’ en Nazareth

En la segunda mitad del siglo XVIII los franciscanos construyeron una capilla que posteriormente se convertiría en la actual iglesia en 1861, que fue restaurada en ocasión de las celebraciones del segundo milenio. Sobre la roca, que actualmente se utiliza como altar, pueden observarse numerosos grafitos dejados por los peregrinos. Un letrero en latín explica de lo que se trata y una pintura en la pared posterior representa la escena.

– Interior de la iglesia de la ‘Mensa Christi’ en Nazareth
– Inscripción situada en el interior de la iglesia de la “Mensa Christi” en Nazareth1
– Iglesia de la “Mensa Christi”, Nazareth (interior). Cuadro que reproduce la escena

Para visitar esta iglesia hay que pedir la llave al guarda que suele estar por los alrededores.

– Iglesia del Primado de San Pedro a orillas del lago Tiberíades

Pero ésta no es la única ‘Mensa Christi’. De hecho, en Tabgha, a orillas del lago Tiberíades, a 3 Km de Cafarnaúm, encontramos otra, en la Iglesia del Primado de Pedro. Esta pequeña iglesia custodia una gran roca que sería, según la tradición, el lugar donde los discípulos comieron con Jesús después de su resurrección, siendo ésta la tercera vez que Jesús se manifestaba a los discípulos tras su muerte. La iglesia fue construida por los franciscanos en 1993. También esta roca es llamada la ‘Mensa Christi’, como reza un letrero apoyado sobre la misma. Pero este lugar es más recordado porque aquí fue donde Jesús propició la segunda pesca milagrosa y otorgó el Primado a Pedro confirmándolo como cabeza de la Iglesia, con la expresión «Apacienta mis corderos» «Pastorea mis ovejas», como se describe en el evangelio de Juan (Jn 21, 1-23), aunque ésta no era la primera vez que dio el encargo al apóstol, que por este motivo cambió su nombre de Simón a Pedro2

– Interior de la iglesia del Primado de San Pedro con la ‘Mensa Christi’

Excavaciones arqueológicas realizadas en 1969 confirmaron que bajo la iglesia del Primado se encuentran las ruinas de dos santuarios, uno del siglo IV y otro del siglo V, destruidos en el siglo XIII. Ambos tenían en el centro una roca llamada por los peregrinos ‘Mensa Christi’, que hoy sigue siendo venerada como la mesa utilizada por Cristo y los apóstoles para la comida después de la pesca milagrosa.

A mi juicio, los dos lugares, más que ofrecer una evidencia histórica, pretender recordar momentos clave de la vida de Cristo o, mejor dicho, de su vida después de la muerte, según describen los evangelios.

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1.- Sacellum hoc in quo lapis asservatur super quem christum cum discipulis comedisse continua tenet traditio temporum injuria et vetustate collapsum (Esta capilla, en la que se conserva la piedra sobre la que Cristo comió con sus discípulos, mantiene una tradición continuada, deteriorada por los tiempos y derrumbada por la edad).

2.- “Yo te digo que tú eres Pedro. Sobre esta piedra edificaré mi iglesia y las puertas de los dominios de la muerte no prevalecerán contra ella. Te daré las llaves del reino de los cielos; todo lo que ates en la tierra quedará atado en el cielo y todo lo que desates en la tierra quedará desatado en el cielo”. (Mt 16, 18-20)

San Pietro in Puglia

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– Chiesa di San Pietro Mandurino, Manduria. Cripta. Immagine di San Pietro

È facile immaginare la presenza di Pietro a Roma, città dove passò gli ultimi anni della sua vita e dove molteplici luoghi ricordano l’apostolo, aiutati anche dall’abbondante filmografia: la casa di Pudente e quella di Priscilla e Aquila, dove fu ospite; il carcere Mamertino, dove fu imprigionato; la chiesa di San Pietro in Vincoli, dove si conservano le sue catene; l’ager Vaticanus, dove fu crocifisso e dove sorge la basilica a lui dedicata, sede del papato, dove si conservano le sue reliquie, e molti altri posti ancora. Molti dati sulla vita di Pietro a Roma ce li forniscono gli apocrifi gli  “Atti di Pietro” e gli “Atti dei beati apostoli Pietro e Paolo”, scritti nel II secolo, oltre che la tradizione1.

Secondo gli Atti di Pietro il viaggio dell’apostolo a Roma fu motivato dalla preoccupazione da parte della comunità cristiana per lo scompiglio che aveva creato Simon Mago fra i credenti in quella città. Simon Mago, una sorta di falso capo religioso, era già da tempo conosciuto per ammaliare la gente con trucchi di magia e con il quale Pietro si era già scontrato in altre occasioni, perché pretendeva di comprare dagli apostoli il potere di amministrare lo Spirito Santo con la semplice imposizione delle mani2.

E così Pietro, dopo aver fondato la chiesa di Antiochia e aver visitato anche la Cappadocia, l’Asia minore e la Grecia, s’imbarcò a Cesarea con destinazione a Roma. Gli Atti di Pietro dicono che sbarcò a Pozzuoli, ma non vi è alcuna indicazione sulle sue possibili tappe intermedie.

– Cripta del Redentore, Taranto

Però in Puglia esiste da secoli una tradizione secondo la quale Pietro, nel suo viaggio verso Roma, sarebbe sbarcato in questa regione dove avrebbe convertito, battezzato, fondato comunità cristiane, predicato o nominato vescovi. Si basa fondamentalmente sul gran numero di toponimi e luoghi sacri che fanno riferimento a San Pietro così come leggende create su ciascuno di essi e tradizioni popolari legate alle stesse. Questa tradizione è anche rafforzata dal fatto che le antiche rotte marittime che facevano arrivare a Roma persone e merci avevano approdi in molti luoghi della penisola salentina. Tanto è così che intorno al 2010 nacque il progetto denominato ‘La Via Petrina’, per iniziativa della Soc. Coop. Polisviluppo, che ottenne in seguito il sostegno della Regione Puglia. Sostanzialmente si tratta di una mappatura di tutti i luoghi pugliesi che rivendicano il presunto passaggio di Pietro. Non si tratta di dimostrare la storicità delle tradizioni ma di farle conoscere, mettendo anche in valore il patrimonio culturale e naturalistico collegato a questi luoghi. Quindi non è un unico percorso inteso come un pellegrinaggio classico, ma diversi itinerari, ciascuno con le loro particolarità.

– Cripta del Redentore. Fonte d’acqua. Taranto

Molte città vantano lo sbarco dell’apostolo, o il passaggio, il soggiorno o il semplice pernottamento. Citeremo solo i luoghi più importanti essendo coscienti che la lista completa è molto più esaustiva che comprende la quasi totalità della regione.

Cominciamo da Taranto. Secondo la Historia Sancti Petri, testo del IX-X secolo (che attinge anche dalla tradizione e dalla leggenda) Pietro, nel suo viaggio verso la città eterna ai tempi dell’imperatore Claudio (41-54 d.C.), si fermò in questa città, anzi, prima ancora sull’isola antistante, oggi chiamata isola di San Pietro. Pietro, si sarebbe inginocchiato per ringraziare il Signore dopo l’approdo e avrebbe lasciato un’impronta sulla pietra toccata dalle sue ginocchia che successivamente sarebbe stata portata via dai veneziani. In quest’isola Pietro avrebbe evangelizzato e battezzato gli abitanti e nominato vescovi. Successivamente, una volta sbarcato nel porto di Taranto l’apostolo si sarebbe imbattuto in una fonte d’acqua dedicata al dio Sole, Helios, dominata da una colossale statua dello stesso. Pietro con il segno della croce avrebbe fatto crollare la statua. Poi dedicò la fonte a San Giovanni Battista e la utilizzò per battezzare i tarantini. Il luogo è oggi conosciuto come ‘Cripta del Redentore’ un’antica tomba romana trasformata in chiesa durante il medioevo. I marmi dell’antica acropoli greca di Taranto, probabilmente ubicata dove oggi si trova il canale navigabile, sarebbero stati rimpiegati per costruire una chiesa dedicata all’apostolo, San Pietro alla Porta, abbattuta nel XVI secolo dagli spagnoli per ampliare le fortificazioni cittadine. Solo si è salvato il cippo d’altare su cui, secondo la tradizione, Pietro avrebbe celebrato la prima messa tarantina. È conosciuto come la ‘Columna Sancti Petri’ ed è oggi conservato pressa la Chiesa del Carmine. Nel complesso di San Domenico, costruito sui resti un di un tempio greco nell’area dell’acropoli, troviamo la chiesa di San Pietro Imperiale, costruita intorno al X secolo, con le statue di San Pietro e Paolo. Molte altre testimonianze ancora sono presenti in questa città.

– Chiesa di San Pietro Mandurino, Manduria

San Pietro di Bevagna (Marina di Manduria), è a metà strada tra Taranto e Gallipoli. Qui sorge l’antichissima chiesetta di San Pietro Mandurino, che un’antica iscrizione dedica all’apostolo, con colonne scavate nel tufo e affreschi paleocristiani. Da Manduria a San Pietro in Bevagna si svolge da tempi antichissimi una processione che intende ricordare lo sbarco dell’apostolo dovuto, secondo la tradizione, ad un naufragio. Di fatto, a pochi metri dalla costa sul fondo marino, nei pressi della foce del fiume Chidro, sono visibili ventitré sarcofagi di marmo, di fattura romana risalenti, secondo una recente datazione, al III secolo della nostra era. Il carico sarebbe stato molto probabilmente destinato al mercato di Roma. La tradizione voleva che si trattasse dell’imbarcazione su cui arrivava Pietro, alimentata dal fatto che il luogo era spesso tappa obbligata per gli antichi naviganti per fare rifornimento.

– San Pietro di Bevagna, Sarcofagi del III secolo d.C.
– Chiesa di San Pietro in Bevagna
– Fonte battesimale. Chiesa di San Pietro in Bevagna

Nella chiesetta costiera di San Pietro in Bevagna, un santuario dedicato a San Pietro (addossato ad una torre di avvistamento cinquecentesca) sono conservati nella cripta il ‘Fonte battesimale’ di San Pietro e la ‘Pietra dell’altare’ su cui avrebbe celebrato le messe. Inoltre, in una nicchia, sono visibili simboli petrini in argento (barca del pescatore, la croce papale, la mitra e le chiavi). Tra la chiesa di San Pietro Mandurino e la necropoli preromana, è stata rinvenuta una lapide che è stata datata di circa duemila anni, con incisa la scritta “PETRO VI.SI.ET.” (“A Pietro sia la vita eterna”) con accanto l’ancora, simbolo cristiano.

Nei pressi del fosso Canale dei Samari, a poca distanza da Gallipoli, troviamo la chiesa di San Pietro dei Samari costruita nel secolo XII. Qui Pietro celebrò messa, battezzò e nominò il discepolo San Pancrazio, primo vescovo di Gallipoli. Questo tempio, molto importante nel XVI secolo, fu meta di pellegrinaggi. Oggi purtroppo è ridotto a un rudere.

Anche la comunità cristiana di Otranto sarebbe stata fondata da Pietro, dove avrebbe eretto la prima chiesa, come attestava un’antica iscrizione in greco, oggi perduta, all’esterno della chiesa bizantina di San Pietro di Otranto.

– Masso di San Pietro. Chiesa Madre dei SS. Pietro e Paolo, Galatina

San Pietro in Galatina: qui avrebbe transitato Pietro nel suo viaggio verso Roma, dove si sarebbe riposato su un masso che attualmente si conserva in una cappella della Chiesa Madre dedicata ai SS. Pietro e Paolo. La chiesa è barocca con rifacimenti posteriori, dove un ciclo di affreschi rappresenta la vita dell’apostolo. Il culto do San Pietro era molto forte di questo luogo, come dimostra il nome del toponimo, che solo dopo l’Unità d’Italia passò a chiamarsi semplicemente Galatina. Ma le chiavi del vicario di Cristo continuano ad essere presenti nello stemma del paese.

– Ara di Minerva. Santuario Santa Maria de Finibus Taerre, Castrignano del Capo
– Pozzo di San Pietro. Giuliano di Lecce

Anche a Castrignano del Capo, presso Santa María di Leuca, la tradizione vuole che approdasse Pietro. Qui trovò un tempio pagano dedicato a Minerva che avrebbe convertito al cristianesimo dedicandolo alla madre di Cristo, il santuario Santa Maria ‘de Finibus Terrae’. Nel suo interno è ancora conservata ‘l’ara di Minerva’ un blocco di pietra con incavo per le offerte alla dea, testimonianza del precedente culto pagano. La prima costruzione del santuario risale al IV secolo con numerosi rifacimenti posteriori, avendo subito numerose distruzioni. Nella vicina frazione di Giuliano di Lecce, la chiesa di San Pietro a Giuliano ricorda che Pietro, nel suo passaggio, avrebbe riportato in vita un defunto. La chiesa sarebbe sorta vicino a un pozzo dove l’apostolo si sarebbe dissetato. E’ il pozzo di San Pietro, attualmente coperto da una grata e protetto da un recinto di ferro. Poco distante, a Salignano, si trova la grotta di San Pietro, una grotta rupestre dove Pietro avrebbe trovato rifugio dalle persecuzioni romane.

A questi luoghi potremmo aggiungerne molti altri, nonché molte tradizioni popolari, eventi e cerimonie religiose legate al culto del santo che affondano le loro radici nei secoli e che continuano ad essere più vive che mai.

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1.- Per saperne di più sulla presenza di San Pietro a Roma, invito alla lettura dei seguenti articoli: ‘Le reliquie di San Pietro’, ‘Quando Pietro incontrò Simon Mago a Roma’, ‘Le catene di San Pietro’, ‘Dove fu martirizzato San Pietro?’, ‘Dov’è la cattedra di San Pietro?’. E per l’episodio di ‘Quo Vadis’: ‘Sapevi che esistono le impronte dei piedi di Cristo?.

2.- Per questo motivo il commercio di cose sacre prende di nome di ‘simonia’.

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Per saperne di più consulta il sito ‘La via petrina’

Relicarios fantásticos: El relicario de Bimaran

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Reliquiari fantastici: Il reliquiario di Bimaran    Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

– Relicario de Bimaran. En primer plano la imagen de Buda, a la izquierda Brahma y a la derecha Indra

Mide solo 7 cm de diámetro, es de oro, se encuentra en el British Museum y está considerado como una obra maestra del arte griego-budista del Gandhara.

Este pequeño relicario, de valor inestimable, se remonta al siglo I a.C., y no solo es importante en sí mismo por ser el ejemplo mejor conservado de la orfebrería de la India antigua, sino también porque presenta una de las más antiguas imágenes de Buda que se conocen en la zona del Gandhara.

– Estupa nº 2 de Bimaran. Dibujo de C. Masson, 1841

Fue hallado en 1834 por el arqueólogo Charles Masson en el estupa nº2 de Bimaran, cerca de Jalalabad, actual Afghanistan oriental, en el antiguo Gandhara. Junto con el relicario fueron halladas 4 monedas del rey indoescita Azes II, pero atribuidas al rey Indoescita Kharahostes o a su hijo Mujatria quien las mandó acuñar con el nombre de Azes, que han contribuido a la datación del objeto.

– Flor de loto grabada en el fondo del relicario

Sus dimensiones son: 7 cm de alto x 6,7 de diámetro, y ha sido realizado completamente en oro y decorado con granates. Se representa al Buda rodeado por las divinidades hindúes Brahma e Indra, y por bodhisattvas. Es una sucesión de dos grupos idénticos: Brahama-Buda-Indra, y los dos bodhisattvas. En total ocho figuras en alto relieve, repujadas. La mirada y la postura de las divinidades hindúes se dirigen a Buda. La base del objeto está decorada con la representación de una flor de loto con ocho pétalos que ocupa toda su superficie. Estas representaciones tienen una fuerte influencia del arte helenístico, como demuestran las posturas de los sujetos enfrentados, la vestimenta de tipo griego, y otros detalles. Los sujetos están representados bajo arcos apuntados, denominados caitya, que descansan sobre pilastras. El espacio externo entre los arcos está ocupado por un hansa, palabra sanscrita que identifica a un pato indio, considerado como un ave sagrada, además de ser utilizado como símbolo decorativo.

– Relicario de Bimaran, la vasija de esteatita y los objetos que contenía. Exposición British Museum

Este relicario, desafortunadamente hallado sin la tapa, se encontraba dentro de una vasija de esteatita, con inscripciones que indicaban que contenía algunas reliquias de Buda, pero éstas no pudieron ser identificadas cuando la vasija fue hallada en el siglo XIX. Se encontraron, en cambio, cuatro monedas, como ya se apuntó antes, algunas perlas y piedras preciosas y semipreciosas. Inicialmente, las reliquias que podían contener este tipo de relicarios eran restos físicos, por ejemplo huesos del mismo Buda o de sus discípulos más importantes. Más tarde podían ser de todo tipo, por ejemplo fragmentos de vestimenta de algún sacerdote importante, piedras preciosas u otras cosas.

– Relicario de Bimaran. En primer plano el dios Indra, que mira hacia Buddha quien está a la izquierda de la imagen. A la derecha, uno de los dos bodhisattvas.

En el arte del Gandhara, el Buda del relicario de Bimaran está considerado como la primera imagen conocida de Buda. La región de Gandhara (norte del actual Pakistan y este de Afghanistan) fue un importante punto de encuentro de varias influencias artísticas, y donde nació la escuela griego-budista. Varios siglos después de la expedición de Alejandro Magno en el Gandhara, en el 327 a.C., la influencia del arte griego y romano seguía siendo importante. Muchas esculturas revelan una mezcla de estilos orientales y occidentales. Pero este sincretismo no solo se limitaba al campo artístico, sino también al religioso, como demuestra este relicario en el que importantes divinidades hindúes están representadas junto a Buda, probablemente interactuando o rezando juntas.

Es la imagen más antigua fechable de Buda bajo forma humana y la más grande. Antes de esto Buda estaba representado de forma simbólica, como las huellas de los pies o un trono con un parasol. El budismo nació alrededor del VI-V siglo a.C. pero llegó a la zona del Gandhara hacia la mitad del II a.C. desde el valle del Ganges donde predicó Buda y desde donde se empezaron a construir los primeros estupas y monasterios.

Por el valor intrínseco, histórico, artístico y religioso este relicario está considerado como uno de los objetos más importantes del British Museum, y sin duda del arte universal.

Una famosa reliquia del sangue di Cristo rubata e restituita

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La notte fra l’1 e il 2 giugno 2022 un reliquiario contenente 2 fiale di piombo con il sangue di Cristo ed altri 14 oggetti sacri, furono sottratti dall’abbazia di Fécamp, in Normandia, e restituiti dai ladri solo poco più di un mese dopo.

Il collezionista d’arte e storico olandese Arthur Brand, chiamato anche l’Indiana Jones del mondo dell’arte, specialista nel recuperare opere d’arte rubate, pochi giorni dopo la rapina ricevette un’e-mail da un mittente anonimo affermando che agiva per conto di un’altra persona nella cui casa si trovavano gli oggetti sacri rubati. O li distruggevano o glieli inviavano per la loro restituzione. Dopo circa una settimana qualcuno suonò al campanello della sua casa in Olanda. Quando il collezionista aprì la porta, non c’era nessuno, solo una scatola per terra.

– Arthur Brand nella sua casa in Olanda dopo aver ricevuto gli oggetti rubati

Si dice che avere una reliquia rubata del Prezioso Sangue di Cristo è una maledizione. E quando i ladri, attraverso le notizie sulla stampa, si resero conto di cosa avevano rubato, se ne vollero disfare immediatamente. Ma più che di una maledizione si resero conto che il bottino era invendibile. Arthur Brand lo consegnò alla polizia olandese e il Prezioso Sangue, insieme al resto degli oggetti sottratti, dopo oltre un anno di investigazione, fu inviato alla polizia francese e il 13 settembre 2023 è finalmente tornato a Fécamp. Ma i ladri non sono stati ancora trovati.

L’abbazia della Santa Trinità di Fécamp è il secondo centro di pellegrinaggio più importante della Francia dopo il Mont Saint Michel. Da oltre mille anni milioni di fedeli hanno pregato davanti alla reliquia del Prezioso Sangue, alla quale sono stati attribuiti anche molti miracoli, per chiedere ogni tipo di grazia. La reliquia è stata anche il motivo della creazione di quest’abbazia. Secondo la tradizione, si tratterebbe di alcune particelle del sangue coagulato di Cristo raccolte da Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, che furono coloro che si occuparono di dare sepoltura a Cristo. Ricordiamo anche che a Giuseppe d’Arimatea è attribuita la raccolta del sangue di Cristo nel Santo Graal, proveniente dalla ferita del costato di Cristo inferta da Longino1 quando Cristo era ancora sulla croce.

Le due ampolle di sangue sono rinchiuse in un reliquiario di rame dorato del secolo XIX, decorato con smalti azzurri e gemme, alto circa 30 cm, che riproduce una chiesa in miniatura.

Ma come sarebbe arrivata la reliquia del Prezioso Sangue a Fécamp? La sua storia prende corpo e forma definitiva agli inizi del XII secolo quando questa viene ritrovata fra le rovine dell’abbazia, murata in una colonna della chiesa. A quei tempi la storia leggendaria del Santo Volto di Lucca2, elaborata intorno al secolo XII, era già molto famosa in tutto l’occidente cristiano. In questa Nicodemo diventa lo scultore dell’immagine sacra che arriverà a Lucca nel 782, con dentro una o due fiale contenenti il sangue di Cristo che rimasero a Luni.

– Abbazia di Fécamp

A Fécamp, ispirandosi a questa storia e al periplo di quest’immagine fino a destinazione, verrà costruita una storia ‘simile’. Essendosi Nicodemo occupato della sepoltura del corpo di Cristo ne avrebbe approfittato per asportare dal suo corpo delle particelle di sangue rappreso. Diede la reliquia a un suo nipote, Isaac, che la mise in due fiale di piombo e che poi nascose nel tronco di un albero di fico.  Successivamente, al fine di evitare possibili pericoli, tagliò il tronco e lo gettò in mare. Il tronco, galleggiando, arrivò dall’estremo orientale del Mediterraneo fino alle rive della regione di Caux (Normandia), dove fu trascinato dalla corrente fino ad un campo che da allora fu chiamato Fécamp. Quindi la barca che portò il Santo Volto di Lucca divenne in questa storia un tronco di fico, perché sul luogo preesisteva al culto del Prezioso Sangue un culto popolare e pagano per quest’albero e che un fenomeno di falsa etimologia faceva di Fécamp, Fiscannum, luogo ricco di pesci, una pianura, un campo di fichi, fici campus, adattandolo quindi alla realtà locale e allo stesso tempo emancipandolo in parte dalla leggenda ispiratrice.

Come l’arrivo del carro tirato dai buoi a Lucca, l’arrivo del tronco di fico del Prezioso Sangue ha delle caratteristiche miracolose. Come era impossibile staccarlo dalla terra per caricarlo su un carro, un misterioso personaggio si occuperà di svolgere questo compito. Dio conduce il carico al luogo dove doveva erigersi la chiesa della Santa Trinità. In quel luogo, il tronco diventa così pesante da rompere il carro. Il pellegrino, prima di sparire, ricopre il tronco di pietre. L’imitazione è evidente anche se nel caso di trasporto di oggetti rituali e statue di divinità esistono degli schemi letterari che sono patrimonio della mitologia in generale e sono sempre presenti nelle loro narrazioni. C’è anche da segnalare che il discepolo a cui Nicodemo affida il Santo Volto si chiamava Isacar, che nella tradizione del Prezioso Sangue diventa il suo nipote Isaac. È importante segnalare come anche in questo caso incorporare culti locali, come il culto dell’albero di fico, si rivela fondamentale per il progressivo adattamento al culto cristiano.

– Tabernacolo del XVI secolo che custodisce la reliquia del Prezioso Sangue. Chiesa dell’abbazia di Fécamp

L’abbazia di Fécamp è il primo di tre monasteri benedettini femminili fondati nel VII secolo in questa regione. Costruito nel 658, fu distrutto dalle invasioni vichinghe (841) rimanendo abbandonato per molto tempo. Nella seconda metà del X secolo si costruisce il palazzo dei Duchi di Normandia sul terreno dell’abbazia in rovina. Riccardo I (933-996) restaurò la chiesa nella quale trovò la reliquia del Prezioso Sangue. Nel 990 fu consacrata la nuova chiesa, dedicata alla Santissima Trinità, gestita da canonici regolari, dove Riccardo fece incorporare il tronco in un pilastro della chiesa, da dove si diceva che emetteva radiazioni taumaturgiche. Dopo la distruzione dell’edificio a causa di un incendio negli anni 1168-1170, le ampolle metalliche furono ritrovate fra gli sgombri nel 1171 e poste all’adorazione dei fedeli, fatto questo che diede luogo a un importante pellegrinaggio. Poi ci fu un periodo di ‘stasi’ in cui la fama del Prezioso Sangue diminuì e poco a poco si interruppero i pellegrinaggi. Nella seconda metà del XIX secolo il pellegrinaggio a Fécamp conosce una netta ripresa. Nel 1906 si fonda la Confraternita del Prezioso Sangue. Ancora oggi la processione del Prezioso Sangue si tiene nella festa della Santa Trinità, la domenica seguente a Pentecoste, che era stata sospesa a causa del furto.

Esiste una discreta quantità di reliquie del Santo Sangue in Europa, presenti tutte a partire del secolo VIII. Mantova, Bruges, Fécamp, Westminster4, Weingarten, Luni…  E una ventina di altri luoghi ancora. I potenti europei per sacralizzare il loro potere gestiscono il sacro con fini politici, e il possesso di reliquie ne diventa lo strumento principale. Fécamp diventa uno dei santuari emblema della dinastia normanna, così come un’opportuna scoperta di una reliquia del Santo Sangue da parte di Enrico II Plantagenet, venerato a Westminster, riesce a rinsaldare il suo potere indebolito dall’assassinio di Tommaso Becket3. La storia di Mantova5, invece, va di pari passo con la sua più importante reliquia. Per citare solo alcuni esempi.

Quanto alle due fiale del Prezioso Sangue di Fécamp è possibile che una sia stata portata dai Crociati e l’altra forse è di origine locale. Una compare poco prima dell’anno 1000 in un villaggio della regione di Fécamp e sarebbe legata a un miracolo eucaristico6 avvenuto nella chiesa locale, e il miracolo sarebbe stato confermato solo nel 1215. La reliquia sarebbe stata trasferita a Fécamp  per essere incorporata nell’altare maggiore della chiesa abbaziale. La seconda fu scoperta durante i lavori di ricostruzione citati, agli inizi del 1170, e da lì la costruzione della leggenda e dei primi miracoli attribuiti alla reliquia. Quale delle due sarebbe arrivata dalla Palestina in un tronco di Fico?

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  1. Per approfondire su Longino e le reliquie del sangue di Cristo rinvio alla lettura dell’articolo: ‘Il Sangue di Cristo’
  2. Per approfondire sul Santo Volto di Lucca e la sua leggenda rinvio alla lettura dell’articolo: ‘Le Sante immagini acheropite (5) : I Volti Santi di Lucca e di Sansepolcro’.
  3. Per approfondire su Tommaso Becket e la sua morte rinvio alla lettura dell’articolo: ‘Tommaso Becket e la ragion di  stato’.
  4. Per approfondire sui i sovrani collezionisti di reliquie rinvio alla lettura degli articolo ‘I Sovrani collezionisti di Reliquie’ e ‘La gran collezione di reliquie di Federico III di Sassonia e Lutero
  5. Per approfondire sul Preziosissimo Sangue di Mantova: ‘Il Preziosissimo Sangue di Mantova: una reliquia opportuna’, in N. De Matthaeis, Legati a una reliquia. 2020.
  6. Per approfondire sui miracoli eucaristici rinvio alla lettura dell’Articolo ‘Le reliquie di Lanciano e i miracoli eucaristici’.

Per saperne di più :

Jean-Guy Gouttebrose. À l’origine du culte du Précieux Sang de Fécamp. Le Saint Voult de Lucques. In Guillaume de Volpiano : Fécamp et l’histoire normande. Tabularia, Sources et écrits des mondes normands médiévaux.

Las reliquias de Mártioda

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Le reliquie di Mártioda.   Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

El Museo de Bellas Artes de Vitoria (España), entre mayo 2021 y junio 2022 expuso una curiosa colección de reliquias, tras un trabajo de restauración que duró unos seis años. Estas reliquias se encontraban en la iglesia de San Juan Evangelista de la localidad de Mártioda, en la provincia de Álava. Desde abril de 2023 forman parte de la colección permanente de dicho museo, y están expuestas en la capilla del Palacio Augustín Zulueta, sede del mismo.

La colección se compone de 17 cráneos y fragmentos de otros huesos, todos adornados con lujosos tejidos bordados y encajes. Se trataría nada menos que de una parte de las reliquias de los mártires de la legión Tebana y de las de algunas de las 11.000 vírgenes que formaban el séquito de Santa Úrsula. El primer martirio tuvo lugar en Suiza en el siglo III. Se trataba de una legión romana guiada por soldados cristiano-coptos procedentes de Egipto al mando de San Mauricio. Fueron enviados al Norte-Europa para someter a las poblaciones locales, y fueron martirizados porque se negaron a matar a las poblaciones convertidas al cristianismo. El segundo martirio tuvo lugar en Colonia en el siglo V, a manos de los Hunos. El cortejo de vírgenes que formaba parte del séquito de Santa Úrsula, volvía de una peregrinación a Roma, y las jóvenes prefirieron dejarse matar antes que perder la virginidad1. Mientras las reliquias de Santa Úrsula y las 11.000 vírgenes se encuentran casi totalmente en Colonia, en la Cámara Dorada (Goldene Kammer), las de los mártires de la Legión Tebana pueden encontrarse en monasterios e iglesias de toda la cristiandad. Sin embargo, a pesar de su atribución a estos mártires, también existe la posibilidad que fueran halladas en una necrópolis de la misma época, práctica ésta bastante frecuente.

La atribución a los mártires de la Legión Tebana y a las vírgenes del séquito de Santa Úrsula se debe a los diferentes papiros manuscritos que acompañan a la mayoría de las piezas. Esta colección de reliquias pertenecieron a la familia de los Hurtado de Mendoza, originaria de la homónima localidad vasca (Mendoza, Álava), y que a lo largo de los siglos ha prestado servicio a la corte de los Habsburgo, sobre todo en el campo diplomático. Antonia Hurtado de Mendoza y Salvatierra, Señora de Mártioda, vivió en Bruselas hacia la mitad del siglo XVI con su marido Juan de Necolalde, comerciante vasco e inspector de las armas de las fortalezas de Flandes. Se llevarían consigo estas reliquias a su retorno en patria2.  Hay que tener en cuenta que las reliquias en general se consideraban objetos de gran valor por lo que reyes y nobles querían poseerlas, ya que su cercanía proporcionaba, además de prestigio, protección. Otra cosa es saber cómo esta familia entró en posesión de las mismas. Podría haber sido una tentativa de ‘rescate’, para ponerlas a salvo de su probable destrucción por parte de los reformistas que cuestionaban la veneración de las mismas. De hecho hubo un gran movimiento de reliquias que viajaron desde el norte hacia el sur de Europa donde la Contrarreforma se había convertido en un baluarte de defensa de la verdadera fe, siendo el rey Felipe II de España su mayor paladín.

– Inventario de los bienes que llevó Juan de Nicolalde a su retorno en patria2

Independientemente de las reliquias en sí, lo que más llama la atención son los relicarios. De hecho, muy diferentes a los que estamos acostumbrados a ver. Hechos en Flandes, están realizados con ricos tejidos del siglo XVII, bordados con hilos de oro y plata, y diferentes entre sí. En algunos casos las calaveras llevan una suerte de mascarilla que cubre nariz y boca, o casi toda la cara, junto con una especie de aureola, ambas ricamente bordadas. En otros casos hay otros adornos añadidos alrededor del cráneo, que a veces recuerdan un portal de una iglesia o los ‘jardines cerrados’ (bestolen hofjes en holandés), un género artístico flamenco que reproduce jardines en miniatura evocando el paraíso celeste donde residen estos mártires. En otros más, los huesos están en parte forrados de tejido y luego pintados. Se trata probablemente de un caso único de tipos de ‘relicarios’ o de ‘embellecimiento’ de reliquias.

Un panel informativo explica las diferentes fases del proceso de restauración, mostrando cómo se presentaban antes del mismo. Se ha tratado de aportar la mínima intervención posible respetando la integridad histórica, física y estética. Exámenes, como la datación al radiocarbono 14, rayos X o sigilografía, demuestran que los relicarios son de los siglos XVI-XVII, siendo algunos huesos del siglo III. El estudio antropológico efectuado sobre el conjunto de los huesos revela que pertenecieron principalmente a individuos de sexo masculino entre los 21 y 55 años de edad (aunque algunos huesos son femeninos) y las características de los cráneos son compatibles con el tipo euroafricano-mediterráneo, presente tanto en las poblaciones del norte de África como en el Sur de Europa.

– La reliquia antes de su restauración

Lamentablemente, como ya hemos mencionado, de momento no solo no es posible saber cómo la familia Hurtado de Mendoza entró en posesión de las mismas, sino que tampoco de dónde provienen.

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1.- Ambos acontecimientos están tratados en sendos artículos en esta misma publicación. Para saber más sobre el martirio de la Legión Tebana aconsejo la lectura de “Relicarios fantásticos: el Jarrón de San Martín”; para la historia de Santa Úrsula y las 11.000 vírgenes: “Santa Úrsula y las 11.000 vírgenes”.

2.- Inventario de los bienes que llevó Juan de Necolalde, entre los cuales podemos leer: “Oratorio. Doce cabezas de santos, las seis de los tebeos y las otras seis de las once mil vírgenes puestos en sus nichos con vidrio por frente de cada nicho.

I martiri di Otranto

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Si tratta di 813 abitanti di Otranto trucidati il 14 agosto 1480 dalle truppe turche nell’intento di espandere il loro dominio nella penisola italica e sul Mediterraneo.

Il 28 luglio 1480 circa 18.000 soldati appartenenti all’impero ottomano di Maometto II, su circa centocinquanta imbarcazioni approdarono nel Salento, per conquistare la città di Otranto, essendo partiti da Valona, Albania. Appoggiati in un primo tempo dal Re Ferrante di Napoli, gli otrantini tentarono di fermare gli invasori sui Laghi Alimini, zona dove sbarcarono e che fu successivamente conosciuta come ‘Baia dei Turchi’, a circa 6 km al nord di Otranto. La piccola città non poté resistere agli attacchi dei turchi e tutti i cittadini si ritirarono nella cittadella. Durante l’assedio gli otrantini chiesero invano aiuto al re Ferrante e all’arcivescovo Arenis. Gedik Ahmet Pascià, che era al fronte della spedizione, chiese la resa della città, ma gli otrantini rifiutarono. Dopo i primi attacchi fu inviato un secondo messaggero, il quale non riuscì nemmeno ad avvicinarsi a Otranto perché fu trafitto da una freccia alle porte della città. Per cui ripresero gli attacchi che durarono 15 giorni fino a che la cittadella non fu espugnata. Ne seguì un massacro: gli uomini al di sopra dei quindici anni vennero uccisi, donne e bambini ridotti in schiavitù.

Anche se non poté evitare l’assedio di Otranto, la flotta cristiana stava riorganizzandosi per fare fronte all’invasione turca. Ma un evento inaspettato venne in aiuto dei cristiani: la morte del sultano Maometto II, avvenuta il 4 maggio 1481 avendo aperto le ostilità tra i suoi due figli, Bayazid e Djem che provocò una crisi nell’impero turco. Per cui Ahmet venne richiamato in patria. Il 10 settembre 1481 i turchi restituivano una città ridotta a un cumulo di macerie.

– Cappella dei Martiri. Cattedrale di Otranto

Secondo la tradizione cattolica vi furono alcuni superstiti che si erano rifugiati nella cattedrale di Santa Maria Annunziata, guidati da Antonio Pezzulla, un anziano sarto, detto il Primaldo, con l’arcivescovo Stefano Pendinelli. Gedik Ahmet Pascià disse loro di rinnegare della loro fede e di convertirsi all’Islam. Ne ricevettero un netto rifiuto, per cui furono portati sulla collina della Minerva, chiamata da allora ‘collina dei Martiri’, e decapitati. L’arcivescovo fu fatto a pezzi. Erano 813. Il primo ad essere decapitato fu Antonio Primaldo e la tradizione racconta che il suo corpo rimase in piedi senza testa fino a che non furono tutti decapitati. Dopo più di un anno, il 13 ottobre 1481, questi corpi furono trovati incorrotti e traslati nella cattedrale di Otranto, dove ancora si trovano i loro resti, salvo una parte che fu in seguito mandata a Napoli e ad altre città, soprattutto pugliesi.

– Chiesa Santa Maria dei Martiri, eretta sulla collina della Minerva

Il processo di canonizzazione di questi martiri fu estremamente lungo: infatti iniziò nel 1539 e terminò nel 2013 con fasi intermedie: nel 1771 furono dichiarati beati dal papa Clemente XIV per cui ne fu autorizzato il culto; il processo fu riaperto nel 2007 da Benedetto XVI che nel 2012 attribuisce il miracolo della guarigione della suora Francesca Levote all’intercessione dei martiri di Otranto. Un miracolo è la condizione necessaria per la canonizzazione. Quindi il 12 maggio 2013 furono dichiarati santi da papa Francesco.

La suora in questione era malata di cancro e ricoverata a Genova dal 1979 al 1982. In occasione di una peregrinazione di un’urna contenente delle reliquie di quei martiri che passò nel 1980 dal monastero delle Clarisse di Spoleto, le sue consorelle misero sul suo letto quest’urna  invocando la loro intercessione per la guarigione di suor Francesca. Suor Francesca morì nel 2011 per cause estranee a quella malattia.

Una delle cause per cui il processo di canonizzazione è stato così lungo è legata alle testimonianze raccolte nel 1539 dall’arcivescovo Pietro Antonio de Capua in sede del primo processo perché a quanto pare i sopravvissuti all’eccidio non fornirono prove documentali certe sul martirio per fede, il che bloccò fin dal principio la causa di beatificazione, che fu riaperta nel settecento ricostruendo l’accaduto su fonti non molto chiare.

– Cattedrale di Santa Maria Annunziata, Otranto

Proprio per ciò, il movente della stage otrantina – per molti studiosi – non è solo religioso. Esso può essere associato anche alla combinazione di più fattori: tra questi la punizione verso chi ha rifiutato di arrendersi, la vendetta per l’uccisione dell’ambasciatore turco durante la lotta; non per ultime – però – vanno considerate le motivazioni militari, ovvero l’intento di seminare il panico per indebolire la resistenza dell’esercito locale.

Dal 1711 le ossa della maggior parte di essi sono custodite in cattedrale, nell’abside della navata di destra, in sette grandi armadi. In piccoli armadi laterali sono conservati resti di carne, rimasti integri, senza alcun trattamento, dopo oltre cinque secoli. Nella cattedrale vi è inoltre  il ceppo della decapitazione. I martiri di Otranto divennero i protettori della città. Sulla collina della Minerva venne edificata una chiesa sul luogo del martirio. In quest’ultima una lapide sintetizza i fatti accaduti. Inoltre, dal 1980 un’altra lapide, posta sul lungomare della città in occasione della visita di papa Giovanni Paolo II, li ricorda nel cinquecentesimo anniversario del martirio.

Presso le mura della città si erge il Monumento ai Martiri di Otranto, inaugurato nel 1924 dal Principe ereditario Umberto di Savoia. Ricorda la fiera resistenza di Otranto e dei suoi cittadini all’assedio turco del 1480.  

– Lapide commemorativa de Martiri di Otranto nel 500º anniversario
– Monumento ai Martiri di Otranto
– Mosaico della cattedrale di Otranto

Senza dubbio la cattedrale di Otranto merita una visita e non solo per il ricordo dei martiri di Otranto ma anche per la bellezza della stessa soprattutto per lo spettacolare mosaico del pavimento, di ben 52 metri di lunghezza. Realizzato dal monaco basiliano Pantaleone, vissuto nel XII secolo, è uno dei più grandi al mondo. La sua struttura iconografica ha per tema centrale l’albero della vita, quello che Dio piantò nel Giardino dell’Eden, lungo il quale si mostrano oltre a diversi temi biblici anche animali reali o mitologici, personaggi della mitologia greca o del ciclo bretone. E addirittura una raffigurazione di Alessandro Magno che vola in cielo portato da due grifoni.  

La Piedra Negra

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La Pietra Nera          Puoi leggere quest’articolo in italiano cliccando qui

Se encuentra en la esquina oriental de la Ka’ba, un edificio cúbico, situado en el centro del patio de la gran mezquita de La Meca, la Masjod al-Haram. Se trata de una piedra de color negro, de unos 30 cm de diámetro, engarzada en un marco de plata, que sirve para mantener juntas las piezas, y que tiene el aspecto de una gran pupila. Pero hubo un tiempo en que todo ello formaba un único bloque, antes de que el impacto de una piedra lanzada desde una catapulta durante el asedio de la ciudad de La Meca por parte de las tropas Omeyas, en el 663, provocó su ruptura en diferentes pedazos.

Pero éste no ha sido el único daño que ha sufrido la Piedra a lo largo de los siglos. En el 930 fue sustraída por la secta de los Cármatas y fue devuelta en el 952 previo pago de un rescate. Fue profanada varias veces y hasta cubierta de excrementos.

Todos los años, en la fecha señalada, recibe millones de peregrinos1 quienes, siguiendo los rituales prestablecidos, giran alrededor de la Ka’ba en sentido antihorario. Esta deambulación es denominada tawāf, o circunvalación. En el transcurso de la misma los fieles hacen una pequeña parada delante de la Piedra Negra para besarla, y si la gran muchedumbre no lo permite, la señalan en sus siete tránsitos (o vueltas) con el brazo extendido. Recordemos que la peregrinación (Hajj) a La Meca, se realiza entre el octavo y el décimo-tercer día del Dhul Hijjah, el último mes del calendario islámico, y debe hacerse por lo menos una vez en la vida del creyente, porque es uno de los cinco preceptos de la religión musulmana. Existe una tradición según la cual la Piedra Negra sería el ojo de un ángel que controla quiénes son los peregrinos que cumplen con esta obligación. En realidad esta peregrinación quiere evocar la que hizo Mahoma durante su segunda peregrinación después de la Hégira2.

– La Piedra Negra visible en el ángulo oriental de la Ka’ba

La piedra existe desde tiempo inmemorial. La tradición dice que era la única piedra que quedaba de la ‘Casa Antigua’ hecha por Allah en la tierra, que fue salvada del Diluvio Universal por Noé y recuperada por Abraham quien construyó, junto con su hijo Ismael, la Ka’ba, como santuario para conservarla. Siempre según esta tradición, la piedra inicialmente era blanca y con los siglos, poco a poco, se puso negra porque los fieles, al besarla, le transferían sus pecados. Cuando se acabe el mundo la piedra volverá a su estado original y a su lugar de origen. Además, la piedra habría sido situada por el profeta Mahoma en el 605 en el ángulo este de la Ka’ba, a metro y medio de altura, donde aún se encuentra.

– El Kiswa, lona negra de seda bordada en oro que cupre la Ka’ba, y la puerta de oro, en el lado sur-este de la Ka’ba

La Ka’ba mide 15,2 metros de alto, 10,7 de ancho y 12,2 de largo y el edificio descansa sobre una base de mármol de unos 30 cm. Está cubierta por una lona de seda negra (el kiswa) con frases bordadas en oro que reproducen versículos del Corán. Hasta 1927 se tejía de nuevo cada año en Egipto siendo un regalo del rey de este país. Pero a partir de esa fecha se hace en Arabia Saudita por una fábrica exclusiva. Pesa unos 800 kg y cuesta unos 4 millones de euros. La lona se renueva cada año y la vieja se corta en pedazos de diferentes tamaños con los que se obsequian personas importantes y organizaciones del mundo musulmán, o se utilizan para decoran edificios o embajadas. Se accede en el interior de la ka’ba por una puerta de oro, de unos 300 kg, situada en el lado sur-oeste de la misma, a 2,3 metros del suelo. El pavimento es de mármol y piedra calcárea y el techo está sujeto por tres pilastras de madera. En el interior, la única decoración está constituida por lámparas votivas y alfombras. El acceso a la Ka’ba solo está reservado a los custodios de la misma y a los miembros de la familia real de Arabia Saudita.

La veneración de la Piedra Negra no se debe al objeto en sí sino por el hecho de que fue tocada por Mahoma. De hecho, la religión islámica no admite ni santos, ni imágenes u objetos de devoción porque solo Allah es digno de veneración. Pero hace una excepción con lo que se refiere a Mahoma, sus huellas, algunos restos de su cuerpo, y ésta es también una de las razones de desacuerdo entre las dos principales corrientes: sunitas y chiitas3.

Muchas son las teorías sobre el origen de esta piedra, entre las cuales que se trate de un meteorito, basándose en el hecho de que sea de origen extraterrestre, como manda la tradición. La hipótesis que la Piedra Negra sea un meteorito, aun siendo la más aceptada, no es la única. Otra teoría sostiene que se trata de un ágata y otras que sea de origen magmático. Y seguimos hablando de teorías, porque nunca ha sido posible analizar la piedra, ya que tratándose de un objeto sagrado, se consideraría como una profanación. Pero en 2021 la piedra fue sometida a una larga sesión fotográfica a altísima resolución que revela que ésta, a pesar de su nombre, no es propiamente negra, sino rojo muy oscuro con vetas amarillentas.

-La Piedra Negra fotografiada en alta resolución (49 mil píxeles)

Lo que sí está claro es que forma parte de una de las tantas piedras que se veneraban en la antigüedad, aunque sea ésta la más famosa. Estas piedras sagradas, que reciben el nombre genérico de betilos4, eran particularmente veneradas por la poblaciones semitas occidentales y meridionales, además de otros lugares, porque estaban consideradas, como su nombre indica, como la morada de la divinidad.

Por lo tanto el culto a la Piedra Negra no lo introdujo Mahoma: ya existía por parte de las poblaciones preislámicas en un lugar donde ya estaba considerado sagrado. Y Mahoma, como también hizo la religión cristiana en la conversión de los pueblos paganos, capitalizó a su favor un culto ya existente, llevando a cabo una transición, aunque no siempre indolora, desde el politeísmo de los pueblos autóctonos a la nueva religión. En este caso el intento de poner en acto un cambio en las creencias religiosas provocó un desequilibrio social y político entre las tribus amigas de la zona de La Meca que derivó en una abierta hostilidad hacia aquél que declaraba haber recibido una revelación de un dios único e indivisible. La situación llegó a tal punto que Mahoma se vio obligado a emigrar, y en el 622 alcanzó con sus secuaces Medina, donde el ambiente no le era hostil.

-‘Al-atim’, el murete semicircular que delimita el Al-higr Ismail, espacio próximo a la Ka’ba donde estarían sepultados Ismael, un hijo de Abraham, y su madre Agar, la esclava y concubina de Abraham. A la izquierda es visible la Maqam Ibrahim
– La Maqam Ibrahim, o estación de Abraham
– Huellas de Abraham, en el interior de la Maqam Ibrahim

La peregrinación a La Meca es el momento más importante en la vida del creyente musulmán, porque conduce al lugar donde todo empezó, donde nació el Profeta, el Sancta Sanctorum. La visita comprende también otros dos espacios presentes en el patio de la mezquita, a poco pasos de la Ka’ba: el lugar donde estarían sepultados Ismael y su madre Agar y el oratorio de Abraham. El primero es un murete semicircular de mármol blanco de 90 cm de alto y 1,5 m de largo llamado al-atim, que delimita un espacio llamado al-higr-Ismail. El segundo, llamado Maqam Ibrahim, es una especie de edículo donde está custodiada una piedra sobre la cual estarían impresas las huellas de los pies de Abraham.

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1.- Hombres vestidos de blanco, envueltos en una suerte de sábana

2.-  (del diccionario de la RAE) ‘Era musulmana’: «El 15 de julio de 622, día de la huida de Mahoma a Medina, señaló el comienzo de la hégira» (Informaciones [Arg.] 1990). Procede de una voz árabe que significa ‘huida’, pues fue la huida de Mahoma de La Meca a Medina el acontecimiento que se tomó como punto de partida para el cómputo de la era musulmana.

3.- Para profundizar más sobre las reliquias del Islam remito a la lectura de mi artículo ‘Athar, la huella de Mahoma’.

4.- El término betilo,  (en latino “Baetylus”, y griego “Baitylos”) deriva del ebreo Beith-El que significa “Casa de Dios”. La adoración del betilo es lamada “Litolatría”.